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Miscellanea

Italiani in catene in Nuova Caledonia. La memoria del bagne in un Paese dell’Oceania insulare

Italians in chains. The bagne memory in New Caledonia
Cristina Bessone

Abstract

Obiettivo di questo articolo è fornire un primo contributo di ricerca sulla presenza di italiani nelle strutture penali della Nuova Caledonia e sul loro ruolo nella storia coloniale di questo Paese oceaniano. Dopo aver introdotto l’importanza del bagno penale nel processo di popolamento operato dalla Francia nella seconda metà del XIX secolo, vengono illustrate le modalità attraverso cui una parte dei detenuti divenne colono. Vengono quindi analizzate le “tipologie” di italiani condannati nel bagne caledone (detenuti per reati comuni, militari giudicati dai Consigli di guerra, prigionieri politici) e vengono presentate alcune specifiche figure di detenuti-coloni di origine italiana. La parte conclusiva si occupa del processo di patrimonializzazione della colonia penale e del recupero di memoria della storia dei bagnards, a lungo occultata a livello pubblico; si tratta di un processo che si inserisce appieno nell’arena politica della decolonizzazione.

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Testo integrale

Introduzione1

  • 1 Ringrazio i revisori anonimi e la redazione della rivista per l’attenta lettura e i preziosi commen (...)
  • 2 Le cifre generali della colonia penale qui riportate sono presenti in Barbançon 2020 e Merle 2020. (...)

1Il bagne (bagno penale) è stato una delle strategie di colonizzazione adottate dalla Francia nella seconda metà Ottocento in Nuova Caledonia e ha costituito, almeno nei primi decenni, il principale strumento di popolamento della nuova colonia. Avviato nel 1864, appena undici anni dopo la presa di possesso, il bagne restò in vigore fino al 1931 e vide l’arrivo in Nuova Caledonia di circa 30.000 detenuti e 1.700 sorveglianti militari e funzionari dell’amministrazione penitenziaria; una parte di questi detenuti, stimata in 725 persone, era di origini italiane2. La colonizzazione libera stentò a partire e ancora nel 1877 i reclusi nella colonia penale rappresentavano i 2/3 di tutti gli europei presenti sul territorio.

  • 3 In precedenza, avevo svolto un primo periodo di ricerca (luglio-agosto 2022) presso le strutture de (...)
  • 4 Archives Nationales d’Outre-Mer (ANOM): un apposito fondo contiene informazioni giudiziarie sulla g (...)

2Nel 2023 ho avviato una ricerca di antropologia storica, con quattro mesi di campo in Nuova Caledonia, da fine luglio a novembre3: ho raccolto documenti e dati presso gli Archives de la Nouvelle-Calédonie e l’Institut de la Statistique et des Études Économiques di Nouméa, li ho confrontati con le schede dei detenuti presenti negli Archives Nationales d’Outre-Mer di Aix-en-Provence4, cercando, in queste raccolte documentarie prettamente coloniali, di «reperire tracce di voci dissonanti e […] di provare a dissotterrare silenzi» (Sorgoni, Viazzo 2010: 341); ho utilizzato l’osservazione partecipante, frequentando l’associazione Témoignagne d’Un Passé e l’Amicale des Italiens; ho incontrato e intervistato, perlopiù in lingua francese, una trentina di donne e uomini caledoni, la maggior parte con origini italiane, e raccolto le loro storie di vita; ho visitato i resti degli edifici carcerari a Nouville, Fort Teremba, Prony, Île des Pins e discusso con i curatori di tali siti storici; mi sono confrontata con storici e antropologi caledoni e francesi, che da diversi anni lavorano su queste tematiche.

3Quello che presento qui sono i primi risultati di una ricerca, che dovrà indubbiamente essere approfondita con altri soggiorni di campo. Dopo aver contestualizzato da un punto di vista storico l’istituzione della colonia penale e le ragioni alla base della sua realizzazione, il mio obiettivo è analizzare la presenza di italiani/e nella colonia penale caledone, partendo da un’attenta verifica dei documenti raccolti e dall’etnografia con le famiglie dei discendenti, così da ricostruirne storie e percorsi, andando al di là dei dati quantitativi indicati da Barbançon. In alcuni casi si trattava di italiani emigrati in Francia e condannati dai tribunali civili, in altri casi di arruolati nell’esercito francese e condannati dalle Corti militari; in altri casi, ancora, erano detenuti politici, puniti per la loro partecipazione alla Comune di Parigi. Non ho individuato la presenza di italiane tra le recluse del bagne, ma alcune significative figure femminili emergono tra le mogli e le figlie dei detenuti. Presento inoltre la storia “esemplare” di un bagnard, Luigi Paladini.

4Un secondo obiettivo dell’articolo è esaminare il recupero pubblico di memoria, avviato recentemente in Nuova Caledonia dai discendenti dei detenuti, anche italiani, e la patrimonializzazione dei beni culturali materiali e immateriali legati al bagno penale (siti storici, genealogie, documenti cartacei e iconografici). Dopo la chiusura del bagne nel 1931, il ricordo della colonia penale venne infatti a lungo occultato dai caledoni e dalle caledoni, che cercarono di dimenticare il loro passato o comunque lo relegarono nell’intimità famigliare; parlare in pubblico della storia dei bagnards divenne un tabu. Nella parte conclusiva di questo articolo analizzo come lo scoppio di una violenta rivolta a Nouméa il 13 maggio 2024 abbia significativamente toccato il tema della rivalorizzazione e patrimonializzazione legata alla colonizzazione penale e libera della Nuova Caledonia e mi interrogo sulla relazione tra conflitto, lotta anticoloniale, contrapposizioni etnico-comunitarie e memoria.

Perché un bagne in Nuova Caledonia?

  • 5 La Nuova Caledonia comprende un’isola principale denominata Grande Terre (16.360 km2, circa il dopp (...)
  • 6 Per uno sguardo d’insieme sull’organizzazione sociale e politica delle società kanak si vedano Leen (...)
  • 7 L’ultimo Censimento del 2019 ha attestato 271.407 abitanti: il 41,2% si sono dichiarati kanak, il 2 (...)

5Collocata tra il Tropico del Capricorno e l’Equatore e distante poco più di 1500 chilometri dalla costa australiana, la Nuova Caledonia è un arcipelago melanesiano5 abitato da circa 3.000 anni da popoli di lingua austronesiana, orticoltori (taro e igname principalmente) e pescatori; i kanak sono il peuple premier dell’arcipelago. Caratterizzata già in epoca precoloniale da un «plurilinguismo egualitario» (Haudricourt 1961: 9; Moyse-Faurie 2012: 75), privo cioè di una lingua dominante, la società kanak ha mantenuto 29 lingue autoctone, mentre il francese ha assunto il ruolo di lingua franca. L’organizzazione politica tradizionale è tuttora attiva, per quanto profondamente trasformata dall’incontro coloniale, ed è centrata su una complessa rete di chefferies6. Attualmente la Nuova Caledonia è un Paese d’Oltremare a sovranità condivisa franco-caledone, retto dall’Accordo di Nouméa siglato nel 1998 dallo Stato francese, dagli Indipendentisti e dai Non Indipendentisti. Si tratta di un Paese multiculturale7, i matrimoni misti sono frequenti, il meticciato è diffuso, ma la polarizzazione etnica emerge in alcune situazioni sociali, politiche e culturali.

6Fu l’inglese James Cook il primo europeo a individuare la Nuova Caledonia il 4 settembre 1774. Egli fece scalo a Balade, nel nord-est della Grande Terre e incontrò alcuni nativi, che vennero da lui presentati come «robusti, attivi, ben fatti, civili e pacifici» (Merle 2020: 36). Il secondo europeo a visitare l’isola viene in genere indicato nell’ammiraglio francese Antoine Bruni d’Entrecasteaux, inviato dall’Assemblea costituente alla ricerca della spedizione scientifica di Jean-François de La Pérouse, il quale era svanito nel nulla al largo delle Vanuatu nel 1788 (Douglas 2018). Arrivò nel 1793 a Balade, trovando un territorio in preda a una guerra civile, con case bruciate, piante di cocco tagliate e teste umane infilzate sopra pali, come trofei; descrisse gli autoctoni come crudeli e il paese come povero di risorse. L’archeologo Christophe Sand ritiene che la crisi sociale e politica autoctona riportata da d’Entrecasteaux fosse legata al passaggio delle navi europee, che già alla fine del Settecento avrebbero causato una serie di epidemie, ripetutesi più volte nel corso dell’Ottocento; egli calcola che la popolazione dell’isola passò dai circa 100.000 abitanti ipotizzati nel 1825 ai 17.000 censiti all’inizio del 1900, con un calo del 83% (Sand 2023).

7Tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento, cercatori di legno di sandalo (Shineberg 2014) e mercanti di oloturie, missionari protestanti inglesi della London Missionary Society in competizione con i missionari cattolici francesi della Società di Maria, spedizioni scientifiche e militari inglesi e francesi toccarono a più riprese questo arcipelago dell’Oceano Pacifico. A partire dal 1843 fu attiva a Balade una missione cattolica della Società di Maria (Soulard 2022), dove giunse, il 19 gennaio 1847, la nave francese Arche d’Alliance, allestita per portare aiuto ai missionari. A bordo vi era, tra gli altri, il Sottosegretario del Regno di Sardegna Giuseppe Sala, che è il primo italiano accertato a giungere in Nuova Caledonia; il viaggio del funzionario sabaudo fu all’origine della collezione di oggetti kanak e oceaniani del Museo di Antropologia ed Etnografia dell’Università di Torino (MAET) (Zirpoli 2022). Come ha sottolineato la storica Isabelle Merle in Expériences coloniales, «I missionari [cattolici] formano l’avanguardia di un movimento di penetrazione e servono da pretesto alla Marina militare per giustificare i grandi viaggi di protezione e di rifornimento» (2020: 45).

8L’arcipelago divenne ufficialmente francese il 24 settembre 1853; la notizia giunse in Francia nel febbraio 1854 e di lì a poco, il 30 maggio 1854, venne adottata la legge che regolamentava il trasporto dei detenuti e il regime dei lavori forzati, dando avvio a un progetto di popolamento della nuova colonia francese basato anche sul bagno penale (Barbançon 2003). Le colonie penali consentivano non solo di allontanare dalla madrepatria condannati considerati pericolosi e indesiderabili, ma anche di mettere in atto, attraverso l’imposizione dei lavori forzati, una forma di punizione alternativa al carcere e che tendesse a una sorta di riabilitazione: il detenuto imparava la fatica del lavoro quotidiano, da eseguire con abilità e rispettando gli ordini. Fin dall’inizio dell’epoca moderna, a fianco di quello che potremmo chiamare “modo di produzione schiavista” esisteva un “modo di produzione basato sui bagnards” in numerosi Stati e imperi, quali Portogallo, Spagna, Impero asburgico, Francia, Russia, Regno Unito, Paesi Bassi e Cina, conformemente a una «circolazione globale delle idee di punizione e di riabilitazione» (Anderson 2022: 8). Le colonie penali, oltre che a essere un efficace sistema di estrazione delle risorse e di produzione, erano anche un utile strumento di colonizzazione e di popolamento, dal momento che veniva consentito ai detenuti e agli ex detenuti, obbligati a rimanere nel nuovo territorio, di costituire delle famiglie o di operare ricongiungimenti famigliari dalla madrepatria (Anderson 2022).

9In Oceania, l’Impero britannico avviò nel 1788 la colonia penale australiana di Botany Bay (Reid 2007). L’Impero francese di Napoleone III aprì in Nuova Caledonia una colonia penale, con i primi 250 detenuti che arrivarono sull’Île Nou il 9 maggio 1864, a bordo della fregata Iphigénie. L’apertura del bagno penale costituì un vero e proprio «atto fondativo della colonia» (Merle 2020: 57), poiché diede impulso al popolamento del territorio, attraverso un’esperienza di emigrazione forzata; a questa spedizione seguirono infatti altri 75 convogli dalla Francia, fino al 1897. L’Île Nou era prospicente la baia di Nouméa (dove c’era una base militare francese) ed era stata utilizzata come base commerciale dall’inglese James Paddon, che vendette l’isola all’amministrazione penitenziaria francese (Shineberg 2014). In pochi anni venne lì costruita una vera e propria cittadella carceraria, con le baracche dei detenuti, i laboratori e i campi di lavoro, le celle di punizione, un piccolo molo di approdo, le case del comandante e dei sorveglianti, una cisterna per l’acqua piovana, una cappella. Nell’ottobre 2023 ho partecipato a una visita guidata ai resti della colonia penale di Nouville (l’Île Nou ha ora tale nome), effettuata dalla giovane direttrice del Musée du bagne, Adele Simon. Molte delle strutture del bagno penale sono visibili ancor ora e sono state recentemente restaurate; alcune sono state trasformate in uffici e in aule dell’Université de la Nouvelle-Calédonie, che è stata trasferita dieci anni fa a Nouville: quella che era l’isola dei forzati, ora è la sede degli studenti universitari caledoni.

  • 8 La schiavitù venne abolita dalla Francia in tutte le sue colonie nel 1848.

10Uno degli incontri più interessanti che ho fatto frequentando gli Archives de la Nouvelle-Calédonie di Nouméa è stato, nel settembre 2023, quello con lo storico Louis-José Barbançon. Caledone di nascita, con quattro antenati bagnards nell’albero genealogico, ha dedicato gran parte delle sue ricerche ad analizzare il sistema del bagno penale della Nuova Caledonia. Nella sua poderosa opera Le Mémorial du bagne calédonien, Barbançon sottolinea che la colonia penale costruì innanzitutto sé stessa (decine di carceri di grandi e piccole dimensioni in diverse parti dell’arcipelago), poi fu imprenditrice di lavori pubblici (strade, piazze, ferrovie, porti, ponti, edifici, chiese, acquedotti e bonifiche) e fu produttrice di beni (laboratori e fattorie penitenziarie, in cui detenuti ed ex detenuti fabbricavano oggetti, allevavano bovini e cavalli e coltivano prodotti agricoli). Il bagne, insomma, funzionò come fornitore di manodopera gratuita o semigratuita per la colonia caledone, come indicava le legge del 30 maggio 1854, art. 2: «I condannati saranno impiegati nei lavori più duri della colonizzazione e in altri lavori di utilità pubblica» (in Barbançon 2020: 544). Costoro vennero utilizzati dall’amministrazione coloniale, e dagli imprenditori che la affiancavano, per risolvere il problema di dover far funzionare una colonia senza ricorrere alla tratta degli schiavi8.

11Molti dei detenuti liberati dovettero rimanere a lungo nella colonia, se non addirittura fino alla morte, come imponeva l’art. 4 della legge del 1854:

Ogni individuo condannato a meno di otto anni di lavori forzati sarà tenuto, una volta espiata la propria pena, a risiedere nella colonia per un periodo di tempo uguale alla durata della loro condanna [il cosiddetto raddoppio della pena]. Se la pena è di otto anni, egli sarà tenuto a risiedervi per tutta la vita (in Ibidem: 23).

  • 9 Nel 78% dei casi la pena superava la fatidica soglia degli 8 anni, per cui c’era l’esilio a vita (M (...)
  • 10 Il Code de l’Indigénat stabiliva i doveri degli “indigeni” e ne limitava i diritti. I kanak erano s (...)

12Insomma, i bagnards inviati in Nuova Caledonia effettuavano un viaggio che spesso era senza ritorno9 ed erano «condannati a diventare coloni» (Merle 2020: 203), su terre sottratte alla popolazione kanak, che intanto venne allontanata dalle fertili zone costiere e poi costretta a vivere in riserve e a rispettare le regole di confinamento e di segregazione imposte dal Code de l’Indigénat10, promulgato nel 1887 (Merle, Muckle 2019). Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento venne espropriata ai kanak un’enorme estensione di terra, circa 260.000 ettari, che fu suddivisa in lotti, assegnati ai coloni europei, di origine libera o forzata.

13A fine Ottocento il sistema penale della Nuova Caledonia entrò in crisi. Nel 1890 le fattorie penitenziarie vennero chiuse, a seguito delle proteste degli imprenditori liberi, che le accusavano di concorrenza sleale. Nel 1897 venne sospeso il trasporto di detenuti dalla Francia e i convogli furono deviati verso la Guyana francese. Il nuovo governatore della Nuova Caledonia, Paul Feillet, fu uno dei sostenitori di questo provvedimento, necessario per «chiudere il rubinetto dell’acqua sporca», a favore di un popolamento «sano e onesto» (in Merle 2020: 371 e sg.), che stentava a decollare. Dopo la sospensione dei convogli, la colonia penale in Nuova Caledonia restò in parte attiva fino al 1931, perché vi erano ancora molti detenuti che dovevano terminare la pena e perché vi furono nuovi condannati da recludere: piccoli e grandi criminali del territorio, i ribelli del Tonchino del 1913 e coloro che presero parte alla grande rivolta kanak del 1917.

Italiani nella colonia penale

14La colonia penale caledone fu un «bagne cosmopolita» (Barbançon 2020: 27), poiché nelle liste dei circa 30.000 detenuti vi furono, oltre ai francesi, numerose persone di altre nazionalità. Una parte cospicua dei condannati stranieri provenivano dalle colonie francesi: per lo più dall’Algeria (1.702 individui) e, con numeri decisamente più ridotti, dalla Tunisia, dal Marocco, dal Tonchino, dalla Réunion e dalla Polinesia. Un’altra parte proveniva da altri Paesi europei: circa 300 dal Belgio, altrettanti dalla Spagna e numeri più ridotti dalla Germania e dalla Svizzera; gli italiani erano 725, ovvero più di un terzo degli stranieri di origine europea.

15Una pluralità di leggi distingueva i condannati in tre grandi categorie: i transportés, i relégués e i déportés. La categoria più numerosa era costituita dai transportés: 21.523 uomini e 200 donne, tra i quali figuravano la gran parte dei detenuti italiani. Dall’analisi dei documenti presenti negli archivi pubblici e privati e sulla scorta delle interviste effettuate con le famiglie dei discendenti, ho constatato che i transportés di origine italiana erano in gran parte migranti trasferitisi in Francia, in Corsica e nelle colonie francesi, per lavori stagionali o di lunga durata, da soli o con la famiglia. Provenivano dai diversi Stati preunitari, che caratterizzavano la penisola e le isole italiane e, una volta terminato il loro contratto, si trovavano spesso senza un reddito. Coinvolti in reati di varia natura, quali l’aggressione, il furto, l’incendio, la falsificazione di monete, l’attentato al “pudore” e l’omicidio, vennero condannati dalle Corti d’Assise e, dopo un breve periodo trascorso nelle carceri o nei bagni portuali francesi, furono imbarcati alla volta della Nuova Caledonia. Una piccola parte dei transportés erano militari italiani arruolatisi nell’esercito francese e condannati dai Consigli di guerra per atti di insubordinazione. Scorrendo, ad esempio, l’elenco dei detenuti presenti sull’Iphigénie, il primo dei 76 convogli, si notano alcuni cognomi italiani, quali Bonardo, Mattei, Orsini e Paladini (figura che approfondirò nel prossimo paragrafo), condannati per reati comuni, e Luzzi, Cuco (storpiatura di Cucco), Aondi e Dellamore, ex-militari.

  • 11 È ciò che è emerso dalla consultazione delle schede dei detenuti presenti negli Archives Nationales (...)

16Molti di loro non sapevano leggere e scrivere o lo facevano stentatamente11 e parecchi, con tutta probabilità, non parlavano l’italiano, ma le diverse lingue regionali; in Francia e in prigionia impararono il francese o l’argot dei carcerati. La prevalenza dei dialetti e la scarsa conoscenza dell’italiano è una delle ragioni per cui in Nuova Caledonia non si formò una vera e propria comunità italiana. I condannati da deportare vennero scelti, in primo luogo, non tanto in base al tipo di crimini commessi, ma sulla base del lavoro dichiarato al momento dell’arresto, che doveva essere funzionale a una colonia tutta da costruire (tagliatori di pietre, muratori, carpentieri sono alcuni dei mestieri che ho trovato tra i detenuti italiani). In secondo luogo, si decise di inviare in Nuova Caledonia, almeno nei primi sette anni, solo condannati originari della métropole o di “razza bianca”, seguendo il modello dell’Australia “bianca”; i detenuti algerini e vietnamiti vennero inviati fino al 1871 in Guyana francese, dove dal 1852 era attivo un sistema carcerario (Merle 2020; Barbançon 2020).

  • 12 Nella colonia penale caledone il 31% dei detenuti morì durante il periodo detentivo; un quinto di c (...)
  • 13 A una parte di ex detenuti o di detenuti a fine pena vennero concessi lotti di terra, che in parecc (...)
  • 14 La percentuale di ex-detenuti che riesce a costituire un qualunque legame di tipo famigliare (mogli (...)

17Quasi un terzo dei transportés della colonia penale caledone non sopravvisse alle durissime condizioni dei lavori forzati, caratterizzati da fatiche debilitanti, ferrea disciplina, violenze e punizioni corporali, fame e umiliazioni; coloro che riuscirono a terminare la pena, ne uscirono spesso debilitati fisicamente e psicologicamente12. Una volta liberati, non poterono ritornare in patria, poiché era loro impedito dal tipo di condanna o per la mancanza di mezzi economici e pertanto restarono nella colonia, lavorando come manovali, braccianti, domestici o errando come vagabondi. Una piccola parte di loro ebbe accesso alla terra13; molti non riuscirono a costituire un qualunque legame di tipo famigliare e morirono senza lasciare figli14. Ho rilevato che i bagnards italiani che ebbero una discendenza (e i cui cognomi sono ancora presenti tra la popolazione caledone) formarono per lo più convivenze/matrimoni misti ed ebbero figli con «femmes indigènes», con ex-detenute francesi, con figlie di altri bagnards (di varia nazionalità); ho individuato un solo caso di ricongiungimento famigliare (con moglie e figli che arrivano dall’Italia) e un solo caso di matrimonio con una colona francese libera.

  • 15 La memorialistica prodotta dai déportés fa emergere le condizioni degradanti, le punizioni corporal (...)

18Una seconda categoria di detenuti era formata dai relégués, i delinquenti con recidiva, anch’essi condannati ai lavori forzati: 3.738 uomini e 457 donne, che vennero reclusi nelle colonie penali di Prony e dell’Île des Pins, senza possibilità di far ritorno in patria; al momento non ho trovato italiani in questa categoria. La terza categoria era composta dai déportés, i condannati per reati di natura politica, che vennero condotti sull’Île des Pins o nella penisola di Ducos15. Si trattò di 3.965 communards, di cui 20 donne, esiliati dal governo conservatore della Terza Repubblica francese per aver partecipato alla Comune di Parigi del 1871 (Bullard 2000). Tra i déportés vi furono anche alcune centinaia di Arabs, accusati di aver partecipato alle rivolte nel Magreb, quali la ribellione dei Cabili del 1871 (Barbançon, Sand 2013). Mentre i communards ottennero l’amnistia nel 1879 e quasi tutti tornarono in Francia, gli Arabs vennero amnistiati nel 1895 e una parte restò in Nuova Caledonia.

19Tra i prigionieri politici deportati in Nuova Caledonia vi sono alcune figure molto interessanti di italiani. Anche grazie alle indicazioni di Michel Soulard - storico ed esperto di letteratura, caledone d’adozione, che ho conosciuto all’Université de la Nouvelle-Calédonie nell’agosto del 2023 - ho individuato sulle liste della nave Tage e della nave Danae Amilcare Cipriani e Adolfo Alfonso Assi, che dopo essere stati compagni di Garibaldi in Italia, si trasferirono in Francia e parteciparono alla Comune di Parigi del 1871; deportati in Nuova Caledonia, lasciarono entrambi il territorio dopo l’amnistia.

20Nella biblioteca centrale dell’Université de la Nouvelle-Calédonie ho trovato alcune notizie su un altro communard di origine italiana, Charles Malato, figura di spicco dei movimenti anarchici francesi di fine Ottocento. Il nonno paterno di Charles era il conte Malato, comandante delle truppe di Ferdinando II, re delle Due Sicilie. Il padre Antonio era di idee politiche ben diverse: prese parte ai moti del 1848 in Italia e poi si rifugiò in Francia, dove partecipò alle sollevazioni del 1851 e, insieme alla moglie francese, alla Comune di Parigi del 1871. Antonio Malato venne condannato alla deportazione in Nuova Caledonia e la moglie decise di seguirlo: i coniugi partirono a bordo della nave Var dal porto di Brest nel 1875, insieme il loro figlio Charles, appena diciassettenne, il quale trascorse la sua giovinezza nella colonia penale. Durante il periodo dell’esilio, Charles Malato entrò in contatto con la scrittrice anarchica Louise Michel, con cui condivise l’interesse per la cultura e il mondo kanak, e fu tra i pochi europei a prendere in considerazione le motivazioni dei kanak durante la grande rivolta del 1878. Rientrato in Francia a seguito dell’amnistia, Malato collaborò all’opera di Louise Michel Légendes et chants de gestes canaques: avec dessins et vocabulaire, pubblicata a Parigi nel 1885; in essa compare il racconto kanak Le rat et le poulpe, raccolto dallo stesso Malato (Rétat 2019, Delanné 2021). Eddy Banaré, docente dell’Université de la Nouvelle-Calédonie ed esperto in letterature francofone, ha dedicato all’esperienza caledone di Charles Malato alcune pagine nel saggio Les récits du nickel en Nouvelle-Calédonie (2012), in cui analizza il racconto autobiografico Prison fin de siècle, pubblicato da Malato con lo scrittore Ernest Gegout, a Parigi nel 1891. In tale racconto viene criticata la politica coloniale negli Oltremare:

Tutte le nostre colonie sono focolai di intrighi e di intrallazzi, la Nuova Caledonia forse più di ogni altra, e in questo Paese dove le classi dirigenti nutrono il più profondo disprezzo per i trasportati e i selvaggi, che sono in un certo senso tenuti fuori dall’umanità, si dà il caso che i selvaggi e i trasportati costituiscano ancora l'elemento meno corrotto (in Banaré 2012: 153).

21Banaré, nel suo saggio, ha posto l’accento su un aspetto particolare dell’opera di Michel, Malato e Gegout:

La letteratura della colonia è nata con il bagne e con i deportati […], che hanno portato avanti una narrazione diversa da quella degli esploratori e dei navigatori. […] Tenuto conto del passato e dell’impegno politico dei loro autori, queste narrazioni sono tra le prime a tentare di porre domande sul fatto coloniale (2012: 16).

Una storia “esemplare”: Luigi Paladini

22Partendo dalle mie ricerche etnografiche sui discendenti, vorrei ora soffermarmi su un caso specifico. Uno dei primi bagnard italiani su cui ho avuto informazioni è stato Luigi Paladini, giovane toscano giunto in catene a l’Île Nou nel 1864. A parlarmi di Luigi Paladini è stato a Nouméa il suo bis-nipote, Jean-Pierre Paladini (71 anni). Nell’agosto 2022 Jean-Pierre Paladini aveva messo in scena, insieme con altri componenti dell’associazione Témoignage d’Un Passé, una pièce teatrale in cui lui impersonava un bagnard, che raccontava la propria vita fatta di catene, fatiche e percosse. Al termine della breve rappresentazione, Jean-Pierre, che in scena era vestito con la casacca e i pantaloni chiari in stoffa grezza, tipica dei detenuti, si era levato il cappello di paglia e si era presentato al pubblico come il discendente di Luigi Paladini, il bagnard che lui stesso aveva interpretato; aveva spiegato di aver scoperto solo una quindicina di anni prima che il proprio antenato era una bagnard, giunto in Nuova Caledonia in catene.

  • 16 Fino agli anni ’60 dell’Ottocento la maggior parte dei Comuni della penisola e delle isole italiane (...)
  • 17 Ho svolto con Jean-Pierre Paladini a Nouméa interviste approfondite e raccolta di storie di vita il (...)

23Quando nell’agosto 2023 sono tornata in Nuova Caledonia, ho contattato Jean-Pierre per attuare quello che considero il primo atto di restituzione o condivisione della mia ricerca verso quel territorio. Avevo portato con me una copia dell’atto di battesimo del 1834 di Luigi Paladini, conservato presso la parrocchia di Minucciano (Lucca), vergato a mano dal rettore della parrocchia; nel latino ecclesiastico dell’epoca Luigi veniva chiamato Aloisius16. L’ho consegnata a Jean-Pierre, che mi ha ringraziato per quel “grande dono” e l’ha condivisa con gli altri membri della famiglia. Ho cercato di comprendere meglio la storia di Luigi Paladini consultando le fonti bibliografiche, la sua scheda giudiziaria presente negli Archives nationales d’Outre-mer ad Aix-en-Provence, i documenti ritrovati negli archivi italiani e negli Archives de la Nouvelle-Calédonie di Nouméa, ma soprattutto parlando, in francese, con il suo bisnipote, che mi ha fornito non pochi ricordi e documenti di famiglia17.

24Luigi Paladini arrivò in Nuova Caledonia a 29 anni, a bordo dell’Iphigénie, l’8 maggio 1864. Era nato il 15 ottobre 1834 a Gorfigliano, piccola frazione di Minucciano in Garfagnana. Ancor adolescente era emigrato con la famiglia in Corsica e lì nel 1863 venne coinvolto in una violenta rissa, conclusasi in modo cruento. La Corte d’Assise di Bastia, il 9 maggio 1863, lo condannò a 15 anni di lavori forzati per aver avere ucciso volontariamente una persona e averne ferita un’altra, con un coltello. Paladini venne trasferito nel bagno penale del porto di Toulon il 1° giugno 1863. La sua scheda giudiziaria riportava in maniera dettagliata una serie di caratteristiche fisiche e comportamentali: era alto 1 metro e 67 centimetri, aveva i capelli e le sopracciglia marrone scuro, era celibe, sapeva leggere e scrivere la lingua italiana in maniera imperfetta, era di religione cattolica, non aveva precedenti penali. La fedina penale precisava, inoltre, che non aveva avuto problemi di condotta durante la detenzione del bagne portuale e che la professione da lui esercitata, prima dell’arresto, era quello del tagliatore di pietre, un mestiere assai richiesto nella neo-colonia caledone; il suo comportamento in carcere faceva presupporre che avrebbe tollerato il lungo viaggio nelle celle di una nave. Questi furono probabilmente i motivi principali per cui il Prefetto marittimo di Toulon, il 2 gennaio 1864, decise che egli fosse “staccato dalla catena” e venisse imbarcato sull’Iphigénie, il giorno precedente la partenza della fregata.

25Dopo aver scontato in Nuova Caledonia 13 anni ai lavori forzati, Luigi Paladini ebbe una riduzione di pena e venne scarcerato nel 1875, con obbligo di rimanere sul territorio. Iniziò a coltivare i terreni dei padri maristi vicini al Mont-Dore, nella baia orientale di Nouméa, producendo frutta e ortaggi, che portava in vendita a Nouméa ed è lì che incontrò la sua futura moglie, Philomène Lorieux. La vicenda di Luigi Paladini viene considerata come «una delle più belle riuscite, dal punto di vista sociale, della colonizzazione penale» (Barbançon 2020: 419). In effetti sua moglie era una francese colta, che aveva studiato a Londra ed era arrivata in Nuova Caledonia come istitutrice e che non esitò a sposarsi con un ex-detenuto, cosa rara per una donna libera; dalla coppia nacquero undici figli, dei quali cinque vissero solo poche settimane. Luigi ottenne una concessione a Païta, nei pressi del centro penitenziario, e lavorò come allevatore e macellaio; infine aprì a Païta l’Hotel Paladini, rilevando una precedente attività alberghiera. Nel 1905 Luigi compì un viaggio in Europa con alcuni dei suoi figli, recandosi Francia, in Corsica e in Italia da uomo libero, per fare visita ai parenti; morì in Nuova Caledonia nel 1909, a 75 anni.

26Jean-Pierre Paladini, suo nipote, ha la passione della genealogia: l’ho incrociato più volte agli Archives de la Nouvelle-Calédonie, intento ad analizzare documenti cartacei e fotografie. Mi ha mostrato con orgoglio l’albero genealogico della sua famiglia caledone, da lui stesso realizzato con le ramificazioni delle quattro generazioni. Presentandomi nel dettaglio la mappa genealogica, si è soffermato a parlarmi di alcuni dei figli del bisnonno - la seconda generazione Paladini - che alla nascita erano tutti di nazionalità italiana; solo negli anni ’20 del Novecento vennero “naturalizzati” francesi. Jean-Pierre mi ha parlato di Candide, la figlia di Luigi nata nel 1881, poi coniugata Koch e divenuta istitutrice come la madre (a Candide venne intitolata una scuola nel quartiere Vallée des Colons di Nouméa); di René, nato nel 1895 e partito volontario per il fronte francese della Prima guerra mondiale, dove morì nel 1918. Infine, si è soffermato a raccontarmi di suo nonno Isidore, il settimo figlio di Luigi, che nacque nel 1888 e fu commerciante e imprenditore a Païta.

  • 18 Gli engagés erano i lavoratori assunti con contratti capestro, che li costringevano in condizioni d (...)

27Tra i componenti della seconda generazione Paladini, mi ha colpito particolarmente la vita di Florindo, nato nel 1883. Insieme alle sorelle maggiori Justine e Candide, Florindo venne inviato per quattro anni in Normandia per ricevere un’educazione “alla francese” e proseguì poi per sei anni i suoi studi a Parigi, dove frequentò corsi di antropologia e entrò in contatto con gruppi anarchici. Venne riportato in Nuova Caledonia dal padre, contrario alle sue amicizie politiche, e poco tempo dopo emigrò in Australia, dove fino al 1912 insegnò Lingua francese all’Università di Sydney. Rientrato in Nuova Caledonia, si interessò alla politica locale e nel 1922 venne eletto membro del Consiglio generale della colonia, di cui fece parte fino al 1940. Nel 1941 creò a Nouméa l’Associazione degli amici dell’URSS e nel 1946 fondò, insieme con Jeanne Tunica y Casas, il Partito Comunista Caledone, che si proponeva di difendere e di unificare le rivendicazioni sociali e politiche dei kanak con quelle dei migranti vietnamiti engagés18 in Nuova Caledonia; i due fondatori consideravano la decolonizzazione come uno degli strumenti della rivoluzione internazionale (Bougeot, Caprais 2017, Estournes 1998).

La memoria che ritorna

28Le vicende di Luigi Paladini e il recupero di memoria attuato dal nipote Jean-Pierre sono “esemplari” rispetto a vicende politiche e culturali che interessano oggi l’arcipelago. L’idea di realizzare una ricerca di dottorato sulla colonia penale caledone, con particolare attenzione alla presenza di italiani tra i reclusi, mi è stata in effetti suggerita dal campo.

  • 19 “La Notte degli Illuminati del bagne”, con evidente rimando al lume “illuministico” della ragione, (...)

29Un evento che ha contribuito a farmi comprendere quanto l’esigenza di un recupero della memoria fosse presente nella società caledone è stato una rievocazione storica realizzata nel settembre 2023 dall’associazione Témoignage d’Un Passé nel sito storico del penitenziario di Nouville. In quella serata, intitolata La Nuit des Illuminés du bagne19, una ventina di volontari dell’associazione, alla luce delle torce e vestiti con la casacca chiara e il cappello di paglia tipici dei bagnards, con le gonne lunghe e i fazzoletti in testa delle donne “trasportate”, con le divise dei sorveglianti militari, mettevano in scena tratti del loro passato. Il profumo della soupe del detenuto, “piatto tipico” distribuito agli spettatori, si diffondeva un po’ ovunque. La storia penale è stata a lungo percepita nelle famiglie caledoni come un’onta di cui vergognarsi, una macchia da nascondere. La mia ricerca di antropologia storica si propone di guardare dal presente verso il passato coloniale e penale della Nuova Caledonia e, al tempo stesso, di osservare come oggi i caledoni affrontano le relazioni con il proprio passato e come questo passato influisca sul modo con cui essi vivono il loro presente e immaginano il loro futuro. L’obiettivo è di valorizzare la circolarità dei processi socioculturali, combinando l’etnografia, la storia orale e la ricerca d’archivio, nel tentativo di «far emergere la mentalità del tempo, quell’universo di significati spesso banali e impliciti che fa da sfondo alle azioni e alle intenzioni di particolari soggetti storici» (Bellagamba 2000: 102).

  • 20 Oltre ai testi di Barbançon e di Merle, che analizzo di seguito, ricordo Estournes 1998, Fougère 20 (...)

30In Nuova Caledonia è in atto, negli ultimi venticinque anni, un processo di recupero della memoria del bagne, che è stato avviato da una serie di ricerche, articoli e saggi, i quali hanno portato il tema all’attenzione del mondo accademico e dell’opinione pubblica; un argomento che è strettamente intrecciato con le questioni politiche dell’autonomia, dell’indipendenza e del destino comune di coloro che vivono nel Paese e a cui è importante dedicare un breve accenno, prima di tornare alla questione dei bagnards italiani20. Nel 1992 apparve un saggio dal titolo significativo Le pays du Non-Dit. Regards sur la Nouvelle-Calédonie, ovvero il Paese del “non detto”, di ciò che si tiene nascosto, scritto da Louis-Josè Barbançon; nel 1995 venne pubblicato Expériences coloniales. La Nouvelle-Calédonie (1853-1920) di Isabelle Merle. Entrambi i testi erano dedicati alle «vittime della colonizzazione»: i kanak da un lato, privati delle terre e rinchiusi in riserve, e i bagnards dall’altra, costretti a una miserabile vita. I due volumi, che vennero pubblicati Francia e incontrarono inizialmente non poche resistenze a essere diffusi in Nuova Caledonia, sottolineavano la necessità di una presa di coscienza del passato per poter comprendere la complessità del contemporaneo mondo caledone. Nell’Introduzione alla seconda edizione del suo libro, uscita nel 2020, Merle rifletteva sul fatto che prima degli Événements - la guerra civile che tra il 1984 e il 1988 contrappose duramente i movimenti indipendentisti e quelli lealisti in Nuova Caledonia - il passato coloniale non veniva affrontato; gli scontri, e gli atti di pacificazione che ne seguirono, «liberarono la parola e la memoria kanak» e condussero, un decennio dopo, a un «risveglio della memoria» anche tra gli altri caledoni (Merle 2020: 16-18).

  • 21 Nella Place de la Paix (Piazza della pace), che si trova su un lato della grande Place de cocotier, (...)
  • 22 Articoli 1, 2 e 3 del Preambolo dell’Accordo di Nouméa.

31Dopo quattro anni di guerra civile, l’Accordo di Matignon del 1988 segnò in effetti l’inizio di una riconciliazione tra i kanak e i “bianchi” della Nuova Caledonia, sancita dalla poignée de main, la stretta di mano tra Jean-Marie Tjibaou, leader del Fronte di Liberazione Nazionale Kanak e Socialista (FLNKS), e Jacques Lafleur, leader anti-indipendentista21. Nonostante l’assassinio di Tjibaou il 5 maggio 1989, il processo di pace proseguì fino a giungere all’Accordo di Nouméa del 1998, che avviò un complesso processo di decolonizzazione, tuttora incompiuto, creando un Paese a sovranità condivisa franco-caledone. L’Accordo di Nouméa era basato su tre principi: il riconoscimento della storia coloniale, cioè l’annessione indebita nel 1853 di un Paese già abitato; il riconoscimento dell’esistenza di un popolo kanak definito peuple premier; infine, il riconoscimento da parte dei kanak del diritto delle altre comunità, che condividono “un passato di sofferenze”, di vivere in Nuova Caledonia per costruire insieme un “destino comune”22. L’Accordo di Nouméa venne siglato il 5 maggio 1998, lo stesso giorno in cui fu inaugurato il Centro culturale Jean-Marie Tjibaou progettato da Renzo Piano, destinato a valorizzazione il patrimonio e la creatività culturale del popolo indigeno.

32Anche le altre comunità della Nuova Caledonia si muovevano intanto sulla via della valorizzazione patrimoniale. L’apertura, a partire dai primi anni duemila, del Musée du bagne di Nouville, del Musée de Fort Teremba nell’ex penitenziario vicino a La Foa, dell’Écomusée du café all’interno dell’antica piantagione di Voh e, successivamente, del Musée rurale di Païta (alla cui inaugurazione ho partecipato nel settembre del 2023), ha sostanziato un processo di patrimonializzazione e favorito il recupero di una memoria storica più inclusiva, che comprendeva forzati, deportati politici, kanak, engagés dei paesi asiatici, coloni liberi giunti dai vari Paesi dell’Europa e del Pacifico. La valorizzazione del patrimonio dei siti legati alla colonia penale e, più in generale, alla colonizzazione è stata infatti accompagnata dal tentativo di costruire una narrazione condivisa del passato. Temi come la convivenza tra galeotti e kanak, prima del Code de l’Indigénat del 1887, la collaborazione tra lavoratori di origini diverse e la riflessione sulle “communautés de souffrance” hanno costituito una parte importante della rivalutazione della storia della Nuova Caledonia.

  • 23 In Nuova Caledonia si distingue tra la ville, la città di Nouméa, e la brousse, che comprende tutto (...)
  • 24 Per identificare i caledoni di origine europea, discendenti dei coloni liberi o dei bagnards, è sta (...)

33I discendenti dei bagnards italiani non sono estranei a questo recupero memoriale. Nell’ottobre 2023 ho conosciuto a un pranzo informale Bernard Berger (67 anni), che è uno dei più noti scrittori e disegnatori caledoni, autore della fortunata serie di fumetti La Brousse en folie23; pubblicati tra il 1983 e il 2011, i suoi album hanno avuto una larghissima diffusione in Nuova Caledonia. Il protagonista degli album è il caldoche24 Tonton Marcel, lo zio Marcel, prototipo del broussard. Nel creare il personaggio di Tonton Marcel, Bernard Berger si era ispirato allo zio materno Marcel Donati, quando ancora non conosceva bene la storia della propria famiglia. Mi ha raccontato, in francese:

  • 25 Colloquio con Bernard Berger del 19 ottobre 2023, Nouméa.

Ho scoperto di discendere da un bagnard italiano di nome Bartolomeo Donati, originario di Bergamo, solo una ventina di anni fa. Avevo partecipato al funerale di mio nonno Louis e, tra cugini, ci eravamo chiesti da dove provenisse il nonno o il bisnonno e come fossero giunti in Nuova Caledonia. Nessuno lo sapeva. Ho posto questa domanda a mia madre, che mi ha risposto dicendo che ‘di certe cose non bisogna parlare’. È nato in me il desiderio di conoscere, di capire, sono andato a frugare tra le carte di famiglia e a cercare informazioni tra i miei amici storici. Ho così scoperto che il bisnonno Bartolomeo era emigrato in Francia come manovale; nel 1893 venne condannato per contraffazione di monete e inviato ai lavori forzati in Nuova Caledonia25.

34Un altro caso interessante è quello di Cristoforo Gastaldi, migrante originario di Peveragno (provincia di Cuneo) che giunse in catene nel penitenziario dell’Île Nou nel 1867. Una volta liberato, Cristoforo venne raggiunto in Nuova Caledonia dalla moglie Maria Margherita Barale e dai due figli: uno dei rari casi di ricongiungimento famigliare. Gastaldi è attualmente uno dei cognomi più diffusi in Nuova Caledonia e alla grande cousinade (riunione dei cugini) tenutasi a Bourail nel 2018 si sono ritrovati 420 caledoni; alcuni di essi tre anni prima avevano compiuto un viaggio in Piemonte, sulle tracce del loro antenato. Nell’ottobre 2023 ho avuto modo di intervistare Roger Gastaldi (67 anni), che era presidente dell’associazione sportiva “Va’a” (la canoa tradizionale polinesiana) di Nouméa e che girava per la città con un adesivo della bandiera italiana sul cofano della sua auto.

  • 26 La mostra Hommage aux familles calédoniennes (tra cui alcune di origini bagnards) presentava fotogr (...)

35La riscoperta della memoria della colonia penale accumuna ora molti caledoni: sui giornali e telegiornali locali si è parlato spesso di famiglie caledoni discendenti da bagnards, che hanno fatto souche (ceppo) nel territorio; vi sono state mostre, come quella esposta per alcune settimane sul recinto esterno del Municipio di Nouméa nell’ottobre 202326; i musei dedicati al bagne, come quelli citati più sopra, vengono frequentati da scolaresche, popolazione locale e sono animati da associazioni che organizzano eventi di rievocazione storica (non solo a Nouville, ma anche a Fort Teremba); la storia del bagne è entrata nei programmi scolastici del Paese. L’8 maggio 2024 si è tenuta presso il Sito storico del bagne di Nouville, in occasione dei 160 anni dall’arrivo del primo convoglio di forzati, la “Giornata dei discendenti”, che ha permesso di raccogliere e di scambiare informazioni tra le famiglie, che rivendicavano di appartenere alla quarta, quinta o anche sesta generazione, e gli storici caledoni Evelyn Henriot, Robert Zoller e Louis-José Barbançon; si è trattato di una vera e propria liberazione dei ricordi e della parola.

Conclusione: la rivolta e il destino della memoria

  • 27 In Nuova Caledonia alle elezioni presidenziali e legislative hanno diritto di voto tutti i cittadin (...)

36Il 13 maggio 2024 le parole d’ordine del vivre ensemble e del destin commun sono entrate in crisi in Nuova Caledonia. Se nei giorni precedenti le strade di Nouméa erano state invase da marce pacifiche, il 13 maggio è scoppiata una violenta rivolta anticoloniale, contro il “tradimento” dell’Accordo di Nouméa: i rivoltosi hanno accusato il progetto di “disgelo” del corpo elettorale caledone27, in discussione all’Assemblea nazionale a Parigi, di pratica neocoloniale. In tutta Nouméa ci sono stati incendi, scontri tra polizia e manifestanti ed è stato imposto il coprifuoco.

  • 28 Per Grand Nouméa si intende la conurbazione che comprende, oltre al capoluogo Nouméa, anche le citt (...)

37Il 15 maggio il “disgelo” è stato approvato dall’Assemblea nazionale ed è esploso il caos: sono stati devastati da incendi e da saccheggi centinaia di negozi e supermercati, autovetture, stazioni di servizio, aziende, strutture dei siti minerari, ma anche sedi municipali, scuole, biblioteche e case private; la gran parte delle strade sono state bloccate dalle barricate dei rivoltosi; alcuni quartieri di Nouméa si sono chiusi a riccio, con barricate costruite dai residenti per “autodifendersi” da eventuali attacchi; nel Camp Est, il penitenziario ancora attivo a Nouville, ci sono state alcune ribellioni. Una fitta coltre di fumo nero ha ricoperto la Grand Nouméa28; scuole, Università e uffici pubblici sono stati chiusi, gli aeroporti e i collegamenti marittimi sono stati bloccati.

  • 29 Per una ricostruzione degli émeutes della recente rivolta si rimanda alla pagina: https://la1ere.fr (...)
  • 30 “Deportati” è l’espressione che è stata usata dai manifestanti indipendentisti contro il trasferime (...)

38Il 16 maggio il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron ha decretato lo stato d’emergenza, che ha comportato provvedimenti drastici per alcune settimane: vietati gli assembramenti, limitate e sospese alcune libertà, permesse le perquisizioni anche senza l’autorizzazione di un giudice, inviati rinforzi di Polizia ed Esercito, bloccato TikTok, posti agli arresti domiciliari i capi della CCAT (Cellule de Coordination des Actions de Terrain), un movimento militante indipendentista legato al Partito dell’Union Calédonienne e accusato di essere il braccio organizzativo della rivolta. A metà giugno si contavano nove morti, tra cui sei kanak, due gendarmi, un caledone di origine europea, e centinaia di feriti; i danni economici sono stati calcolati in due miliardi di euro (su un prodotto interno lordo annuo di dieci miliardi di euro), 800 le imprese distrutte, con una crescita esponenziale della disoccupazione29. Il 23 giugno, una settimana prima delle elezioni legislative francesi, sette militanti della CCAT sono stati arrestati e trasferiti in Francia (“deportati”, secondo molti30) e questo ha provocato una nuova sollevazione, con incendi che hanno colpito anche una parte del patrimonio storico. Sono stati attaccati e distrutti la Casa-museo coloniale Lacourt di Fonwhary, sede dell’antica colonia agricola penale e risalente all’inizio del Novecento; il Musée rural di Païta; un deposito di oggetti storici di Témoignage d’Un Passé nei pressi Ducos. È stato in parte distrutto, nei pressi di La Foa, anche il Mausoleo di Ataï, che conteneva le reliquie del capo kanak, che guidò la rivolta del 1878, e i nomi dei coloni uccisi in quell’occasione; sono andate in fumo le chiese cattoliche di Saint-Louis, Île des Pins, Touho e Poindimié.

  • 31 Telefonata da Nouméa del 17 maggio 2024.

39«Vedrai, Cristina, quando tornerai a Nouméa: molto della Nuova Caledonia che hai conosciuto non esiste più», mi ha detto al telefono uno degli studiosi conosciuti l’anno prima a Nouméa, il quale non faceva riferimento solo alla situazione materiale del territorio, ma anche a quella sociale e culturale31.

40In questo quadro di rinnovata contrapposizione tra un “noi” e un “loro”, di nuove polarizzazioni su basi etniche, sociali e culturali, c’è da interrogarsi sul destino del “patrimonio condiviso”; c’è da chiedersi se la memoria della colonia penale tornerà di nuovo a nascondersi nell’intimo delle famiglie e se i luoghi del bagne e dei bagnards, patrimonializzati, ridiventeranno arene “vive” di contrapposizione. I ventisei anni trascorsi dall’Accordo di Nouméa sono stati caratterizzati da tensioni e conflitti con lo Stato e tra le diverse comunità che compongono il Paese. La distruzione di parte di questi siti storici e culturali sembra suggerire che la condivisione rimane un ideale da raggiungere piuttosto che una realtà acquisita.

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Note

1 Ringrazio i revisori anonimi e la redazione della rivista per l’attenta lettura e i preziosi commenti, che hanno permesso di migliorare la prima versione di questo articolo.

2 Le cifre generali della colonia penale qui riportate sono presenti in Barbançon 2020 e Merle 2020. Il dato relativo ai 725 italiani è riferito da Barbançon (2020: 418), che si limita a indicarne il numero complessivo, senza entrare nel dettaglio. In una comunicazione personale, Barbançon mi ha precisato di aver dedotto questa cifra unicamente dal luogo di nascita dei detenuti, considerati “italiani” a partire dagli attuali confini dell’Italia.

3 In precedenza, avevo svolto un primo periodo di ricerca (luglio-agosto 2022) presso le strutture dell’Université de la Nouvelle-Calédonie; ringrazio la Rettrice Catherine Ris e il Presidente del Consiglio Accademico Gaël Lagadec. Ringrazio la Direttrice Ingrid Waneux-Utchaou degli Archives de la Nouvelle-Calédonie e il personale, che mi hanno facilitato la consultazione del materiale e con cui ho proficuamente discusso i temi di questo articolo.

4 Archives Nationales d’Outre-Mer (ANOM): un apposito fondo contiene informazioni giudiziarie sulla gran parte dei condannati delle colonie penali francesi.

5 La Nuova Caledonia comprende un’isola principale denominata Grande Terre (16.360 km2, circa il doppio della Corsica), le isole della Lealtà a nord-est (Ouvéa, Maré, Lifou, Tiga), l’Île des Pins a sud-est e le isole Belep a nord-ovest.

6 Per uno sguardo d’insieme sull’organizzazione sociale e politica delle società kanak si vedano Leenhardt 1937; Guiart 1954; Bensa, Rivierre 1982. Un’introduzione alla storia e all’etnografia della Nuova Caledonia è in Paini 2007 e in Favole 2010: 153-202.

7 L’ultimo Censimento del 2019 ha attestato 271.407 abitanti: il 41,2% si sono dichiarati kanak, il 24,1% di origine europea, l’11,3% appartenenti a più di una comunità, l’8,3 wallisiani e futuniani, il 7,5% indonesiani, tahitiani, vietnamiti e delle Vanuatu.

8 La schiavitù venne abolita dalla Francia in tutte le sue colonie nel 1848.

9 Nel 78% dei casi la pena superava la fatidica soglia degli 8 anni, per cui c’era l’esilio a vita (Merle 2020).

10 Il Code de l’Indigénat stabiliva i doveri degli “indigeni” e ne limitava i diritti. I kanak erano soggetti alla Francia e non avevano alcun diritto civile, né libertà di circolazione: erano costretti a vivere in riserve, definite “tribù” e controllate da capi locali, nominati dal governatore della Nuova Caledonia. Pagavano un’imposta di capitazione ed erano soggetti a requisizioni di manodopera, a vantaggio dell’amministrazione o dei coloni. Il Code de l’Indigénat fu abolito in Nuova Caledonia solo nel 1946.

11 È ciò che è emerso dalla consultazione delle schede dei detenuti presenti negli Archives Nationales d’Outre-Mer di Aix-en-Provence; nei documenti consultati presso agli Archives de la Nouvelle-Calédonie alcuni sottoscrittori si firmano con una X, segno di analfabetismo.

12 Nella colonia penale caledone il 31% dei detenuti morì durante il periodo detentivo; un quinto di coloro che sopravvissero, aveva trascorso almeno 20 anni ai lavori forzati (Merle 2020).

13 A una parte di ex detenuti o di detenuti a fine pena vennero concessi lotti di terra, che in parecchi casi vennero poi loro espropriati, poiché non adeguatamente coltivati. Solo il 10% del numero complessivo dei bagnards giunti in Nuova Caledonia ebbe l’opportunità di mantenere nel tempo una concessione fondiaria e di «misurare “i benefici” della vita contadina nelle colonie, che si era loro promesso» (Merle 2020: 197).

14 La percentuale di ex-detenuti che riesce a costituire un qualunque legame di tipo famigliare (mogli, conviventi, fratelli o figli) va dal 29% al 47%, a seconda delle aree della Nuova Caledonia (Merle 2020).

15 La memorialistica prodotta dai déportés fa emergere le condizioni degradanti, le punizioni corporali e la censura a cui erano sottoposti i detenuti nella colonia penale caledone (Iuso 2016).

16 Fino agli anni ’60 dell’Ottocento la maggior parte dei Comuni della penisola e delle isole italiane non aveva un registro anagrafico, per cui per i dati anagrafici si faceva riferimento ai registri tenuti dalle parrocchie. Aloisius è la forma latina del nome Luigi.

17 Ho svolto con Jean-Pierre Paladini a Nouméa interviste approfondite e raccolta di storie di vita il 31 agosto, 4 ottobre, 7 ottobre e 20 novembre 2023.

18 Gli engagés erano i lavoratori assunti con contratti capestro, che li costringevano in condizioni di semi-schiavitù e ne impedivano di fatto il ritorno in patria.

19 “La Notte degli Illuminati del bagne”, con evidente rimando al lume “illuministico” della ragione, che deve rischiarare le menti.

20 Oltre ai testi di Barbançon e di Merle, che analizzo di seguito, ricordo Estournes 1998, Fougère 2002, Barbançon 2003, Dauphine et al. 2005, Barbançon, Sand 2013, Angleviel 2015, Bougeot, Caprais 2017, Soulard 2019, Murphy et al. 2020.

21 Nella Place de la Paix (Piazza della pace), che si trova su un lato della grande Place de cocotier, la piazza centrale di Nouméa, campeggiano le statue dei due leader nell’atto di stringersi la mano; la Place de la Paix è stata inaugurata il 26 giugno del 2022.

22 Articoli 1, 2 e 3 del Preambolo dell’Accordo di Nouméa.

23 In Nuova Caledonia si distingue tra la ville, la città di Nouméa, e la brousse, che comprende tutto ciò che c’è al di fuori, così come si distingue socialmente e culturalmente tra coloro che abitano in città e i broussards.

24 Per identificare i caledoni di origine europea, discendenti dei coloni liberi o dei bagnards, è stato a lungo utilizzato il termine caldoche, in senso dispregiativo e in opposizione al termine kanak. Negli ultimi anni l’uso del termine è fortemente diminuito, sia a livello pubblico sia a livello privato. Nelle mie interviste ho rilevato piuttosto l’uso del termine calédonien e ciò non solo per una questione di “politicamente corretto”, ma anche per un maggior riconoscimento della diffusione del meticciato e per un senso di appartenenza condivisa al Paese.

25 Colloquio con Bernard Berger del 19 ottobre 2023, Nouméa.

26 La mostra Hommage aux familles calédoniennes (tra cui alcune di origini bagnards) presentava fotografie e testi; la collocazione en plein air ne ha permesso un’alta fruibilità e un notevole impatto, essendo visibile a chiunque passasse per strada.

27 In Nuova Caledonia alle elezioni presidenziali e legislative hanno diritto di voto tutti i cittadini francesi maggiorenni. Invece, alle elezioni provinciali (che eleggono i consiglieri delle tre Province, i quali esprimono poi i componenti del Congresso della Nuova Caledonia) il corpo elettorale è ristretto, “congelato” alla situazione della popolazione caledone del 1998. In virtù degli Accordi di Nouméa del 1998 e dell’articolo 188 della legge organica del 1999, può votare alle provinciali solo chi era residente in Nuova Caledonia nel 1998, così come i loro discendenti, a condizione che abbiano risieduto nel Paese per dieci anni consecutivi. Il “congelamento” dell'elettorato venne deciso in un momento di storica tensione tra le comunità caledoni per questioni demografiche, per evitare che il corpo elettorale venisse “gonfiato” dai nuovi arrivati dalla métropole.

28 Per Grand Nouméa si intende la conurbazione che comprende, oltre al capoluogo Nouméa, anche le cittadine di Mont-Dore, Dumbéa e Païta; con circa 180.000 abitanti rappresenta i 2/3 della popolazione della Nuova Caledonia.

29 Per una ricostruzione degli émeutes della recente rivolta si rimanda alla pagina: https://la1ere.francetvinfo.fr/nouvellecaledonie/emeutes-en-nouvelle-caledonie-chronologie-de-15-jours-de-violences-1491446.html. Le fonti principali della mia ricostruzione sono corrispondenze personali con persone risorsa che vivono in Nuova Caledonia (prevalentemente a Nouméa) oltre ai siti di informazione come Nouvelle Calédonie la 1ère (https://la1ere.francetvinfo.fr/nouvellecaledonie, consultato il 25/06/2024), Les Nouvelles Calédoniennes (https://www.lnc.nc, consultato il 23/06/2024), Mediapart (https://www.mediapart.fr, consultato il 20/06/2024) e il quotidiano parigino Le Monde (https://www.lemonde.fr, consultato il 25/06/2024). Tutte queste fonti hanno un ampio ventaglio di articoli di cronaca e approfondimento sulla rivolta caledone.

30 “Deportati” è l’espressione che è stata usata dai manifestanti indipendentisti contro il trasferimento coatto in métropole, con chiaro riferimento a una pratica frequente in epoca coloniale.

31 Telefonata da Nouméa del 17 maggio 2024.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica digitale

Cristina Bessone, «Italiani in catene in Nuova Caledonia. La memoria del bagne in un Paese dell’Oceania insulare»Archivio antropologico mediterraneo [Online], Anno XXVIII, n. 27 (1) | 2025, online dal 20 juin 2025, consultato il 11 août 2026. URL: http://journals.openedition.org/aam/10379; DOI: https://doi.org/10.4000/145ot

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Autore

Cristina Bessone

Università degli Studi di Milano-Bicocca, Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa” - cristina.bessone2@gmail.com

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