Michael Herzfeld, Lo stato nazione e i suoi mali
MICHAEL HERZFELD, Lo stato nazione e i suoi mali, Castelvecchi, Roma, 2024.
ISBN 979-1256141180
Testo integrale
1Nonostante la mia breve esperienza di docente universitario, ritengo che sia possibile individuare delle continuità, o forse meglio delle ricorsività di base, quasi strutturali, che animano la possibilità di fraintendimenti (se non errori veri e propri) in aula. Una di queste – oltre al (comprensibile) piacere provato dagli studenti nello storpiare il nome di qualche illustre antropologo (Malianoski, Malikosky, Malinozky) o di qualche noto rituale (dal kulla al neven al poltac) – è sicuramente quella di ritenere che stato e nazione coincidano. Certamente la diffusione di questo fraintendimento non si riduce alla comunità studentesca, ma è ben più ampia. Per questo motivo, tra gli altri, ritengo importante l’ultima e recente fatica editoriale di Michael Herzfeld, edita per Castelvecchi, dal titolo Lo stato nazione e i suoi mali (2024).
2Oggetto del libro, come chiarito fin dal principio (p. 16), “non è la critica dello Stato come tale” e nemmeno “il concetto di nazione”, quanto piuttosto “il collegamento dei due concetti”, in particolare il fatto che questi vengono quasi naturalmente associati o addirittura usati come sinonimi, “come se fossero inestricabilmente e inevitabilmente intrecciati l’uno con l’altro”. Lungi dal voler sprecare questo spazio trasformando la recensione in un riassunto, in un elogio o in una stroncatura, vorrei cogliere l’occasione per dialogare con il testo dell’antropologo emerito di Harvard, a partire dall’identificazione – certamente arbitraria – di alcuni elementi di interesse per la disciplina e i suoi dibattitti contemporanei contenuti nel testo, che hanno evidentemente a che fare con il tema principale dell’opera, già anticipato, ma anche con altre peculiarità. È d’obbligo una premessa: non entrerò nel merito della tesi del volume (lascio questa operazione a chi ha più competenze di me su questi temi), ma proverò a costruirci un dialogo a partire dalla mia concezione dell’antropologia, quella cioè di un sapere aperto, relazionale, impegnato e pubblico.
3In primo luogo, vorrei focalizzarmi sull’originalità dell’operazione editoriale. Questa non dipende tanto dal tema – che, sebbene con diversi approcci, è dibattuto in ambito antropologico, e non solo – quanto piuttosto dalle motivazioni che hanno spinto Herzfeld a scrivere il libro – e a scriverlo direttamente in italiano. Nello specifico, i motivi espressi sono due: il primo riguarda il “senso di debito” verso “tanti amici italiani e verso un paese” che lo ha affascinato fin dalla giovane età; il secondo riguarda il desiderio di entrare in “dibattito proficuo con il pubblico dei paesi” dove ha svolto ricerca (pp. 14-16). Queste motivazioni non possono essere ridotte a spinte personali dovute a vicende biografiche e professionali, ma devono, a mio avviso, essere ricondotte alle dimensioni epistemologiche, metodologiche e teoriche della disciplina e alla loro rielaborazione da parte dell’autore. In questo senso, ogni scelta che ha portato alla stesura al volume credo possa essere fatta risalire a queste. In primo luogo, Herzfeld cita il senso di debito verso gli interlocutori e, in senso più ampio, verso l’Italia: come ben spiegato da David Graeber (Debito, Il Saggiatore, Milano 2014, p. 121), il debito è uno scambio – o una relazione – che non è stato portato a termine. È proprio la dimensione dell’incompiutezza relazionale (che si realizza “all’ombra di un’eventuale uguaglianza” – ivi., p. 122), che fa emergere il debito, o il suo “senso”. A differenza di altre forme, l’etnografo, per definizione, non riuscirà mai a portare a termine questo scambio o, meglio, non potrà mai saldare quanto gli è stato dato dagli interlocutori. Infatti, l’etnografia stessa non potrebbe esistere senza ciò che viene dato o donato all’antropologo, mentre il contrario non è certamente vero (gli interlocutori possono certamente vivere senza l’etnografia, anzi, c’è chi sosterrebbe che vivrebbero anche meglio…). Questa perenne posizione di debito – di svantaggio o vantaggio? – coincide forse con la posizione dello straniero e quindi ha a che fare con le politiche dell’ospitalità, che in fin dei conti sono anch’esse, in ultima analisi, l’esito del tentativo sociale e culturale di dover avere a che fare con la diversità. Riconoscere la propria estraneità, così come il proprio debito, nei confronti degli interlocutori e il fatto che la ricerca è imbrigliata in una ragnatela di politiche e pratiche dell’ospitalità rappresentano la premessa per comprendere questo volume ma, forse, in senso più ampio l’antropologia di Herzfeld. Il suo senso di debito non è retorico, ma abita le pagine che restituisce così come le sue relazioni. E fornisce una chiave di lettura per comprendere la scelta dei temi, l’identificazione dello stile letterario, la preferenza per una certa postura etnografica, l’elaborazione dell’impianto teorico. Da ciò emerge anche la seconda motivazione che porta l’antropologo a scrivere Lo stato nazione e i suoi mali: la scelta di dibattere in maniera proficua con i diversi pubblici dei paesi dove ha svolto ricerca (quindi, nello specifico, Grecia – di cui è anche cittadino onorario, Italia e Tailandia). Quest’ultimo punto, che entra in risonanza con quanto detto finora, chiarisce la decisione di scrivere – per la prima volta, sebbene alcune opere dell’autore siano state tradotte, sempre sotto la sua attenta supervisione – direttamente in italiano, così come quella di mettere al centro del volume un tema – il razzismo, definito dall’antropologo come “il bullismo politico al livello del nazionalismo” (p. 18) – che è (o dovrebbe essere) al cuore del dibattito pubblico nazionale. In merito a quest’ultimo, l’autore evidenzia che, qualora riuscisse “a lanciare una discussione seria sull’eventuale contributo dell’antropologia, e sul fatto che diversi Stati nazionali danno delle spinte forti all’odio razziale pur condannandolo nella loro retorica” (p. 17), potrà ritenersi più che soddisfatto del lavoro fatto. Si tratta in fin dei conti di dimostrare che “i razzisti cercano in un nazionalismo estremo la cancellazione delle loro paure più immediate, pur sapendo che quelle paure non scompaiono mai, perché il concetto di una nazione edenica, situata fuori dalla Storia e quindi sospesa fuori dal flusso del tempo, è un grosso inganno” (p. 18).
4Ciò porta al secondo elemento di interesse che intendo evidenziare e che tocca in questo caso direttamente il fulcro della proposta teorica del volume: cosa accade quando analizziamo antropologicamente il rapporto tra razzismo, nazione e Stato? L’indagine dei rapporti tra questi tre “oggetti” di studio rappresenta lo specifico contributo del volume al dibattito. Senza entrare eccessivamente nel merito, vorrei evidenziare alcuni aspetti che credo valga la pena trattare, perlomeno per darne un assaggio al lettore. Il primo aspetto riguarda il rapporto tra stato e nazione. In particolare, si chiede Herzfeld, “la connessione (oppure la confusione) tra Stato e nazione è davvero necessaria”? (p. 19). La tesi principale del libro è che non lo sia. Infatti, la confusione tra questi pone, secondo l’antropologo, “un grave pericolo per la sopravvivenza dell’umanità” (p. 21). Il caos è tale che spesso non si può pensare allo stato (una forma di organizzazione politica) senza la nazione (un concetto che richiama all’identità, all’essere naturale e in-nata, o essenziale – p. 70). Eppure, lo stato nazione – inteso come entità che presuppone un rapporto fisso tra struttura politica e identità culturale – è un’invenzione di origine europea piuttosto recente (p. 68). Lungi dall’essere temporalmente atemporale, questa entità è frutto di un processo storico, che tuttavia, nell’immaginario pubblico e politico, è stato sostituito dalla questione (fuori dal tempo, immortale – o che porta comunque all’immortalità, all’immutabilità) dell’identità collettiva. In particolare, la storia del modello dello stato nazione coincide con la storia del colonialismo (p. 23): è stato infatti quest’ultimo a sancirlo come modello universale, dotandosi anche di classi dirigenti “abituate a pensare secondo la logica amministrativa dello Stato europeo” (p. 78). Sebbene oggi ci percepiamo abitanti di un mondo postcoloniale, lo stato nazione non solo continua a esistere, ma è divenuto “ormai il simbolo prevalente dell’ordine in tutti i sensi”, pur essendo, più che altro, “la fonte di un terribile disordine” (p. 69). Ma, si chiede l’autore, “come siamo arrivati al punto di non poter percepire il carattere artificiale del collegamento tra Stato e nazione?” (p. 77). Qui subentra il concetto di nazionalismo metodologico (p. 78). Con ciò si intende “l’errore [concettuale] di trattare di ogni tipo di raggruppamento sociale come se il concetto di nazione fosse l’unico modello possibile”. Evitare di cadere nel nazionalismo metodologico è una delle strategie per poter riconoscere il carattere storico del modello dello stato nazione. Ciò porterebbe non tanto allo smantellamento delle strutture amministrative dello stato (che l’autore non ritiene nemmeno auspicabile), quanto piuttosto ad annullare il legame che connette stato e singola identità etnica (p. 79): infatti, “non c’è niente che imponga a uno Stato di essere nazionale” (p. 76). Viene da chiedersi, tuttavia, se ci sia qualcosa invece che imponga a una nazione di essere (solo e sempre) statale.
5Il secondo aspetto riguarda la questione del razzismo e del suo rapporto con lo stato. Herzfeld chiarisce fin dal principio che il razzismo non nasce con lo Stato, ma che questo rappresenta “una ruggine invadente, piena di germi infettivi, che divora il corpo politico a passi sempre più rapidi” (p. 33). Tale affermazione è importante, perché di fatto evita che il ragionamento cada nella trappola, ravvisata da altri, di ontologizzare lo stato, o di accontentarsi di una risposta single-cause, che vede (sempre) nello stato il responsabile ultimo e unico di qualsiasi forma di oppressione (cfr. Vereni P., 2025 «Il paradosso dello Stato-nazione: critica dell’ontologizzazione nel pensiero di Michael Herzfeld», in Dialoghi mediterranei, 73, e la risposta di Herzfeld, «Dove risiede l’ontologia dello Stato-nazione? Una risposta a Pietro Vereni», in Dialoghi mediterranei, 73). Pur intraprendendo un sentiero scivoloso, Herzfeld è chiaro nelle sue istanze: “Lo Stato non è un’istituzione inevitabilmente razzista. È una struttura amministrativa la cui funzione è la protezione della cittadinanza” (pp. 96-97). O ancora, proprio nelle conclusioni al volume: “lo Stato, […] da solo, non è la fonte dei mali” (p. 162). A ciò non corrisponde evidentemente una neutralità dello stato, ma piuttosto una ridistribuzione delle responsabilità in termini operativi e pratici, cioè a partire dal riconoscimento di coloro che operano in quanto rappresentanti, funzionari, agenti dello stesso. Questo approccio, del resto, è coerente con lo sguardo antropologico, che tende a mettere a valore le dimensioni del quotidiano, dell’intimità culturale, della prassi, ma anche della banalità.
6L’aspetto della banalità acquisisce un certo peso nel volume, a partire dall’adozione dell’approccio proposto da Michael Billig allo studio della nazione e del nazionalismo (Billig M., 1996, Banal Nationalism, Sage, New York). Il politologo vedeva nella banalità – “nei piccoli dettagli” (p. 56) – la perpetuazione di operazioni di protezione di spazi segreti utili alla riproduzione e al riconoscimento delle dimensioni meno “rispettabili” della quotidianità della nazione. Le “cose” rappresentano “simboli e strumenti di un nazionalismo banale, ossia il nazionalismo sommerso, dato per scontato, che risiede nei piccoli atti e oggetti incontrati, quasi inconsapevolmente, giorno dopo giorno” (p. 47). L’adesione a questa ipotesi è tale da, mi pare, informare anche dimensioni più strutturali del testo. Per esempio, l’intelligente riflessione che si articola alla luce del rapporto tra parentela e Stato nazione (cap. 5), ipotizzo possa essere in parte debitrice proprio dell’attenzione “radicale” alla banalità. Infatti, negli ultimi tempi gli studi sulla parentela si sono focalizzati sugli aspetti più banali e quotidiani della costruzione della parentela. Quando trasliamo questi approcci allo studio dello stato nazione i risultati possono essere affascinanti: si pensi per esempio alla proposta di interpretare il razzismo come “variante culturale dell’incesto” (p. 96) o di considerare lo stato come entità capace di garantire una sorta di riservatezza famigliare – dunque di garantire la possibilità di comportarsi male, illegalmente, di lamentarsi (p. 49), ma secondo regole culturalmente (famigliarmente) concordate (p. 100) – e così di ottenere la lealtà dei suoi cittadini (p. 99).
7Il terzo elemento di interesse che credo valga la pena evidenziare riguarda l’onnipresenza teorica della nozione di costruzione sociale. Nel testo questa viene mobilitata in relazione ai temi dell’identità, delle frontiere, delle culture, dell’etnia e dell’etnicità, della periferia, della stirpe, della marginalità, dell’illegalità, del patrimonio. Adottando la medesima logica proposta da Nicholas De Genova (De Genova N. (ed.), 2017 The Borders of “Europe”. Autonomy of Migration, Tactics of Bordering, Duke University Press, Durham) in merito al caso delle migrazioni (p. 144) – cioè quella di fare riferimento alle persone non in quanto “illegali” ma in quanto “illegalizzate” – Herzfeld mostra la processualità storica, politica e sociale dei fenomeni e, nello specifico, delle politiche che vanno a produrre gli “oggetti” (sempre apparentemente immobili, fissi, sostanziati, naturali) dello studio e la loro rappresentazione mediata e retorica. Ciò risulta particolarmente interessante quando leggiamo di casi italiani (per esempio p. 117, p. 119, p. 127), in merito alle popolazioni rom e sinti, agli spazi marginalizzati e alle popolazioni emarginate delle nostre città, alle identità naturalizzate e ai patrimoni ufficializzati. È importante, se non addirittura essenziale, svelare il carattere squisitamente costruito della realtà sociale, in particolare qualora venga manipolata a fini ideologici, identitari, razzisti, come non di rado accade in Italia. In fin dei conti, si tratta di mettere a valore la relazione e il processo, fuggendo le identità, le sostanze, le ideologie.
8Un ulteriore elemento di particolare interesse che emerge dal volume riguarda l’insieme di considerazioni, presentato in ordine sparso, relativo a una specifica visione herzfeldiana dell’antropologia. Quest’ultima, nel testo, mi pare che contenga sia elementi di continuità rispetto a quanto già ampiamente esposto altrove dall’antropologo sia di discontinuità e di originalità. Cercherò di estrapolarne alcuni aspetti. In primis, vale la pena evidenziare alcune specificità nell’aggregazione, nell’utilizzo e nella selezione del corpus letterario: quest’ultimo è l’esito (apparentemente pacificato, ma non per questo sterile) di un rapporto dialogico tra produzione accademica internazionale, produzione accademica endogena e produzione locale. C’è un dato di fatto che credo inoppugnabile: Herzfeld legge e dialoga con l’antropologia italiana. Allo stesso tempo, tuttavia, legge e dialoga con l’antropologia internazionale, in particolare con quella che si occupa di Italia. Disseminando e riarticolando queste connessioni, restituisce una prospettiva non gerarchica (su diverse scale) delle fonti: ricercatori precari italiani vengono messi in dialogo con il gotha dell’antropologia internazionale, teorie emiche riscrivono paradigmi classici della disciplina. Questa operazione, non così scontata per quanto riguarda gli antropologi stranieri che lavorano e hanno lavorato in Italia – come già messo in evidenza da Palumbo (Lo strabismo della DEA, 2018 e 2021) – ha un duplice effetto: da un lato fa circolare all’estero la letteratura antropologica italiana sull’Italia e, dall’altro, fa circolare in Italia la letteratura antropologica estera sull’Italia. L’antropologo si fa ponte, soglia, mediatore, non solo sul campo, ma anche tra comunità accademiche, impreziosendo il lavoro suo e degli altri. In secondo luogo, vale la pena soffermarsi sull’elogio della parzialità che mi pare emerga dalla prospettiva herzfeldiana. Nel testo un passaggio specifico è dedicato a evidenziare la saggezza insita nel riconoscimento dell’inevitabilità della parzialità (p. 47). Esiste forse un modo non parziale, dunque totale, per restituire rapporti sociali, cosmologie, mondi morali, valori etici? Ha senso augurarsi di riuscire a farlo? Credo di no: la parzialità garantisce apertura al gesto antropologico, concede la possibilità di apprezzare il vuoto. Come nelle migliori sinfonie, è la gestione dei vuoti a rendere una musica indimenticabile. In terzo luogo, dal testo emerge un’altra caratteristica dell’antropologia di Herzfeld: il continuo e fruttuoso dialogo con i “classici” della disciplina. Anche nel volume in oggetto, approcci, autori, temi cari alla disciplina sono mobilitati per sondare, interrogare, scandagliare in forma originale e pertinente. Con questa operazione non solo i classici vengono fatti rivivere, ma continuano a dimostrare la loro grandezza, grazie proprio all’intrinseca capacità – che però bisogna saper “attivare”, come fa Herzfeld – di essere contemporanei nonostante alcuni inevitabili limiti. L’antropologo di Harvard è solito a questo tipo di esercizi; tuttavia, mi pare che ora questa prassi sia completamente incorporata, tanto da farne una cifra caratteristica della sua proposta. Lo stesso può valere per il quarto punto, che riguarda la presenza mai ingombrante e arricchente di una dimensione autobiografia nell’analisi. Ciò non credo rappresenti una semplice scelta retorica e stilistica (comunque vincente), ma piuttosto una dimensione epistemologica che interroga il sapere antropologico alla radice, facendo dell’antropologo soggetto e oggetto della stessa analisi. In ultimo, vorrei accennare a un’ultima cifra caratteristica del lavoro di Herzfeld: la sua peculiarità nel fare teoria. L’autore, infatti, non rinuncia a formulare analisi che hanno un ampio respiro teorico e generalizzante. Queste, in linea con quanto espresso da Bruce Knauft (Knauft B., 2006 «Anthropology in the Middle», in Anthropological Theory, 4, VI: 407-430), si situano a un livello intermedio tra astrazione e ricchezza etnografica/culturale dei dati. In questo senso, la produzione teorica antropologica di Herzfeld si discosta da una normatività determinista e si orienta piuttosto euristicamente, dimostrando del resto il suo adeguato adattamento alla ricerca dell’imprevedibilità e della complessità delle relazioni sociali (p. 57). L’antropologia si fa così erede e prosecutrice di un approccio analitico che in passato è stato incarnato non da ultimo anche da Giambattista Vico, che rappresenta una guida e un’ispirazione per Herzfeld, come più volte ricordato nel volume.
9Per concludere, credo possa valere la pena riprendere le conclusioni del testo qui recensito, che tracciano tre possibili percorsi di ricerca (pp. 157-158) che varrebbe sicuramente la pena seguire. Il primo si articola a partire dal riconoscimento del collegamento tra stato e nazione come incidente storico. In quanto tale, è necessario ricostruirne i percorsi locali attraverso ricerche etnografiche e storiche, cogliere differenze e similitudini, mappare le distorsioni e le frizioni che ha creato, indagare le forme di privilegio e oppressione che ne sono emerse. Il secondo si sviluppa a partire dalla constatazione che la problematica connessione tra stato e nazione rende il terreno sociale molto vulnerabile al razzismo. In questo caso, si tratta di interrogare le logiche, le pratiche, i dispositivi di riproduzione di diverse forme di razzializzazione e le loro conseguenze. Ciò va sicuramente osservato in una logica di regime, come suggerito da Çağlar e Glick Schiller (Çağlar A., Glick Schiller N., 2018 Migrants and City-Making. Dispossession, Displacement, and Urban Regeneration, Duke University Press, Durham), dunque a partire dall’articolazione di una interconnessione di livelli e scale. L’etnografia permette di entrare nell’intimità culturale e così di attraversare le diverse configurazioni del sociale e del politico tra locale e globale, tra passato, presente e futuro. Il terzo percorso emerge dal ruolo che l’antropologia – e l’antropologo/a – può ricoprire nel cercare soluzioni realistiche ai “mali” dello stato nazione. In questo caso, Herzfeld propone una posizione intellettuale che definisce via media militante, giocata nella mediazione degli estremismi e nella capacità di costruire un equilibrio, da difendere a tutti i costi (p. 161), che fa dell’antropologia una disciplina della cura.
10Resta da chiedersi cosa decidiamo di farne, come comunità di antropologi e antropologhe, ma anche come cittadine e cittadini, di questo volume (e di altri simili). Fino a che punto siamo disposti a sospendere la nostra visione, emica ed etica allo stesso tempo, e metterci in ascolto? Sapremo superare quella fastidiosa sensazione – che i nostri interlocutori provano costantemente – di sentirci osservati, interpretati, perfino inventati da qualche collega? Leggere Lo stato nazione e i suoi mali può essere un punto di partenza per immaginare – insieme – delle risposte.
Per citare questo articolo
Notizia bibliografica digitale
Giacomo Pozzi, «Michael Herzfeld, Lo stato nazione e i suoi mali», Archivio antropologico mediterraneo [Online], Anno XXVIII, n. 27 (1) | 2025, online dal 20 juin 2025, consultato il 05 octobre 2026. URL: http://journals.openedition.org/aam/10584; DOI: https://doi.org/10.4000/145p1
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