Paola Sacchi, Pier Paolo Viazzo, Il Mediterraneo e l’antropologia. Storie, temi, prospettive
PAOLA SACCHI, PIER PAOLO VIAZZO, Il Mediterraneo e l’antropologia. Storie, temi, prospettive, Carocci, Roma, 2026.
ISBN 9788829035410
Testo integrale
1Pubblichiamo l’Introduzione (pp. 11-16) del bel libro di P. Sacchi e P.P. Viazzo, di recente pubblicazione. Si ringraziano gli Autori e l’Editore.
Che cosa si trova in questo libro? Intanto per cominciare una storia “canonica” dell’antropologia del Mediterraneo nelle sue diverse fasi, fondamentalmente tre. Le sue origini, a partire dalle prima ricerche etnografiche intorno alla metà del Novecento nei paesi lungo i bordi del mare e dal confronto tra antropologi e antropologhe in una sequenza rapida di convegni sui risultati del loro lavoro e sui temi che emergevano come centrali e ricorrenti e si proponevano come fondamento dell’unità culturale dell’area. La sua crisi decretata già all’inizio degli anni Ottanta, quando un articolo destinato a diventare molto influente [cfr. Herzfeld M., Honour and Shame: Problems in the Comparative Analysis of Moral Systems, in “Man” (n.s.), 1980, 15, 2: 339-51] criticava un’antropologia prevalentemente anglofona e la legittimità delle sue comparazioni di valori e significati legati alla definizione di maschilità e femminilità in termini di honour e shame, un complesso culturale identificato come tratto unificante per eccellenza. A questi rilievi si aggiungevano le accuse di androcentrismo da parte dell’antropologia femminista e, alla fine di quel decennio, le critiche di natura epistemologica, metodologica e anche politica da parte di antropologi sud-europei che addebitavano ai loro colleghi anglosassoni l’esotizzazione e primitivizzazione dei paesi sulle sponde mediterranee [cfr. Pina-Cabral J. De, The Mediterranean as a Category of Regional Comparison: A Critical View, in “Current Anthropology”, 1989, 30, 3: 399-406]. Sono sviluppi e dibattiti che vengono presentati nel cap. 2.
2Gli anni del nuovo millennio costituiscono la stagione del rilancio di questo campo di studi che, da varie prospettive e seguendo percorsi di ricerca anche molto diversi tra loro, riannoda i fili e accoglie l’eredità dell’“età classica”: «la maggior parte delle antropologhe e degli antropologi che lavorano nella regione mediterranea», si legge in una rassegna della letteratura, «hanno sottolineato l’importanza di elaborare una prospettiva comparativa storicamente orientata che dia pieno riconoscimento a quanto fatto dalla ricerca mediterraneista in passato» [Soto Bermant L., Green S., Anthropology of the Mediterranean, in M. Aldenderfer (ed.), Oxford Research Encyclopedia of Anthropology, Oxford University Press, Oxford 2023: 1 (https://doi.org/10.1093/acrefore/9780190854584.013.615)].
3Se alcuni propongono un cauto ritorno al Mediterraneo, alla trama di somiglianze e differenze tra le società e al gioco di specchi che ne nasce [cfr. Albera D., Blok A., Bromberger C. (éds.), Anthropologie de la Méditerranée / Anthropology of the Mditerranean, Maisonneuve & Larose, Paris 2001 (trad. it. parziale, Antropologia del Mediterraneo, Guerini, Milano 2007)], altri sostengono senza esitazione la necessità di ripensare la regione mediterranea al plurale, come insieme di costellazioni in continua evoluzione che si formano e si disintegrano attraverso l’interazione tra processi sociali e progetti politici [cfr. Ben-Yehoyada N., Cabot H., Silverstein P. A., Introduction: Remapping Mediterranean Anthropology, in “History and Anthropology”, 2020, 31, 1, pp. 1-21].
4Proprio questa attenzione alla dimensione geopolitica ci porta a un altro pezzo di storia, meno consueto nelle introduzioni all’antropologia del Mediterraneo, presentato nelle pagine del cap. 1 che risalgono più indietro di un secolo e mezzo e seguono il lungo processo di “costruzione scientifica” della regione mediterranea – attraverso i contributi di diverse discipline in dialogo tra loro, dalla botanica, alla geografia, alla storia – approssimativamente dalla spedizione napoleonica in Egitto del 1798 fino alla pubblicazione del grande libro di Fernand Braudel sul mondo mediterraneo nell’età di Filippo II [La Méditerranée et le monde méditerranéen à l’époque de Philippe II, Colin, Paris 1949]. Le riflessioni sulle spedizioni scientifico-militari della Francia in Egitto, Algeria e nella regione greca della Morea, espressione e strumento della politica imperialista francese, affinano il nostro sguardo sul Mediterraneo «come mare coloniale: come uno spazio marittimo di interazioni e intrecci coloniali che trascendevano i confini nazionali e continentali» [Borutta M., Gekas S., A Colonial Sea: The Mediterranean 1798-1956, in “European Review of History”, 2012, 19, 1: 2], generando asimmetrie di potere che arrivano ai giorni nostri.
5La storia delle relazioni di potere nel Mediterraneo è molto più lunga e le varie denominazioni del mare la testimoniano. Non è inutile ricordare che il termine “mediterraneo” è relativamente recente. Per i Romani di età imperiale era il Mare nostrum, per gli Ebrei il “Grande mare” (Yam gadol), per i Turchi il “Mare bianco” (Akdeniz), per gli Arabi al-Baḥr al-Rūmī, il “mare dei Romani”, gli antichi dominatori [cfr. Guarracino S., Mediterraneo. Immagini, storie e teorie da Omero a Braudel, Bruno Mondadori, Milano 2007: 4-11; Matar N., The “Mediterranean” through Arab Eyes in the Early Modern Period. From Rūmī to “White In-Between Sea”, in J. E. Tucker (ed.), The Making of the Modern Mediterranean, University of California Press, Berkeley 2019: 18-19]. Dopo alcune sporadiche attestazioni in testi latini alto-medievali e poi in carte geografiche della seconda metà del Quattrocento, è solo nel XVI-XVII secolo che l’espressione “mare mediterraneo” si afferma nelle lingue europee, trasformandosi da aggettivo generico (“in mezzo alle terre”) ad aggettivo riservato a un mare ben determinato. Ed è solo nel 1765, nel volume x dell’Encyclopédie di Denis Diderot e Jean-Baptiste d’Alembert, che troviamo definitivamente compiuto il passaggio da aggettivo a sostantivo, «nome proprio attuale di quello che un tempo si chiamava mare di Grecia o “grande mare” e che è il mare posto fra i continenti d’Europa e d’Africa» [voce Méditerranée dell’Encyclopédie cit. in Guarracino 2007: 10]. Bisognerà ancora attendere qualche decennio perché si compia un ulteriore passaggio, «ancor più notevole perché fa passare a un’altra storia, facendo di “Mediterraneo” (sostantivo) il nome non soltanto di un mare ma di una regione geografica che include anche le terre circostanti».
6Come si è detto, l’indagine antropologica percorre oggi l’area mediterranea in molteplici direzioni, battendo talora sentieri nuovi e in altri casi sentieri aperti già dagli studi del secolo scorso. Piuttosto che offrire nelle pagine che seguono un quadro inevitabilmente affrettato e superficiale dei molteplici ambiti di ricerca in cui l’antropologia del Mediterraneo è oggi impegnata, ci è sembrato preferibile concentrarci su alcuni soltanto di questi ambiti che sono a nostro parere di particolare importanza. Abbiamo così dedicato i capp. 5-6 a temi emergenti e urgenti legati alla difficile ricerca di una convivenza culturale e religiosa e alle migrazioni che riportano in modo continuo e drammatico il Mediterraneo al centro dell’attenzione dei media e della politica, riservando invece i capp. 3-4 a due temi classici, quello tanto contestato dell’onore e quello della famiglia.
7A convincerci a rivisitare nel cap. 3 la dibattuta “sindrome culturale” incentrata sul binomio honour and shame sono stati da un lato gli esiti felici di studi non solo antropologici ma anche storici che ne hanno mostrato le potenzialità [Horden P., Purcell N., The Corrupting Sea. A Study of Mediterranean History, Blackwell, Oxford 2000]. Dall’altro la recente constatazione, da parte dell’antropologa turca Ayşe Parla [Revisiting “Honor” through Migrant Vulnerabilities in Turkey, in “History and Anthropology”, 2020, 31, 1: 100-101], che «nonostante gli inviti fatti tempo fa ad abbandonare del tutto il concetto, l’onore si è dimostrato difficile da eliminare» in quanto conserva per chi vive in una molteplicità di contesti mediterranei una rilevanza che rende impossibile – come volevano i suoi critici negli anni Ottanta – «liquidarlo come un concetto meramente esogeno» costruito dall’antropologia anglosassone per dare contorni e legittimità al proprio campo d’indagine. L’etnografia femminista ha esplorato questo codice morale, perno delle concezioni intorno alle differenze e alle relazioni gerarchiche tra uomini e donne, nelle sue varianti locali e nelle sue trasformazioni, contestazioni e risignificazioni. Tra le ultime riattualizzazioni, il ricorso strategico in anni recenti al discorso dell’onore maschile da parte delle istituzioni giudiziarie in Turchia nei casi di violenza sessuale di uomini turchi ai danni di donne migranti, o in Italia l’impiego nel dibattito mediatico e politico dell’etichetta “delitto d’onore” come strumento di stigmatizzazione degli uomini musulmani e di legittimazione dell’esclusione e marginalizzazione dei migranti.
8La gerarchia di genere nei termini del codice dell’onore/pudore è alla base della forma di patriarcato classico diffusa nelle società agro-pastorali dal Mediterraneo alla Cina. La questione del patriarcato e di una cultura patriarcale dominante è oggi balzata alla ribalta in Italia in risposta agli interrogativi suscitati dai frequenti casi di femminicidio. Utili per qualche chiarimento intorno a questa nozione possono essere il materiale e le riflessioni, che presentiamo nel cap. 4, sulla famiglia estesa patriarcale, le sue caratteristiche e le implicazioni per l’assetto della società, un tema che è stato ricorrente nel dibattito storico-antropologico sulle forme mediterranee di famiglia [cfr. Viazzo P. P., What’s so Special about the Mediterranean? Thirty Years of Research on Household and Family in Italy, in “Continuity and Change”, 2003, 18, 1: 111-37]. In primo piano in questo capitolo anche un’altra controversa questione, quella del familismo e della “cultura dei legami forti” [cfr. Micheli G. A., La famiglia mediterranea, Carocci, Roma 2021] come prevalente nel mondo mediterraneo, in quanto nelle società sulle sue sponde i legami familiari e parentali sarebbero una fonte imprescindibile di sicurezza sociale, in modo particolare per le categorie in difficoltà, seppure per ragioni diverse, dei giovani e degli anziani.
9Il “cauto ritorno” dell’antropologia al Mediterraneo prospettato da Dionigi Albera, Anton Blok e Christian Bromberger (2001) ha ben presto individuato come ambito di ricerca privilegiato la dimensione religiosa, e quindi lo studio delle relazioni e dei confini fra i tre monoteismi storicamente plasmatisi in un processo di differenziazione reciproca e di identificazione distintiva. Raccogliendo questo suggerimento, e con l’intento di contrastare la tesi di Samuel Huntington secondo la quale il Mediterraneo sarebbe stato il teatro principale dello scontro tra la civiltà occidentale e quella islamica, negli ultimi due decenni una delle più promettenti linee di ricerca si è focalizzata sullo studio storico ed etnografico di luoghi sacri condivisi dai tre monoteismi. Il cap. 5 ripercorre tali studi giungendo fino al libro di Albera [Lampedusa. Una storia mediterranea, con una Postfazione all’edizione italiana, Carocci, Roma 2025 (ed. or. Lampedusa. Une histoire méditerranéenne, Éditions du Seuil, Paris 2023)], dedicato a un’isola, Lampedusa, che per tutta l’età moderna ha ospitato fianco a fianco una cappella consacrata alla Vergine e la tomba di un santo musulmano ed è oggi diventata emblematica delle tragedie e delle tensioni politiche legate alle migrazioni.
10Una svolta importante negli studi antropologici sul Mediterraneo è rappresentata dall’adozione di una prospettiva “talassocentrica” che trova nel mare, piuttosto che nelle terre che lo circondano, il punto focale delle sue indagini e delle sue elaborazioni teoriche. In questa direzione si sono mossi studi storico-antropologici sulle mobilità mercantili del passato, che hanno aperto un dibattito su cosmopolitismo e forme di convivenza nelle città portuali. Nella stessa prospettiva altri studi hanno fatto emergere una storia lunga, e in gran parte dimenticata, di attraversamenti di migranti dalla sponda nord alla sponda sud, in direzione dunque opposta a quella degli attuali movimenti migratori. Sul Mediterraneo come spazio di migrazioni, a cui dedichiamo il cap. 6, si soffermano oggi molte ricerche antropologiche, che sottolineano in particolare come sia nel mare (e non sulla terraferma) che avviene molto spesso il primo incontro tra i migranti e l’Europa e come i tragici eventi legati alla migrazione abbiano trasformato il Mediterraneo in uno specchio che riflette le tensioni tra diritti universali e diritti di cittadinanza, tra politiche dell’Unione Europea e leggi del mare.
11Ricerche molto attuali hanno fatto però emergere altre forme di mobilità nel Mediterraneo, in particolare quelle legate alla pesca, meno visibili ma importanti per stimolare un ripensamento della nozione di regione mediterranea e suggerire la necessità di pensare a regioni mediterranee. Alla ricerca antropologica allora tocca il compito di far affiorare – dalla storia, dalla memoria e dall’osservazione etnografica – una pluralità di mondi mediterranei. Non una sola regione pressoché identica a sé stessa lungo una storia pressoché immobile, ma piuttosto una molteplicità di regioni che nello spazio mediterraneo si succedono o coesistono secondo processi di formazione e di dissoluzione su scale diverse: i progetti politici di chiusura dei confini dell’Unione Europea, i movimenti dei pescatori di gamberi nel Canale di Sicilia o la storia stratificata e depositata nelle caratteristiche di particolari location quali una casa di riposo per anziani italiani ad Alessandria d’Egitto o il campo da calcio di una scuola del Cairo [cfr. Ben-Yehoyada N., The Mediterranean Incarnate. Region Formation between Sicily and Tunisia since World War II, The University of Chicago Press, Chicago 2017 (trad. it. Incorporare il Mediterraneo. Formazione regionale tra Sicilia e Tunisia nel secondo dopoguerra, Meltemi, Milano 2019); Rommel C., Viscomi J. J. (2022), Introduction: Locating the Mediterranean, in C. Rommel, J. J. Viscomi (eds.), Locating the Mediterranean. Connections and Separations across Space and Time, Helsinki University Press, Helsinki 2022: 1-29].
12Come si sarà intuito, e come dimostrano in effetti tutti i capitoli, l’indagine antropologica intrattiene da qualche decennio un intenso dialogo e scambio con l’indagine storica sui temi che sono al centro di questo volume, dall’onore alla famiglia, dalle città portuali alle migrazioni. Una conversazione interdisciplinare che getta luce sui caratteri eminentemente liminali del Mediterraneo. Come ha scritto l’antropologa Ayşe Şanli, riprendendo l’acuta osservazione degli storici Manuel Borutta e Sakis Gekas (2012: 8), «il Mediterraneo, in quanto spazio che contemporaneamente appartiene a tutti e a nessuno, è continuamente descritto, immaginato, percepito e vissuto come “uno spazio paradossale che è sia europeo che non europeo”» [Şanli A., Navigating Currents: Rethinking the Mediterranean “Culture Area” through Contemporary Migrations, in “Journal of Mediterranean Studies”, 2023, 32, 1: 29]. Una paradossalità che ha segnato il suo passato e contraddistingue il suo presente attraverso un susseguirsi di avvicinamenti e allontanamenti delle sue sponde, tanto nelle vicende politiche e militari quanto nelle prospettive teoriche delle discipline che, come l’antropologia, studiano questo mare e le terre che lo circondano.
Per citare questo articolo
Notizia bibliografica digitale
«Paola Sacchi, Pier Paolo Viazzo, Il Mediterraneo e l’antropologia. Storie, temi, prospettive», Archivio antropologico mediterraneo [Online], Anno XXIX, n. 28 (1) | 2026, online dal 16 juin 2026, consultato il 10 août 2026. URL: http://journals.openedition.org/aam/12367; DOI: https://doi.org/10.4000/16cf0
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