Maya Wind, Torri d'avorio e d'acciaio. Come le università israeliane sostengono l'apartheid del popolo palestinese
MAYA WIND, Torri d'avorio e d'acciaio. Come le università israeliane sostengono l'apartheid del popolo palestinese, traduzione di Martina Napolitano e Andrea Rizzi, Edizioni Alegre, Roma, 2024.
ISBN 9791255600275
Testo integrale
1“Università e città vivono di uno dialogo continuo […] condividono una le sorti dell’altra, in un continuo e inevitabile scambio di saperi, risorse e capitale umano, come due parti di uno stesso magnete” è scritto in un documento prodotto nel 2015 dalla Fondazione CRUI - Conferenza dei Rettori delle Università Italiane - intitolato “Università e città”. Tale conclamato legame assume un valore supremo nelle democrazie liberali, dove all’università si riconosce la prerogativa di zona franca per la circolazione del pensiero e del sapere critico ed indipendente, configurandosi all’occorrenza come uno spazio di resistenza in grado di insegnare e innescare il cambiamento sociale. In Israele, sovente indicato come unica democrazia del Medioriente, le sue università si beneficiano di questa retorica, ricevendo dall’ambiente accademico internazionale ampio sostegno (visibilità, prestigio, fondi, collaborazioni, convenzioni). D’accordo con la tesi occidentalista dell’università libera, l’antropologo israeliano Dan Rabinowitz su Ha’aretz (3 novembre 2015) dichiara: “È vero, Israele infligge ingiustizie ai palestinesi ma chiederne conto alle università è ridicolo” (p. 25). In un simile scenario, Torri d'avorio e d'acciaio. Come le università israeliane sostengono l'apartheid del popolo palestinese di Maya Wind si impone, sin dal titolo, senza ambiguità e tentennamenti quale rigorosa, sistematica e coraggiosa contronarrazione, che però non ha nulla di controintuitivo. Mettendo cioè da parte il mito dell’università indipendente, i dati, le evidenze, le ricostruzioni, le descrizioni dense riportate nell’opera dall’antropologa israeliana di fatto ci svelano non tanto l’inaspettato quanto la logica conseguenza di un sistema di esclusione e repressione che vede proprio nell’università il suo “magnete”. Un sistema in atto ben prima della nakba (“catastrofe”) del popolo palestinese nel 1948 e della contestuale fondazione ufficiale di Israele. Prodotto di un’articolazione di saperi e pratiche al servizio di uno Stato che si definisce “sionista” e che è definito dal diritto internazionale “potenza occupante”, il quale nel perseguire i suoi obiettivi propugna un’ideologia imbevuta di suprematismo razziale-militare e fondamentalismo religioso invisi a un numero crescente di ebrei e non ebrei.
2Cosa succede, dunque, quando l’università si costituisce come la punta di lancia del colonialismo d’insediamento? Quando la conoscenza che produce assoggetta, ingloba, nasconde, elimina, isola, distrugge? Quando un campus nasce come avamposto fisico e simbolico per l’occupazione illegale di territori, acquisendo un valore strategico insostituibile per sostenere la militarizzazione della società e l’oppressione del colonizzato? Maya Wind risponde a queste domande con un linguaggio asciutto e chiaro, illustrando il modo in cui le università israeliane abbiano un ruolo attivo nella sottrazione del passato, del presente e del futuro dei palestinesi e delle palestinesi. Questi, sin dai primi anni 2000, col movimento PACBI (Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel) e BDS (Boycott, Divestment and Sanctions), prendendo ispirazione dalle campagne internazionali che hanno portato alla fine dell’Apartheid in Sud Africa, fanno sentire la loro voce per contrastare l’autonarrazione israeliana sul pluralismo, la libertà di pensiero ed inclusività delle proprie università, denunciando il ruolo chiave che tali istituzioni ricoprirebbero da decenni nella pianificazione, attuazione e giustificazione delle politiche di occupazione e apartheid di Israele (p. 23), nonché le violazioni al diritto all’istruzione di milioni di palestinesi che vivono sotto occupazione militare (pp. 29-30). Sulla scia della presa di posizione e di parola della comunità palestinese, Maya Wind ha reso pubblica con la sua opera un’impressionante e preziosissima mole di materiale redatto esclusivamente in ebraico e per lo più inaccessibile al di fuori di Israele, e lo fa grazie alla possibilità di frequentare i corsi universitari, gli archivi e le biblioteche statali e militari data la sua condizione di “cittadina bianca ebrea israeliana” (p. 28). L’antropologa ha dunque attraversato queste istituzioni da privilegiata, analizzando accuratamente le fonti in lingua originale, raccogliendo testimonianze o assistendo con i propri occhi al ricco e variegato catalogo di violenze e soprusi perpetrati nei confronti di docenti, studenti e studentesse palestinesi ed ebrei israeliani animati da prospettive critiche e anticoloniali. Su queste premesse, il libro si divide in due sezioni dal titolo “Complicità” e “Repressione” per un totale di sei capitoli i quali, nel complesso, indagano la relazione tra università e occupazione illegale dei territori palestinesi, associata alla militarizzazione della società e dell’università israeliana.
3Nel primo capitolo, “Competenze di assoggettamento”, si esplora il modo in cui l’archeologia, le scienze giuridiche e gli studi mediorientali abbiano subordinato i propri interessi scientifici (trasformandosi dunque in strumenti “ascientifici”) alla propaganda di Stato, né più né meno che in qualsiasi regime autoritario. L’archeologia cosiddetta “biblica” minimizza o oblitera le tracce stratigrafiche del passaggio di arabi e musulmani, fabbricando per difetto le “prove” a sostegno della rimozione storica dei palestinesi e a beneficio di una ricostruzione in situ della presenza millenaria e continuativa della comunità ebraica. Per cui, a partire dalla sinergia tra università, scavo ed esercito, l’espansionismo coloniale ingaggia un fitto dialogo con una disciplina nata dalla terra ‒ da un’ipotetica terra nullius in questo caso ‒ usata per corroborare l’espropriazione, l’espulsione, l’acquisizione di case e beni materiali e immateriali del popolo palestinese; per guadagnare i loro villaggi; per rubare nei loro musei e nelle biblioteche reperti di immenso valore; per distruggere, bruciare quanto attesti una narrazione divergente dalla propaganda di Stato; per “giudaizzare” e, contestualmente, rivendicare il nulla, l’assenza, il vuoto di memoria e di patrimonio che avvolge e assedia chi è altro da Israele. Parimenti, l’infrastruttura giuridica è animata da un coacervo di azzeccagarbugli intenti a giustificare in punta di diritto i crimini di guerra dell’IDF. L’università di Tel Aviv è, secondo Maya Wind, il punto nevralgico dell’innovazione giuridica in sinergia con i vertici militari (p. 70), i quali collaborano nella redazione di pubblicazioni a sostegno di operazioni e tattiche militari considerate extralegali dal diritto internazionale. Per esempio, la “Dottrina etica per la lotta al terrorismo” concepita dal prof. Asa Kasher e il generale Amos Yadlin presso il National Security College dell’Università di Haifa mira tra l’altro ad ovviare alla distinzione tra popolazione civile e militare, coniando il termine di “popolazione terza” attribuibile ai palestinesi: “persone che sembrano civili ma che possono potenzialmente interferire con le operazioni militari” (p. 71), diventando danni collaterali delle offensive dell’IDF, ovvero individui la cui uccisione è giustificata dal punto di vista etico-giuridico. Ad argomentazioni simili tende lo strenuo lavoro di difesa alle critiche mosse ad Israele dall’ONU e da organizzazioni non governative per i diritti umani e dalla stessa Corte Penale Internazionale, supportato dalla ricerca di criminologi al servizio della formazione degli apparati di polizia e dello Shin Bet. Questi, sotto l’egida della lotta al terrorismo, contribuiscono all’accademizzazione dell’arma (si veda anche il progetto Havatzalot dell’Università ebraica, un corso di laurea d’élite offerto ai soldati dei corpi di intelligence nell’ambito dell’addestramento militare, pp. 91-98), presentando l’attività di polizia nei confronti dei palestinesi e la collaborazione tra polizia e università come un “modello per le democrazie” (p. 81). Non sorprende quindi che anche i dipartimenti di studi sul Medioriente facciano la loro parte nella produzione di sapere utile all’intelligence israeliana. In particolare, il Moshe Dayan Center for Middle Eastern and African Studies dell’Università di Tel Aviv presenta una agenda plasmata dagli interessi di sicurezza dello Stato, a cui fornisce una “cassetta degli attrezzi” per muoversi, capire la storia e la cultura del Medioriente, e perché no, anche “istruire” i palestinesi all’integrazione e alla tolleranza nei confronti dei soldati sempre più presenti nei campus come studenti e docenti (rimando nuovamente al progetto Havatzalot dell’Università ebraica e alle dichiarazioni del rettore, p. 94). Mentre alcuni degli accademici più prestigiosi sono consulenti dell’esercito o del Ministero della difesa e mantengono una parvenza di scientificità anche quando le loro pubblicazioni “promuovono pregiudizi di stampo razziale sulla «jihad» e su quella che chiamano abitualmente una «cultura che venera la morte» all’interno delle società arabe e musulmane, propagando una visione del Medioriente che riflette uno sguardo esplicitamente militarizzato […] a diretto sostegno della duratura occupazione illegale dei Territori” (p. 87).
4La materialità della violenza coloniale si esprime anche nei volumi e nell’architettura dei campus. Nel secondo capitolo, “I campus come avamposto”, si evidenzia il modo in cui le università israeliane siano in primis strutture fisiche che incombono sulla popolazione da soggiogare, innestandosi in punti particolari del territorio per controllarlo e trasformarlo. Prendiamo il caso dell’Università Ebraica. Il Movimento Sionista mondiale acquistò il terreno destinato al campus collocato strategicamente sulla cima del monte Scopus, che domina Gerusalemme Est. L’ateneo aprì le sue porte nel 1925 come remota enclave circondata da villaggi palestinesi. Dopo lo scoppio della guerra del 1948, l’Università si sposta a Gerusalemme Ovest: il terreno per la costruzione di un nuovo campus, secondo la versione ufficiale, è una «collina rocciosa e deserta». In realtà, fu costruito sulle rovine del villaggio palestinese che gli abitanti nel 1948 si videro costretti a lasciare. Con l’occupazione di Gerusalemme Est, nel 1967 si pensò immediatamente a riaprire anche il campus originario sul Monte Scopus, immaginando l’università Ebraica come simbolo politico dell’unificazione di Gerusalemme. La nuova università è una torre che domina lo skyline della Città Santa, un edificio monumentale a rinforzo dell’egemonia ebraica sull’area, corollario di una massiccia operazione di esproprio e contenimento del quartiere palestinese che sorge sulle pendici del monte. L’Università di Haifa in Galilea, eretta in cima al Monte Carmelo, nella regione con la più alta densità di popolazione palestinese, è stata concepita per favorire il progetto demografico “sostitutivo” di Israele. Il Monte Carmelo prima del 1948 era popolato da insediamenti palestinesi; dopo, “Ciò che rimaneva dei villaggi palestinesi venne demolito, ricoperto da foreste di pini piantati dal Fondo nazionale ebraico e sostituito da città ebraiche e dal più grande parco nazionale del paese” (p. 125), come a voler esprimere concretamente la “naturalizzazione” della presenza israeliana e dell’assenza palestinese. L’Università Ben-Gurion nel Naqab ha lo scopo di popolare questa regione che è per il 60% israeliana ma è vissuta dall’8% di israeliani, essendo un’area per lo più desertica. La scarsa presenza ebraica in loco è percepita come una minaccia per i nuovi abitanti, per cui l’università ha ricoperto un ruolo fondamentale nella segregazione della popolazione beduina e nella creazione di un indotto, di complessi abitativi, di una serie di vantaggi economici per docenti e studenti ebrei israeliani, incentivando inoltre il trasferimento di migliaia di soldati nelle basi militari della regione e nel parco militare hi-tech adiacente al campus. L’università accoglie inoltre un altissimo numero di studenti-soldato che sono attori attivissimi del progetto di “giudaizzazione” della zona, consistente per lo più nel furto delle terre beduine palestinesi su cui sorgono i villaggi universitari. L’Università di Ariel nella Cisgiordania occupata è invece il fulcro della colonizzazione del territorio, il cuore pulsante degli insediamenti condannati dalle Nazioni Unite, dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani e addirittura da Stati Uniti ed Unione Europea. Eppure, il campus è ancora lì perché da una parte la normalizzazione (spesso “naturalizzazione” come abbiamo visto) e lo sviluppo dell’Università di Ariel e degli insediamenti illegali sono processi interconnessi. Dall’altra, perché l’università “fortezza” è innanzitutto un monumento di egemonia territoriale e politica. Qui, distinguere chiaramente chi, cosa, quale disciplina abbia una particolare vocazione sionista-colonialista è quasi pretestuoso o fuorviante. Particolarmente eloquente in tal senso è il terzo capitolo intitolato “Militarizzazione scientifica”, il quale merita molta attenzione anche nella sua veste di esempio, ispirazione, progetto laboratoriale distopico dell’università ai tempi del riarmo, quindi ben oltre Israele ed in stretta connessione con le sue avanzatissime tecnologie di guerra. Questo capitolo fondamentale illustra come le università israeliane, prima e dopo la data cruciale del 1948, divennero luoghi nevralgici per lo sviluppo dell’industria delle armi (tra cui le armi batteriologiche usate per inquinare l’acqua dei pozzi palestinesi, p. 153). Spesso, come nel caso dell’istituto Technion, è difficile distinguere tra centro di ricerca e industria militare, data la mobilità del personale docente e del corpo studentesco tra i due comparti. Spesso, i loro prodotti scientifici sono “testati” in campo sui palestinesi e le palestinesi (p.185, 189). Per coprire i crimini di guerra e contro l’umanità a cui le stesse università concorrono si organizzano numerose iniziative, tra cui, ad esempio, la conferenza intitolata “La battaglia per l’opinione pubblica: Gaza come caso di studio” in cui esperti militari, funzionari del Ministero degli esteri, giornalisti e ricercatori hanno discusso sulle strategie di reazione per minimizzare l’impatto causato da episodi come “La Grande Marcia del Ritorno”, organizzata dalla società civile palestinese e repressa nel sangue dall’IDF (pp. 157-159). Come rafforzare la hasbara ovvero la propaganda statale volta a contrastare ogni delegittimazione dell’operato di Israele? Come criminalizzare l’attivismo palestinese e il movimento BDS? Ecco, queste competenze si imparano all’università, un vero e proprio centro di addestramento contro la mobilitazione e il dissenso (chiamato “terrorismo”); di addestramento alla normalizzazione delle discriminazioni nei confronti degli studenti non ebrei o all’idea che le condizioni di vita dei palestinesi siano migliori sotto il governo israeliano (p. 163). A ciò si aggiungono gli addestramenti militari inquadrati nel sistema universitario israeliano, gestiti dall’esercito e dal Ministero della difesa in collaborazione con aziende produttrici di armi. Con programmi come Atuda (letteralmente, “riserva accademica”), l’esercito offre cinquanta diversi corsi di laurea in numerosi settori disciplinari (lingue, materie umanistiche, diritto, scienze naturali, statistica, ingegneria) in tutte le università pubbliche israeliane, facendosi carico della retta e assegnando borse di studio ai futuri soldati in cambio di un loro servizio militare esteso con il grado di comandanti e ufficiali (p. 166-167).
5La seconda parte del libro (“Repressione”) si apre (cap. 4 “Occupazione epistemica”) col caso della professoressa palestinese-israeliana Nadera Shalhoub-Kevorkian dell’Università Ebraica, di cui è stato chiesto a gran voce e a più riprese il licenziamento per le sue ricerche sulla resistenza palestinese e la violenza di stato israeliana, in quanto capaci di avere un’eco e un riconoscimento internazionale. Di fronte alle minacce, anche di morte, pervenute dall’interno e dall’esterno dell’Università Ebraica in cui la docente è incardinata, l’istituzione si è rifiutata di garantirne la sicurezza, favorendone al contempo l’isolamento e l’ostracizzazione. Non si tratta certamente dell’unico caso. Cittadini palestinesi di Israele o semplicemente critici che si occupano di tematiche legate alle condizioni storiche e attuali dei palestinesi soggetti al dominio israeliano, sia all’interno di Israele che nei Territori occupati, sono sorvegliati e allontanati e questo perché le università rigettano sistematicamente qualsiasi approccio decoloniale alla ricerca accademica, sottraendosi al dibattito su colonialismo d’insediamento, occupazione militare e apartheid: ne hanno risentito soprattutto discipline come la storia, l’antropologia, le scienze politiche, la sociologia e gli studi culturali.
6I confini di ciò che è accettabile indagare, insegnare e discutere sono sempre più vigilati anche grazie alla presenza di attivisti di destra come l’organizzazione Im Tirtzu, presente in tutte le università e animata dal preciso scopo statutario di «rinvigorire» l’ideologia sionista in Israele (p. 206). Scrive Maya Wind: “Nel 2010, Im Tirtzu è stata incaricata dalla Commissione Istruzione della Knesset di redigere una relazione sui «pregiudizi anti-sionisti» nel mondo accademico israeliano, da presentare al Consiglio dell’istruzione superiore. Secondo la relazione, i docenti di sinistra e antisionisti stavano imponendo le proprie opinioni politiche sugli studenti, mettendo a repentaglio il mondo accademico israeliano e la reputazione internazionale di Israele […] In seguito, Im Tirtzu ha pubblicato un’altra relazione in cui riportava i nomi dei docenti con appartenenze «di sinistra» invocandone il licenziamento” (pp. 207-208). Il corpo docente del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Ben-Gurion è stato il principale bersaglio delle campagne di Im Tirtzu, tacciato di essere poco rigoroso nella produzione scientifica e nell’attività didattica, a causa di pregiudizi politici e un impegno sociale che ne ostacolano l’eccellenza accademica (p. 209). Di conseguenza, le precauzioni da prendere sono innumerevoli in queste università “depoliticizzate”, in cui il politico è solo il dissenso e la critica mentre tutto il resto riveste il ruolo di scienza super partes. Al contrario, e fino all’ultima pagina di questo libro, Maya Wind ci mostra non solo le molteplici modalità in cui l’università è un importantissimo spazio politico, ma anche come la “neutralità” quando viene invocata o esercitata nell’università è per lo più fortemente schierata. Schierati nella fattispecie in soccorso di chi è armato fino ai denti e di politiche liberali di presunta inclusione o uguaglianza dello stato israeliano, risultato di una strategia di offuscamento epistemico buona per l’audience occidentale a cui Israele guarda per la propria sopravvivenza morale ed economica. Una sopravvivenza ancorata ‒ come è magistralmente esposto nel libro di Maya Wind ‒ alla continua, certosina, programmata, scientifica (e ascientifica) negazione della vita e dell’identità palestinese.
7Se nelle università progettate come apparati al servizio del programma di pulizia etnica dei territori palestinesi qualsiasi prospettiva critica mette in pericolo la libertà di pensiero degli accademici ebrei-israeliani non allineati all’ideologia sionista, per gli studenti palestinesi (cap.5, cap.6) che frequentano le università la situazione è molto più dura: “Agli occhi degli studenti palestinesi, gli ingressi delle università assomigliano molto ai checkpoint militari dei Territori occupati, con le guardie armate, i tornelli e i requisiti di identificazione” (pp. 248-249) richiesti per entrare in uno spazio demarcato come spazio ebraico di rivendicazione nazionale di matrice razziale.
8Ci ricorda Maya Wind che, per come è stata concepita e costruita, l’Università ha l’impronta coloniale. Le università statunitensi, australiane, canadesi, sudafricane sono state a tutti gli effetti manifestazione e prolungamento del colonialismo d’insediamento. In questi paesi oggi è in atto una riflessione importante, profonda, anche riparatrice, che vede le diverse parti in causa, gli eredi dei colonizzatori e dei colonizzati, in dialogo. Ecco, le università israeliane vogliono ergersi a caso eccezionale anche in questo ambito, sottraendosi completamente a questo tipo di riconoscimento.
9Oggi, di fronte al genocidio del popolo palestinese e di fronte al sentimento di impotenza che ci pervade facciamo fatica ad immaginare una storia diversa da quella che vediamo. Eppure, nelle ultime pagine del libro Maya Wind ci aiuta ad immaginare un futuro alternativo proprio a partire dalle università: “Le università potrebbero smettere di negare che i loro campus si trovino su terre palestinesi espropriate e cessare di rendersi strumento di «giudaizzazione», colonizzazione e spossessamento. Potrebbero porre fine ai programmi di ricerca che mettono le competenze dei loro ricercatori al servizio delle violazioni sistematiche del diritto internazionale da parte del governo militare dei Territori occupati. I dipartimenti potrebbero chiudere i corsi di laurea dedicati all’esercito, alla polizia e allo Shin Bet, la cui formazione accademica non serve altro che ad affinare le procedure illegali di detenzione, interrogazione e tortura dei palestinesi. I laboratori potrebbero recidere i propri legami con il comparto militare israeliano e non dedicare più le proprie risorse e ricerche alla progettazione di tecnologie e armi che vengono testate sul campo contro i palestinesi sotto occupazione per poi essere esportate in tutto il mondo. Gli atenei potrebbero sottrarsi al ruolo di struttura chiave nella repressione del movimento di liberazione palestinese […] I rettori e i direttori potrebbero collaborare con i docenti e gli studenti palestinesi per fare delle proprie istituzioni i cardini della vita democratica fondati sull’uguaglianza e al servizio di tutti. I docenti ebraico-israeliani, da parte loro, potrebbero onorare e sostenere i coraggiosi studenti palestinesi che si mobilitano per tutelare i propri inalienabili diritti umani” (pp. 313-318). Sì, potrebbero, ma molti e molte hanno paura. Pertanto è importante sottolineare che le accademiche e gli accademici che intendono sottrarsi alla spirale di morte e ingiustizia alimentata dalla loro università (e da tutti gli stati complici) si sentono sostenuti dalle pressioni internazionali esercitate sull’autorità israeliana (p. 296). Il senso della protesta, del boicottaggio, un potere diffuso, pacifico e dal basso a scuotere il vertice, è anche questo.
10Nel periodo tragico e cruciale che stiamo attraversando, lo straordinario lavoro dell’antropologa israeliana ha rappresentato un eccezionale sostegno per le comunità accademiche in mobilitazione per la Palestina. Dalla sua pubblicazione, Towers of ivory and steel comincia a diffondersi ben al di là della ristretta cerchia degli antropologi e antropologhe; ad essere citato negli incontri, nei convegni, nelle manifestazioni, acquisendo una rilevanza pubblica e un apprezzamento di cui l’immediata traduzione in italiano è un segno inequivocabile. Oggi è un libro che pesa come un macigno su chi non vuole vedere, non vuole capire e ancora si ostina a negare la complicità delle università israeliane nella prima e nella seconda nakba, sostenendo con le parole e le parole non dette, l’ecatombe, l’olocausto, la catastrofe della civiltà.
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Notizia bibliografica digitale
Francesca Cerbini, «Maya Wind, Torri d'avorio e d'acciaio. Come le università israeliane sostengono l'apartheid del popolo palestinese », Archivio antropologico mediterraneo [Online], Anno XXVIII, n. 27 (1) | 2025, online dal 20 juin 2025, consultato il 14 septembre 2026. URL: http://journals.openedition.org/aam/10535; DOI: https://doi.org/10.4000/145oz
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