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Stratificazioni migratorie. Storie, traiettorie e mutamenti sociali

Stratificazioni della mobilità. L’impatto del turismo a Exarchia, Atene

Stratifications of Mobility. Tourism and the Everyday Reconfiguration of Life in Exarchia, Athens
Anna Giulia Della Puppa

Abstract

L’articolo guarda alle trasformazioni urbane del quartiere di Exarchia, ad Atene, a partire dal lungo processo di mobilità e riconfigurazione dello spazio che lo attraversa. Fin dalla sua fondazione da parte degli operai provenienti dalle Cicladi nel XIX secolo, il quartiere si è distinto per una forte dinamicità sociale, accogliendo nel tempo diverse categorie di abitanti temporanei e permanenti e affermandosi poi come centro studentesco e culturale, soprattutto durante la resistenza e dopo la dittatura al regime dei Colonnelli (1967-74). Exarchia ha così costruito un modello abitativo basato su reti di solidarietà e forme di abitare flessibili che, durante e dopo la “lunga estate delle migrazioni” del 2015 (Kasparek, Speer 2015; Rozakou 2020), si è intrecciato alle traiettorie di vita e le necessità dei nuovi arrivati, i quali hanno contribuito alla ridefinizione degli spazi di vita e di socialità, attraverso pratiche di autorganizzazione e forme di residenza informali. Oggi Exarchia è investita da un processo di profonda trasformazione, in cui la crescente pressione turistica e la speculazione immobiliare stanno progressivamente erodendo il suo tessuto sociale subordinandolo alle logiche del mercato.

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Testo integrale

Una giornata particolare

1In un’alba torrida di metà luglio del 2024, molti telefoni sono squillati con la richiesta di accorrere all’occupazione abitativa di profughi e migranti Notara 26, nel quartiere di Exarchia ad Atene. Nel messaggio veniva riferito che la società dell’acqua pubblica, l’EYDAP, si era presentata accompagnata dai reparti della polizia antisommossa per chiudere la valvola di intercettazione dell’acqua dell’occupazione, dove vivono circa un centinaio di persone tra adulti e bambini, anche molto piccoli. L’edificio di via Notara 26, un tempo sede di alcuni uffici del ministero del lavoro e della previdenza sociale, è un palazzo quadrato di tre piani con le vetrate specchiate, la cui estetica stride con le polykatoikies moderniste della stretta via Notara, a pochissimi passi dal museo archeologico di Atene. È l’unica occupazione abitativa nel quartiere di Exarchia – e una delle pochissime in città – rimaste dopo gli sgomberi a tappeto del 2019, voluti dal governo di Kyriakos Mitsotakis. La maggior parte di queste erano state occupate durante e a seguito dell’estate del 2015 quando, per far fronte al massiccio arrivo di migranti soprattutto dalla Siria, dall’Afghanistan e dall’Iraq, i movimenti antiautoritari e moltissime e moltissimi volontari, ad Atene come in altre città, si sono attivati per trovare spazi dove le persone migranti potessero risiedere lungo il loro viaggio verso il nord Europa (Raimondi 2019; Brekke et al. 2014). Molte di queste persone e famiglie, dopo l’accordo tra l’UE e Turchia del 16 maggio 2016 che, in cambio di un’accelerazione del processo di integrazione della Turchia nell’UE, prevedeva il rimpatrio in Turchia di tutti i e le migranti giunti in Grecia illegalmente o la cui domanda di asilo fosse stata giudicata inammissibile, sono in questo modo rimaste bloccate nel paese: alcune immesse nel sistema degli hotspot e dei campi (Rozakou 2017, 2019; Painter et al. 2017; Vradis et al. 2020), in attesa di rimpatrio o rilocazione, altre, sfuggite al “regime di marginalità” (Wacquant 2007: 67) implicato dai campi, in una zona di informalità, imbricata nel denso sistema urbano della città di Atene (Lafazani 2022).

2Nello stesso periodo e poi con più intensità dopo la pandemia, il quartiere di Exarchia, dove molte di queste persone hanno trovato uno spazio sicuro, si è ritrovato al centro di una controversa rivalutazione e rigenerazione urbana. Se questa in un primo momento ha utilizzato come attrazione la legacy politica del quartiere, le iniziative dal basso che storicamente trovano qui terreno fertile (Arampatzi 2017) e l’estesa infrastruttura solidale dei e coi migranti (Belabas et al. 2020), oggi si concentra più schiettamente sull’assettizzazione di Exarchia e sulla sua trasformazione in uno spazio infrastrutturato per i grandi flussi turistici, complice la posizione centrale del quartiere. Il palazzo modernista di fronte all’occupazione di Notara, abbandonato da anni e recentemente acquistato da un gruppo israeliano – uno dei vari che qui possiedono interi palazzi – per farci una residenza turistica, rientra a pieno in questo processo.

3Quella mattina, davanti all’occupazione di Notara, sono state tratte in arresto due persone che cercavano fisicamente di opporsi alla chiusura delle valvole. Le famiglie che abitano lo stabile se ne stavano per lo più barricate dentro alle loro abitazioni, attendendo di capire se alla chiusura dei rubinetti sarebbe seguito lo sgombero dell’edificio che, dalla sua occupazione il 25 settembre 2015, ha nel tempo ospitato circa novemila persone. Alcuni abitanti del quartiere e alcuni attivisti hanno portato casse d’acqua in bottiglia da donare all’occupazione e formato dei capannelli oltre il cordone di polizia che isolava lo stabile e rendeva “sicuro” il lavoro degli operai dell’EYDAP. Altri poliziotti delle unità speciali minacciavano chiunque si trovasse dentro l’occupazione di arresto, per tener loro lontani dall’operato di chi aveva aperto il tombino antistante all’ingresso, rimosso i detriti e chiuso con una chiave da idraulico l’erogazione dell’acqua. Tutta l’operazione non è durata che poche decine di minuti. Quando la polizia e gli operai se ne sono andati, si è aperta una seconda fase, molto più lunga. Alternandosi in ronde nelle strade limitrofe per accertarsi che la polizia non tornasse, alcuni degli occupanti, gli attivisti e le persone accorse hanno cominciato a ingegnarsi per restituire l’acqua all’occupazione. Dopo diverse telefonate ad idraulici del quartiere e “amici che ci sanno fare”, ci è voluta qualche ora perché l’erogazione dell’acqua fosse ripristinata e si è quindi proceduto a rendere il tombino del rubinetto non più raggiungibile da eventuali futuri interventi di questo tipo, cementandolo. Nel frattempo si era fatto pomeriggio e il termometro segnava 47 gradi. Piano piano l’acqua cominciava ad arrivare ai piani dell’edificio, sebbene ancora torbida. Alcune bambine dell’occupazione, finito il grande spavento della mattina, guardavano incuriosite ed eccitate alcuni ragazzi intenti a fare il cemento con un vecchio miscelatore prestato da un vicino, sporgendosi dall’ingresso dell’occupazione, dove le casse d’acqua, che per tutto il corso della mattinata diverse persone del quartiere avevano continuato a portare, ricoprivano ormai interamente il muro.

4«Che cosa fanno?» Ha chiesto una ad un adulto che aiutava le persone a portare ai piani delle abitazioni le casse dell’acqua. «Aprono il rubinetto per far tornare l’acqua», le ha risposto, un po’ spavaldo, un ragazzino più grande, intromettendosi. La bambina ha sgranato gli occhi e, cercando il consenso tra le sue amichette che come lei facevano febbrilmente avanti e indietro tra l’ingresso e il grande salone al piano terra, ha esclamato con stupore: «E se ci scoprono?!».

Un approccio spaziale e diacronico allo studio delle mobilità

5Nello stesso anno della “lunga estate della migrazione” (Kasparek, Speer 2015), il 2015, definita refugee crisis dalla stampa internazionale e che apriva per la Grecia un “nuovo” scenario emergenziale dopo quello della crisi economica cominciata nel 2008, è uscito nelle sale cinematografiche il film di Fernando León de Aranoa, Perfect day, adattamento del romanzo di Paula Farias, Dejarse Llover. La pellicola racconta l’intera giornata di tre operatori umanitari intenti ad estrarre un cadavere dal pozzo che serve un villaggio in Bosnia, durante la guerra. In modo non dissimile dalla lunga giornata davanti all’occupazione di Notara, i protagonisti di Perfect day si confrontano con le temporalità dilatate, le incertezze e le molte e intersecate pratiche relazionali e spaziali che coinvolgono interazioni con soggetti istituzionali e non, con la violenza, ma anche con una solidarietà e una comunanza informale agita in modi variegati. Tutto questo riguarda la necessità di dover trovare soluzioni a problemi non ordinari, ma al contempo banali, che minano il flusso della vita quotidiana, il “diritto di restare” (Hartman 1984, Audycka 2023, Tsavdaroglou, Kaika 2022) delle persone coinvolte.

6Tra le finalità di questo contributo vi è l’applicazione di uno sguardo che sia al contempo diacronico e incentrato sul quotidiano (Rozakou 2020; Lafazani 2021), capace di ricostruire la “stratificazione migratoria” del quartiere. Come suggerisce l’antropologa Neni Panougià, è proprio questo sguardo sul quotidiano, nel dare risalto all’intimità che si vive dentro lo spazio – in particolare nei luoghi contesi” – che permette di dotarci di quel grado di fluidità e di instabilità necessaria per interrogarli senza cristallizzarli e definirli in modo rigido (Panourgià 2019:233). Il medesimo sguardo sulla quotidianità lo ritroviamo sia negli studi su gentrificazione e displacement (Lees et al. 2015; Annunziata, Lees 2016) sia in quelli dedicati alla precarietà delle comunità urbane informali (Simone 2004, Lancione 2019, 2020, 2021), che intersezionano e si confrontano con diversi regimi di violenza e di mobilità (Rossi, Vanolo 2012). Nella stessa direzione, l’approccio diacronico, tenendo insieme tanto la storia dei luoghi quanto le sue proiezioni, ci aiuta a rivelare come la serie di “eventi” solo apparentemente inediti, che paiono costituire il contesto di “crisi”, lungi dalla vulgata emergenziale, getti invece le sue basi in condizioni materiali e immateriali preesistenti.

7Ecco che il “problema” dei flussi migratori emerge in larga parte come il prodotto di ineguaglianze strutturali e di policies e pratiche sistematicamente perpetrate attraverso pattern legislativi europei, che hanno spinto la gestione dell’immigrazione verso i confini esterni dell’Europa, e a meccanismi di crescente securitizzazione e di privatizzazione dei servizi, in un contesto di marginalizzazione geopolitica (Cabot 2018: 4). Allo stesso modo, però, pure le risposte agentive a questi processi si mostrano, così, come storicizzate e raramente contestuali, ma piuttosto facilitate da determinate condizioni spaziali in continua trasformazione. Se infatti, come scriveva già Marc Augé, il tema della mobilità contemporanea è paradossale perché essa è al contempo considerata come positiva e auspicabile, ed esecrabile in alcune sue forme (Augé 2007), è pur vero che nei primi approcci agli studi delle mobilità la classificazione rigida dei soggetti mobili non permetteva di cogliere l’estrema complessità di questi fenomeni. Sarà infatti indispensabile il rinnovato interesse del New Mobility Paradigm (Urry, Sheller 2006) di autori e autrici come John Urry, Mimi Sheller e Peter Adley, per ricalibrare la lente di osservazione.

8Francesco Vietti, nel suo testo dedicato agli “incontri inaspettati” tra migranti e turisti nel Mediterraneo, mette in questo senso in evidenza la porosità di queste due categorie, evidenziando come la classica differenziazione basata sul piacere, sul lavoro e sui consumi, non permette di vedere le molte contraddizioni, sovrapposizioni e articolazioni che rendono problematica e sterile una tale rigida divisione (2024: 9-10). In più, come i geografi Chiara Rabbiosi e Prosper Wanner sottolineano, le categorie di “migrante” e “turista”, sono anche «due concetti centrali nella statistica internazionale (Ortar et al. 2018), forgiata per quantificare e controllare le popolazioni mobili» (2019: 131). È importante mettere in evidenza, infatti, come nella definizione della categoria di migrante –così come in quella di “turista” – rientrino attribuzioni valoriali che hanno a che fare con l’incorporazione di poteri, policies e pratiche che eterodefiniscono i soggetti mobili. A questa classificazione concorrono specifiche dotazioni, come visti, documenti, profilazione, e modalità relazionali (si veda Rozakou 2022) che la riproducono costantemente. Tuttavia, «le definizioni statistiche, normative e fiscali» che costruiscono sia la categoria del “migrante” che quella del “turista”, non sono solo dispositivi identificativi e politici in senso lato, ma «agiscono performativamente sui luoghi» (Rabbiosi, Wanner 2019: 129, corsivo mio), limitando, permettendo e riconfigurando dinamicamente l’accesso agli spazi. Considerando quindi mobilità e spazio come coestensivi (Sheller 2017) e prestando attenzione all’ubiquità degli incontri tra mobilità diverse, che si intrecciano, si guardano e si sovrappongono (Vietti 2024: 5) è possibile così considerare le mobilità come qualcosa che avviene attraverso lo spazio e che, dunque, contribuisce a conformarlo e a significarlo. In questa direzione, adottando una prospettiva spaziale, possiamo cercare di capire come sia avvenuta la stratificazione migratoria (o delle mobilità) che ha reso lo spazio che stiamo osservando permeabile ad un certo tipo di uso, di abitare e poi di consumo.

9Sulla scorta di queste intuizioni, il presente contributo non ambisce, allora, a concentrarsi sulle policies, le burocrazie e i modelli legislativi europei e su come questi vengano incorporati dalle persone migranti e nelle loro traiettorie di vita (Rosakou 2017, 2019; Cabot 2018; Lafazani 2015; Vradis et al. 2020), ma piuttosto, attraverso la prospettiva spaziale, mira a ricostruire la storia del quartiere di Exarchia a partire dal modo in cui, nel corso del tempo, vari flussi e mobilità migratorie hanno contribuito a configurarlo, fino all’affermazione di un tipo di categoria mobile –quella turistica – che è arrivata a minare profondamente la legacy del quartiere. È proprio lo sguardo diacronico e quotidiano che ci aiuta a comprende i modi in cui, nel quartiere di Exarchia come altrove, le vite delle persone, in particolare migranti, vengono trasformate dai processi globali di rigenerazione dello spazio urbano a uso turistico, che si associano al rischio di sgomberi ed espulsioni forzate come manifestazioni del potere dello stato (Pozzi 2019; Estevens et al. 2023). Un potere che viene qui ad esercitarsi per due ragioni concorrenti: il controllo su una certa categoria sociale (i migranti) e su uno spazio “conteso” (il quartiere).

  • 1 In alcuni casi sono stati usati pseudonimi per tutelare la privacy delle persone, in altri, quando, (...)

10Infatti, proprio per la “porosità” (Stavrides 2018) che lo contraddistingue, questo luogo ha avuto, nel corso della sua storia, la capacità di plasmare i suoi regimi di solidarietà –intesa qui a partire dal suo significato etimologico di un accordo “solido”, “robusto” che lega le persone in un legame di “interdipendenza” per conformarsi ai bisogni e alle aspirazioni emergenti, sulla base di un “contratto spaziale indipendente dallo stato e fino ad un certo momento “tollerato”, in quanto in un certo senso “contenitivo(Vradis 2019). Il momento di rottura di questo contratto, come vedremo, corrisponde all’avvento di un nuovo regime neoliberale nel paese e nella gestione dello spazio urbano, inaugurato dal governo di destra di Kyriakos Mitsotakis e dell’amministrazione comunale di Atene di suo nipote Konstantinos Bakoyannis e dall’ingresso massiccio del capitale straniero negli interessi della città, soprattutto, del quartiere di Exarchia (ivi). Al contempo, mi interessa evidenziare come sarebbe fuorviante non considerare il ruolo fondamentale giocato in questa rottura dalla volontà di controllo del fenomeno migratorio da parte dello stato e la strumentalità dei flussi turistici in questo processo. Exarchia, caratterizzata com’è stata, nel corso della sua storia urbana, da una forte mobilità sociale – qui intesa in senso spaziale – e da un regime “plastico” di solidarietà pare un luogo interessante per guardare ai modi in cui le mobilità urbane si stratificano, riconfigurando continuamente i regimi di senso, i poteri e i modi in cui lo spazio urbano viene esperito. La riflessione qui proposta intrattiene dei legami sia con la mia ricerca di dottorato, che si concentra sulle trasformazioni spaziali del quartiere di Exarchia a partire da una lente infrastrutturale, sia con una più longeva relazione di ricerca che intrattengo con la città di Atene e, in particolare, con il quartiere di Exarchia che, oltre ad essere lo spazio della mia ricerca, è anche stata per lungo tempo la mia residenza principale. Per questa ragione, i dati e il materiale etnografico qui riportati non fanno parte di un’unica ricerca, ma vengono messi in dialogo con interazioni avute nel corso degli anni (dal 2013 al 2024)1.

Exarchia

  • 2 La trasmissione televisiva Michani toy chronou (Macchina del tempo) che è andata in onda per molti (...)

11La storia del quartiere comincia alla metà del XIX secolo, dopo l’indipendenza dall’impero ottomano. Atene a quel tempo era una città che rappresentava, agli occhi degli illuministi tedeschi, francesi, italiani, inglesi, l’ideale classico, la culla della democrazia – uno stereotipo che peserà terribilmente durante gli anni della crisi del 2008. La “luce greca”, comunque, di cui scrive il premio Nobel per la letteratura Giorgos Seferis, come evidenzia l’antropologa femminista Alexandra Halkias, funziona precisamente perché «sia i greci stessi che gli stranieri condividono la credenza della sua unicità […] sovraimpressa in uno scatto immaginario della ‘Grecia Antica’ […] come una prova di uno “spirito” distintamente greco» (Halkias 2004: 19). Se da un lato essa rappresenta uno dei motori turistici del paese dai tempi del Gran Tour sino ad oggi, dall’altro fu anche, negli anni immediatamente successivi alla Liberazione, la molla che spinse molti greci dalle isole e da altre aree remote del paese a recarsi nella nuova capitale. Lì, i più famosi architetti dell’epoca, al soldo della casata regnante tedesca e della ricca borghesia della diaspora greca, avevano progettato con un rigoroso stile neoclassico una città moderna, che doveva essere costruita. Molti di questi migranti dalle isole si insediarono lontano dal centro della città, che comunque all’epoca si limitava alle pendici dell’Acropoli. Lontano dai palazzi del centro, gli operai provenienti dalle Cicladi trovarono in questo fazzoletto di terra tra la collina di Strefi e la collina del Licabetto il luogo dove costruire le loro case di pietra e fango, ritessendo in questo nuovo spazio di vita i legami di prossimità e territorialità delle loro isole. Inoltre, costruirono anche le prime strade che, da allora, ancora portano i nomi degli eroi dell’indipendenza. Come ricordano i discendenti di queste famiglie2, all’epoca questa scelta era dettata dalla necessità di risiedere vicino alla città di Atene, dove i lavoratori erano impiegati nelle grandi opere di costruzione e di infrastutturazione, rimanendo, però, invisibili agli occhi della nuova classe borghese e aristocratica che abitava il centro della città; lì avevano anche trovato terra a sufficienza per garantirsi un po’ di sussistenza. L’area era caratterizzata da una grande povertà, tanto che, ricordano i figli e i nipoti dei primi abitanti, non solo la tipologia abitativa di quest’area era precaria e fatiscente, ma, pure, aveva la fama di essere un luogo dove avvenivano crimini e rapine. Va sottolineato tuttavia che, in base al diritto del neonato regno di Grecia, l’occupazione illegale non era relativa alle terre, il cui usufrutto era tollerato – e che spesso, quando non appartenenti allo stato, erano cedute per pochissimi soldi alle povere famiglie da grandi proprietari terrieri con degli accordi sommari –, bensì alla costruzione ad uso abitativo delle baracche. Exarchia, in questo modo, nasce come uno spazio per certi versi simile agli encampments dei braccianti agricoli contemporanei di cui parla Irene Peano «dove il cosiddetto informale incontra il formale e il formalizzato, dove gli slum autocostruiti […] vengono generalmente attrezzati con un minimo di servizi infrastrutturali dalle istituzioni» (Peano 2024: 268).

12Exarchia in questo non rappresenta un caso particolare: molte altre aree della città di Atene sorgono negli stessi anni e nello stesso modo. Come mette in evidenza la geografa Lila Leontidou, non solo Atene, ma le città mediterranee sono precisamente caratterizzate da questa contiguità tra il formale e l’informale:

Il capitalismo periferico e semiperiferico è un sistema che impone ai poveri in contesto urbano condizioni di lavoro, abitative, di salute, eccetera, che sono spesso informali (Oliven 1979: 31; cfr. pure Leeds 1969). Essi vengono esclusi dalla città sia come produttori (corsivo mio, nel senso lefebvriano di produzione della città, ndr) che come abitanti, ma non come consumatori (Roberts 1978: 138) attraverso un processo di informalizzazione (Leontidou 1990: 19).

  • 3 di questo si parla nel documentario della trasmissione televisiva Michani toy chronou dedicata alla (...)

13Tuttavia, Exarchia godrà in questo senso di un destino un po’ diverso dagli altri insediamenti spontanei che caratterizzano la città di Atene in quel periodo. Non solo, infatti, verrà inglobata nello sprawl urbano della città in pochissimo tempo, ma la sua particolare collocazione geografica, lungo la direttrice nord di via Patission che porta al ricco sobborgo di Kifissia, la trasformerà ben presto in un quartiere borghese, con i palazzi modernisti (polykatoikies) sormontati dal parco della collina di Strefi. Dal 1863 cominciarono i lavori per la nuova sede del politecnico di Atene che lì si sposterà dal 1873. Negli stessi anni, il mercante Exarchos aprirà il suo emporio vicino alla piazza, dove si poteva trovare “l’olio d’oliva meno costoso della città”3. Fu proprio il mercante che, con il suo commercio, darà il nome al quartiere, letteralmente “l’area di Exarchos”. Inoltre, Exarchia godrà della prossimità con la nuova stazione del treno elettrico Kifissia - plateia Lavriou, unica infrastruttura della mobilità urbana all’epoca, che permetteva agli abitanti dei ricchi sobborghi come Kifissia di raggiungere il quartiere e il centro (Leontidou 1990: 56). Questi due sproni ne trasformeranno le caratteristiche abitative, con maggiore intensità dopo la Prima Guerra Mondiale, a partire dagli anni ’30 (ivi: 143). Durante il primo ventennio del ‘900, la classe operaia migrante che aveva di fatto fondato il quartiere, infatti, si disperderà, godendo di sorti diverse: alcuni rimarranno a vivere nel quartiere, ma abitando le piccole palazzine moderniste che venivano via via costruite – aumentando per altro in questo modo lo stock abitativo disponibile –; altri lasceranno la Grecia, verso il “Nuovo mondo” (ivi: 58, 64, 73); altri ancora, avendo fatto fortuna nel mondo della piccola edilizia non specializzata, si sposteranno seguendo il flusso della neonata classe borghese verso i sobborghi nord, lasciando dietro di sé un’Atene sempre più caotica e costruita. Exarchia in questi anni diventerà il quartiere studentesco della città, circondato dalle sedi di tutte le facoltà della città e caratterizzato dalle botteghe di tipografia e di materiale per il disegno che sono state il suo tratto distintivo fino al recente boom turistico.

14Le ragioni, quindi, della sua nomea di luogo politico e radicale gettano le loro basi proprio in questo periodo. In una mia intervista del 2014, Yiannis Felekis, uno storico volto di Exarchia e una delle persone più note della sinistra extraparlamentare del paese, mi aveva raccontato di come fossero state proprio le prime proteste studentesche dell’inizio del Novecento a segnare il nascente status quo di questo quartiere. Inoltre, seppure in numero esiguo rispetto alle aree interstiziali tra il centro della città e i sobborghi dove fonderanno interi quartieri – come Nea Smyrni, Kessariani, Nea Erithrea e Nea Ionia –, diverse famiglie dei rifugiati dall’Asia Minore, giunti ad Atene con lo scambio di popolazioni con la Turchia sulla base del Trattato di Losanna del 1923, si insediarono qui. Essi utilizzavano lo stock immobiliare che si veniva a creare nelle neocostituite palazzine – di cui andavano ad occupare i piani più bassi, in base a quella che il geografo Thomas Maloutas definisce “segregazione verticale” (Maloutas, Spyrellis 2016; Maloutas 2020) – e in quello che restava degli insediamenti informali che avevano caratterizzato la fase precedente del quartiere, per la mobilità urbana dei precedenti residenti. I mikrasiates arrivati in Grecia dalla Turchia vivevano in condizioni spesso di grande indigenza, avendo dovuto lasciare tutto e non trovando, in Grecia, contesti abitativi che permettessero di emanciparsi da questa situazione (Theodossopoulos 2009; Kritikos 2020; Yiannakopoulos 1992; Giannouli 1995; James 2001). Come fa notare Giorgos Kritikos, infatti, nonostante il grande sforzo della storiografia from above – specie dagli anni della Giunta dei colonnelli del 1967-74 –, di mostrare l’apporto positivo dei rifugiati dell’Asia Minore al paese, le “memorie silenziate” di questi ultimi raccontano di una grande discriminazione linguistica e di policies deliberate per evitare il loro coinvolgimento nella vita pubblica e, soprattutto, la possibilità di una scalata sociale (Kritikos 2020). Questa arriverà, per alcuni, solo successivamente, soprattutto con il boom economico degli anni 90.

15Yiannis Felekis mi aveva anche raccontato di come egli stesso avesse partecipato, dopo la seconda ondata di profughi dall’Asia Minore, quella a seguito del Pogrom di Istambul del 1955, alla grandissima mobilitazione dei residenti del quartiere per ospitare e trovare alloggi disponibili a questi nuovi arrivati. Nelle sue parole, infatti, queste reti di solidarietà funzionarono, da un lato, per iniziativa delle famiglie di mikrasiates che già risiedevano lì, o avevano intessuto legami con il quartiere e pure, dall’altro, «perchè il quartiere era popolato da persone con una “sensibilità politica”» (intervista con Yiannis Felekis, 30/01/2014). Exarchia era stato infatti stato anche un avamposto partigiano in città durante la Seconda Guerra Mondiale e il teatro di alcuni scontri durante la Dekembriana: la serie di conflitti armati che videro i partigiani comunisti e l’esercito greco supportato dalle forze britanniche scontrarsi nel 1945, dopo la Liberazione dai nazisti e condusse la Grecia verso la guerra civile. A questo vanno aggiunte almeno due considerazioni: dapprima, che le grandi sofferenze patite negli anni della diaspora avevano avvicinato i mikrasiates ormai stabilmente residenti in Grecia agli ideali del partito comunista (KKE) e questo influì sicuramente nell’attivazione di questa infrastruttura sociale e di cura che attraversava il quartiere; inoltre, che Exarchia all’inizio degli anni ‘50 godeva di una situazione residenziale particolare: era infatti prevalentemente un’area studentesca e abitata da altre categorie sociali che vivevano nelle case lasciate libere da vecchi proprietari che si erano spostati in altre aree della città, o all’estero. Questo garantiva un grande stock immobiliare disponibile per l’affitto e costruiva un ambiente sociale aperto e dinamico che fu poi fondamentale anche per i movimenti studenteschi durante gli anni della Giunta dei Colonnelli.

Una città di soglie

16La “Generazione del Politecnico”, infatti, a cui appartengono molte e molti degli abitanti con cui ho avuto modo di interloquire a lungo durante la mia decennale ricerca sul quartiere, sarà fondamentale per l’intensificarsi di quelle relazioni di mutuo aiuto e cura reciproca che hanno caratterizzato la vita in questo quartiere per molti anni. Di questo tema ho discusso con l’avvocato Thodoris Zeis, originario di Creta e residente a Exarchia dai primi anni Ottanta del Novecento,

In questa zona qui c’era un contesto sociale tradizionale di solidarietà, anche perché quelli della generazione del Politecnico, come li chiamiamo qui, hanno una solidarietà molto sentita tra di loro. Ecco, conosci Yannis Felekis? Lui è una figura caratteristica di Exarchia; ha ormai settant’anni. Trotskista. Porta un berretto di Che Guevara. Aveva una vecchia moto, una BMW. Quando una volta si è rotta, la comunità di allora ha fatto la colletta e gli ha comprato una moto nuova. Oppure oggi, se si ammala, si incaricheranno delle spese per l’ospedale. La comunità è la sua sicurezza. C’è un supporto reciproco ancora oggi. Questo un tempo funzionava quando serviva per tutti i membri del gruppo dei “vecchi”. Attualmente si fa ancora, ma in un altro modo, più visibile, più organizzato e meno spontaneo. Anche a livello politico, gli ambulatori sociali, le strutture alternative, sono cose che si organizzano e si rivolgono alla grande massa della gente. Al contrario, prima la cosa era più silenziosa, ma riguardava dei legami, che erano visibili per noi. (…) Quando venivano i senzatetto dell’epoca... erano “adottati” dai vicini, li conoscevamo per nome; c’era per esempio una signora anziana con la gobba che dava da mangiare ai gatti... e andava a mangiare normalmente al ristorante senza pagare. La trattavano come un cliente qualsiasi. “Cosa desidera oggi, signora Froso?” “Mi prepari questa, oggi mangerò un po’ di carne” ... tutto normale (Intervista con Thodoris Zeis, 20/11/2014).

17Sono queste relazioni di cura che hanno reso Exarchia un luogo attrattivo, oltre che per chi si riconosceva direttamente negli ideali politici della sinistra radicale, per molte categorie sociali mobili, dai migranti “interni”, a chi viveva “per strada”, sino ai migranti da altri paesi –soprattutto Albania e Bulgaria– che arriveranno nel paese soprattutto dagli anni ‘90, che qui potevano trovare un luogo accogliente e sicuro. Proprio di questo mi ha parlato il giovane Lukas, che ho conosciuto all’università durante l’autunno del 2023. Lukas, infatti, studente alla facoltà di geografia, stava conducendo una ricerca sul quartiere dove è nato, Exarchia, e su come la gentrificazione ne stesse cambiando i connotati e le relazioni sociali. La famiglia di Lukas è arrivata ad Atene dalla Bulgaria prima che lui e il fratello nascessero. Il padre, occupato nel settore edilizio, era arrivato per primo da solo. Il suo datore di lavoro, quando egli gli aveva raccontato della volontà di portare in Grecia anche la moglie, aveva mobilitato una serie di amici, e aveva trovato per loro un appartamento al primo piano di una delle strette stradine pedonali che, scendendo dalla collina del Licabetto, portano verso la piazza di Exarchia. Lì erano nati Lukas e suo fratello, lì erano andati a scuola ed erano cresciuti. Ora che le caratteristiche del quartiere stanno cambiando, Lukas e la sua famiglia sono alla ricerca di appartamenti in altri quartieri, spaventati dalla possibilità di un aumento del costo dell’affitto e già esasperati dalla grande confusione di un nuovo locale che ha aperto proprio sotto la loro casa e che non permette loro di dormire la notte.

Una volta, non ne potevamo più e gli abbiamo urlato di smetterla. Il padrone del locale ci ha mandato la polizia in casa, perchè diceva che minacciavamo i suoi clienti. I miei erano terrorizzati. Siamo andati con mia mamma a vedere degli appartamenti, verso dove vivi tu, Kypseli, Agios Panteleimonas […] ma a lei quella zona non piace, le fa paura. Lei è abituata al centro, quindi non abbiamo molte alternative […] noi vogliamo restare qua (intervista con Lukas, 10/04/2024).

18Nella nostra lunga conversazione, per altro, Lukas mi ha anche raccontato delle diversità di vedute che la sua generazione di giovani greci con background migratorio ha rispetto a quella dei loro genitori.

Hanno sempre cercato di parlare greco, anche a casa, perché, secondo loro, era importante che noi crescessimo come tutti gli altri bambini greci, anche se poi in classe eravamo in tanti a non provenire da famiglie greche. Erano preoccupati quando andavamo nelle occupazioni, perché per loro era una cosa illegale che non andava fatta. Siamo stati noi a spiegargli che si trattava di migranti come noi. Ma poi, alla fine, cosa vuoi dirgli? (Intervista con Lukas, 10/04/2024).

19Già dai tempi del liceo, infatti, Lukas e suo fratello sono impegnati nelle reti solidali con i migranti che, soprattutto dal 2015, si sono moltiplicate nel quartiere.

Anche noi siamo migranti, anche se siamo nati qua. Il razzismo lo conosciamo ed è per questo che per noi è stato naturale entrare nelle assemblee e nelle occupazioni del nostro quartiere che si occupavano di queste tematiche (intervista con Lukas, 10/04/2024).

20Charalampos Tsavdaroglou e Maria Kaika (2022) sottolineano in effetti proprio la necessità di ricalibrare il discorso sul diritto alla città, e in particolare al “centro” città (Lefebvre 1968), a partire dai soggetti migranti, nella convinzione che sia il tipo di relazione che si immagina “nella” e “con” la città a plasmare il modo in cui ci immaginiamo questo diritto. Gli autori enucleano le ragioni che hanno reso proprio il quartiere di Exarchia il luogo dove le occupazioni abitative “per”, “con” e “dei” migranti hanno trovato collocazione nel 2015-16 e una di queste ragioni, forse la più spesso negletta, è proprio la “centralità” di questo quartiere. «Exarchia è un quartiere estremamente centrale, di conseguenza i rifugiati hanno accesso ai servizi sociali come le scuole, gli ospedali e le opportunità lavorative» (Tsavdaroglou, Kaika 2022: 1137). A tal proposito, per altro, è importante ricordare che Exarchia non solo non è un quartiere periferico, ma non è neppure quartiere che si possa dire popolare, se facciamo eccezione per il periodo della sua fondazione. In questo senso, esso sfugge a qualunque tentativo di riconnetterlo all’analisi dei luoghi marginali o liminali che per questo permetterebbero un ampio spazio di informalità. Piuttosto, questo luogo rappresenta una “soglia”, attraversata tanto dalla storia spaziale della città a cui appartiene, quanto dalle condizioni sociali e materiali che l’hanno definito nella sua particolarità: «La soglia non è un confine definito che tiene fuori un nemico ostile, ma in complicato artefatto sociale che produce, attraverso atti di attraversamento variamente definiti, molteplici relazioni tra la somiglianza e l’alterità» (Stavrides 2010: 17).

  • 4 Atene è infatti segnata da una ridotta segregazione residenziale “orizzontale” – cioè per aree dive (...)

21I migranti della generazione dei genitori di Lukas che sono diventati abitanti del quartiere, probabilmente, sono i soggetti che più degli altri hanno esperito questa condizione di “soglia”. Essi, infatti, sono stati coinvolti nelle reti di solidarietà pre-esistenti che caratterizzavano il quartiere, ma, pure, sono andati ad occupare i piani terra e i seminterrati degli edifici, sulla base di quella “segregazione verticale” che è la caratteristica principale dell’abitare nella capitale greca (Maloutas 2016, 2020)4. La “lunga estate dei rifugiati” e il movimento delle occupazioni abitative che ne è scaturito nel 2015, invece, hanno rappresentato una radicale innovazione nelle modalità abitative dell’Atene contemporanea, rompendo questo assetto gerarchico e abitativo, con caratteristiche per certi versi simili a quelle prodotte dai rifugiati della Catastrofe dell’Asia Minore insediatisi in città.

22In effetti, l’esteso impiego dell’autocostruzione e dell’abitare informale e le reti di solidarietà e mutuo aiuto hanno giocato un ruolo fondamentale, ma al contempo, e questo rappresenta un grande elemento di diversità, sarebbero stati impensabili fuori dal contesto socio-spaziale di Exarchia e delle sue aree limitrofe, come l’area tra piazza Omonoia e la stazione metropolitana di Viktoria, dove sorgeva l’albergo occupato City Plaza: tutti luoghi centrali. Inoltre, la morfologia degli edifici scelti era deliberatamente il meno gerarchica possibile. Si tratta infatti di ex centri direzionali o alberghi, capaci di accomodare unità discrete, dotando le famiglie e le persone della loro privacy, ma anche attrezzati con ampi spazi comuni, funzionali a un progetto di vita collettivo (Lafazani 2022).

23Come mettono in evidenza Tsavdaroglou e Kaika, dal 2015 le occupazioni abitative dei rifugiati a Exarchia hanno rappresentato lo spazio dove il diritto alla città dei migranti e dei rifugiati poteva essere costruito, attraverso l’abitare, la libertà, la riappropriazione dello spazio e la socializzazione (Tsavaroglou, Kaika 2022: 1140; Raimondi 2019). Se ciò è avvenuto, però, è stato soprattutto per il loro essere sostanzialmente degli spazi contesi, sia in senso spaziale – essendo luoghi centrali che quindi risultano interessanti alla speculazione immobiliare –, che dal punto di vista dell’attribuzione di senso. Come scrive Olga Lafazani, geografa e attivista dell’occupazione City Plaza, quello che ha caratterizzato l’esperienza di quell’occupazione, ma si potrebbe dire di tutte le occupazioni sorte in quel periodo, è soprattutto la loro “ambivalenza”, a partire dalla scala e dal posizionamento di chi le guarda:

uno spazio di lotta per i gruppi solidali coi rifugiati, come un rifugio sicuro per i e le migranti, come un’utopia romanticizzata per qualche ricercatore e qualche reporter, come uno spazio di illegalità e una minaccia per la proprietà privata per lo stato e le sue istituzioni. Ciononostante, ciò che ha “costruito” il City Plaza è stata soprattutto la sua vita quotidiana, il modo in cui è stato vissuto dalle diverse persone che lo abitavano, dalle persone che hanno partecipato al progetto, dalle persone del quartiere (Lafazani 2022: 61).

24È proprio questa quotidianità, quella evocata nella descrizione della lunga giornata fuori dall’occupazione di Notara, che rientra prepotentemente in gioco nella complessa definizione spaziale del quartiere di Exarchia oggi: trasformatosi da luogo di molteplici transiti ad hub di flussi turistici.

Crisi e diritto alla città

25Le autrici e gli autori che abbiamo citato guardano alle modalità con cui il “diritto alla città” è stato esercitato attraverso le forme dell’abitare delle comunità migranti – e dei molti volontari e attivisti da tutto il mondo che sono accorsi per prender parte a questi progetti –, che si contrappone oggi alla speculazione degli investitori e del city branding (Tsavaroglou, Kaika 2022; si veda anche Pettas et al. 2022). Nel tentativo di applicare un approccio spaziale multiscalare, come abbiamo detto, la lente della quotidianità ci aiuta a comprendere meglio gli impatti che una nuova forma di mobilità, con le sue infrastrutture specifiche – in particolare quella turistica – sta avendo sul quartiere e sulle comunità migranti che ancora lo abitano, senza però correre il rischio di stigmatizzarla come del tutto avulsa dal processo storico di cui stiamo parlando.

26L’affastellarsi di “crisi” multiple e interconnesse come quella economica, quella migratoria e quella che potrebbe essere definita “urbana”, delle rivolte del 2008 a seguito dell’omicidio di Alexandros Grigoropoulos da parte di un poliziotto proprio nelle strade di Exarchia, hanno messo in discussione il modo in cui le persone immaginavano ed esperivano lo spazio urbano e le sue norme sociali (Vradis, Dalakoglou 2011). Questo ha posto la Grecia, ed in particolare Atene, sotto una nuova prospettiva, sia dal punto di vista “emico”, cioè configurando inedite esperienze sociali e spaziali (Kallianos 2012, 2013; Makrygianni, Tsavdaroglou 2015; Bonanno 2023; Lafazani 2021), sia da quello “etico”, rendendo il paese una “destinazione”.

  • 5 Il paese è diventato meta, durante gli anni della crisi, di queste due nicchie turistiche: la prima (...)

27Dallo scoppio della crisi, infatti, soprattutto Atene è diventata una meta per gli amanti del “turismo della povertà” (Rolfes 2010) e del “turismo militante” (Chatsidakis, Maclaran 2023)5. Successivamente lo è diventata anche per migliaia di volontari, più formalmente inquadrati nel sistema delle ONG, o spontaneamente mossi dal desiderio di aiutare i e le migranti a sfidare i confini della “Fortezza Europa”. A questo va aggiunta l’organizzazione ad Atene della quattordicesima edizione del festival artistico tedesco Documenta, nella primavera del 2017, il cui titolo “Learning from Athens”, lasciava suggerire l’intento di fare tesoro di quelle “strategie resilienti” che avevano permesso alla città – e al paese – di far fronte alle crisi. Senza soffermarmi sull’esito estremamente esotizzante di questa operazione, che è stato messo in evidenza da altri autori e autrici (Eastham 2017; Fokianaki, Varoufakis 2017; Papadopoulos 2019), può qui essere evidenziato come tutte queste mobilità e gli immaginari che le muovevano abbiano fortemente contribuito alla trasformazione della dinamica sociale dei luoghi. La dimensione riproduttiva, cioè il modo in cui lo spazio vive e si trasforma, diviene l’oggetto ipostatizzato dello sguardo di queste mobilità privilegiate, in cui la complessità delle relazioni tra chi osserva chi e cosa, e chi viene osservato, si appiattisce in una dimensione spesso unilaterale. Soprattutto, dove “il privilegio dell’esperienza” è sempre appannaggio di uno solo di questi poli. In questo senso, Giacomo Maria Salerno definisce “museificazione, il processo che deriva dall’abilità del capitalismo di trasformare in “cose” le relazioni tra persone (Salerno 2020: 127), che in questo modo diventano la “materia” dell’estrattivismo sociale – o urbano – di cui scrive anche il geografo Ugo Rossi (2022).

28Con il modello talk and walk, sono diventati moltissimi, infatti, i tour guidati che permettono, in un paio d’ore, di attraversare quartieri o aree di interesse, soprattutto quelle meno battute, e “vedere” come le persone vivano quegli spazi, cosa li renda “caratteristici”. In una mia intervista con il signor Andromakos, tour operator ed experience designer, è emerso infatti come Exarchia sia diventata, negli ultimi anni, una meta di turismo esperienziale non solo per singoli viaggiatori curiosi, ma anche per viaggi organizzati e gruppi di team building che hanno lo scopo di sensibilizzare i partecipanti ad un approccio imprenditoriale “etico” (intervista del 12/02/2024). Inoltre, specie dopo le rivolte del Dicembre 2008, una particolare categoria di viaggiatori, che in quartiere vengono ironicamente chiamati “anarcoturisti” (anarchotouristes), ha cominciato a frequentare con assiduità Exarchia specie durante i grandi appuntamenti del movimento antiautoritario greco, per partecipare agli scontri contro la polizia e instaurando pochissime, e comunque contingenti, relazioni con esso. A questi vanno aggiunti il grandissimo numero di ricercatori e di ricercatrici interessati a capire, nel brevissimo tempo che l’accademia concede alla ricerca sul campo, “come funziona” Exarchia e quello altrettanto, se non ancor più grande, di volontari del cosiddetto “Nord globale”, giunti ad Atene, ma in particolare a Exarchia, per unirsi alle assemblee e alle azioni solidali coi migranti, sulla base di quella “ragione umanitaria” evocata da Didier Fassin (2018).

29Le intense relazioni che questi ultimi, in particolare, hanno intessuto durante e dopo la “lunga estate della migrazione” meritano uno spazio e una cura che va senz’altro oltre le possibilità di questo testo e sicuramente non possono essere derubricate a mero “turismo”. Questo non solo, o non tanto, perché vi sia in questa categoria, che abbiamo visto essere estremamente porosa e controversa, qualcosa di necessariamente negativo, ma piuttosto perché l’intensità, per quanto temporanea e “mobile”, di questi legami ha poco a che vedere con il tipo di sguardi e di incontri che configurano l’esperienza turistica. Valeria Raimondi, ad esempio, sottolinea come lo spazio, al contempo fisico e politico, costituito dalle occupazioni di migranti e volontari – moltissimi dei quali internazionali – ad Atene sia stato un esempio radicalmente egualitario e “comune” di

pratiche di solidarietà che si materializzano “negli intervalli della soggettificazione politica (Rancière 1999:137) e atti creativi costituenti, non (solo) nel senso di una produzione tangibile, ma della formazione di nuove soggettività politiche che queste pratiche e questi atti rendono possibili (Rancière 2010: 59). […] è in quanto tali, che essi hanno messo in atto il loro potenziale dirompente (Raimondi 2019: 2),

30E questo è avvenuto precisamente attraverso la condivisione e le pratiche quotidiane nello e dello spazio (ibidem, vedi anche Lafazani 2022). In questo senso, mi pare che queste considerazioni, ma più in generale l’esplorazione di queste pratiche spazializzate di emancipazione vadano nella direzione suggerita anche da Sherry Ortner quando, in Dark anthropology and its others: Theory since the eighties, guarda alla necessità di un’antropologia “del bene”, «dell’incredibile gamma di modi creativi in cui si possono costruire delle sfide all’ordine esistente, ma anche comprendere le visioni alternative che questi movimenti incarnano» (2016: 66). Tuttavia, sarebbe parziale non considerare i modi in cui il capitale e l’assetto neoliberale abbiano non solo capitalizzato tali sforzi ma, pure, abbiano utilizzato lo strumento della loro stessa capitalizzazione per eradicarli. Come mettono in evidenza anche Pettas e colleghi (2022), infatti, sono state anche queste relazioni radicali e profonde ad esercitare un interesse “commerciale” e a stimolare una curiosità – e quindi una mobilità – prettamente o prevalentemente turistica verso Exarchia.

Da spazio di mobilità a spazio di flussi

31Exarchia, come mi ha raccontato Markos, un abitante e mia vecchia conoscenza del quartiere, «è sempre stato un luogo dove vivono stranieri, perché qui le persone sono cosmopolite» (intervista con Markos 02/11/2023). In questo senso egli si riferiva al gruppo di amici francesi che aveva conosciuto durante gli anni degli studi, circa sul finire degli anni Ottanta, e che per lungo tempo anche dopo l’università avevano continuato a tornare, intessendo con lui e con altri abitanti relazioni di affetto e fiducia: qualcosa di molto simile anche alla mia esperienza personale. Ma le modalità di interazione, seppur tutte diverse e varie, che queste categorie mobili hanno instaurato con il quartiere, i suoi abitanti e la loro quotidianità, più o meno nell’ultimo decennio, hanno fortemente modificato i nessi relazionali e le modalità di attraversamento dello spazio di questo luogo. Spesso anteponendo il protagonismo dei soggetti mobili più privilegiati a quello della dinamica socio-spaziale del quartiere, questa dimensione ha prodotto negli abitanti la sensazione di «essere accerchiati» (intervista con Afroditi, 15/01/2024). In questo, sicuramente, l’economia dello short term, insieme alle pratiche spaziali e relazionali che essa comporta, ha avuto un ruolo importante. Inoltre, la sua facilità di accesso agli spazi e alle “destinazioni” ha in parte plasmato le modalità con cui una varietà di soggetti mobili, anche mossi da sincero interesse, hanno cominciato a frequentare questo luogo. Queste mobilità e gli immaginari proiettivi che portano con loro sono venuti a costituire un inedito mercato turistico e residenziale, che non solo ha contribuito a reinventare e risignificare parzialmente la località (Ioannides et al. 2016), ma pure, aprendo la strada ad un turismo meno di nicchia, ha generato conseguenze nefaste sulla disponibilità dello stock abitativo (Pettas et al. 2024).

32Come mettono in evidenza Balampanidis et al. (2021), l’immissione nel mercato di gran parte dello stock immobiliare come residenze turistiche a breve termine, agevolato dalle piattaforme di affitti brevi ha permesso una riattivazione dell’economia locale dopo i difficili anni della crisi e una spinta al riuso e alla ristrutturazione di gran parte del patrimonio edilizio della città. D’altra parte, però, questo ha attivato una forte pressione turistica, specie negli spazi meno battuti dal turismo di massa, come il quartiere di Exarchia la cui legacy, come abbiamo visto, è in parte legata alla temporaneità delle sue forme di abitare. «Tantissimi di coloro che criticano AirBnb hanno una casa della nonna sulla piattaforma, magari in un altro quartiere, magari in un’altra città» (intervista con Leonidas 03/12/2023), «magari per pagarsi l’affitto ad Exarchia» (intervista con Despina 05/04/2024), mi hanno detto durante le nostre interviste sia Leonidas che Despina, entrambi ex residenti del quartiere. Proprio questa temporaneità, materialmente costituita da abitazioni in affitto con proprietari ormai lontani, la stessa che aveva permesso il dinamismo del quartiere, ha permesso una veloce riconfigurazione di gran pare dello stock immobiliare in residenze a breve termine, inseguendo i desideri e le proiezioni della nuova classe turistica. Se inizialmente era precisamente il dinamismo sociale di Exarchia a essere il catalizzatore di queste mobilità, ben presto le cose sono cambiate.

33Dopo le elezioni del 2017, non senza una lunga campagna elettorale che poneva la supposta “anomia” di Exarchia al centro del discorso politico, il nuovo primo ministro Kyriakos Mitsotakis ha dichiarato la sua volontà di «ripulire Exarchia» (iefimerida 2017). Quando, due anni più tardi, suo nipote Konstantinos Bakoyannis è stato eletto sindaco di Atene è cominciata una serie di violenti interventi con i quali sono state sgomberate undici delle dodici occupazioni di migranti in quartiere. Inoltre, dopo il ripristino della squadra speciale in moto che era stata dismessa dal governo Syriza, è stata intensificata di 250 unità la presenza della polizia entro il perimetro di Exarchia (To Bhma 2019). Anche lo smantellamento della legge sull’Asilo Accademico (art. 3, 3549/2007) lascito delle battaglie studentesche che avevano portato alla caduta dei Colonnelli, che impediva l’irruzione delle forze dell’ordine all’interno degli spazi accademici – e quindi anche del Politecnico – e rendeva questi spazi sicuri durante le manifestazioni politiche, può essere letto in questo senso. Esso, infatti, aveva permesso che molte famiglie di rifugiati trovassero ospitalità all’interno degli edifici dell’università, durante gli anni della cosiddetta “crisi migratoria”. In questo senso, si può valutare quanto la retorica della normalizzazione si sia intensificata proprio in corrispondenza della trasformazione radicale che le modalità abitative dei e delle migranti e dei e delle volontarie avevano portato in quartiere.

34Questo pare congruente con la considerazione che fa anche Francesco Vietti, a partire dagli scapes di Appadurai (1996), e cioè che i flussi e gli immaginari che essi portano con loro non solo contribuiscono a riconfigurare le località attraverso una rinegoziazione continua del senso dei luoghi, ma pure comportano continui processi di riassestamento dei poteri (Vietti 2024: 12) Questo strenuo tentativo di “ripulire” Exarchia, infatti, va di pari passo con la progressiva professionalizzazione della gestione delle residenze turistiche a breve termine (Cocola-Gant et al. 2021) e il conseguente ingresso di grandi players internazionali, non solo nella gestione, ma anche nella costruzione e la rigenerazione dello stock immobiliare a questo fine (Pettas et al. 2024). In questo senso, questo processo mostra plasticamente come i luoghi di intersezione tra mobilità turistiche e migratorie siano sempre caratterizzati da una forte presenza di “apparati di sorveglianza” (Vietti 2024: 13), che talvolta sfociano nella diretta soppressione della possibilità di questo incontro o, come abbiamo visto nel caso del turismo esperienziale, nella negazione della mutualità degli sguardi di turisti e migranti, a favore dei primi. La centralità della questione abitativa, per altro, determinante nella realizzazione di nuove ineguaglianze spaziali ed espulsioni forzate specie per le fasce sociali più deboli che vivono in quartiere, come le comunità dei migranti e delle persone con background migratorio, è venuta ad intersecarsi con un diffuso “spaesamento” condiviso dalla maggior parte dei residenti –a prescindere dal loro background – che, spesso costretti a traslocare in altri quartieri per la pressione crescente dei prezzi di affitto, o a fare immani sacrifici per poter rimanere a vivere nel quartiere, “non riconoscono più” il loro spazio di vita. Questi grandi progetti suggeriscono, neppure troppo velatamente, quali siano gli obiettivi trasformativi from above del quartiere. Se da una parte la sua centralità è strategica, non solo per il diritto alla città delle persone migranti, ma anche per un’assettizzazione (Birch, Muniesa 2020) speculativa di questo spazio, dall’altra non sfugge la postura di tali operazioni, finalizzata a trasformare uno spazio di “mobilità” – migratorie, sociali, culturali –, in uno spazio di “flussi” di capitali (Mezzadra, Nielson 2013), neutralizzando e al contempo capitalizzando la legacy che ha contribuito a renderlo tale.

35Cotte dal caldo e dalla stanchezza, sedute sull’uscio dell’occupazione Notara 26, mentre aspettavamo che arrivasse il cemento, ho chiesto ad Alexandra, un’attivista dello spazio, se sapesse qualcosa della grande polikatoikia modernista, vuota e in stato di decadimento, che stava dirimpetto all’occupazione. Sollevando le spalle e con un sorrisetto amaro Alexandra mi ha risposto che le era capitato spesso di parlare con l’agente immobiliare, sempre vestito in completo elegante, che accompagnava le persone a vedere lo stabile. «Credo sia stata venduta di recente. Ne faranno l’ennesimo Airbnbadiko, figurati. E poi vedremo… non vorranno mica averci davanti agli occhi tutto il tempo…».

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Note

1 In alcuni casi sono stati usati pseudonimi per tutelare la privacy delle persone, in altri, quando, per il loro lavoro e le loro competenze, gli interlocutori avevano un profilo più istituzionale, ho lasciato i loro nomi e cognomi.

2 La trasmissione televisiva Michani toy chronou (Macchina del tempo) che è andata in onda per molti anni, prima sul canale nazionale ERT e poi su quelli privati, raccoglie testimonianze e immagini di archivio e racconta la storia del paese al pubblico televisivo. Nella puntata in due episodi Ta agnosta Exarchia (“Exarchia sconosciuta”) parlano alcuni discendenti delle prime famiglie del quartiere: https://archive.ert.gr/77496/.

3 di questo si parla nel documentario della trasmissione televisiva Michani toy chronou dedicata alla storia del quartiere: https://archive.ert.gr/77496/.

4 Atene è infatti segnata da una ridotta segregazione residenziale “orizzontale” – cioè per aree diverse – e, piuttosto, da una stratificazione per classi sociali che segue, a salire, i piani delle polykatoikies. Questa caratteristica, dovuta alla migliore qualità delle unità abitative ai piani alti, più luminose e lontane dal caos della strada, in un contesto urbano molto denso e congestionato, è infatti tendenzialmente diffusa in tutta la città e, se da un lato ha limitato le forme di ghettizzazione e di marginalizzazione tipiche di altre metropoli, dall’altro ha riprodotto peculiari forme di gerarchizzazione sociale e ineguaglianze spaziali.

5 Il paese è diventato meta, durante gli anni della crisi, di queste due nicchie turistiche: la prima formata da persone curiose di entrare in contatto con uno contesto segnato dalla crisi e dalla depressione economica e, anche, spinte dalla possibilità di vacanze a basso costo; l’altra attratta dai tumulti sociali e dalle forme di organizzazione dal basso che accompagnavano la condizione di crisi economica.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica digitale

Anna Giulia Della Puppa, «Stratificazioni della mobilità. L’impatto del turismo a Exarchia, Atene»Archivio antropologico mediterraneo [Online], Anno XXVIII, n. 27 (1) | 2025, online dal 20 juin 2025, consultato il 10 septembre 2026. URL: http://journals.openedition.org/aam/9904; DOI: https://doi.org/10.4000/145ok

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Autore

Anna Giulia Della Puppa

Sapienza Università di Roma - Dipartimento di Ingegneria Civile, Edile e Ambientale, annagiulia.dellapuppa@uniroma1.it

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