1Generalmente impiegata per segnalare l’articolazione delle differenze e delle distinzioni tra individui, la nozione di stratificazione viene qui proposta e analizzata sulla scia del significato espresso dall’atto della sedimentazione, che consiste nella capacità di uno strato di depositarsi e di accumularsi senza per questo venire obliterato del tutto da ciò che fisicamente gli si sovrappone o che temporalmente lo succede. Egualmente a ciò che si verifica in ambito archeologico, laddove l’osservazione degli strati consente di indagare la sequenza delle attività umane e come esse abbiano modificato l’ambiente o il contesto attraverso la legge della sovrapposizione, così l’osservazione della mobilità permette di investigare la successione tanto dei processi migratori – cioè delle politiche che li orientano – quanto dei progetti migratori o delle azioni poste in essere dagli individui che migrano mediante la “legge” dell’accumulazione (Massey 1990). L’azione della stratificazione può, così, divenire un’utile chiave di lettura delle trasformazioni e delle linee di continuità che le esperienze di mobilità realizzano tanto sul piano temporale quanto su quello spaziale.
2Per spiegare cosa intendo dire, mi servirò di un breve racconto autobiografico per mezzo del quale desidero chiarire in che modo una storia di famiglia può giovare a cogliere il senso che in queste pagine viene assegnato alla nozione di stratificazione, laddove essa non insegue l’obiettivo di farsi strada tra le distinzioni o le differenze, bensì di mostrare come il sovrapporsi o il susseguirsi di elementi ispessiscano e complichino la nozione di mobilità, piuttosto che assottigliarla rendendola disponibile alle distinzioni o alle classificazioni (de Haas 2021).
- 1 Per un approfondimento su questo tema si rimanda al testo di Cordova (2022).
- 2 In quella circostanza fu adottata la dicitura “Emergenza Nord-Africa”.
- 3 Eccezion fatta per il nome di mio nonno, tutti gli altri nomi sono di fantasia.
3Il periodo in cui ho iniziato a occuparmi di migrazioni è coinciso con gli anni in cui centinaia di uomini e donne, di riflesso alle cosiddette Primavere Arabe1, giungevano in Italia dalle coste del Nord Africa. Nel 2011, quando le condizioni politiche delle regioni del Maghreb e di una parte del Mashreq implosero, imponendo, di fatto, l’individuazione di una categoria giuridico-legale per mezzo della quale imprimere uno status (o un’etichetta?) (Zetter 1988) alle persone in fuga2, ero da poco rientrata dagli Stati Uniti. Dopo la laurea, nel 2010, trascorsi qualche tempo in Alabama, ospite di uno zio che alla fine degli anni Cinquanta era partito da un villaggio della Sicilia Orientale per ricongiungersi a una donna, figlia di emigrati siciliani, che non aveva mai visto né incontrato prima di allora. Mio nonno Joé – così si faceva chiamare in paese – era stato il primo della famiglia a intraprendere la “carriera dell’emigrante” (Grimaldi 2024), dando vita a una catena migratoria familiare che negli anni immediatamente successivi alla sua partenza condusse anche i suoi fratelli e i suoi cognati (i fratelli di mia nonna, sua moglie) a trasferirsi al di là dell’Atlantico. Malgrado fosse riuscito a ottenere la Green Card, mio nonno non si decise mai a stabilirsi in America, rientrando ciclicamente in Italia per lunghi periodi e alternando il suo lavoro di cameriere capo sala tra il Bronx e la Sicilia. Le fortune e le carriere dei suoi familiari, tanto all’estero quanto in patria, erano il frutto dei suoi continui spostamenti e di quella catena di lavoretti tra una sponda e l’altra dell’Atlantico. La mobilità e gli sforzi di nonno Joé permisero alla seconda e terza generazione di portare a termine gli studi e di non ricorrere all’emigrazione, dando corso a una nuova genealogia familiare: movimentata, tutt’al più, da qualche viaggio studio o di piacere. Zio Gino3, il fratello di mia nonna, era riuscito invece a ottenere un’ottima posizione, lavorando come ingegnere tra il Nord e il Centro America. Così, a turno, alcuni di noi – nipoti di primo e secondo grado – approdammo negli Stati Uniti unicamente allo scopo di migliorare l’inglese e di ottenere qualche certificazione che potesse tornarci utile dopo la laurea.
- 4 Per lo più provenienti dai paesi del Mashreq e dell’Arabia Saudita.
4Nei mesi trascorsi in Alabama ebbi modo di frequentare una scuola di perfezionamento della lingua inglese e di stringere relazioni di amicizia con quella parte di popolazione straniera che, diversamente da me, avrebbe continuato a studiare negli Stati Uniti grazie ai programmi e alle borse di studio messe a disposizione dai propri paesi di provenienza. Le mie compagne e i miei compagni di classe erano soprattutto latino-americani e arabi4 che, difficilmente, avrebbero potuto sostenere le spese di un’università privata e che si erano dovuti accontentare di una formazione pubblica in un luogo periferico e di provincia, al punto che tra i corridoi della scuola e nelle sale caffè erano soliti circolare discorsi che etichettavano quel posto e i suoi studenti come rubbish. Il fatto che fossi l’unica europea della scuola e probabilmente della città, eccezion fatta per quegli amici e vicini di casa italo-americani dei miei zii emigrati nella metà del Novecento, mi aveva dato da pensare sin da subito. Dal canto mio, il fatto che stessi facendo quell’esperienza per scelta e che non stessi replicando la storia migratoria della mia famiglia mi aveva fatto sentire, malgrado tutto, fortunata. E mi accorsi di quanto fossi fortunata quando mi offrirono la possibilità di rimanere a insegnare italiano e rifiutai senza pensarci due volte. Ciononostante, va detto che paragonata alla mobilità di una generazione di giovani siciliani di classe media la mia esperienza ha costituito e costituisce ancora oggi un’eccezione, poiché come è noto a queste latitudini l’emigrazione e lo spopolamento continuano a riprodursi in maniera sempre più consistente e sistematica.
5Sebbene le imprese e i progetti migratori dei componenti della mia famiglia non costituiscano il principale argomento di questo contributo – in primo luogo, poiché la morte di coloro i quali hanno per primi compiuto tale impresa ha compromesso la possibilità di svolgere un lavoro sistematico su questo argomento – tuttavia le differenti esperienze migratorie che hanno tessuto le reti di relazioni tra le ultime generazioni della mia cerchia familiare mi permettono di ragionare su come l’azione delle stratificazioni agisca spazialmente e temporalmente. Per esempio, facendo sì che nel medesimo contesto si sommino esperienze migratorie tra loro differenti o che i luoghi un tempo connotati dagli esodi e dalle partenze si trasformino in luoghi di approdo, di transito o di ritorni. L’azione delle stratificazioni la si può rintracciare anche osservando le diverse forme di migrazione praticate all’interno della medesima cerchia familiare, laddove variabili economiche, mobilità sociale, scelte, desideri e aspirazioni individuali contribuiscono a dare corpo a esperienze di mobilità stabili, circolari o per motivi di studio.
6Questo spaccato sulla storia migratoria della mia famiglia ha quindi agito da leva per l’elaborazione di alcuni possibili ragionamenti intorno alla nozione di stratificazioni migratorie. Nel campo delle migrazioni tale nozione è stata sovente impiegata con la precisa intenzione di documentare in che modo le disuguaglianze e le discriminazioni socio-economiche (Jasso 2011; Faist 2016; Van Her 2014; Gallo 2024) si articolino lungo gli assi della razza, della nazionalità, della classe, del background migratorio e del genere (Anthias 2001). A questo proposito, nel terreno delle scienze sociali e giuridiche sono state lungamente indagate le forme di civic-stratification (Lockwood 1996; Morris 2003; Joppke 2005), ossia le gerarchie che si distribuiscono sul fronte della cittadinanza e dei diritti associati a questa categoria quando a essere chiamata in gioco è l’esistenza materiale delle persone immigrate. Così negli studi sul mercato del lavoro, la nozione di stratificazione è stata per lo più impiegata per stabilire le dinamiche di “sostituzione etnica” (Fullin 2016; Sassen 1994) o per descrivere in che modo il genere o la nazionalità incidano sull’abbassamento del costo del lavoro (Piro 2014; Peano 2022; Sanò 2024). Non che questa chiave di lettura dei rapporti di potere e delle forme di gerarchizzazione delle e tra le soggettività migranti non risulti convincente; si direbbe, piuttosto, che essa non sia però la sola in grado di descrivere l’azione delle sedimentazioni e delle stratificazioni sui progetti e sui processi migratori, laddove i primi corrispondono alle scelte degli individui, mentre i secondi alle condizioni entro cui si produce la mobilità.
7Rientrata dall’Alabama iniziai a frequentare un’associazione – l’Arci Thomas Sankara di Messina – che fornisce assistenza legale e una preparazione linguistica alle persone straniere e migranti. Il contesto dal quale adesso osservavo il compiersi delle traiettorie migratorie, storicamente caratterizzato dagli esodi e dalle partenze, era rapidamente diventato uno dei principali centri di approdo delle persone richiedenti asilo, ma anche un luogo destinato all’attraversamento e alla messa in forma di una mobilità circolare dettata dalle implicazioni alle quali, in questo caso, dà vita il nesso tra politiche migratorie e politiche del lavoro.
8A prima vista, l’obiettivo di questo contributo sembrerebbe voler riprendere le fila del discorso imbastito ormai più di vent’anni fa dai teorici della prospettiva transnazionale o di tutti quei processi mediante i quali i migranti collegano le società di origine con quelle di approdo (Glick-Schiller et al. 1992; Basch et al. 1994; Riccio 2014). Il merito di questa prospettiva è stato quello di aver introdotto una visione meno meccanicistica e riduzionista dei movimenti migratori, sganciandosi, tra gli altri, da quel modello che riconduceva tali movimenti a un rigido sistema di push and pull (Lee 1966) e di aver reso più complesso il quadro analitico grazie all’inserimento di osservazioni che riflettevano la capacità intrinseca delle migrazioni di generare legami e relazioni di scambio tra i contesti di partenza, di destinazione e di transito (Riccio 2019). È, però, dagli studi e dagli orientamenti teorici che si sono concentrati sui meccanismi e sulle dinamiche interne ai differenti regimi di mobilità (Glick-Schiller, Salazar 2013) che abbiamo attinto le nostre intuizioni, avendo questi ripensato e ridisegnato le coordinate generali lungo le quali si inscrivono le migrazioni e le esperienze di mobilità. A partire dalla disintegrazione dell’immagine di una società fondamentalmente sedentaria e dall’impossibilità di tracciare uno schema lineare delle traiettorie geografiche e biografiche degli individui, questi studi hanno assecondato la circolarità, l’obliquità e la storicità intrinseche alle migrazioni.
9Imprimendo all’analisi sulle migrazioni un andamento tutt’altro che lineare e meccanico, il progetto conoscitivo della cosiddetta mobility turn (Faist 2013) e, in maniera particolare, le analisi che successivamente a questa svolta hanno posto l’attenzione sulle molteplici articolazioni e traiettorie delineate dalla nozione di mobilità, hanno rimesso in circolazione le tendenze che avevano precedentemente orientato gli studiosi della Scuola di Manchester e l’antropologia marxista (Riccio 2014), a partire dalle quali l’idea di staticità era stata messa radicalmente in discussione dalle reti di rapporti dinamici e conflittuali che all’interno delle ex colonie potevano venirsi a creare. Nel «continuo andare e venire degli individui e nel movimento tra spazi e mondi culturali diversi» (Piselli 1994: 47) si riproduceva una circolarità che non è affatto estranea ai contesti migratori passati e presenti, ma che appare, semmai, come qualcosa di cui ancora oggi non ci si riesce a disfare, a patto che non si vogliano “forzare le migrazioni”. Ciò che intendo dire ha a che vedere con l’opportunità di sganciare il discorso contemporaneo sulle migrazioni da un orizzonte di significati e di rappresentazioni che sembra essersi arrestato alla rigida distinzione tra “migrazioni volontarie” e “migrazioni forzate” (Pastore 2015; Cabot 2019; Bakewell 2021).
10Piuttosto, si tratta di ricollocare tale discorso all’interno di un campo di forze – tanto strutturali quanto individuali (de Haas 2021) – che, dispiegandosi e stratificandosi sui territori, danno vita a mutamenti, ma anche a linee di continuità o a movimenti di circolarità. A contrassegnare le risultanze etnografiche ricavate dall’osservazione dei più recenti movimenti migratori sono immagini come quella di “spettro” o del “continuum” (Erdal, Oeppen 2017; Castles, De Haas, Miller 2014; Fussell 2012) tra le categorie di “forzate” e “volontarie”. Nelle pieghe di tali categorie si situano e si stratificano motivazioni che hanno a che vedere tanto con le spinte del mercato del lavoro (de Haas et al. 2020) quanto con la sfera dell’agency o dei desideri e delle aspirazioni individuali (Carling, Collins 2018) seppur maturati all’interno di un più ampio set di trasformazioni sociali (de Haas 2021). Ciò dimostra:
la necessità di concettualizzare il ruolo degli Stati, delle imprese, dei reclutatori e di vari altri intermediari della migrazione (cfr. Agunias 2009) e delle organizzazioni (come l'UNHCR, l'OIM o le organizzazioni umanitarie (cfr. Olayo-Méndez 2018) nel plasmare attivamente i processi migratori e nel creare modelli migratori del tutto nuovi, invece di ridurli a vincoli che aumentano i costi nei processi migratori che si verificano “naturalmente”. Una piena comprensione del ruolo di questi fattori strutturali della migrazione, quindi, sfida ovviamente la loro riduzione a pochi fattori in un modello teorico matematico o a variabili in un modello di regressione empirica (de Haas 2021: 7 trad. mia).
11Adottare uno sguardo circolare e obliquo sui processi e sui progetti migratori permette, oltretutto, di rivedere la figura dell’e-migrato (Sayad 1999) e di mobilitare altre possibili linee di congiunzione, le quali non si arrestano ai due poli dell’emigrazione – luoghi di partenza e di destinazione – ma si moltiplicano dando vita a nuovi legami, a nuove forme di vita e di relazioni.
12In questo modo, è l’idea di “networks” (Colucci, San Filippo 2009) e non di una rigida “catena” migratoria a dare forma ai contenuti sulle migrazioni, ma soprattutto, per ciò che ci interessa evidenziare in questo contributo, è la capacità degli individui di “fare spazio”: «nel senso di costruire con la propria mobilità degli habitat nuovi, modificare i panorami fisici e culturali inserendo nel paesaggio italiano anche l’impronta di una storia di movimenti» (Colucci, Gallo 2016: 12) a fornirci gli strumenti per una rilettura delle categorie mediante cui siamo soliti inquadrare le diverse esperienze di mobilità. Dalla rilettura di tali categorie emergono degli spunti per chiarire ciò che si affermava poc’anzi, relativamente a una possibile “forzatura delle migrazioni”, alimentata dal fatto che, molto spesso, in questo campo si tende a rendere operative le distinzioni giuridiche anche sul piano empirico. Giovando a stabilire l’inizio o la fine di una precisa “età” o fase delle migrazioni, siffatte categorizzazioni rendono indistinguibili i punti di contatto tra una fase e l’altra e, così facendo, obliterano le forze che agiscono da catalizzatori della mobilità o, viceversa, della immobilità (Salazar, Smart 2011; Bonfanti 2019; Maitilasso 2019). L’esempio della im-mobilità – laddove la funzione del trattino è espressamente quella di richiamare l’attenzione su ciò che unisce queste due esperienze – è da questo punto di vista stringente, poiché esso ci costringe a rivedere il carattere squisitamente spaziale che generalmente viene assegnato alle migrazioni (Degli Uberti 2019; Brux et al. 2018; Shapendonk, Steel 2014) e ad attribuire il giusto valore anche a quelle esperienze che si compiono al di là dello spazio e, più precisamente, attraverso differenti momenti e linee temporali (Andersson 2014; Barber, Lem 2018; Cwerner 2001; Griffiths 2014; Griffiths et al. 2013; Jacobsen et al. 2021; Tsianos et al. 2009) o mediante l’immaginazione (Degli Uberti 2019; Sanò et al. 2024).
13Tradurre le diverse esperienze di im-mobilità in maniera univoca o piegarle su specifiche categorie giuridiche non giova, quindi, a comprendere i meccanismi e le dinamiche che si possono attivare o che possono intervenire nella scelta di emigrare, né aiuta a svelare quel nesso inscindibile tra politiche migratorie e politiche del lavoro, a partire dal quale possiamo, ancora oggi e nonostante le continue trasformazioni in atto, giungere a capire quanto conti quel nesso nelle stratificazioni migratorie. Con l’inizio della cosiddetta “crisi dei rifugiati” – che convenzionalmente si fa risalire al 2015 – il legame tra politiche del lavoro e politiche migratorie si è gradualmente ritratto per far posto a una narrazione dei movimenti e delle esperienze migratorie centrata sul rifugio e sull’emergenza umanitaria. Concretamente tale ritrazione ha sortito l’effetto di manipolare la percezione e il senso comune più generali, consentendo ai governi e alle istituzioni di schiacciare il discorso migratorio sulle politiche umanitarie e sugli sforzi volti a garantire l’“accoglienza” delle persone richiedenti asilo e rifugiate, e quindi di occultare del tutto i meccanismi economici e produttivi che regolano la mobilità o i vantaggi che le migrazioni assicurano all’economia nazionale e alle categorie datoriali (Sivini 2000; Sacchetto 2013). Così, la distinzione tra “migrazioni economiche” e “migrazioni forzate”, presupponendo che le prime non fossero idonee né candidabili alle procedure di ingresso regolare, ha largamente contribuito a realizzare una catena di “paradossi della mobilità”, i quali si caratterizzano indistintamente per l’occultamento degli interessi economici e del nesso tra politiche del lavoro e politiche migratorie. Se prendiamo il caso del sistema di accoglienza per persone richiedenti asilo e rifugiate, il legame tra politiche migratorie e politiche del lavoro si ricompone ogni qualvolta si presenti la necessità di inserire le persone richiedenti asilo all’interno del mercato del lavoro con il duplice obiettivo di capitalizzare il tempo in accoglienza e di mostrare l’avvenuta integrazione degli e delle ospiti agli occhi di chi è chiamato a valutare la loro posizione nella fase di riconoscimento della protezione. Rigettata allorquando costituisce la ragione della partenza e dell’ingresso delle persone migranti, la dimensione lavorativa torna a essere dirimente nella costruzione di una traiettoria di integrazione che possa risultare convincente a coloro i quali sono chiamati a valutare che ad aver spinto il o la richiedente a partire non siano stati motivi di lavoro o la ricerca di lavoro.
14Osservando i percorsi abitativi e lavorativi delle persone precedentemente accolte all’interno del sistema di accoglienza giungiamo a un ulteriore paradosso, prodotto in questo caso dal ripiegamento all’interno di quei settori tradizionalmente attraversati dalla presenza di manodopera migrante, primo tra tutti quello agricolo. Costituendo uno dei settori più sacrificanti e meno attraenti per la manodopera autoctona, la domanda di lavoro nel comparto agricolo continua, di fatto, a determinare e a guidare i percorsi lavorativi e abitativi anche di coloro i quali, diversamente dalle lavoratrici e dai lavoratori migranti giunti prima della cosiddetta “crisi dei rifugiati”, hanno maturato un’esperienza all’interno del sistema di accoglienza. L’investigazione delle traiettorie di mobilità interna intraprese nella fase successiva all’accoglienza consente, allora, di tracciare una continuità tra le esperienze dei “migranti forzati” e quelle dei “migranti economici”. Soprattutto, rende possibile documentare l’attuazione di quel processo di rifugizzazione della manodopera agricola (Dines, Rigo 2015), per mezzo del quale la cornice e le logiche umanitarie trovano piena legittimità anche all’interno di spazi e contesti non deputati all’accoglienza, ma riservati all’organizzazione della forza lavoro.
15L’accelerazione delle anomalie e delle contraddizioni del mercato del lavoro sono state, oggetto di molteplici lavori incentrati sugli effetti della pandemia da Covid19 (Sanò 2022). In questa fase, i paradossi della mobilità sono stati svelati, in primis, dalla mobilitazione di misure finalizzate all’emersione e alla regolarizzazione delle persone migranti allo scopo di garantire il mantenimento e la sopravvivenza di quei settori del mercato del lavoro ritenuti “essenziali”. Indice di una strutturale mancanza di manodopera, l’essenzialità del lavoro non si è però tradotta nel miglioramento delle condizioni materiali di esistenza della forza lavoro impiegata in questi settori (Caruso, Lo Cascio 2021; Caruso, Corrado 2021; Cordova 2021; Dal Zotto et al. 2021; Sanò 2022). I parametri adottati per le procedure di emersione destinate alle persone migranti in attesa di regolarizzazione hanno drasticamente ridotto l’opportunità di accedere a queste misure, determinandone un sostanziale fallimento (Caruso, Lo Cascio 2021, Dal Zotto et al. 2021). A confermare il nesso tra politiche migratorie e politiche del lavoro contribuisce, da ultimo, il progetto pilota denominato “Apertura corridoi lavorativi”. L’utilizzo della formula “corridoi”, mutuata dai progetti finalizzati all’avvio e alla promozione dei “corridoi umanitari” destinati in precedenza alle persone in fuga da conflitti, guerre, carestie e regimi totalitari, desta più di un interesse. In particolare, essa svela quanto sia comune, in questo campo, rendere interscambiabili gli obiettivi e, procedendo in questa direzione, anche le cause che agiscono alla base delle partenze.
16Se sul piano scientifico le considerazioni analiticamente più rilevanti hanno riguardato la decostruzione della categoria di “emergenza” (Agier 2005; Sorgoni 2011; Marchetti 2014; Pinelli 2014, 2015; Turner 2015; Guida 2017; Pitzalis 2018) portando allo scoperto l’inconsistenza delle logiche su cui si regge e che ne orientano le direzioni in termini di accoglienza e rifugio, meno consistenti, anche se con le dovute eccezioni (Erdel, Oeppen 2018; de Haas 2021), sono stati quei lavori che dall’inizio della cosiddetta “crisi dei rifugiati” si sono preoccupati di mettere in luce quanto di familiare vi fosse nel nuovo e, nello specifico, attraverso quali forme e modalità il mercato globale del lavoro continui a incidere sulle esperienze di mobilità interne e internazionali, imprimendo alle migrazioni il segno di una circolarità che, tradotta sotto forma di arrivi, partenze, transiti o ritorni, genera e produce stratificazioni.
- 5 La Fascia Costiera Trasformata è quella porzione di territorio costiero che da Licata (AG) si esten (...)
17Quando iniziai il dottorato di ricerca ero già da qualche tempo alle prese con le attività di volontaria del circolo Arci Thomas Sankara di Messina e collaboravo con le socie anziane dell’associazione alla tutela e supporto legale per i cittadini e le cittadine straniere. Gli effetti e i numeri legati alla cosiddetta “Emergenza Nord-Africa” non erano stati tali da costringerci a trasformare o convertire le nostre consuete attività di tutela e di supporto legale. Con l’inizio del campo di ricerca nella Fascia Costiera Trasformata5, in Provincia di Ragusa – tra la fine del 2012 e l’agosto del 2013 – cominciai a documentare e a osservare le molteplici forme e pratiche di sfruttamento lavorativo dei braccianti agricoli stranieri impiegati nella raccolta di prodotti orticoli coltivati sotto serra. In quegli anni, le comunità di lavoratrici e lavoratori agricoli del distretto agricolo di Ragusa erano composte, in maggioranza, da cittadini e cittadine provenienti dalla Tunisia e dalla Romania. Esistevano delle differenze tra i due gruppi, legate soprattutto al fatto di essere o no cittadini e cittadine comunitari. Concretamente questa differenza avrebbe dovuto tradursi in una maggiore libertà di movimento per le lavoratrici e i lavoratori rumeni e in un accesso facilitato al sistema di welfare e di inclusione socio-lavorativa di questi. Tuttavia, le contraddizioni del mercato del lavoro ostacolavano la manodopera rumena allo stesso modo, se non addirittura in maniera più pervicace, di quella tunisina, costringendola a lunghi periodi di im-mobilità per via della mancanza di pagamenti e dei continui ricatti sul posto di lavoro (Sanò 2018, 2024; Piro, Sanò 2017; Piro 2021). Le condizioni abitative e lavorative della manodopera migrante impiegata nel distretto agricolo della provincia di Ragusa non ricalcavano differenze di status legale, ma semmai riflettevano i piani e i calcoli economici dei datori di lavoro. Ciò, per prima cosa, si traduceva in una minore o maggiore presenza delle e dei braccianti nello spazio pubblico e urbano, dal momento che, come mi capitava spesso di sentir dire ai miei interlocutori: “I rumeni non li vedi, non ci sono in città, se vuoi trovarli devi andare in campagna”.
18Con Valeria, la dottoranda di sociologia con cui ho condiviso buona parte del campo di ricerca tra i braccianti agricoli delle serre di Vittoria, avevamo iniziato a perlustrare le campagne della Fascia Costiera in cerca di lavoratori e lavoratrici rumeni con cui parlare. In città, stazionavamo giornalmente nella cosiddetta “Piazza dei tunisini” – Piazza Manin – perché era lì che si riunivano i lavoratori al termine di una giornata di lavoro o alle prime ore del mattino, quando i datori di lavoro passavano a prenderli per condurli a lavorare a giornata. Al contrario, le lavoratrici e i lavoratori rumeni non possedevano luoghi di ritrovo né abitavano nei centri urbani. Per incontrarli era necessario addentrarsi nelle campagne, lungo i sentieri che conducono alle serre. I datori di lavoro riconducevano queste differenze alla scelta delle e dei braccianti rumeni di abitare in campagna, all’interno di baracche a ridosso delle serre, per non dover sostenere le spese dell’affitto di una casa in città. In realtà, più che di una scelta si trattava dell’unica possibilità abitativa alla quale essi potevano accedere per via dei bassi guadagni. I datori di lavoro facevano dipendere la paga giornaliera delle e dei braccianti stranieri da una serie di fattori, riconducibili al momento dell’arrivo e, quindi, stando ai loro ragionamenti, all’esperienza che avevano maturato nelle operazioni di raccolta dei prodotti orticoli; al genere e alla convinzione che le donne non fossero forti abbastanza da riuscire a raggiungere gli standard di velocità degli uomini; alle condizioni abitative e all’esigenza di pagare o no l’affitto di una casa.
19Qualche tempo prima della fine del nostro campo di ricerca, Valeria e io decidemmo di ricorrere a ogni genere di espediente nel tentativo di riuscire a entrare in contatto con le lavoratrici e i lavoratori rumeni. Uno di questi consistette nell’affiancamento di due operatori, i quali settimanalmente si recavano in campagna con un pulmino messo a disposizione dalla Camera del lavoro di Vittoria per accompagnare le lavoratrici e i lavoratori in città. Nei giri che facevamo in compagnia degli operatori, Valeria e io avevamo avuto modo di conoscere alcune donne. Dopo essere stata lasciata dal compagno, Ada era rimasta a vivere con i suoi figli in una delle centinaia di baracche della Fascia Costiera Trasformata. I due operatori si recavano spesso a farle visita, convinti che sarebbero riusciti a portarla via dalla campagna grazie a un possibile contatto interessato ad assumerla come badante. Tuttavia, Ada non poteva abbandonare l’azienda per cui lavorava e il posto in cui viveva, a ridosso delle serre, lasciando lì i suoi figli. Il datore di lavoro, infatti, avrebbe sicuramente cacciato via anche loro, non appena si fosse reso conto della sua assenza. Quando tornammo a trovarla, per l’ultima volta, la donna aveva deciso di rimanere in campagna poiché la possibilità di mettere a repentaglio l’alloggio in cui viveva con i propri figli la impauriva al punto tale che pose fine al desiderio di cercare un’alternativa al lavoro da bracciante e alla vita di isolamento e di im-mobilità a cui la costringeva la campagna.
20In quello stesso periodo, iniziammo a frequentare un ambulatorio medico per stranieri. Fu lì che entrammo in contatto con Lizica e Pavel: una coppia di lavoratori rumeni. La coppia viveva in un luogo abbastanza isolato, ma in compagnia di altre coppie di lavoratori, ognuna delle quali aveva ricevuto dal datore di lavoro la possibilità di sistemarsi dentro una delle baracche che circondavano l’azienda agricola. Il datore di lavoro non aveva liberamente concesso loro le baracche in cui vivere, ma aveva preventivamente stabilito chi dovesse stare dove, sulla base dei rapporti di fiducia e di conoscenza. Lizica e Pavel ci lasciavano andare a trovarli nella loro baracca e, successivamente, ci consentirono anche di prendere parte alle riunioni e alle cene serali che si consumavano a casa di Camila e Nichita, la coppia che abitava nella baracca più spaziosa. Spesso capitava che il datore di lavoro arrivasse, con la sua auto, al confine della casa dei due. Nichita gli andava incontro e insieme discutevano su alcuni lavori da fare. In altre occasioni, invece, accadeva che Camila rincasasse più tardi degli altri, perché il proprietario della serra le chiedeva di fermarsi a pulire gli uffici dell’azienda. Il privilegio di una casa più grande diventava, nei fatti, l’espressione di un continuo e persistente assoggettamento.
21Una sera Lizica e Pavel ci confidarono che avevano deciso di andare a lavorare presso un’altra azienda. Il nuovo datore di lavoro aveva messo a loro disposizione una baracca, un po’ più grande di quella in cui vivevano attualmente. Avrebbero cominciato a lavorare al rientro dalle vacanze in Romania, alla fine di agosto. Per il momento il datore di lavoro aveva chiesto loro di rimanere a dormire la notte, per controllare che nessuno si intrufolasse nella sua campagna. Lizica e Pavel non avevano fatto parola con nessuno del nuovo lavoro. Solo io e Valeria ne eravamo a conoscenza e, così, al termine di ogni cena li accompagnavamo in segreto nella loro nuova casa. Secondo i loro piani avrebbero comunicato al signor Bartolo, il vecchio datore di lavoro, l’intenzione di voler abbandonare il loro posto di lavoro solo dopo aver riscosso i soldi che questo gli doveva, 2.000 euro circa. La coppia aveva ragione di credere che se glielo avessero comunicato prima egli non avrebbe dato loro neppure un centesimo. Durante il giorno Pavel lavorava insieme alle altre coppie di colleghi alla raccolta del pomodoro, mentre Lizica, per via di un’ernia che le impediva di fare sforzi, rimaneva a casa a preparare i pacchi per il trasloco. Anche se nessuno ne faceva parola, era chiaro a tutti che i due stessero tramando qualcosa. Tuttavia, Lizica e Pavel non potevano permettersi di mandare in fumo i loro piani, rivelando agli altri il loro segreto. La paura che qualcuno avesse potuto dire qualcosa al signor Bartolo era certamente superiore ai sentimenti di amicizia e di affetto che li legavano alle altre coppie di braccianti. L’impossibilità di sfuggire dalle dipendenze del datore di lavoro per le ragioni che sono state riportate svela, quindi, l’inganno che si nasconde dietro le retoriche e le rappresentazioni promosse dai produttori locali, secondo i quali le donne e gli uomini rumeni sceglierebbero di vivere nelle baracche di campagna per mera convenienza.
22Soprattutto, l’im-mobilità della manodopera rumena rivela come nel contesto economico e lavorativo del settore agricolo a condizioni giuridiche e di mobilità meno vincolanti – come per esempio quelle delle cittadine e dei cittadini comunitari – non corrispondono automaticamente condizioni lavorative e di vita meno problematiche o penose. A dispetto di ciò che generalmente si pensa relativamente al legame tra status legale, background migratorio e mobilità, le traiettorie operate dal mercato del lavoro seguono schemi che il più delle volte trascendono le etichette, rendendo del tutto inefficaci le categorie e le distinzioni giuridiche adottate per distinguere e catalogare gli arrivi e i motivi degli ingressi.
23Il naufragio del 3 ottobre 2013 ha velocemente mutato gli assetti e l’immaginario comune, configurandosi come una vera e propria cesura nella storia delle migrazioni contemporanee. Come noi del circolo Arci Thomas Sankara, tutti coloro i quali si erano occupati di migrazione sino a quel momento dovettero presto fare i conti con una realtà che si stava trasformando e con dei territori che gradualmente si stavano prestando a cambiare volto per intercettare gli interessi e le richieste delle Prefetture e del Ministero degli Interni in materia di “ospitalità e accoglienza”, attraverso la realizzazione di una vera e propria “filiera”: composta da piccoli e grandi centri da destinare alle cosiddette “prima” e “seconda” accoglienza delle persone rifugiate e richiedenti asilo giunte nelle città di approdo e poi, successivamente, trasferite in altri territori (Altin, Sanò 2017). Mentre tutti questi cambiamenti prendevano velocemente forma, io mi dividevo tra le attività del Circolo – che dal 2014 iniziava ufficialmente la sua attività di collaborazione legale con una cooperativa incaricata di gestire la seconda accoglienza – e la scrittura della tesi dottorale sullo sfruttamento della manodopera agricola migrante. Se concretamente le cose stavano mutando su molti fronti, il lavoro di tesi mi teneva ancora fortemente e ufficialmente ancorata al mondo delle cosiddette “migrazioni economiche e di lavoro”. Quella condizione mi permetteva di non lasciarmi completamente travolgere dalle novità e, soprattutto, dalla percezione che le migrazioni fossero d’un tratto cambiate e ci stessero, adesso, parlando con un nuovo e inedito linguaggio.
- 6 Con questo acronimo venivano identificati sino al 2018 i centri di seconda accoglienza per richiede (...)
24Con la fine del dottorato, nel 2014 iniziai a lavorare a tempo pieno come operatrice legale all’interno di quei centri di seconda accoglienza che sino al 2018 portavano il nome di Sprar6. In quegli anni, il ruolo di operatrice legale, impegnata a preparare i e le richiedenti asilo all’audizione presso la Commissione territoriale incaricata di valutare, accogliere o rigettare le istanze di protezione internazionale, mi aiutò a guadagnarmi la fiducia delle persone che risiedevano nei centri ma, soprattutto, a comprendere l’insufficienza di alcuni modelli teorico-interpretativi e a sentire l’urgenza di ripensare le immagini e i contenuti tradizionalmente accostati alle cosiddette “migrazioni forzate”. L’opportunità di “preparare” i e le richiedenti asilo per l’audizione mi fece ben presto capire quanto fosse complicato e irragionevole delineare con precisione “le ragioni della partenza”, giacché, per la verità, non si trattava mai di una ragione indipendente, ma di una concatenazione di motivazioni, le quali potevano sorgere anche durante il viaggio, subito dopo la partenza (Colucci, Gallo 2009; Erdal, Oeppen 2028).
- 7 Progetto “Dis-conosciuti”, finanziato dalla Fondazione Demarchi di Trento.
25Dopo quattro anni, nel 2018, per ragioni di opportunità lavorative decisi di spostarmi dalla Sicilia e di raggiungere la città di Trento, dove avrei iniziato a studiare i percorsi e le traiettorie di coloro i quali erano stati espulsi o rifiutati dal sistema di accoglienza trentino7. A dispetto delle narrazioni e delle rappresentazioni che circolavano sul funzionamento del “modello trentino”, in quel contesto erano assai frequenti i casi di allontanamento dei e delle richiedenti asilo dalle strutture, così come ricorrenti erano i casi di abbandono o di mancata presa in carico, dovuta principalmente al fatto che la linea di confine del Brennero, a differenza della rotta del Mediterraneo, veniva quotidianamente varcata da persone che avevano già fatto domanda di asilo in altri paesi e, quindi, risultavano “Dublinati” o, come spesso accadeva, da chi non rientrava nelle quote degli arrivi via mare e, per questa ragione, veniva semplicemente bollato come “fuori quota” (Sanò, Della Puppa 2021). La maggior parte delle persone “dis-conosciute” era finita a vivere per strada, sotto i ponti dell’Adige o nei quartieri periferici della città di Trento (Sanò et al. 2021). La mancanza di accoglienza faceva sì che essi rimanessero in attesa dei documenti anche per molti mesi e, di fatto, ciò si traduceva nell’ im-mobilità forzata dei loro percorsi e traiettorie di vita.
26Originariamente il progetto di ricerca avrebbe dovuto indagare i casi in cui ai e alle richiedenti asilo era stata notificata una istanza di rigetto o di diniego dalla Commissione Territoriale o dal tribunale. Nonostante le indicazioni e gli obiettivi progettuali, le conversazioni con le mie coinquiline – due operatrici dell’accoglienza – e con i loro e le loro colleghe di lavoro, mi avevano, per così dire, guidata e orientata verso altre direzioni. Grazie ad alcuni contatti con la rete anti-razzista locale e, in particolare, con Serena, un’insegnante di italiano per stranieri, iniziai a valutare la possibilità di osservare quali altre possibili forme e implicazioni potesse assumere il “dis-conoscimento”. Benché dal punto di vista legale non fossero molti i casi di diniego, tuttavia, in quel contesto mi sembrava di poter riconoscere una ampia gamma di dinieghi, in primo luogo sociali. Così decisi di invertire la rotta della mia ricerca e di mettermi sulle tracce di chi, indipendentemente dal fatto che ne avesse il diritto, veniva lasciato fuori dall’accoglienza. Serena e io incontravamo queste persone negli orari serali, quando “rincasavano” sotto i ponti lungo l’Adige o, ancora, quando esse riprendevano il possesso di quelle piazze e spazi cittadini, lasciati vuoti dagli abitanti del posto. Qualcuna delle persone che incontrai in quei mesi faceva la spola tra la strada e i dormitori, ma difficilmente aveva preso in considerazione l’idea di spostarsi in un’altra città. Diabatè, un uomo maliano di circa trent’anni che da diverso tempo viveva per strada, mi disse che l’idea di trasferirsi non lo aveva mai veramente sfiorato perché, trovandosi in un’altra città, egli non avrebbe saputo dove andare a lavarsi, dove mangiare e, soprattutto, dove dormire senza la preoccupazione di essere svegliato all’improvviso dai rumori o, peggio, dalle forze dell’ordine. Al di là di micro-spostamenti all’interno dello spazio cittadino, i quali servivano loro a ridisegnare la catena di rapporti e di relazioni tra i servizi a bassa soglia della città, nella maggior parte dei casi, la mobilità di queste persone veniva ostacolata e osteggiata dalla mancanza di presa in carico delle istituzioni locali.
27Al contrario, per chi aveva avuto la fortuna di entrare nel circuito dell’accoglienza, ma soprattutto di uscirne indenne, senza – cioè – la macchia di un richiamo ufficiale, il “modello trentino” aveva previsto la possibilità di una “terza accoglienza”. Concretamente, si trattava di alloggi messi a disposizione per coloro i quali, terminata l’accoglienza, erano riusciti a entrare nel mercato del lavoro locale e potevano permettersi l’affitto di una stanza, da soli o in condivisione. Quando Carlo, un operatore di un centro di accoglienza, mi raccontò dell’iniziativa, sulle prime mi parve utile e virtuosa, soprattutto se paragonata al destino verso cui avevo visto andare incontro le persone fuoriuscite dal sistema di accoglienza siciliano. Tuttavia, ancora una volta mi ritrovai a fare i conti con un’esperienza dai contorni paradossali, poiché ciò che si presentava ai miei occhi era, per un verso, la totale assenza di iniziative e misure volte alla presa in carico dei e delle richiedenti asilo giunti in città attraverso la rotta del Brennero e, per un altro, la proliferazione di centri e di strutture pensate per lavoratori fuoriusciti dal sistema di accoglienza. A colpirmi non era solo l’irragionevole differenza di trattamento ma, prima di tutto, il fatto che le iniziative pensate per i lavoratori fossero state programmate sulla base del modello dell’accoglienza; quasi a voler dire che malgrado essi avessero ufficialmente smesso di incarnare la figura del richiedente asilo per vestire, adesso, i panni del lavoratore povero e mal pagato, tuttavia, non potevano permettersi di sperare in un trattamento che non fosse, in qualche modo, paragonabile a “un’accoglienza senza fine”. La mancanza di soluzioni alternative, come la possibilità di affittare autonomamente una casa e di uscire definitivamente dagli ingranaggi della macchina dell’accoglienza o dai processi di “campizzazione” (Declich, Pitzalis 2021), si configurava, dal mio punto di vista, come l’espressione più evidente della catena di paradossi che costellano la mobilità internazionale e interna delle persone migranti.
28Sulla scorta del concetto di stratificazioni – per come abbiamo sin qui interpretato tale nozione e, cioè, come quel movimento che tende a sussumere le diverse esperienze di mobilità e non a distinguerle né a classificarle – si direbbe che nel fare spazio ai lavoratori e nel mettere al bando i e le richiedenti asilo le tendenze, gli orientamenti e i regolamenti del “modello trentino” svelino tutta l’inconsistenza delle distinzioni e delle logiche “umanitarie”. Soprattutto, essi ci spingono a interrogarci sulle griglie analitiche e sui modelli interpretativi più tradizionali e a valutare l’opportunità di un ribaltamento, poiché innescati dal nesso tra politiche migratorie e politiche del lavoro, i progetti di (non)accoglienza forniscono chiavi di lettura efficaci sulla permeabilità dei confini e, come in questo caso, delle distinzioni tra “migrazioni economiche e di lavoro” e “migrazioni forzate”.
29L’interesse per la fase del “post-accoglienza” era sorto in concomitanza all’esperienza di ricerca in trentino ma, soprattutto, grazie ad alcuni riscontri etnografici che quella circostanza mi aveva concesso di mettere a fuoco. Alla convinzione che i percorsi e le traiettorie delle persone migranti si compiessero regolarmente da Sud verso Nord, facevano da contraltare i discorsi degli operatori dell’accoglienza e le traiettorie di mobilità intraprese da diversi richiedenti asilo fuoriusciti dal sistema. Trovandomi per la prima volta dalla parte opposta della sponda del Mediterraneo centrale, lungo la rotta del Brennero, ebbi l’opportunità di tracciare uno schema di spostamenti che, per così dire, vanificavano l’ideale di una migrazione lineare e progressiva. Di fatto, tra le persone che avevano terminato il loro percorso in accoglienza non tutte erano riuscite a entrare nel mercato del lavoro locale e, così, erano state costrette a dirigersi e a ripiegare là dove la domanda di manodopera migrante risultava più consistente e massiccia, nel settore agricolo soprattutto.
- 8 Progetto “Dopo l’accoglienza. Nuove reti sociali, soluzioni abitative e lavoro tra i migranti in Si (...)
30Carlo, l’operatore che a Trento mi aveva istruita sul funzionamento della cosiddetta “terza accoglienza”, in quell’occasione mi disse anche che, nonostante ciò, molte delle persone che aveva seguito si erano dirette a Sud, perché: «Qui, a Trento, c’è meno lavoro, ma più diritti». Implicitamente Carlo attribuiva la decisione di spostarsi a Sud alla presenza di più lavoro nero o grigio. Per la verità, ciò che sfuggiva ai ragionamenti degli operatori che, dopo tutto, consideravano insensata la scelta dei e delle richiedenti asilo di spostarsi verso Sud, consisteva proprio in quella impossibilità di accedere al piano locale dell’economia e del mercato del lavoro: garantito unicamente a chi era riuscito a entrare nel sistema di accoglienza e vi era anche rimasto sino alla fine avendo, quindi, dimostrato di “meritarselo” o ai lavoratori che stagionalmente venivano assunti dai proprietari di aziende agricole, prevalentemente provenienti dell’Est-Europa. Le limitate condizioni di accesso al mercato del lavoro locale, facevano sì che tra le persone fuoriuscite dall’accoglienza in molte si decidessero a raggiungere i centri produttivi del Sud Italia. In effetti, quando iniziai a occuparmi di “post-accoglienza”8, in Sicilia e in Calabria, mi resi immediatamente conto di quanto, soprattutto il settore agricolo, rappresentasse per i “nuovi arrivati” – sarebbe a dirsi, per coloro i quali si erano stabiliti in Sicilia e Calabria dopo aver vissuto per un periodo di tempo nel Nord Italia – una delle poche opportunità di inserimento lavorativo, sebbene non così stabile. Così, anche le mie traiettorie di ricerca, iniziate con i lavoratori e le lavoratrici agricole della Fascia Costiera Trasformata, avevano dovuto piegarsi alle necessità che si presentavano nella vita degli e delle ex richiedenti asilo ed erano, per così dire, ritornate al punto di partenza. A Rosarno, in Calabria, così come a Campobello di Mazara, in provincia di Trapani, la maggior parte delle persone con cui ero entrata in contatto mi aveva raccontato di aver trascorso lunghi periodi all’interno del sistema di accoglienza ma che, una volta fuori, qualunque fosse stata la motivazione dell’allontanamento, aveva dovuto accontentarsi di una sistemazione all’interno di uno dei ghetti o dei campi allestiti per organizzare la forza lavoro migrante. Entrambi i contesti sono noti per la presenza “stagionale” di braccianti migranti e, infatti, per lungo tempo, negli studi sul lavoro agricolo migrante, l’elemento della stagionalità è stato dirimente: poiché attraverso di esso si potevano contrassegnare e tracciare le traiettorie lavorative e abitative dei e delle migranti.
31Tuttavia, con il graduale sgretolamento dei diritti riconosciuti alle persone migranti e con il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro della manodopera, entrambi frutto di politiche migratorie sempre più restrittive e criminalizzanti, la “stagionalità” produttiva ha smesso di esercitare quel potere attrattivo che poteva essere rintracciato in particolari periodi dell’anno. L’opportunità di lavorare nel settore agricolo non è però attribuibile unicamente alle condizioni strutturali del mercato del lavoro, ma coincide anche con il venir meno delle possibilità di accesso nel mercato immobiliare. Omar, un ex bracciante della Piana di Gioia Tauro ora mediatore linguistico culturale per la Questura, durante un’intervista mi ha raccontato che il problema maggiore è quello di trovare una casa.
Omar: A noi (africani) qua non ci affittano casa. Avere la residenza è molto difficile. Allora dove vanno? Alla tendopoli c’è una cosa che hanno inventato quelli della CGIL per cui ti dicono che sei residente lì e ti fanno il rinnovo di sei mesi. Quelli dei permessi umanitari hanno questo problema della residenza.
Int: Chi vive nella tendopoli?
O: Nella tendopoli ci sono quelli che sono in attesa, anche quelli che hanno la protezione umanitaria
Int: e gli altri dove sono?
O: E gli altri sono nei casolari, non si sa. Per questo noi li chiamiamo gli invisibili.
(Omar, ex bracciante, Polistena, gennaio 2020)
32Durante una conversazione con alcuni operatori e sindacalisti impegnati nella Piana di Gioia Tauro sui cambiamenti avvenuti nei dieci anni successivi agli episodi di razzismo e di violenza passati agli onori della cronaca come i “fatti di Rosarno”, questi mi hanno raccontato di come questo territorio fosse andato incontro a una “de-stagionalizzazione” delle presenze. Indipendentemente dal periodo dell’anno e di raccolta, questo contesto è nei fatti divenuto per molte persone un luogo di transito, di attesa e di ritorni.
Puccio: Però molti venivano, e molti ancora vengono, a San Ferdinando non per lavorare, ma solo per rinnovare il permesso. Quindi nella composizione delle persone che stavano nella baraccopoli, bisogna considerare anche questa fetta: titolari di protezione che non venivano a lavorare, ma venivano solo per rinnovare il permesso.
Giuseppe: Noi abbiamo avuto diverse persone che si rivolgevano a noi, magari ritornavano qui per rinnovare il permesso o nei periodi dove non sapevano dove sbattere la testa venivano qui, ripassavano da qui, con nostro sconcerto, nonostante la nostra proposta di posti dove trascorrere un po’ di tempo, limitato ma in progetti in cui poter dormire la sera, loro preferivano andare alla baraccopoli, questo finché c’è stata la baraccopoli. Perché comunque la baraccopoli è una cosa ben diversa dalla tendopoli. Nel senso che in parte è un ghetto che deriva dalla segregazione politica, sociale, economica, però ha degli elementi di invenzione, di autonomia.
Int: la preferivano anche ai progetti?
G: nella baraccopoli c’è una vita economica, commerciale, pure culturale
Roberto: ma pure sto fatto qua dei progetti… perché comunque è stata fatta molta confusione rispetto alle persone che quando hanno smontato il ghetto, rifiutavano di andare nei progetti. Bisogna chiarirlo bene questo aspetto! C’è gente che sta in Italia da 15 anni e che ha fatto il percorso di accoglienza. Allora, questa cosa purtroppo in Italia non è ben chiara. Perché con il terrorismo psicologico che è stato fatto su questi migranti che vivono sulle spalle dello Stato, si ha la convinzione, anche i media spesso fanno questa confusione, che i migranti vivono a vita nei progetti d’accoglienza. Invece i migranti stessi che dicono? “Io quando finisco il mio percorso all’interno del progetto di accoglienza, voglio farmi la mia vita! Quindi tu non mi dire che mi togli dalla baraccopoli per mandarmi in un progetto sul cucuzzolo della montagna perché ormai ho creato le mie relazioni, la mia vita, il mio lavoro, mi sposto da Rosarno a Foggia a Saluzzo, faccio il mio percorso!” Perché l’anno scorso è successa sta cosa, che anche la Questura diceva: “ah ma loro rifiutano di andare nei progetti!” e allora gli si spiegava: “ma guardate che è folle quello che voi state facendo, ancora sei mesi (in un progetto), ma a fare cosa?”
33Gli elementi forniti dai miei interlocutori ritraggono un sistema dal sembiante di Idra, il mostro leggendario le cui teste, una volta tagliate, ricrescono sempre. A fronte dell’autonomia e della capacità di inserimento nel tessuto sociale dei lavoratori e delle lavoratrici migranti, le politiche migratorie e del lavoro continuano a immaginare il sistema di accoglienza come l’unico mezzo in grado di risolvere l’informalità e la marginalità abitativa. Tuttavia, sappiamo bene che in questo meccanismo di riproduzione senza fine del sistema di accoglienza non è la dimensione strutturale a contare, ma le logiche umanitarie. Ciò significa che anche le tendopoli destinate alla manodopera ricalcano l’organizzazione e il controllo generalmente impiegati all’interno del sistema di accoglienza classicamente inteso. Ed è per questo che, come suggeriscono gli operatori, molto spesso gli accampamenti informali vengono di gran lunga preferiti alle altre possibili soluzioni. Con non poca ironia, si potrebbe sostenere che ciò che si realizza nelle campagne non è dissimile da una particolare forma di “terza accoglienza”.
34Mediante la restituzione delle traiettorie di ricerca che hanno informato le analisi sulle esperienze di mobilità degli individui con cui sono entrata in contatto negli ultimi dieci anni, si è voluto, così, dar conto delle stratificazioni che tali esperienze producono. Come si è detto, tra i compiti di questa nozione non vi è solo quello di descrivere le forme di gerarchizzazione tra e delle soggettività migranti, bensì anche quello di esprimere anche in che modo le traiettorie di mobilità – dettate dagli interessi economici nazionali o spinte dall’esigenza degli individui di “fare spazio” – diano concretamente luogo a una combinazione di esperienze che, secondo la “legge” dell’accumulazione, complicano e ispessiscono la nozione di mobilità. Tale ispessimento è stato posto sotto la lente di ingrandimento della circolarità, la quale va però situata su tre differenti livelli. Il primo livello di circolarità è quello che descrive l’osservatrice mettendosi sulle tracce delle traiettorie lavorative e biografiche delle persone migranti: dai primi passi nelle serre del ragusano, passando per l’accoglienza trentina, essa fa ritorno nelle campagne del sud Italia. Il secondo livello è quello espresso dalle traiettorie e dai progetti migratori degli individui, i quali nell’atto di “farsi spazio” in alcune circostanze ritornano nei luoghi di arrivo per via delle maggiori opportunità di inserimento lavorativo e abitativo, sebbene decisamente precarie. Il terzo livello è quello che realizzano i processi migratori – cioè a dire le politiche – che nel tentativo di organizzare la manodopera migrante tornano a impiegare i dispositivi e le logiche dell’accoglienza, producendo come si è tentato di spiegare un’“accoglienza senza fine”. Tale circolarità e, con essa, le implicazioni cui dà luogo il nesso tra politiche migratorie e del lavoro, suggeriscono di ripensare, allora, i confini delle categorie impiegate per dare un ordine alle differenti esperienze di mobilità e quanto essi siano, in realtà, permeabili.