Laura Ferrero, Contrabbando di vita. Prigionia, genere e riproduzione in Palestina
LAURA FERRERO, Contrabbando di vita. Prigionia, genere e riproduzione in Palestina, Carocci, Roma, 2025.
ISBN 8829033049
Testo integrale
1Gli autori e le autrici che scrivono di Palestina, e per la Palestina, devono tenere presente due possibili rischi. Il primo è quello di accontentarsi di una retorica manieristica, tautologica e male argomentata, frutto forse della convinzione che l’ingiustizia storica subita dai palestinesi sia talmente autoevidente da far sembrare sufficienti ragionamenti apodittici e conclusioni semplificate. L’esito è molto spesso una forma del discorso piegata dentro canoni politici, filtri concettuali e schemi interpretativi già confezionati, un rischio da cui non è immune neppure la vasta produzione accademica sulla Palestina.
2Si rischia in questo modo di ricondurre tutto alla sua origine dentro una cornice di prolungato colonialismo di insediamento, relegando in secondo piano alcuni aspetti propri della società palestinese che meriterebbero di essere studiati in quanto tali, semplicemente per il contributo che possono dare a campi diversi dall’antropologia politica, dalle relazioni internazionali e della political economy. Sul lato opposto, proporre un discorso più articolato rischia di offuscare la centralità che rivestono il processo di colonizzazione, la storia di sfollamento e il destino di esuli (in patria e nella diaspora) che raggiunge e si lega addosso alle esperienze di diverse generazioni di palestinesi. Mi ritrovo molto nelle riflessioni di un articolo uscito su Al Jazeera a firma di Somdeep Sen che parlava delle sfumature usate come arma: dietro la preoccupazione di aggiungere delle sfumature (nuances) nel modo in cui vengono narrate le vicende a Gaza e in Palestina si nasconde il rischio di distogliere l’attenzione dalle strutture di oppressione che i palestinesi subiscono.
3È destreggiandosi tra questi due terreni impervi che il libro di Laura Ferrero, recentemente pubblicato con Carocci, offre un contributo teorico su un filone di ricerca, quello della famiglia e della riproduzione, tutto sommato poco esplorato dalla letteratura etnografica sulla Palestina, specialmente se comparato con l’attenzione che ha ricevuto dall’antropologia nelle altre società a maggioranza araba. E lo fa senza rinunciare a proporre – spesso tra le righe, in forma non didascalica, lasciando trarre a chi legge le proprie valutazioni sull’argomento piuttosto che offrire una cornice interpretativa fatta e finita – una lettura raffinata e convincente sulle strutture di potere del colonialismo e del patriarcato (due strutture che, come ci insegna la teoria sociale, sono enormemente più intrecciate di quello che abitualmente si pensa).
4A mio avviso, questo libro riesce a restituire con la giusta delicatezza e il necessario rigore le contraddizioni, le ambiguità, le debolezze e i cortocircuiti retorici che contraddistinguono le palestinesi e il significato che esse danno alle loro esistenze nel contesto della colonizzazione e dell’occupazione israeliana. L’autrice restituisce l’intimità e la complessità dei dilemmi etici e dei discorsi intimi di un gruppo di donne della Cisgiordania, a partire da una serie di interviste condotte in arabo che ruotano attorno all’utilizzo di una pratica poco conosciuta e quantitativamente poco significativa, ma generatrice di una serie di risvolti politici, religiosi e identitari di grande rilievo e attualità: quello che i palestinesi chiamano tahrīb al-nuṭaf, il “contrabbando di sperma” dalle carceri israeliane verso le mogli dei prigionieri politici palestinesi che vivono in Cisgiordania.
5L’autrice – che insegna Antropologia del Medio Oriente nell’Università di Torino e ha precedentemente svolto un’etnografia con le famiglie di origine dei migranti egiziani residenti in Italia – si confronta con le ripercussioni e i significati locali – talvolta inaspettati, fastidiosi, non familiari – legati alla possibilità di diventare madri nonostante l’esperienza protratta dell’assenza dei mariti, esplorando il rapporto di circolarità che si forma tra i discorsi pubblici e collettivi e i significati intimi e personali. È a Nablus, all’interno di una clinica che dal 2012 fornisce gratuitamente i trattamenti necessari per ottenere una o più gravidanze e soddisfare il desiderio di procreazione nonostante l’assenza prolungata dei mariti, che la ricerca alla base di questo libro ha mosso i suoi primi passi e si è ramificata lungo diverse traiettorie di maternità accompagnate da un “sentimento di assenza e vulnerabilità” (pag. 95). Un’assenza che si incarna nelle loro soggettività, al punto tale che le mogli dei prigionieri palestinesi vengono chiamate con l’appellativo di faqīdāt (dalla radice di perdere, smarrire, essere privato di), un termine usato per designare chi ha perso un familiare perché diventato martire (cioè ucciso dall’esercito di occupazione) o perché, appunto, fa parte delle migliaia di prigionieri palestinesi detenuti illegalmente in Israele, molti dei quali in condizione di detenzione amministrativa.
6Ripercorrendo le cornici di senso e le voci delle donne protagoniste del libro si può avvertire una sorta di aria di famiglia con le esperienze di altre soggettività segnate da un’idea di perdita: le mogli dei martiri e dei detenuti in generale, ma anche le madri dei giovani “dispersi” nei viaggi contemporanei delle migrazioni, la cui “scomparsa” ha attivato in Marocco e in Tunisia una importante mobilitazione a sostegno della richiesta di verità e giustizia. Anche in Palestina, l’esperienza dell’assenza non genera profili di donne sofferenti, vulnerabili e inermi; piuttosto, come si può intuire leggendo i numerosi estratti di interviste riportati nel testo, si ha a che fare con uno spettro multiforme di donne accumunate dalla decisione “rivoluzionaria” di crescere una famiglia da sole in un contesto – quello della Cisgiordania – in cui sono soggette a precisi vincoli e condizionamenti di genere. Le interlocutrici della ricerca formano un gruppo di persone eterogeneo in termini di posizione sociale, condizione abitativa e luogo di provenienza. Risulta pertanto difficile fare una generalizzazione rispetto alle pressioni familiari, ai modelli di femminilità e al giudizio morale che circondano le donne palestinesi (per la mia traiettoria personale, conosco da vicino il contesto di Nablus, ma i ruoli e le aspettative di genere sono molto diversificati in tutta la Cisgiordania e da famiglia a famiglia). Tuttavia, l’autrice – rinunciando a delineare una interpretazione univoca e muovendosi tra diversi livelli del dicorso (nazionale, umanitario, etico-religioso e privato) – ci aiuta a ricostruire alcuni tratti di quei “mondi morali” che condizionano il comportamento delle donne con il marito in carcere.
7Ho particolarmente apprezzato i paragrafi in cui si discute del peso sociale del chiacchiericcio e le possibili ritorsioni con cui le donne palestinesi devono confrontarsi per mantenere una buona reputazione (come dice Umm Aisha in una delle interviste, “cosa avrebbe detto la gente?”) e sul ruolo della televisione nel socializzare una rappresentazione accettabile della riproduzione assistita. Nel corso degli anni, le donne che hanno fatto ricorso all’inseminazione artificiale con lo sperma contrabbandato hanno trovato il modo di soddisfare il desiderio di maternità senza compromettere la propria reputazione, anzi alla fine l’inseminazione artificiale è diventata una medaglia al petto da esibire, favorita anche da una serie di fatāwā (opinioni religiose) che hanno avallato da un punto di vista islamico questa pratica dentro determinate condizioni. Sotto questo aspetto, Ferrero regala una sintesi avvincente attorno al dibattito etico-religioso in Palestina e nel mondo musulmano sull’uso delle tecniche di riproduzione assistita.
8Se le narrazioni e le biopolitiche nazionaliste palestinesi – che, in un paradossale gioco di specchi, riflettono con mezzi tecnologicamente inferiori le strategie demografiche della potenza colonizzatrice – fanno del contrabbando di sperma una celebrazione del ṣumūd quando non di un vero e proprio atto di patriottismo, l’etnografia ci spinge ad andare oltre le rappresentazioni pubbliche per immergersi nei “significati intimi e personali che l’avere un figlio o una figlia ha acquisito nella vita dei detenuti e delle loro mogli” (pag. 11). Si tratta uno sguardo dal basso, che va al di là delle retoriche eroicizzanti della “palestinesità”, fondate su una concezione maschilista della nazione che tende a marginalizzare soggettività diverse da quelle dell’uomo combattente. Come si legge in alcune pagine potenti del libro, dare centralità alla prospettiva delle mogli dei prigionieri “richiede di scrutare da vicino aspetti della vita umana in contesto di violenza protratta che in un certo senso sfidano le retoriche e i sistemi di pensiero più frequentemente mobilitati per la loro comprensione, ovvero trauma, resistenza, religione e ideologia” (pagg. 34-35).
9Ritengo che aver pubblicato questo lavoro a distanza di anni dalla ricerca non sia stato un limite, ma abbia rappresentato un’occasione per offrire al pubblico italiano uno strumento di comprensione della complessità senza offuscare le relazioni di potere, nonché una possibilità in più di relativizzare il materiale raccolto durante la ricerca e attraverso di esso storicizzare molti aspetti del presente. Per tutto il libro, si registra un’attenzione costante all’oggi e un riferimento agli elementi di continuità e discontinuità tra il periodo dell’etnografia (ottobre 2015-febbraio 2016) e il periodo attuale, che ha visto un’accelerazione di processi già in corso e in cui la potenza colonizzatrice ha inasprito le drammatiche forme di punizione collettiva a Gaza, in Cisgiordania e in Israele. Oggi questa ricerca non sarebbe possibile, non solo perché con l’inizio della guerra genocida a Gaza, e le sue ripercussioni per i palestinesi e le palestinesi di tutto il mondo, le visite alle carceri – e quindi anche la possibilità di contrabbandare lo sperma dei prigionieri – sono state sospese, ma anche perché le autorità israeliane hanno aumentato – attraverso maggiori inquisizioni ai confini, intimidazioni e deportazioni – il livello di deterrenza per chi intende viaggiare in Cisgiordania. Nella galassia di lavori sulla Palestina, il libro di Ferrero vale sicuramente la pena di essere letto, se non fosse altro perché è destinato a rimanere uno dei pochi lavori disponibili in italiano che affrontano con rara profondità etnografica e coraggio intellettuale alcune dimensioni finite ai margini dei discorsi pubblici sulla Palestina.
Per citare questo articolo
Notizia bibliografica digitale
Filippo Torre, «Laura Ferrero, Contrabbando di vita. Prigionia, genere e riproduzione in Palestina», Archivio antropologico mediterraneo [Online], Anno XXIX, n. 28 (1) | 2026, online dal 16 juin 2026, consultato il 16 août 2026. URL: http://journals.openedition.org/aam/12391; DOI: https://doi.org/10.4000/16cez
Torna suDiritti d'autore
The text only may be used under licence CC BY-NC-ND 4.0. All other elements (illustrations, imported files) may be subject to specific use terms.
Torna su
Visualizza l'immagine


