1Luciano se ne sta ritto dietro il cabinotto di pilotaggio e conduce la barca assorto in chissà quali pensieri. Con le dita della mano sinistra sfiora appena il timone, assecondando i chiaroscuri dei bassi fondali lagunari. Nella destra stringe una sigaretta consumata dalla piacevole brezza settembrina. Navighiamo lungo la linea interna dello scannone, la lingua di sabbia che, raccogliendo i depositi sedimentari del Po, occlude parzialmente la laguna. Finalmente intravedo le palizzate che delimitano le aree preposte all’allevamento delle vongole. Tuttavia, noto anche qualcosa di inedito: tutt’intorno, lungo il loro perimetro, si erge l’alta barriera di una rete metallica. Una gabbia gigante, penso mentre scatto alcune fotografie. I baffi argentei di Luciano fanno capolino da dietro la cabina: «Adesso stanno provando a mettere dei recinti di metallo» dice sbuffando una nuvola di fumo. «Ma non serve a niente, si mangiano tutto, anche le reti». So benissimo di chi parla: si tratta del granchio blu dell’Atlantico, un crostaceo alloctono che dal 2023 imperversa in tutto il Delta padano. A Goro e Gorino – la piccola frazione al limite estremo del Po di Goro – non si parla d’altro: la cosiddetta “invasione” del granchio ha messo in ginocchio l’intero paese e l’industria locale è alle prese con morie devastanti provocate dagli appetiti predatori del “mostro”. Le vongole stanno sparendo. La sindaca chiede l’intervento delle istituzioni regionali, dei biologi, degli esperti: nella Sacca di Goro è tempo di crisi.
- 1 In Italia, originariamente il termine “vongola verace” identificava la specie autoctona del Mediter (...)
2Nell’Alto Adriatico, tra le realtà costiere e deltizie che a partire dagli anni Ottanta hanno abbracciato l’acquacoltura, Goro rappresenta senz’altro un caso di particolare interesse. In questo sito lagunare, infatti, l’introduzione del mollusco alloctono Ruditapes philippinarum (Adams, Reeve 1850) – altrimenti noto come la vongola filippina – ha innescato una trasformazione socio-ambientale senza precedenti, che da un lato ha portato alla scomparsa delle antiche tradizioni alieutiche, e dall’altro ha favorito un indirizzo “monoeconomico” (Tamoni 2005) orientato allo sfruttamento industriale di una singola specie (fig. 1). In quella che si autodefinisce la “Capitale della Vongola Verace”1, la venericoltura ha assunto così una dimensione spazio-temporale totalizzante, incorporando entro le sue logiche di estrazione e profitto l’intero assetto socio-economico del paese. Come mi suggerì un interlocutore locale, non senza una punta di sarcasmo, «A Goro nasci, cresci, fai il vongolaro e muori». In tal senso, il rapporto di consustanzialità identitaria tra gli abitanti locali e la vongola ha rappresentato per quasi tre decenni un orizzonte culturale certo, attendibile, anzi garantito. Nella fattispecie, le comunità di Goro e Gorino hanno riconosciuto ai saperi tecnico-scientifici ed esperti il ruolo di garanti e, in un certo senso, custodi di quella che è stata localmente dipinta come una temporalità “aurea” di benessere e progresso. Una funzione che ha trovato legittimazione collettiva proprio nelle contingenze di crisi che, negli ultimi vent’anni, hanno minacciato l’infrastruttura colturale della laguna. Rispetto a ciò, la proliferazione del Granchio Blu dell’Atlantico (Callinectes sapidus, Rathbun, 1896) è solo l’ultima manifestazione delle più ampie perturbazioni eco-climatiche che hanno attraversato e disarticolato la Sacca di Goro e la sua temporalità produttiva.
- 2 L’articolo si basa su un lavoro etnografico condotto a Goro e Gorino tra il 2021 e il 2024, con una (...)
3Come hanno suggerito Franz Krause e Mark Harris (2021), le geografie deltizie esprimono una vivacità ambientale e un dinamismo più-che-umano che difficilmente è possibile osservare altrove. In tal senso, riflettendo in modo cristallino gli effetti volatili e imprevedibili del surriscaldamento globale (Krause, Eriksen 2023), costituiscono dei punti di ingresso unici per indagare le connotazioni locali della crisi climatica (Crate 2011). Più nello specifico, questo articolo intende rileggere le recenti metamorfosi accelerate della Sacca di Goro, emerse localmente come “crisi” o “disastri” ambientali, mostrando le frizioni, tipicamente antropoceniche, tra temporalità antropocentriche e temporalità ecologiche altre2 – una linea di faglia entro cui si gioca il chiasmo culturale già enunciato da Van Aken: «Tempo di crisi, crisi dei tempi» (2020: 59). L’analisi si concentra principalmente sulle massicce inflorescenze algali che, in ripetute occasioni, hanno sconvolto l’industria della Sacca di Goro, provocando estese morie di vongole e gravi ripercussioni socio-economiche. Rispetto a ciò, intendo fare del “tempo” stesso l’oggetto etnografico del contributo, mostrando le forme di rappresentazione, manipolazione e aggiustamento temporale (Lefebvre 1991; Gell 1992, 2000) che hanno fin qui orientato l’infrastruttura lagunare e le idee di controllabilità (Rosa 2020) su cui poggia. Come hanno suggerito Anna Tsing, Mathews e Nils Bubandt (2019), le proliferazioni ferali innescate dal surriscaldamento antropogenico esprimono un interrogativo radicale rispetto agli irrigidimenti capitalistici ed estrattivi che alimentano la crisi climatica, esponendo in modo sempre più netto le vulnerabilità del Naturalismo occidentale e della dicotomia natura/cultura (Descola 2021) su cui è stata eretta la sua (in)validità. Nel caso di Goro, tale irrigidimento sembra effettivamente emergere come un conflitto tra configurazioni e coordinamenti temporali (Gan 2017a, 2017b) in netta opposizione: da una parte la temporalità chiusa e singolare della venericoltura, dall’altra la temporalità aperta e plurale dei soggetti ambientali che la minacciano. Facendo ricorso al concetto di “cronopolitica” (Deimos 2023), l’articolo rintraccia dunque le politiche e le ideologie temporali che hanno plasmato l’ecologia di Goro in relazione a specifici “disordini” ambientali, mostrandone, in ultima analisi, le vulnerabilità e le contraddizioni che nell’attualità recente hanno esasperato le percezioni locali di crisi.
4Il pomeriggio comincia a spegnersi nel pallore gelido e nebbioso di dicembre. Luciano dice che è ora di rientrare a casa, così balziamo sulla sua macchina e lasciamo l’entroterra polesano per tornare verso Goro. La domenica, per Luciano, era la giornata dei “giretti”: a volte si trattava di vagare nei dintorni del Delta, perdendosi in chiacchiere e ricordi; altre volte si andava a far visita ad amiche e amici di lunga data, con cui spesso si finiva per intavolare grandi discussioni sullo stato delle cose – a Goro, in Italia, nel mondo. Quel giorno, la rimpatriata con alcuni amici cacciatori si era trasformata in una nostalgica riflessione sui bei tempi andati del passato e Luciano mi era apparso piuttosto critico nei confronti della situazione di Goro. Mentre seguiamo la strada che corre sinuosa lungo la sponda meridionale del Po di Goro, provo a tornare sull’argomento. «Si è perso tutto» afferma sconsolato. «Mio papà, mio nonno…», prosegue poi «erano pescatori. Mi hanno trasmesso uno stile di vita. C’era la miseria, certo. Ma anche solidarietà, coesione». Gli domando la ragione di questo cambiamento. La sua replica è netta: «Con questa vongola si è perso il senso culturale del territorio, del rapporto con la natura. È tutto un correre a fare soldi, troppo eccesso, troppo sfruttamento». Con tono disilluso, mi confessa che difficilmente intravede un’alternativa – «servirebbe un’altra rivoluzione».
5La venericoltura si afferma a Goro nel 1986, nell’ambito di un programma di ricerca applicata avviato dal Consorzio per lo Sviluppo della Pesca e dell’Acquacoltura del Veneto all’inizio degli anni Ottanta (Breber 2002), nella regione dell’Alto Adriatico. I buoni risultati ottenuti nella Laguna di Venezia e in altri siti più a sud attirarono infatti l’attenzione di un giovane biologo gorese, Francesco Paesanti, il quale propose al Consorzio Pescatori di Goro – la principale cooperativa del paese – di condurre una “semina” sperimentale di Ruditapes philippinarum nella Sacca. Il successo dell’esperimento superò ogni aspettativa e il mollusco, oltre a insediarsi senza particolari problemi nei fondali della laguna, proliferò abbondantemente, oltre le più rosee previsioni. All’inizio degli anni Novanta, la pesca tradizionale fu eclissata dalla monocoltura della vongola filippina, e quasi tutto il paese si convertì a un mestiere che fece triplicare i redditi locali. Francesco Paesanti, l’artefice di quella che i miei interlocutori hanno più volte definito come una “rivoluzione”, mi parlò di un cambiamento epocale: «Più che altro in quel momento là c’è stato un passaggio dalla pesca all’attività di allevamento. Prima c’era solo la pesca. […] La rivoluzione c’è stata». Anzi, fu una vera e propria «corsa all’oro», precisò – espressione che già mi era capitato di sentire da altri abitanti e vongolari del paese.
- 3 I dati si riferiscono al report dell’Osservatorio Socio Economico della Pesca e dell’Acquacoltura d (...)
6Similmente alla mitilicoltura che si è sviluppata nella Laguna di Venezia (Vianello 2018), la venericoltura di Goro rappresenta un’evidentissima testimonianza dei processi di industrializzazione globale dei mari, delle vie d’acque e delle aree umide. Osservando e partecipando in prima persona alla quotidianità lavorativa dell’industria di Goro, rimasi particolarmente colpito dalle peculiari connotazioni eco-culturali che la venericoltura aveva prodotto localmente. Mi sembra dunque opportuno offrirne un breve inventario, tenendo presente che l’allevamento della vongola ha assorbito quasi tutto il tessuto occupazionale della comunità gorese, con circa 1700 operatori in laguna affiliati a più di cinquanta cooperative – per un volume annuo di vongole raccolte che fino al 2018 raggiungeva le 15.000 tonnellate3.
7Innanzitutto, con l’adozione di un paradigma “colturale”, lo spazio della Sacca di Goro è stato necessariamente ripensato e riprogettato nei termini di una rigida geometria di lotti coltivabili quadrangolari. Entro tale reticolo, la cui ripartizione riflette le concessioni demaniali delle singole cooperative di vongolari, si pratica una sola attività: l’allevamento della vongola filippina e la raccolta degli esemplari adulti. Questo ordinamento spaziale, che riveste più della metà dell’intero specchio lagunare (circa 27 chilometri quadrati), asseconda perfettamente le esigenze delle moderne – o ultra-moderne (Scott 1998) – pratiche di acquacoltura e dei saperi tecnico-scientifici che le orientano: esigenze di leggibilità, misurazione e delimitazione. L’esasperazione di questa logica produttiva si esprime in modo tangibile e visibile sul piano tecnologico e infrastrutturale. I vongolari e le vongolare compiono infatti un lavoro fortemente meccanizzato e standardizzato: da un lato, il mestiere richiede l’impiego di imbarcazioni e attrezzi sostanzialmente identici tra loro (barche a fondo piatto di piccole dimensioni, idrorasche con turbogetti soffianti, verricelli con gabbie di raccolta, vibrovagli per la selezione delle taglie commerciali); dall’altro, le operazioni di deposito o raccolta dei molluschi seguono uno schema ripetitivo, in cui l’unica variabile – dettata dalla dirigenza della cooperativa – è la quantità. Il tessuto infrastrutturale del paese, inoltre, riproduce in modo fedele la dimensione totalizzante che l’industria della vongola ha assunto sul piano locale: intorno al nucleo originario di Goro, che si estende tra l’omonimo ramo del Po e la laguna, si estendono i capannoni industriali del Consorzio dei Pescatori, lo stabulario per la purificazione dei molluschi, le strutture del laboratorio biologico, nonché le diverse aziende specializzate nella logistica e nella distribuzione sul mercato nazionale ed europeo.
- 4 A titolo d’esempio, riporto alcuni detti locali: «Pesce e usié bisogna ciaparie quand i ghè», un in (...)
- 5 Il trasferimento delle logiche classificatorie “terrestri” agli ambienti acquatici è un processo st (...)
- 6 L’espressione “miniera d’oro” è riportata anche dallo scrittore Ermanno Rea, che nel 1990 pubblicò (...)
8Sul piano linguistico, questo assetto socio-tecnico (Pfaffenberger 1988) ha esercitato una netta rimodulazione della semantica ecologica e culturale associata alla laguna e alle attività che la riguardano. Il gergo dei vongolari e delle vongolare con cui mi sono confrontato fa infatti ricorso a un repertorio terminologico che contrasta in modo deciso con il vocabolario liquido e poroso della pesca. Il linguaggio della cosiddetta tradizione goranta, infatti, intrecciava in modi di dire, aforismi e proverbi fatti atmosferici, marini, astronomici, vegetali e animali, esplicitando una raffinata consapevolezza delle dinamiche mutevoli e incerte dell’ambiente lagunare4; si trattava, in tal senso, di un “pensiero anfibio”, che alcuni pescatori anziani riassumevano in una massima esemplare: bisognava pensare e muoversi come un pesce. Al contrario, le aree in cui le vongole sono deposte e allevate sono abitualmente chiamate “orti”, oppure “appezzamenti”, “concessioni”. Le vongole stesse sono associate a termini come “seme”, “prodotto”, “raccolto”, “sassi”, “oro”, persino “farina” (quest’ultimo termine si riferisce alle buste di laboratorio contenenti le vongole allo stato larvale, talmente piccole da apparire polverizzate)5. E ancora, la laguna, sfidando il senso comune, è spesso denominata “fabbrica a cielo aperto” o “miniera”6, a testimonianza di uno slittamento sempre più marcato verso un’infrastruttura industriale e meccanizzata – che, d’altra parte, ha connotato la stessa trasformazione dei sistemi agricoli moderni durante la Rivoluzione Verde. Questo assortimento linguistico costituisce un vero e proprio codice semiotico che rimanda esplicitamente all’ambito rigido e procedurale dell’agricoltura intensiva, e più in generale alla razionalità industriale che si è affermata con lo sviluppo delle economie fossili: in tal senso, le figure degli orti o della miniera, oltre a generare una paradossale inversione acqua-terra, rappresentano l’emblema di un’attitudine “calcolatoria” (Appadurai 2012) finalizzata allo sfruttamento monocolturale di una singola specie-risorsa.
- 7 Promesse che, è bene notarlo, nel Delta del Po avevano per lungo tempo avevano segnato negativament (...)
9Infine, dal punto di vista della relazionalità socio-ambientale, è opportuno rilevare come la venericoltura, intesa come modello tecno-scientifico, dipenda da un’ideologia di domesticazione del non-umano tipicamente capitalistica, laddove i soggetti non-umani e i paesaggi sono riprodotti come Natura distanziata e ridotti a parametri quantitativi indicizzati secondo valori o schemi di mercato (Swanson et al. 2018). Quanto detto, considerata la storia socio-ecologica del luogo, è tanto più sorprendente, poiché si è trattato a tutti gli effetti di un ribaltamento brusco e perentorio della cosmologia culturale locale, legata fino agli anni Ottanta a saperi e pratiche di profonda reciprocità e interdipendenza ambientale. Come accennato poco sopra, nel caso di Goro, Ruditapes philippinarum è stata trasfigurata in una semenza inerte di cui, tuttalpiù, interessano specifiche funzione biologico-produttive (viva/morta, taglia idonea/non idonea). Un emblematico processo di devitalizzazione e reificazione del non-umano che, attraverso le tecno-scienze, si è fatto carico delle promesse e aspettative di benessere tipiche dei regimi capitalistici7. Rispetto a ciò, si può dire che intorno alla vongola filippina si siano sedimentate relazioni e pratiche che hanno un carattere eminentemente estrattivo. L’osservazione ha una duplice valenza: è certamente estrattivo il paradigma tardo-capitalistico che impone forme “modulari” (Tsing et al. 2019) – o piantagioni (Haraway 2015) – di sfruttamento monofocalizzato dell’ambiente e del vivente; ma estrattive sono anche le pratiche concrete e quotidiane che plasmano la morfologia della Sacca di Goro, che è di fatto oggetto di un continuo lavorio di rastrellamenti, scavi, canalizzazioni e ripascimenti di sabbia atti a mantenerne una configurazione ideale – una movimentazione del suolo (Bridge 2004) che, a ben vedere, fa apparire “realmente” la laguna come una fabbrica mineraria.
10Con l’introduzione della vongola filippina nella Sacca di Goro, le interazioni chimiche, biologiche ed ecologiche della laguna hanno subito modificazioni radicali, che hanno sollecitato inaspettati fenomeni di inflorescenza algale (Bartoli et al. 2003). Il Dottor T., uno dei principali biologi impegnati nell’industria della venericoltura gorese, mi parlò di massicce proliferazioni di macroalghe che, specialmente dagli anni Duemila in avanti, avevano seriamente minacciato l’attività locale. La Sacca, mi spiegò dettagliatamente questi, riceve grandi afflussi di sostanze nutrienti (fosforo e azoto) da tutto il bacino fluviale del Po, e in quanto tale costituisce un ambiente eutrofico in cui possono prosperare non solo i molluschi ma anche diverse specie di macroalghe, come la lattuga di mare (Ulva lactuca) o la Gracilaria verrucosa. In corrispondenza delle elevate temperature estive – frangente stagionale in cui la vongola è solita crescere e riprodursi – questi organismi vegetali possono espandersi in maniera incontrollata, accumulandosi sui fondali e limitando fisicamente la circolazione di acqua e ossigeno. La conseguenza più grave, aggiunse, sopraggiunge al termine dell’inflorescenza: il consumo di tutte le sostanze nutrienti disponibili corrisponde alla morte delle macroalghe e alla loro decomposizione, un processo che esaurisce definitivamente l’ossigeno disponibile nella colonna d’acqua. Si parla, in questo caso, di anossia e di crisi distrofica della laguna. La putrefazione delle alghe, infine, attiva un processo di fermentazione che rilascia acido solfidrico (H2S) – un idracido gassoso solubile in acqua che, oltre a conferire il colore lattiginoso e l’odore sgradevole tipico delle acque sulfuree, è estremamente tossico per il vivente. La morte delle alghe equivale alla morte delle vongole e di altri organismi bentonici. Il Dottor T. e i vongolari con cui mi confrontai erano soliti riferirsi a questo fenomeno con l’espressione “acqua bianca” o “disastro dell’acqua bianca”, una vera e propria “piaga” di cui si temeva la comparsa.
- 8 Un recente studio (Benbow et al. 2020) ha sottolineato la recente accelerazione dei processi di eut (...)
11Tra il 2010 e il 2015, con l’acuirsi delle proliferazioni algali che provocavano estese morie di vongole, le cooperative di Goro e Gorino decisero di formalizzare sul piano istituzionale il problema, inquadrandolo come una crisi di degrado ambientale estremamente nociva dal punto di vista socio-economico8. Fu allora che il sindaco, nonché biologo, Diego Viviani (in carica dal 2011 al 2021) si impegnò per trovare una soluzione definitiva che, col supporto degli enti locali e dell’Università di Ferrara, potesse salvaguardare l’industria lagunare e le cooperative goresi. Nel 2014, Viviani presentò alla commissione del programma LIFE dell’Unione Europea il progetto AGREE – sigla creativamente derivata da coAstal laGoon long teRm managEmEnt (“gestione a lungo termine di una laguna costiera”). L’iniziativa fu approvata dalla Commissione Europea, ricevendo una copertura pari al 50% della spesa complessiva (4,3 milioni di euro); gran parte dei restanti finanziamenti furono sostenuti direttamente dal comune di Goro e dalle cooperative dei vongolari. L’obiettivo principale enunciato nella documentazione ufficiale del progetto riguardava «la conservazione a lungo termine di habitat e specie del sito Natura 2000 IT4060005 “Sacca di Goro, Valle Dindona, Foce del Po di Volano”» (LIFE 2021: 12), con particolare attenzione ad alcune specie quali: il Fratino (Charadrius alexandrinus), il Fraticello (Sterna albifrons) e la Beccaccia di mare (Haematopus ostralegus) come specie di uccelli; ma anche il Ghiozzetto di laguna (Knipowitschia panizzae) e il Ghiozzetto cenerino (Pomatoschistus canestrinii) come specie ittiche. La minaccia dichiarata, a sua volta, era rappresentata proprio dalle crisi anossiche della Sacca che, a causa dei processi di inflorescenza e putrefazione delle macroalghe, si riteneva potessero compromettere i siti riproduttivi di tali specie. Rispetto a quanto detto, potrebbe senz’altro sorprendere l’assenza di Ruditapes philippinarum, la vongola filippina.
12Per il momento sarà interessante soffermarsi sulle descrizioni della laguna e delle dinamiche trasformative che la caratterizzano. La Sacca di Goro è innanzitutto definita come «un ecosistema dominato da dinamiche naturali e artificiali complesse che, se non gestite correttamente, portano alla perdita di habitat e specie di interesse comunitario» (LIFE 2020: 5). Elemento problematico della sua morfologia è il cosiddetto scanno, vale a dire la fascia di depositi sedimentari fluviali che, accumulandosi e allungandosi progressivamente da nord-est a ovest, tende a realizzare un’occlusione parziale e poi completa dello specchio lagunare – un fenomeno evolutivo tipico degli ambienti di transizione deltizi. Nel quadro del progetto, il dinamismo proprio della Sacca è definito nei termini di una «evoluzione naturale [che] mette in pericolo lo stato dell’ecosistema e le attività antropiche presenti in laguna» (LIFE 2020: 6). E di nuovo, sul rapporto tra uno specifico assetto morfologico della laguna e le attività antropiche, la documentazione progettuale riporta:
Negli ultimi 20 anni sono stati effettuati numerosi interventi ingegneristici per contrastare la tendenza della lingua di terra (scanno), formatasi a protezione della laguna, a chiudere l’apertura a mare, indispensabile per l’attività antropica e per evitare la perdita di specie caratteristiche e habitat lagunari. In un’ottica di sistemazione ambientale, uno degli scopi di questo progetto è quello di apportare modifiche permanenti alla morfologia della laguna in modo da evitare il ripetersi di interventi ingegneristici come in passato (LIFE 2020: 14).
13Il progetto passò alla fase di attuazione nel giugno del 2014. I lavori durarono all’incirca sei anni e produssero un significativo cambiamento nella morfologia della Sacca di Goro. Per risolvere il problema delle crisi distrofiche legate alle proliferazioni algali, vennero scavati diversi canali sublagunari il cui scopo era quello di favorire un maggiore ricircolo delle acque, incrementando lo scambio di acque dolci e salate nonché l’ossigenazione complessiva della laguna. Il deposito dei fondali dragati fu quindi impiegato per estendere o creare ex-novo alcune aree sabbiose in prossimità dello scanno, destinate alla nidificazione dell’avifauna identificata tra le specie da tutelare. Onde evitare l’eccessivo prolungamento dello scanno stesso e l’occlusione delle bocche di interscambio mare-laguna, fu poi costruito un “pennello” deviatore – una barriera di pali in legno lunga circa 300 metri – sulla fascia sedimentaria, rivolto verso sud ovest, progettato per allontanare il flusso di sedimenti fluviali ed evitare l’insabbiamento dei canali di accesso alla Sacca, indispensabili per tutelare l’idrodinamismo lagunare. Nelle valutazioni ufficiali del 2020 e del 2021, tutti gli obiettivi risultavano soddisfatti: la circolazione idraulica, le condizioni di salinità e i processi biologici considerati “positivi” furono ristabiliti; gli ambienti creati a tutela delle specie target videro un aumento degli esemplari nidificanti; infine, a partire dal 2015, a Goro non si era più registrata alcuna crisi distrofica di origine macroalgale. Fu così raggiunto anche un obiettivo socio-economico che, nell’ambito del progetto AGREE, era considerato secondario, vale a dire: il ripristino delle condizioni di produttività ecologica necessarie per la venericoltura.
14Per comprendere l’effettiva logica sottostante all’intervento, che evidentemente si giocava su una duplice finalità ecologico-produttivistica, nella primavera del 2022 mi confrontai con il Dottor K., uno dei biologi coinvolti nella realizzazione del progetto. Questi fu molto onesto e trasparente nell’illustrarmi il senso di quanto fatto:
I progetti LIFE, almeno questi, il LIFE AGREE, avevano come, tra virgolette, obiettivo la salvaguardia di specie a rischio e non poteva essere la vongola verace la specie a rischio da inserire come core del progetto. Allora abbiamo utilizzato alcune specie a rischio che abbiamo, da un punto di vista ittico, un paio di specie di pesci, piuttosto che dal punto di vista dell’avifauna il fratino e il fraticello. Perché cosa abbiamo fatto? Nello scavare i canali, nel migliorare l’idrodinamismo della laguna, poi abbiamo preso una sabbia di risulta e abbiamo realizzato dei dossi, e questi dossi qui servivano ad aumentare la quantità delle aree di nidificazione di queste specie, e così è stato. E quindi alla fine, tra virgolette, abbiamo preso due piccioni con una fava, ci è andata bene! La nostra produzione alla fine si coniuga bene con il miglioramento ambientale, è andata bene così.
- 9 Ghosh, ricostruendo la genealogia fantascientifica dell’idea di “terraformazione”, ritrova le radic (...)
15Quanto riferitomi era un fatto noto nella comunità: uno dei tecnici scientifici del progetto mi spiegò come, di fatto, l’intervento aveva creato un “precedente” che permetteva di coniugare obiettivi di “tutela” ambientale ad altri obiettivi – ben più rilevanti – di “sfruttamento” ambientale, laddove i primi erano stati abilmente costruiti per servire i secondi. Sin dall’avvento della venericoltura, precisò il Dottor K. durante la nostra conversazione, l’ambiente era stato per più di vent’anni «mutato e impostato per l’allevamento della vongola», con tutta una serie di modificazioni e aggiustamenti di natura esperta e tecno-scientifica finanziati dalle stesse cooperative locali: movimentazione e dragaggio dei fondali, apertura di bocche a mare o lato fiume, installazione di pompe idrovore, creazione di una rete di canali navigabili al servizio delle aree di allevamento, e via dicendo. Un processo che riecheggia l’idea di “terraformazione” su cui di recente si è soffermato Ghosh (2021): un’opera di colonizzazione del territorio attraverso pratiche verticali di disciplinamento dell’ambiente, orientate dalla razionalità univoca dello sfruttamento economico9.
16Rispetto all’accelerazione dei processi di eutrofizzazione e proliferazione macroalgale, il programma LIFE dell’Unione Europea presentava una cornice di retoriche e politiche ambientali che poteva essere piegato alle esigenze dell’industria lagunare. Tutto l’apparato progettuale degli interventi AGREE, di fatto, si risolveva nello sviluppo di soluzioni ad-hoc pensate in prima istanza per l’allevamento della vongola filippina, esplicitando una visione che riconduceva la complessità delle relazioni ecosistemiche a una singola attività produttiva. Anzi, si può a buon diritto sostenere che il Fraticello, il Fratino, la Beccaccia di Mare e il Ghiozzetto siano stati reclutati come icone di una biodiversità pensata unicamente in funzione delle pratiche di sfruttamento ed estrazione monofocalizzata dell’industria locale. In tal senso, il progetto AGREE ha esasperato l’idea, già implicita nel modello colturale locale, di un’infrastruttura biologico-industriale controllabile, regolabile e gestibile sulla base di specifici input e output misurabili dai saperi esperti. Come è possibile leggere tale forma di regimentazione spazio-temporale?
17Nella sua indagine filosofica sull’ideologia del modernismo, Hartmut Rosa identifica l’idea della “controllabilità” come la quintessenza della progettualità modernista, e più nello specifico ne rintraccia quattro dimensioni fondamentali, qualità per così dire emergenti dall’intreccio tra scienza, tecnologia, sviluppo economico e apparati politico-amministrativi. Secondo Rosa, rendere il mondo controllabile significa innanzitutto renderlo “visibile” (1), «expanding our knowledge of what is there» (2020: 15); la visibilità garantisce a sua volta l’“accessibilità” (2) fisica a spazi e fenomeni prima irraggiungibili, che diventano così “gestibili” (3) grazie allo sviluppo di saperi scientifici e innovazioni tecnologiche finalizzate al controllo delle relazioni causali: «Scientific analysis, penetration, and comprehension of the mechanisms of causality are a requirement of this form of mastery» (Rosa 2020: 16); infine, questa concezione di controllabilità è avviluppata a un principio di “utilità” (4) che pone il mondo in un rapporto di subalternità-servizio con il controllore umano. Riletto in questi termini, il progetto AGREE soddisfa pienamente i prerequisiti ideologici identificati da Rosa: la laguna di Goro è resa visibile attraverso l’analisi esperta dei flussi di sostanze, correnti e componenti biologiche che ne animano le qualità dinamiche; questo dipende da una serie di tecnologie di monitoraggio (satellitare, biologico, chimico) che creano nuovi spazi di accessibilità conoscitiva e successivamente fisica, grazie all’impiego di mezzi di dragaggio e alterazione morfologica dei fondali; la sua gestibilità è quindi garantita dall’implementazione di una struttura di governance orientata da un sapere esperto e tecnico focalizzato specificamente sulla Sacca di Goro; infine, il controllo della laguna è motivato da un principio di utilità economico-reddituale che trova compimento nella tutela della venericoltura.
18Rispetto a ciò, il controllo tecno-scientifico dell’industria gorese e della spazialità lagunare può essere letto come una forma di riproduzione della temporalità biologico-industriale alla base della venericoltura: vale a dire, una politica del tempo. Come già osservava Henri Lefebvre, la modernità occidentale esibisce un profondo legame tra le modalità ideologiche di produzione dello spazio e gli esiti temporali di questo stesso processo. La produzione del tempo moderno, sostanzialmente, risulterebbe in una separazione, subordinazione e infine negazione del «tempo della natura» (Lefebvre 1991: 95). A proposito di questo assoggettamento spazio-temporale, Lefebvre scriveva:
With the advent of modernity time has vanished from social space. […] Economic space subordinates time to itself; political space expels it as threatening and dangerous (to power). The primacy of the economic and above all of the political implies the supremacy of space over time. […] This manifest expulsion of time is arguably one of the hallmarks of modernity (Lefebvre 1991: 95-96).
- 10 Non è un caso che l’ultimo grande lavoro (postumo) di Lefebvre sia Éléments de rhytmanalyse (1992), (...)
- 11 Alfred Gell (1992), per illustrare questa dualità di costrutti temporali, fa ricorso ai concetti di (...)
- 12 In Social Acceleration: a New Theory of Modernity (2013), Hartmut Rosa riflette sull’ideale amplifi (...)
19Ancorché elaborata entro una prospettiva che accettava acriticamente la dicotomia natura/cultura, la riflessione lefebvriana si rivela estremamente puntuale nell’illuminare i processi di “irrigidimento temporale” che caratterizzano le politiche della natura (Latour 2004) nell’Antropocene10. Nella Sacca di Goro, la controllabilità delle dinamiche di transizione proprie dell’ambiente lagunare tenderebbe infatti a separare e distinguere due opposte “ritmiche” temporali. Se vogliamo seguire l’indagine di Alfred Gell sulle forme di rappresentazione culturale del tempo (1992), potremmo parlare di un Ritmo A e un Ritmo B, laddove il primo identifica il divenire ambientale, caratterizzato da flussi e interazioni tra sostanze, organismi e fenomeni meteoclimatici evidentemente plurali, variabili e più-che-locali; il secondo, al contrario, si riferirebbe all’industria della vongola, nel cui perimetro spazio-temporale si consolida un’interazione monofocalizzata, costante ed esclusivamente locale11. Nell’ambito del progetto AGREE, la radicalità dell’intervento si giocherebbe proprio nel rapporto tra queste due ritmiche: la neutralizzazione del Ritmo A, infatti, sarebbe funzionale a rendere il Ritmo B un vero e proprio loop estrattivo incondizionato. In tal senso, il piano di sistemazione ambientale, volendo sottrarre la laguna stessa al più ampio tessuto delle relazioni ecologiche, racchiude in sé una tensione ideologica di controllabilità che mira a realizzare una vera e propria astrazione utopica: un’ucronia (dal greco οὐ, “non”, e χρόνος, “tempo”)12.
20Ci sono tre aspetti che vorrei sottolineare di questa “cronopolitica” (Deimos 2023). Il primo concerne l’assorbimento di uno specifico paradigma ideologico da parte delle istituzioni locali, laddove l’ambiente è riconfigurato in oggetto di interesse economico che deve essere protetto e conservato da condizionamenti indesiderati. Il Dottor K., a tal proposito, mi ribadì che, come una vera fabbrica, anche la laguna doveva “aprire” tutti i giorni per soddisfare i requisiti di produttività industriale – non poteva cioè dipendere o essere subordinata ad altre temporalità. Non è un caso che la fabbrica sia forse l’icona più emblematica del tempo moderno, luogo della temporalità sequenziale e regolare del progresso, dell’ordine e della razionalità, della disponibilità e del controllo. In tal senso, la fabbrica lagunare di Goro deve necessariamente trovarsi nelle condizioni di operatività che permettono di perpetuare le sequenze produttive che alimentano l’economia locale; allo stesso tempo, l’infrastruttura deve essere difesa dai fenomeni di perturbamento associati ad altre temporalità ecologiche, definite come “minacce” o “anomalie” – si pensi alle inflorescenze algali o alla dinamica di occlusione della lingua sedimentaria.
21Il secondo aspetto spiega come tale focalizzazione politica e gestionale si manifesta concretamente. Il progetto AGREE, in un certo senso, ha rappresentato l’apice di un processo che a Goro, a partire dalla rivoluzione del 1986, ha favorito l’emergere di una governance esperta, in cui tecnici, biologi, ingegneri ambientali e consulenti universitari hanno assunto sempre più rilevanza nella conduzione dell’amministrazione locale. «Siccome c’è un interesse produttivistico che è notevole… nello stesso tempo, questo interesse porta anche a una governance dell’ambiente, e questo è stato capito abbastanza. […] È un caso unico eh». Attraverso questo apparato di saperi esperti (Olivier De Sardan 1995), la possibilità di controllare e domesticare la vivacità ecologica della Sacca ha trovato pubblica espressione negli studi biologici, chimici, idrodinamici che hanno reificato l’idea di un corretto funzionamento della stessa – e quindi di una sua modificazione fattuale.
- 13 L’idea di una “cronologia morale” come prodotto di specifiche interazioni socio-ambientali trae spu (...)
22Il terzo aspetto, infine, chiarisce le implicazioni culturali dell’assetto ucronico che si è cercato di imporre. Nella cosmologia locale, la laguna è innanzitutto fabbrica di benessere, emblema di un presente in cui la comunità di Goro si è finalmente riscattata, soddisfacendo autonomamente le sue aspettative di progresso e modernità – una questione che, peraltro, pervade tutta la storia ambientale del Delta padano nel ventesimo secolo (Danesi della Sala 2025). La monocoltura della vongola, e nella fattispecie la sua persistenza nel tempo, è garanzia di una temporalità “normale”, scandita dal metronomo della quotidianità industriale entro cui è situato il senso della propria presenza e identità. Questa proiezione temporale, tuttavia, si scontra con le temporalità di crisi e d’eccezione generate da quelle che sono definite localmente come “anomalie”, “degradazioni”, o “invasioni”. In tal senso, il concetto di ucronia esplicita anche gli effetti socio-ambientali prodotti dalla politica del tempo locale: il tempo dell’umano viene separato da quello del non-umano, la regolarità del presente estrattivo subordina ed estromette le irregolarità dei presenti ecologici, determinando così una nuova “cronologia morale” in cui la laguna stessa, già concepita sul piano emico come fabbrica “mineraria” di un prodotto seriale, diviene simbolicamente – ed effettivamente – fabbrica di tempo sociale13. Al funzionamento della venericoltura è associato il tempo della normalità, dell’ordine, del controllo, della stabilità: un tempo che, a ben vedere, è contratto e avviluppato all’aspettativa di un eterno benessere, esente da qualsiasi rischio di mutabilità o disfacimento.
23Questa peculiare distinzione cronologica emerge chiaramente nelle rappresentazioni condivise dalla maggior parte dei vongolari e degli abitanti di Goro. Flavio, ad esempio, parlandomi del suo lavoro di allevatore nella Sacca, mi disse che l’evoluzione storica della laguna, delle tecnologie impiegate e delle problematiche ambientali aveva assunto i tratti di una vera e propria «sfida alla natura». Rispetto alla necessità di difendere la Sacca dalla proliferazione di macroalghe, dall’eccessiva sedimentazione dello scanno e dalle crisi anossiche, aggiunse:
Perché la Sacca, essendo un ambiente che si trasforma quotidianamente, si trasforma in velocità, bisogna sempre apportare dei lavori per dargli la possibilità di vivere, perché se noi lasciamo stare la Sacca, la Sacca muore, l’uomo se non ferma… diventa una palude. Prima o poi si chiude, se non la teniamo aperta prima o poi si chiude, come han fatto con le valli, le valli erano aperte, si sono chiuse, sono diventate valli… Anche queste se non ci fosse quell’interscambio col mare, l’apporto di acqua, sarebbero paludi e da paludi diventerebbero paludi malsane, si seccherebbero e sarebbe soltanto un’altra parte di delta, non ci sarebbe nulla, non ci sarebbe vita, sarebbe impossibile.
24Più in generale, si può dire che nel senso comune della comunità gorese, si sia consolidata l’idea secondo cui le dinamiche di mutamento proprie della laguna costituiscano sempre e in ogni caso una minaccia al suo ordine biosociale: si tratta di una prospettiva ecologica che sostanzialmente medicalizza la temporalità ambientale in quanto condizione potenzialmente patologica e mortale – esemplificata dalla connotazione negativa attribuita alla palude –, conferendo all’umano (nella sua incarnazione tecno-scientifica) il ruolo di garante della vita. Lo stesso Flavio, d’altra parte, mi confessò che gli era impossibile pensare Goro senza le vongole: «Non esisterebbe proprio per me».
25Nel maggio 2022, le prolungate condizioni di siccità che perduravano dai mesi invernali cominciavano a destare la preoccupazione dei vongolari e dei biologi di Goro. Passeggiando lungo gli argini della Sacca, notavo sempre più spesso che diversi ammassi di alghe verdi (Ulva lactuca) andavano accumulandosi sulle rive. Durante un’uscita in barca con Luciano, mi accorsi che le basse maree stavano facendo registrare livelli minimi davvero inusuali: pressoché ovunque intorno ai canali navigabili si intravedevano grandi zone asciutte, intorno alle quali occorreva procedere con attenzione, evitando secche improvvise. Luciano mi spiegò che, in tali condizioni, i valori di salinità della laguna stavano cambiando sensibilmente e per l’allevamento della vongola ci sarebbero stati problemi. C’era grande preoccupazione in paese e il Dottor T. mi confermò queste impressioni: «La vongola ne risente, non muore, ma ne risente, non è il suo habitat. […] Salinità più alta… E si son fatte ancora le macroalghe che non si vedevano da un sacco di tempo». Per la prima volta, gli effetti ucronici del progetto AGREE mostravano delle crepe e suscitavano profonde incertezze sociali. A dispetto di ciò, le aspettative culturali implicite nelle politiche del tempo locali furono in un certo senso amplificate dall’effettiva crisi distrofica che seguì nei mesi estivi. Una funzionaria del comune di Goro, parlandomi dei “malfunzionamenti” della laguna, mi disse:
È proprio così per sua natura abbastanza problematica, nel senso che se tutto funziona come deve funzionare, se c’è, io dico, l’allineamento di tutti i pianeti… allora l’habitat risulta essere un habitat naturale per la vongola. […] Quando c’è qualcosa che esce dagli schemi, diventa… un problema. Perché questo habitat naturale è anche fragile.
26Questa percezione, condivisa dalla maggior parte della comunità, si legava direttamente alle retoriche impiegate nei precedenti interventi di modificazione ambientale: la laguna era problematica e fragile per natura. Il ritorno delle alghe, per quanto inaspettato, confermava ulteriormente la necessità di un management tecnocratico che, attraverso un’attività di manutenzione continua, preservasse l’habitat ideale per l’allevamento della vongola. L’ecologia estrattiva basata su Ruditapes philippinarum diveniva a tutti gli effetti misura del corretto funzionamento dell’ecosistema lagunare.
27Un anno più tardi, nel periodo immediatamente successivo alle alluvioni dell’Emilia-Romagna, le coste dell’Alto Adriatico e in particolare dei territori deltizi osservarono una proliferazione senza precedenti di Callinectes sapidus, il granchio blu dell’Atlantico. Nella Sacca di Goro il fenomeno fu particolarmente acuto e le rappresentazioni locali insistettero sull’idea di un’invasione nefasta che stava devastando l’industria della vongola. Diversi vongolari mi parlarono del granchio blu usando il termine “mostro”, a sottolinearne le fattezze spaventose e spiazzanti: molto più grande del granchio autoctono (Carcinus aestuarii, Nardo, 1847), con chele affilatissime, carapace dai riflessi cobalto e pinne per nuotare agilmente nella colonna d’acqua. E “mostruosi” erano gli effetti della sua predazione: allevamenti di vongole ridotti al nulla, reti da posta tranciate, fauna bentonica travolta. Nel settembre 2023, Luciano mi disse con tono disilluso: «Non c’è più niente. Si è mangiato tutto». I biologi, per la prima volta, si mostravano più incerti e spaesati: anche per loro era difficile prevedere le conseguenze del fenomeno o elaborare soluzioni efficaci. Le cooperative si appellarono alle istituzioni locali, regionali e nazionali, richiedendo il riconoscimento della crisi e lo stato d’emergenza ambientale.
- 14 Nell’agosto 2024 il governo di Giorgia Meloni ha nominato Enrico Caterino come Commissario Straordi (...)
28Alla luce di una crisi che si è protratta per tutto il 202414, l’ucronia dell’industria locale sembra essersi sfaldata in modo irreversibile, frustrata da una temporalità ecologica che ha disarticolato l’infrastruttura socio-ambientale della Sacca. Confrontandomi con diversi interlocutori locali, la fine dell’industria lagunare sembrava alludere a un’apocalisse culturale senza possibilità di scampo (De Martino 2019). Una vera e propria fine del mondo, anzi: una fine del tempo. «C’è sempre stato solo questo, è difficile immaginare altro» mi disse Giacomo, un giovane vongolaro, parlandomi della disperazione dei suoi colleghi di cooperativa.
29Il crollo dell’ecologia estrattiva di Goro mostra chiaramente gli effetti indesiderati e imprevisti di una politica del tempo monofocalizzata: l’esaltazione di una singola ritmica estrattiva di matrice tardo-capitalistica a discapito dell’arrangiamento multispecie (Danesi della Sala 2024) che è proprio della laguna finisce infatti per creare condizioni di vulnerabilità inedite, in cui l’accelerazione dei mutamenti ecologici innescati dal surriscaldamento globale si esprime in modo turbolento e disorientante. La fabbrica del tempo si rivela essere una “trappola” del tempo (Deimos 2023), in cui paradossalmente possono proliferare coordinamenti temporali (Gan 2017a) che eludono la controllabilità tecno-scientifica umana. Gli effetti a lungo termine di questo di questo “disfacimento” (Sterte 2022) dovranno essere indagati attentamente, tanto sul piano delle politiche del tempo che verranno adottate localmente in relazione ai cambiamenti ambientali accelerati (Van Aken 2020) della laguna, quanto su quello delle nuove forme di relazionalità eco-culturale che le ritmiche volatili (Krause 2022) e indisciplinate dell’Antropocene produrranno.