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Stratificazioni migratorie. Storie, traiettorie e mutamenti sociali

Rifiutare un illustre passato. Memoria e stratificazioni migratorie nel contesto degli studiosi rifugiati in Europa

Refusing an Illustrious Past. Memory and Migratory Stratifications in the Context of Refugee Scholars in Europe
Ester Gallo

Abstract

Questo contributo analizza il rapporto tra memoria e stratificazioni migratorie nel contesto dell’accoglienza di studiosi rifugiati arrivati in Europa dal 2015. L’analisi muove da due interrogativi interrelati. Il primo riguarda i modi attraverso cui la storia viene richiamata, o taciuta, nel presente in rapporto a specifiche categorie migratorie e relative strategie di accoglienza. Il secondo vuole intercettare le articolazioni esperienziali di quei soggetti, gli studiosi rifugiati in Europa, che sono inseriti nella narrazione pubblica come beneficiari delle stesse politiche. Nel rispondere a questi obiettivi, l’analisi vuole approfondire la dimensione processuale che sottende la costruzione di specifiche categorie migratorie, nonché il tema poco studiato dell’uso della memoria nelle strategie di inclusione/esclusione dei rifugiati.

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Testo integrale

Denial is one story to tell about exiles
(Burke 2017: 4)

Introduzione

  • 1 Tra le più importanti menziono: Scholars at Risk (SAR), Scholars Rescue Fund (SRF), Council for At (...)
  • 2 Per “studiosi” si intende qui ricercatori/professori universitari che prima della migrazione lavora (...)
  • 3 Tutti i nomi/cognomi dei partecipanti alla ricerca sono fittizi per questioni etiche legate alla pr (...)

1Da qualche anno, nelle principali capitali Europee, alcune organizzazioni1 che operano per la tutela della libertà accademica e degli studiosi rifugiati2 organizzano in collaborazione con le università “ospitanti” incontri nazionali/internazionali che coinvolgono personale accademico e amministrativo, rappresentanti delle istituzioni, associazioni della società civile e fondazioni private. Il tema è quello dell’accoglienza e inclusione di studiosi in fuga da regimi autoritari o conflitti. Uno di questi eventi, forse pioniere per dimensione e risonanza, si è tenuto a Berlino nel 2017. Nella prolusione inaugurale, il direttore americano di una delle organizzazioni più importanti richiamava la storia illustre di Albert Einstein, Bruno Bettelheim e Hannah Arendt, mentre lo schermo proiettava fotografie di questi personaggi illustri, alcuni dei quali avrebbero forse storto il naso di fronte ad una loro rappresentazione come “rifugiati” (cfr. Arendt 1943). Una platea nutrita di studiosi provenienti da paesi quali la Siria, la Turchia, lo Yemen, la Palestina o l’Iran ascoltava una storia di debiti scientifici tra l’Europa dei totalitarismi e l’America liberale. Riflettendo sul ruolo storico degli Stati Uniti nell’offrire rifugio ai talenti, il relatore dava nuova enfasi a due elementi del passato: il contributo determinante degli studiosi rifugiati allo sviluppo contemporaneo delle università americane, e come questo fosse stato possibile grazie alle politiche di inclusione, in qualche modo salvifiche, nel contesto di arrivo. Una storia esemplare per il presente, alle origini della quale si colloca anche la creazione nei primi decenni del XX secolo di alcune di queste organizzazioni. Nei momenti informali dopo l’inaugurazione, Yağmur3 - una studiosa turca, amica e collega di lunga data – commentava sarcasticamente sulla sua distanza da quest’immagine di riuscita intellettuale e nazionale: “Santo cielo, un bell’impegno! Noi siamo studiosi normali, non saremo mai Einstein, chi può esserlo? Mi spiace, ma questa storia non è la mia storia”. Alla narrativa del relatore americano, la mia interlocutrice contrapponeva una rivendicazione di ordinarietà, e un’ansia da prestazione derivante dall’essere inserita in una storia collettiva a lei estranea.

2Questo frammento etnografico è il punto di partenza nell’analisi del presente lavoro, che si focalizza sul rapporto tra memoria e stratificazioni migratorie nel contesto dell’accoglienza di studiosi arrivati in Europa come migranti forzati. Il concetto di stratificazioni migratorie richiama un processo di sedimentazione dei fenomeni di mobilità socio-geografica in contesti specifici, spesso interrelati (Della Puppa et al. 2024). Della Puppa, Sanò e Storato (Ibidem) sottolineano come l’insistenza temporale di un fenomeno migratorio in un determinato luogo produca trasformazioni che lasciano tracce materiali, simboliche e narrative, la cui cumulazione non va necessariamente letta in termini lineari o evolutivi ma attraverso una lente che ne evidenzi anche le assenze, i silenzi e le discrasie. Il tema delle stratificazioni migratorie permette uno sguardo rinnovato su due processi interconnessi che qui ci interessano. In primo luogo, esso ricorda l’importanza di una prospettiva storica sulle migrazioni, che mitighi una lettura spesso presentista delle stesse (Lucassen et al. 2010; Schrover 2022). Gli arrivi, i transiti e le partenze che la migrazione determina trasformano il paesaggio sociale nel tempo: essi richiamano eventi, attori, rappresentazioni storicamente simili, ma possono anche porsi in una linea di discontinuità fenomenologica e semantica rispetto al passato (Della Puppa et al. 2025). In secondo luogo, le stratificazioni migratorie rimandano al tema della memoria, qui intesa come “dialettica temporale complessa” (Jedlowski 2001: 374) e dinamica interattiva, intessuta all’interno di un quadro sociale mutevole (Connerton 1989; Tonkin 1992), attraverso cui il passato viene rielaborato per esprimere le necessità del presente (Rappaport 1990; Birth 2006). La memoria è una pratica culturale impura e creativa (Di Pasquale 2019) che intreccia rappresentazioni pubbliche del passato con memorie narrative personali (Jedlowski 2023) contestualmente e storicamente specifiche. Tuttavia, il passato non è una risorsa neutrale né inesauribile. La costruzione di una memoria collettiva è spesso il frutto di una dialettica tra memoria e oblio generata dal lavoro delle élite (Halbwachs 1997; Matonyte 2013): il modo in cui il passato viene ricordato o dimenticato è plasmato da gerarchie sociali, da dinamiche di potere e dal controllo istituzionale, e si apre pertanto a contese e conflitti (Appadurai 1981; Baussant 2019). Questo ben si evidenzia nella letteratura antropologica sul rapporto tra memorie pubbliche e private (Gallo 2017), e sulla tensione tra una ricostruzione lineare del passato a livello pubblico e le spesso più tortuose, traumatiche e disarticolate memorie familiari e soggettive (Lambeck 1996; Bloch 1998; Carsten 2003; Hodgkin, Radstone 2003).

3I contesti migratori si aprono quindi a stratificazioni di memorie, a volte contese (Gallo 2019; 2024c). Nei paesi di arrivo, la presenza di immigrati induce le società di accoglienza a rinnovate pratiche di valorizzazione del passato: l’imperativo di informare “gli stranieri” sulla propria storia (Cattell, Climo 2002: 15) crea confini identitari, valorizza dei percorsi possibili di inclusione e riconoscimento, svalutandone altri. Al contempo, i processi di mobilità socio-geografica vanno letti come generativi di memorie in quanto pratiche culturali: nel sedimentare storie di vita ed esperienze in tempi e luoghi specifici, essi inevitabilmente pluralizzano le narrazioni sul passato, anche se con gradi diversi di presenza e riconoscimento nella sfera pubblica. La migrazione può produrre una frattura nella continuità temporale del migrante (Griffiths 2014; Sorgoni 2022), generando una defamiliarizzazione tanto con le storie e luoghi del paese di origine che con i contesti di arrivo (Sayad 2002). Nell’esilio, la memoria può assumere forme disarticolate (Beneduce 1998), ma anche costituirsi come filo conduttore che unisce passato e presente nelle biografie dei migranti, un luogo di conservazione delle radici culturali (Rosinska 2011), o una forma di resistenza attraverso la rivendicazione della propria identità (Fortier 2000; Canefe 2011). In un contesto di migrazioni forzate la memoria può diventare uno strumento narrativo con valenza politica (Khorsavi 2019), attraverso cui chi è solitamente escluso dalle rappresentazioni ufficiali del passato può riarticolare percorsi narrativi diversi. Le migrazioni, quindi, trasformano potenzialmente il rapporto tra contesti di accoglienza e memoria pubblica, intesa come “luogo di confronto delle memorie collettive che vivono in seno a una società” (Jedlowski 2001: 387): tale confronto può portare alla prevalenza di certo gruppo sociale su un altro, ma anche aprirsi anche al riconoscimento di identità plurime.

  • 4 Rimando all’analisi della letteratura nel paragrafo successivo.

4Il tema degli studiosi rifugiati in Europa ben si presta ad un’analisi del rapporto tra memoria e stratificazioni migratorie nell’accezione sopra analizzata. Il tema ha assunto progressiva importanza, a livello accademico e di dibattito pubblico, a partire dalla cosiddetta “crisi dei rifugiati” del 2015. Il fenomeno non è certo nuovo. Da una prospettiva eurocentrica, esso affonda parte delle sue radici nella storia novecentesca di dislocamento di scrittori, docenti, artisti e giornalisti, una storia che ha visto il vecchio continente al contempo meta di partenza e di arrivo (Burke 2017). Tuttavia, soprattutto se varchiamo la soglia della fama internazionale, ci confrontiamo con una storia che è rimasta spesso ai margini della memoria istituzionale di molte università europee e delle comunità accademiche che la abitano. Nel contesto italiano, ad esempio, gli importanti studi di Patrizia Guarnieri (2016; 2019) offrono una prospettiva critica sull’amnesia generale inerente ai destini di ricercatori e studenti dell’Università di Firenze in fuga dall’Italia fascista. La studiosa ricostruisce biografie scientifiche e familiari che si dispiegano attraverso tempi e luoghi diversi della migrazione, articolandosi attorno a transiti, ritorni deludenti e nuove partenze. Tale studio, basato su fonti di archivio e memorie familiari diasporiche, permette uno sguardo rinnovato sul rapporto tra storia e biografie nelle migrazioni scientifiche, ed evidenzia come tale rapporto sia tanto visibile nei contesti di arrivo quanto mimetizzato nella società di partenza (si veda anche: Zavorotna 2020). Non è del tutto fuori luogo sottolineare come, nell’ultimo decennio, la migrazione forzata di studiosi provenienti dal Sud Globale e da paesi partner e/o strategici dell’Unione Europea (Turchia, Bielorussia e Ucraina) abbia risvegliato – in Italia ed in Europa - l’interesse scientifico e pubblico verso il tema dell’esilio intellettuale, passato e presente: una tendenza visibile tanto nelle recenti pubblicazioni scientifiche4, nelle occasioni di dibattito pubblico (Gallo 2024b), quanto nella creazione di programmi sovra-nazionali e nazionali dedicati. In tal senso, il riconoscimento della presenza di una categoria ibrida (Gallo 2024a) di migranti specializzati e forzati verso l’Europa funge da catalizzatore di rinnovate memorie sulla diaspora intellettuale. In questo contesto è interessante chiedersi, richiamando l’analisi di Da Silva Catela (2014:12), quali dinamiche narrative si innescano una volta che la “memoria viene messa in scena”, quando certe rappresentazioni del passato vengono consegnate allo spazio pubblico per essere fruibili da soggetti diversi. Traendo spunto dall’analisi sviluppata fino ad ora, questo articolo vuole rispondere a due interrogativi interrelati. Il primo riguarda i modi attraverso cui la Storia viene richiamata, o taciuta, nel presente in rapporto a specifiche categorie migratorie e relative strategie di accoglienza: quali gli elementi storici selezionati per evocare un passato utile nel presente? Il secondo vuole intercettare le articolazioni esperienziali di quei soggetti, gli studiosi rifugiati in Europa, inseriti nella narrazione pubblica come beneficiari delle stesse politiche: fino a che punto, e in che modo, le loro storie si conformano o dipartono dai modelli di intervento articolati attorno alle categorie assegnate?

5Nel rispondere a tali quesiti, l’analisi contribuisce alla comprensione delle stratificazioni migratorie, in un duplice modo. Da un lato, attraverso la trattazione sull’uso della memoria nel costruire etichette per particolari categorie di migranti. Dall’altro, riflettendo su come le esperienze biografiche degli studiosi rifugiati si articolano oggi attorno a memorie personali: esplorando le continuità e differenze tanto con le forme passate di emigrazione scientifica, quanto con i modi in cui il passato viene ricostruito ed evocato oggi a livello pubblico.

Storia, memoria e stratificazioni migratorie

6Il limitato dialogo tra studi migratori e studi sulla memoria è spesso ricondotto agli approcci tradizionalmente sincronici dei primi ed in situ dei secondi (Fortier 2000; Gallo 2017). Le dinamiche socio-culturali della memoria, e forse anche parte della sua “autenticità”, tendono ad essere legate (implicitamente o esplicitamente) a un luogo di origine: nei processi migratori, la memoria va a costituire un filo rosso, offrendo continuità tra passato e presente, tra luogo di partenza e nuovi approdi (Creet 2011; Petrovich Njegosh 2020). Tuttavia, raramente la memoria aderisce fedelmente ai luoghi e ai tempi che essa richiama. Le migrazioni contribuiscono in maniera significativa a trasformare le coordinate spazio-temporali della memoria, e alla sua trasformazione e diversificazione (Baussant et al. 2017; Mitchell 2023). Le storie dei migranti e i loro legami transnazionali si traducono spesso in memorie personali/condivise lontane – a volte dissonanti – da quelle della società di accoglienza (Mitchell 2023) e, con il passare del tempo, dai processi di patrimonializzazione del passato che caratterizzano il luogo di origine (Glynn, Kleist 2012; Sullivan et al. 2022). La stratificazione delle memorie generata dai processi di mobilità internazionale ben emerge nel lavoro di Roberta Altin (2024), che analizza le narrazioni, i silenzi e le tracce (im)materiali in un contesto di frontiera come quello di Trieste. L’autrice mostra come gli attraversamenti del confine tra Italia e Slovenia si traducano in una “topografia della memoria” (Altin 2024: 10) nella quale si sedimentano passati spesso discordanti con la rappresentazione pubblica della storia triestina. Similmente, Kritikos (2020) analizza come la memoria dei rifugiati provenienti dall’Asia Minore negli anni Venti sia stata successivamente custodita dallo stato greco attraverso una “costruzione della memoria storica dall’alto” (Ibidem: 427): questo ha contribuito a forgiare un’idea di appartenenza nazionale incentrata sull’omogeneità, senza tener conto delle diversità, problemi e “memorie dal basso” dei rifugiati durante il loro insediamento in Grecia. La memoria è un processo strategico articolato attorno a ciò che si vuole ricordare e tacere. L’omissione, la negazione, o il silenzio sono il prodotto di forze sociali attive: esse influiscono su ciò che viene proiettato nella sfera pubblica (Levin 2013; Sullivan et al. 2022), e forniscono un quadro all’interno del quale si articola la tensione tra narrazione di eventi “straordinari” e il dispiegarsi di memorie ordinarie (Baussant 2002; Mitchell 2023).

7Questo mi porta a riflettere su come determinate strategie della memoria pubblica sottendano le politiche contemporanee di accoglienza dei rifugiati (Perron 2021; Sanò et al. 2024). Recenti studi sottolineano l’importanza di studiare come nelle politiche migratorie il passato si costituisca come “repertorio storico” (Bertossi et al. 2022: 4157) – inteso come “valori, ideologie e narrative che si sedimentano nel tempo e in una determinata società per essere fissati attorno a stilemi specifici” (Ivi: 4161) – al fine di giustificare l’inclusione/esclusione dei migranti. Tale processo porta con sé un atteggiamento nostalgico verso il passato, attorno al quale si articola una gerarchia tra soggetti radicati e legittimi, in quanto “nativi”, immigrati desiderati o tollerati, e alieni. L’uso di un repertorio storico preciso, e le memorie che esso evoca a livello pubblico, rivestono un’importanza centrale nella costruzione politica e mediatica delle categorie migratorie (Gallo et al. 2024): etichette quali “rifugiati”, “migranti specializzati” o “migranti economici” hanno spesso radici storiche profonde (Collyer, de Haas 2012; Gatrell 2013), aspetto che condiziona i significati e l’uso delle categorie migratorie nel presente (Zetter 2007; Bertossi et al. 2022). Questo non è privo di rischi, soprattutto se la storicità delle categorie migratorie viene taciuta per enfatizzare la loro monoliticità semantica e temporale.

8Il tema degli studiosi rifugiati in Europa è particolarmente interessante per analizzare l’uso strategico della memoria nella costruzione di confini spazio-temporali attorno alla categoria di “studiosi rifugiati”. La storiografia sulle migrazioni forzate in ambito scientifico si è largamente concentrata sulle biografie illustri del “grande esodo” europeo verso gli Stati Uniti (Fermi 1968; Heilbut 1983), letto attraverso la lente dell’esilio. Quest’ultimo si caratterizza per una tensione tra l’esperienza dello straniero come alienato da nuovi codici socio-culturali e scientifici (Simmel1971) e il privilegio cognitivo che lo sradicamento intellettuale potenzialmente genera (Said 1984; Sennet 2011). Tuttavia, l’approccio storico prevalente soffre di quello che Peter Burke (2017: 14) definisce nei termini di “problema dell’iceberg”: concentrandosi sul ruolo di innovatori culturali di personaggi illustri, la letteratura ha tradizionalmente tralasciato i destini di studiosi rifugiati comuni, che nel periodo tra le due guerre non ha trovato riconoscimento negli Stati Uniti (Coser 1984; Guarnieri 2023). In dialogo con questi studi, e con l’obiettivo di contribuire ad un fenomeno presente ancora poco studiato, l’analisi approfondisce il tema delle stratificazioni migratorie andando al di là della punta dell’iceberg, e studiando i percorsi degli studiosi rifugiati in Europa nel presente. Focalizzandosi sul complesso rapporto tra migrazioni specializzate e forzate, l’analisi contribuisce a una lettura delle stratificazioni migratorie che supera un’ancora prevalente dicotomica tra, da un lato, rifugiati come “soggetti dequalificati” e, dall’altro, migranti specializzati come “privilegiati” (Van Rjemsdjik, Wang 2017; Babar et al. 2019; Gallo 2024a). Essa rivela come la sedimentazione temporale delle esperienze migratorie di studiosi rifugiati sia costituita da conquiste, perdite e vulnerabilità: il recupero post-migratorio di libertà lavorative e scientifiche coesiste con una costante erosione di legami comunitari, accademici e personali. Le narrazioni degli studiosi rifugiati si pongono in linea di discontinuità rispetto alla memoria strategica sugli intellettuali illustri a cui attingono le organizzazioni internazionali e i programmi nazionali di accoglienza, invitando ad una riflessione critica sulle attuali politiche e rappresentazioni inerenti al “salvataggio dei talenti”.

Note sulla ricerca

  • 5 Dati non pubblicati forniti a maggio 2023 da: Scholars at Risk Europe, Scholars Rescue Fund Europe (...)
  • 6 Da un rilevamento effettuato da Scholars at Risk Italia tra i 40 atenei/istituti di ricerca apparte (...)

9La ricerca ha una natura esplorativa e muove dal riconoscimento che il fenomeno è largamente invisibile alle statistiche (Adebayo 2022). Sulla base delle comunicazioni informali delle organizzazioni internazionali operanti nel settore5, nel 2023 erano duecentoventi gli studiosi presenti nelle università europee con programmi dedicati. Tra questi, i principali paesi di provenienza sono Turchia (29%), Afghanistan (24%), Ucraina (8%), Siria (7%), Yemen (6%) e Russia (5%). La maggioranza si è trasferita in Germania (45%), Svizzera (12%), Norvegia (11%) e Francia (8%), in parte come risultato di programmi nazionali sviluppati in questi paesi a partire dal 2015. Questo quadro coglie solo una fetta marginale del fenomeno, dal momento che non considera gli studiosi con un retroterra di migrazioni forzate non coinvolti in programmi dedicati, e coloro che hanno terminato il periodo del primo contratto successivo all’arrivo6. Volendo fornire un quadro preliminare in vista di approfondimenti futuri la ricerca considera gli studiosi arrivati ​​nei paesi europei dopo il 2015, pur nella consapevolezza che questo offre solo una prospettiva spazio-temporale parziale. L’analisi qui sviluppata è il risultato di tre strategie di ricerca interrelate: raccolta di storie di vita di studiosi rifugiati; etnografia di eventi specifici (convegni, raduni annuali, riunioni organizzative) e di vita universitaria quotidiana; interviste semi-strutturate con referenti di organizzazioni internazionali e università europee, e analisi documentaria dei progetti di accoglienza.

  • 7 I temi proposti sono: (1) storia familiare e percorso educativo; (2) carriera scientifica, mobilità (...)

10In merito alle storie di vita, la ricerca – iniziata nel 2021 ed attualmente in corso – coinvolge settantacinque studiosi (Tabella 1) di eterogenea provenienza nazionale e disciplinare. I partecipanti sono stati inizialmente contattati grazie a contatti personali, resi possibili da una precedente esperienza lavorativa quinquennale in Turchia e dall’instaurazione di legami con colleghi di diversa nazionalità. Tali legami sono stati mantenuti anche dopo il colpo di stato nel paese nel 2016, e le successive misure di emergenza nazionale che hanno prodotto una delle più grandi epurazioni accademiche nella storia repubblicana del paese (Ozkirimli 2017; Doğan 2025). La mia partecipazione (2017-2023) alle attività di una delle organizzazioni internazionali più presenti nel contesto italiano ed europeo, Scholars at Risk, ha permesso di instaurare rapporti di fiducia e collaborazione con un numero crescente di studiosi rifugiati e di ampliare quindi la partecipazione alla ricerca. La ricostruzione delle storie di vita si è basata su incontri multipli, alternati tra modalità in presenza ed online. Il fine era di collocare la migrazione recente all’interno di una cornice a più ampia di esperienze educative e lavorative, e di delineare in che modo eventi traumatici legati alla storia politica del paese di provenienza si intrecciassero alle biografie personali e scientifiche dei miei interlocutori (cfr. Adriansen 2012). La discussione si articolava attorno a sette-nove temi aperti, proposti agli studiosi come spunto di riflessione.7 La trattazione di questi temi non è stata concepita in una cornice lineare: i partecipanti erano liberi di muoversi al loro interno, di integrare temi aggiuntivi o di decidere il silenzio rispetto a certi argomenti.

Provenienza

Menat

Asia Centrale e Meridionale

Corno d’Africa e Africa Occidentale

Paesi dell’area post-sovietica

24 (M 13, F 11)

18 (M 10, F 8)

13 (M 10, F 3)

20 (M 7, F 13)

Destinazione
Post-migratoria

Germania (22), Paesi Scandinavi (15), Italia (11), Regno Unito (9), Francia (6), Paesi Bassi (6), Grecia (3) Portogallo (3)

Totale

75 (40 uomini, 35 donne)

Tabella 1. Studiosi rifugiati che hanno partecipato alla ricerca

11Paesi di provenienza: Area Post-Sovietica: [Russia (10); Ucraina (8); Bielorussia (2); Asia Centrale e Meridionale: [Afghanistan (10); Kazakhstan (2); India (2); Sri Lanka (2); Pakistan (2)]; Corno D’Africa e Africa Occidentale: [Camerun (5); Burundi (3); Congo (2); Etiopia (2); Sudan (1); Regione MENAT: [Turchia (9); Siria (4); Iran (4); Yemen (5); Arabia Saudita (1); Egitto (1)].

12La ricerca ha coinvolto studiosi formalmente riconosciuti come rifugiati, coloro che erano inclusi in programmi internazionali (SAR, SRF, CARA e NUIEC), e i soggetti che si identificavano come migranti forzati ma rifiutavano di chiedere asilo o di entrare in strategie dedicate. La ricerca ha inoltre considerato il fatto che la maggior parte degli studiosi ha contratti temporanei e affronta periodi di disoccupazione, ed è quindi rimasta sufficientemente flessibile da includere coloro che svolgono lavori diversi, che sono disoccupati o che sono stati costretti a lasciare definitivamente il mondo accademico. L’intenzione di mantenere la categoria degli studiosi rifugiati permeabile rispetto a criteri di identificazione soggettivi, politici e giuridici risponde alla necessità di ridurre il rischio di omogeneizzare una categoria migratoria internamente complessa (Barglowski 2018) e, in particolare, di naturalizzare l’associazione tra studiosi rifugiati e una situazione legale e lavorativa predeterminata.

13Questa componente della ricerca è stata integrata da momenti di osservazione e conversazione con gli studiosi – a volte pianificata a volte accidentale (Fuji 2015) – negli spazi universitari, nelle abitazioni, e nei luoghi pubblici (caffè, treni, piazze, sale alberghiere destinate a convegni). Ciò ha permesso la possibilità di seguire le esperienze degli studiosi al di fuori del contesto più formale dell’intervista e di partecipare congiuntamente a eventi ordinari o celebrativi di vita accademica. In queste occasioni i miei interlocutori erano spesso più inclini a condividere considerazioni critiche rispetto all’operato delle università di accoglienza o delle organizzazioni internazionali. Infine, la ricerca ha incluso, oltre all’analisi documentaria, interviste semi-strutturate con referenti istituzionali delle principali organizzazioni internazionali operanti in Europa nell’ambito della protezione di studiosi rifugiati, e con referenti istituzionali delle università europee “ospitanti”. Le interviste miravano in questo caso a ricostruire le motivazioni inerenti allo sviluppo progettuale, le logiche collaborative tra realtà internazionali, progetti nazionali/europei e singoli atenei, nonché i principali obiettivi e difficoltà di tale partenariato.

14In termini di etica della ricerca, sono state preliminarmente discusse e concordate con tutti i partecipanti le misure da adottare per tutelare l’anonimato individuale e istituzionale, dal momento che molti interlocutori sono personaggi pubblici. Nello specifico degli studiosi rifugiati, essi hanno “lasciato indietro” parenti, colleghi e studenti e questo solleva preoccupazioni circa il rischio di essere identificati. Egualmente importante era l’aspettativa di poter essere liberi di esprimere critiche nei confronti delle istituzioni/paesi ospitanti senza rischi di ripercussione. Molti riflettevano infatti sulla persistente autocensura, anche nelle fasi post-migratorie, sia in rapporto a timori nel paese di origine che di arrivo. Si è deciso quindi insieme che l’analisi, presentazione e pubblicazione dei dati restasse volutamente decontestualizzata in termini di città e università di provenienza/arrivo.

Logiche umanitarie e utilitarismo

15Le strategie di accoglienza di studiosi rifugiati in Europa sono molteplici, e spaziano dalle iniziative di singoli atenei (livello micro), alla creazione di programmi nazionale di borse dedicate (livello meso) a collaborazioni transatlantiche tra queste due realtà e organizzazioni internazionali anglofone (Stati Uniti e Regno Unito). L’implementazione di programmi rivolti a studiosi che possiedono lo status di rifugiato – o che sono riconosciuti “a rischio” da queste organizzazioni attraverso una procedura separata – è resa possibile da finanziamenti esterni (pubblici e privati) e dal supporto organizzativo di reti della società civile (ONG, associazioni religiose, associazioni di migranti/rifugiati). Una trattazione esaustiva di tale partenariato esula dagli obiettivi di questo lavoro (si veda: Gallo et al. 2022), ma è importante sottolineare come l’implementazione di queste strategie determini un’inclusione delle università europee dentro reti di collaborazione locali, nazionali ed internazionali, aspetto che spesso legittima agli occhi dei governi di ateneo il dispiego di risorse finanziarie e umane.

16Per comprendere appieno l’uso strategico di un passato incentrato sulle migrazioni intellettuali verso gli Stati Uniti è importante collocare le organizzazioni internazionali – e la collaborazione che esse intrattengono con il sistema di istruzione terziaria europeo – in un preciso contesto spazio-temporale. La maggior parte di queste organizzazioni – nello specifico lo Scholars Rescue Fund (SRF), il Council for At Risk Academics (CARA) e la New University in Exile Consortium (NUIEC) – sono state create nei primi decenni del XX secolo in risposta al grande esodo dalla Germania nazista e dall’Italia fascista di intellettuali ebrei e/o dissidenti politici verso il Regno Unito e gli Stati Uniti (Konuk 2020). L’operato di queste organizzazioni si è storicamente costituito attorno a una tensione tra approccio umanitario e utilitaristico. Da un lato, le loro attività promuovevano un’internazionalizzazione incentrata sulla solidarietà scientifica e su una responsabilità sociale oltre i confini locali/nazionali (Stortz 2003). Dall’altra, le richieste di supporto da parte di studiosi rifugiati costituivano un’opportunità per gli Stati Uniti ed il Regno Unito non solo di capitalizzare su conoscenze e capacità di illustri studiosi esiliati, ma anche di attingere a una manodopera intellettuale ordinaria, flessibile e precaria, spesso relegata nelle mansioni accademiche di basso livello in college periferici e con contratti temporanei (Coser 1984). Sussiste infatti un legame profondo tra l’impoverimento intellettuale che l’esilio genera nei contesti accademici di partenza e l’ambivalente utilizzo di risorse intellettuali e professionali nei contesti di arrivo (Gallo 2024c), spesso forgiato attorno alla celebrazione di pochi e alla precarizzazione dei molti.

  • 8 Per una panoramica dettagliata di questi programmi si veda: Adebayo 2022.

17Gli anni postbellici testimoniano la continua attività di queste organizzazioni rispetto a esodi diversi – dall’ex Unione Sovietica, dal Cile o dalla Cina – e, sin dalla fine degli anni Novanta, una crescita numerica di tali organizzazioni, quali ad esempio Scholars at Risk. È solo negli ultimi dieci anni, ed in particolare dal 2015, che esse hanno rafforzato la loro presenza in Europa, creando sedi nei paesi membri dell’Unione, sviluppando partenariati con le realtà sovra nazionali (Commissione Europea, EUA, ESU) e collaborazioni con il sistema di istruzione terziario nei singoli contesti nazionali/ locali8. La cosiddetta “crisi dei rifugiati”, tuttavia, non può essere vista come unica motivazione sottostante l’“europeizzazione” di tali realtà organizzative. Le interviste semi-strutturate con i referenti statunitensi e britannici evidenziano una preoccupazione verso la crescente difficoltà di studiosi stranieri nell’ottenere visti di ingresso e una risultante chiusura nel sistema accademico anglofono rispetto all’immigrazione accademica dal Sud Globale. Un fenomeno in parte documentato dagli studi sulla libertà e la precarizzazione accademica negli Stati Uniti (Butler 2004; Gerstmann, Streb 2006), anche se necessitante di maggiore approfondimento. Allo stesso tempo, le logiche all’interno di cui si collocano le strategie di reclutamento di studiosi rifugiati non possono essere svincolate da una considerazione sugli effetti di una crescente applicazione di logiche privatistiche al sistema accademico europeo. Seppure in modo diversificato a seconda dei contesti nazionali, tali logiche si riflettono nella precarizzazione del lavoro accademico (Loher et al. 2019) e nella crescente dipendenza delle università europee dalla disponibilità di attività di ricerca/amministrative a breve termine (Williams 2016; Murray 2019; Vatansever 2022). Significativo è anche il fatto che l’implementazione di programmi di accoglienza di studiosi rifugiati in molte realtà europee sia reso possibile da finanziamenti privati esterni, e dalla parziale dipendenza delle università dall’influenza di stakeholders privati. Tali mutamenti nel mondo accademico europeo rendono la presenza di studiosi rifugiati nei flussi post-2015 tanto una sfida quanto un’opportunità, e le strategie di reclutamento richiamano in forma rinnovata dialettiche passate tra logiche umanitarie e utilitaristiche.

18La presenza delle organizzazioni internazionali in Europa si accompagna, in primo luogo, alla formazione di iniziative su base nazionale, come il DAFI (Albert Einstein German Academic Refugee Initiative) e la Philip Schwartz Initiative (PSI) in Germania o il PAUSE (il Programme d'Aide en Urgence des Scientifiques et des Artistes en Exil) in Francia o il Manifesto UNHCR per l’Università Inclusiva in Italia, per citare i più importanti. In secondo luogo, in seguito alla crisi generata dalla guerra in Ucraina, e come risultato della pressione esercitata da tali organizzazioni verso la Commissione Europea, sono stati creati negli ultimi due anni bandi sovranazionali rivolti a studiosi a rischio9. Infine, un numero crescente di atenei in Europa ha aderito individualmente a tali organizzazioni – soprattutto Scholars at Risk e la New University in Exile Consortium – per promuovere al contempo attività di internazionalizzazione e di terza missione. Certamente esistono numerose differenze in termini di status e di capacità di accoglienza tra, ed internamente alle, diverse realtà europee. Inoltre, la presenza di programmi nazionali nell’Europa continentale rende più stabile la collaborazione tra realtà locali, nazionali e sovranazionali. Tuttavia, studi recenti mostrano come, al di là dello status delle singole università o realtà nazionali, è comune la tendenza a produrre attraverso logiche di reclutamento emergenziale nuove forme di disponibilità accademica e di precariato in tutti i contesti fino ad ora analizzati (Yarar, Karakaşoğlu 2023; Vatansever, Kölemen 2023; Gallo 2024).

19Queste organizzazioni possono essere ragionevolmente definite nei termini di gatekeeper e intermediari tra ricercatori in fuga e le università europee, e tale processo implica l’inquadramento della “categoria” di studiosi rifugiati attorno a quello che potremmo definire un duplice criterio di rischio e di merito scientifico. Il riconoscimento dello studioso come “soggetto a rischio” segue una logica diversa rispetto alla procedura ordinaria di determinazione dello status di rifugiato, che è maggiormente incentrata sulla nazionalità e sulle traiettorie di dislocamento individuale (Gusejnova et al. 2024). Nel valutare richieste di assistenza, le organizzazioni internazionali prendono infatti in considerazione anche la dimensione professionale e il curriculum scientifico, e la procedura è aperta anche a quei soggetti che devono ancora lasciare il proprio paese. L’esito positivo della valutazione del rischio offre senza dubbio un’alternativa importante alla determinazione formale di protezione internazionale. Per molti studiosi “diventare rifugiato” limita la mobilità lavorativa dentro/fuori l’Unione Europea, preclude il ritorno nel paese di origine, compromette la situazione di familiari che vi sono rimasti, e contribuisce all’erosione di tratti di distinzione sociale attraverso la negazione della loro identità professionale.

20Allo stesso tempo, l’operato di queste organizzazioni non elude approcci emergenziali, andando a sviluppare una cultura operativa largamente incentrata sull’umanitarismo accademico che associa il rischio al contesto di origine, e la scienza a quello di arrivo (Yarar 2023). Inoltre, l’approccio umanitario di tali associazioni tende spesso a depoliticizzare le traiettorie di migrazione forzata degli studiosi: esso non tiene conto in misura sufficiente delle relazioni internazionali (incluse quelle universitarie) tra i paesi di partenza, transito e accoglienza, nonché dell’attivismo politico e/o civico degli studiosi stessi (Sertdemir Özdemir 2021; Adebayo 2022). La collaborazione tra organizzazioni internazionali, programmi nazionali/locali e università promuove quindi un’immagine autorizzata dello “studioso meritevole” come soggetto perseguitato che necessita di un intervento salvifico: attorno a questa immagine si costruiscono strategie di accoglienza spesso selettive in termini di inclusione/esclusione, e che seguono l’onda di interventi emergenziali di breve periodo (Gallo 2024a; Gallo et al. 2024).

Organizzazioni internazionali e uso strategico del passato

21L’approccio allo “studioso rifugiato” come soggetto di intervento va analizzata nella sua dimensione temporale, facendo riferimento al ruolo che i soggetti organizzativi/istituzionali coinvolti nello sviluppo di strategie di intervento rivestono in quanto “imprenditori della memoria migratoria” (Baussant et al. 2017: 12), vale a dire incoraggiando la valorizzazione di un repertorio storico ben preciso. Questo emerge dalle interviste semi-strutturate con i referenti europei dei programmi nazionali sopra descritti e/o delle singole università, durante le quali veniva messo in risalto il longevo legame con gli Stati Uniti per legittimare l’importanza dei programmi di accoglienza:

Ci siamo affidati a chi da decenni, se non da un secolo, ha esperienza nel campo dell’accoglienza di studiosi a rischio. Nel passato queste organizzazioni hanno offerto ai nostri studiosi un rifugio sicuro (letteralmente safe heaven) e la loro reputazione internazionale è una garanzia per fare al meglio il nostro lavoro. È grazie agli studiosi europei che Harvard è diventata Harvard, e noi dobbiamo imparare dalle esperienze passate, negative e positive (Referente universitaria per il programma nazionale tedesco PSI, 2022).

22La mia interlocutrice attingeva a un registro semantico legato alla letteratura storica del grande esodo, e che delinea il destino dei rifugiati europei nei termini di esiliati in paradiso (Heilbut 1983) o di arca della civiltà (Crawford et al. 2017). L’utilizzo di queste retoriche narrative crea a livello istituzionale una continuità tra passato e presente e rivendica legami transatlantici, creando un’aura di prestigio attorno alle iniziative presenti. Esso alimenta anche logiche di competizione tra università – e tra diverse realtà europee – che sottendono la creazione dei programmi di accoglienza:

Sono orgoglioso di affermare che il nostro programma universitario è stato uno dei primi nel Paese e in Europa. Si tratta di rispondere alle crisi, ma anche di credibilità agli occhi dei nostri partner. Voglio dire che è fondamentale non rimanere ciechi di fronte alle crisi di oggi come in passato gli americani non sono rimasti ciechi di fronte alle crisi europee (Referente nazionale del programma PAUSE, Francia, 2021).

23Il linguaggio misto di competitività e responsabilità sociale definisce il modo in cui le università mobilitano il passato per sostenere a livello istituzionale, e in dialogo con i finanziatori esterni, i programmi di supporto per studiosi rifugiati. Gli incontri annuali che si tengono nelle città europee, e che sono organizzati congiuntamente da organizzazioni internazionali e università, offrono preziose opportunità di scambio e valutazione di questi programmi. Essi costituiscono un palcoscenico per evidenziare il merito istituzionale, comunicando il numero di studiosi ospitati, la mobilitazione dei fondi e le dotazioni infrastrutturali, riaffermando al contempo la solidità dei rapporti tra Europa e Stati Uniti in un’ottica di internazionalizzazione. Si tratta di legami internazionali parzialmente asimmetrici. Un esempio è offerto dal richiamare, nelle pubblicazioni ufficiali, il debito morale che ha storicamente legato l’Europa agli Stati Uniti e al Regno Unito e il vantaggio competitivo acquisito da questi ultimi attraverso politiche di valorizzazione dei talenti. Leggiamo, ad esempio, nella documentazione di un programma tedesco per l’accoglienza di studiosi creato nel 2016:

Il patologo Philipp Schwartz divenne professore all’Università Goethe di Francoforte nel 1927. Essendo di famiglia ebrea, fu licenziato sommariamente dall’università nel 1933 quando i nazionalsocialisti presero il potere. Fuggì in Svizzera dove fondò la Società d’emergenza degli studiosi tedeschi all’estero nello stesso anno. […] Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il suo desiderato ritorno all’Università di Francoforte come professore gli fu negato. Emigrò negli Stati Uniti all’inizio degli anni ‘50 e continuò a lavorare come patologo al Warren State Hospital in Pennsylvania, dove ha diretto e istituto di ricerca geriatrica dal 1967 in poi (PSI Report 2022: 12).

  • 10 Per approfondimenti sule tema si vedano ad esempio alcuni video sulla comunicazione pubblica dei pr (...)

24La biografia di Philip Schwartz viene qui evocata attraverso una retorica oppositiva che accosta il mancato ritorno in Germania come un fallimento istituzionale e la migrazione in Svizzera e negli Stati Uniti come percorso di riconoscimento professionale. Nel documento, la biografia dello studioso si articola attorno ad una cesura tra un prima – fatto persecuzione personale e negazione professionale – ed un dopo, dove le opportunità di salvataggio determinano una rinascita, retoricamente costruita come ‘un nuovo inizio’ (Ibidem: 1)10. Similmente, la costruzione di programmi nazionali in Francia mobilita un passato articolato attorno alle attività di figure pioniere, al contempo soggetti di persecuzione e agenti innovatori tanto nel mondo accademico quanto in ambito filantropico. La storia istituzionale del programma ripercorre le attività di Louis Rapkine, che nel 1936 istituì segretamente il Comité d’accueil et d’organisation du travail des savants étrangers con il sostegno di numerosi scienziati. Dopo un periodo negli Stati Uniti, lo studioso rientrò in Francia per ristabilire dentro il CNRS un programma per aiutare gli scienziati in esilio a tornare in Francia (Israël 2016). Anche in questo caso, il passato costituisce una risorsa attraverso cui motivare l’affermazione di strategie presenti. Nella comunicazione del programma PAUSE, leggiamo infatti:

Salva una vita, salva le idee. Attraverso finanziamenti incentivanti, consentiamo a scienziati e artisti in esilio di essere ospitati in istituti di istruzione superiore, di ricerca e culturali in Francia. […] Questi ricercatori e artisti si trovano in situazioni di crisi e hanno bisogno del nostro aiuto. Offrendo loro la nostra assistenza salvaguardiamo la conoscenza e la ricerca che possono avvantaggiare tutti noi11.

25Nella comunicazione pubblica del britannico Council for At Risk Academics (CARA) viene richiamata l’associazione tra salvataggio-ospitalità-successo degli anni Trenta:

In quei primi anni furono salvate circa duemila persone e aiutate a costruire nuove vite. Sedici hanno vinto premi Nobel; diciotto furono nominati cavalieri; oltre un centinaio divennero membri della Royal Society o della British Academy. Il loro contributo alla vita scientifica, intellettuale e culturale britannica fu enorme12.

26Come evidenziato da questi brevi estratti, la comunicazione pubblica dei progetti europei seleziona strategicamente biografie comprovanti il successo degli stessi interventi, legittimandone la natura in termini di acquisizione di capitale intellettuale e di vantaggio competitivo rispetto ai paesi di partenza. Questo repertorio storico è funzionale nelle interlocuzioni con il mondo delle istituzioni governative e del settore privato per supportare la richiesta dei fondi. Dalle interviste semi-strutturate con i referenti delle organizzazioni internazionali e universitarie, emerge spesso come attingere alla narrativa del grande esodo costituisca una strategia retorica per sensibilizzare enti pubblici o privati a finanziare contratti di ricerca: tale strategia si articola attorno a una marcata differenziazione tra, da un lato, legittime politiche di inclusione dei “talenti” e, dall’altro, una massa anonimizzata di “rifugiati”. È interessante infatti notare come, a livello di dibattito pubblico e politico, il tema degli studiosi rifugiati non susciti la stessa sospettosità generata da una possibile convergenza tra “essere un rifugiato” ed “essere un migrante” come nel contesto della migrazione non qualificata (cfr. Zetter 2007). La mobilitazione di un certo repertorio storico-culturale nel presente contribuisce a rendere gli studiosi rifugiati una categoria migratoria particolarmente meritevole in quanto al contempo “perseguitati” e “professionali”, il cui debito verso le società di accoglienza viene risarcito attraverso il contributo scientifico che essi apportano. Attingendo ad un registro morale – e moralizzante - di eccellenza, talentosità e responsabilità scientifica, la memoria pubblica sul grande esodo vuole sottrarre nel presente gli studiosi rifugiati dall’immagina stigmatizzante del “richiedente asilo”, creando al contempo una cornice di aspettative scientifiche rispetto all’operato performante degli studiosi. Il passato offre una grammatica elementare incentrata su valori di successo personale e istituzionale all’interno della quale giustificare le strategie di accoglienza nel presente anche se, come analizzato nei paragrafi precedenti, questo repertorio non trova piena corrispondenza nelle biografie di molti studiosi in fuga dai regimi totalitari.

27È importante rilevare come questa politica della memoria standardizzi le traiettorie migratorie degli studiosi rifugiati attorno ad alcuni stilemi, che vale la pena discutere per poi confrontarle con le biografie e narrazioni contemporanee. Il primo elemento cardine è la presunta linearità spazio-temporale del percorso di mobilità scientifica: la narrativa viene costruita attorno a passaggi nitidi e incrementali dal diniego lavorativo ed epistemico, nella fase pre-migratoria, verso l’inclusione scientifica e la stabilità lavorativa nella fase di arrivo. Nonostante lo stile narrativo si articoli attorno alle storie personali, il significato sotteso rivela un’attribuzione di agency ai paesi e alle istituzioni di ricezione nel salvare, investire e capitalizzare sui talenti. Questo appare anche nei contesti in cui la linearità della storia individuale è compromessa dalla prospettiva del ritorno: laddove questo non è possibile, il potenziale arresto della traiettoria trova risoluzione nell’opportunità di restare, senza perdere visibilità scientifica. Il secondo stilema è la traducibilità del capitale scientifico e culturale da un contesto migratorio all’altro. La storia del grande esodo è, in parte, una storia di riconoscimento da parte del mondo anglofono della reputazione internazionale che il sistema universitario e gli scienziati tedeschi godevano nelle prime decadi del Ventesimo secolo. L’affinità scientifica, congiuntamente a quella di classe e razziale – e nonostante frequenti istanze di antisemitismo nelle università americane – rendeva questo particolare flusso migratorio accettabile e desiderabile. Non è un caso che gli intellettuali in fuga dall’Italia fascista, salvo alcune eccezioni, subissero maggiormente forme di discriminazione razzializzata, in quanto espressione di un mondo accademico e sociale considerato più provinciale (Guarnieri 2019) e meridionale. L’elemento della traducibilità resta fortemente ancorato all’idea che la scienza e le comunità epistemiche superino determinati confini geografici e sociali. Tuttavia, il ricorso a tale stilema narrativo rimane silente rispetto all’influenza degli elementi di gerarchia e distinzione scientifico-sociale legati alla provenienza accademica, all’appartenenza nazionale, etno-religiosa e di classe. Il terzo elemento centrale nell’evocazione del passato è la sua natura riparatrice rispetto alle possibilità del presente. Nell’implementare programmi di accoglienza di studiosi rifugiati, l’Europa coglie oggi l’occasione di promuovere politiche inclusive riabilitando in qualche modo il proprio passato. Al contempo, viene presupposta anche un’associazione tra migrazione e riabilitazione scientifica degli studiosi rifugiati: se la migrazione passata verso l’accademia anglofona ha permesso un nuovo inizio, l’arrivo oggi in Europa riabilita lo studioso alla scienza (Yarar 2023), conferendogli libertà accademica a personale. Questi stilemi contribuiscono in modo selettivo a valorizzare una specifica rappresentazione storica del passato. Al fine di comprendere in che modo le esperienze contemporanee si sedimentano su quelle passate, occorre tenere conto della differenza che potenzialmente sussiste tra memoria come evocazione istituzionale, e memoria come esperienza e conoscenza personale.

Una storia non nostra

28Un primo elemento di riflessione, necessario per comprendere le esperienze degli studiosi rifugiati in Europa, è la loro diversità in termini socio-demografici e di traiettorie migratorie. Se la storia del grande esodo è in parte una storia migratoria all’interno dei confini del Nord Globale, quella contemporanea coinvolge, da un lato, un’eterogeneità crescente di paesi nel Sud Globale e limitrofi all’Europa (si veda Tabella 1). Dall’altro, l’arrivo in Europa non è necessariamente la prima esperienza migratoria, ma si colloca spesso all’interno di percorsi di mobilità più ampia per studio/lavoro attraverso il Sud e Nord Globale. Questo è un aspetto importante, poiché limita il rischio di leggere la mobilità accademica, tantopiù in fase emergenziale, come un singolo evento lineare (Teichler 2015) e di appiattire l’identità professionale attorno a un percorso migratorio unidirezionale, (verso l’Europa) e monodimensionale (come rifugiato).

29La maggioranza degli studiosi che hanno partecipato alla ricerca (49/75) possiede un dottorato, mentre quelli con un master provengono principalmente da Afghanistan, Pakistan ed Etiopia: il 40% ha studiato in paesi diversi da quello di origine e considera l’arrivo in Europa come un “ritorno”, che fa seguito a precedenti esperienze formative, o come una tappa temporanea. In molti casi, l’arrivo o il ritorno in Europa non è desiderato, e non costituisce la prima scelta, sia per la preoccupazione di non trovare adeguato riconoscimento professionale sia perché paesi confinanti avrebbero agevolato la vicinanza con familiari, colleghi e studenti rimasti nel contesto di origine. Inoltre, molti studiosi legano la loro identità professionale a interessi di ricerca considerati nazionali, in accezione positiva, da un punto di vista di valore scientifico ma anche applicativo, come sottolineato spesso da coloro che lavorano nell’ambito delle scienze agrarie, ingegneristiche, giuridiche o linguistiche. In quest’ottica, l’arrivo in Europa è letto in parte come l’esito di un fallimento di altri percorsi tentati e idealmente più gratificanti. Due storie ben esemplificano la distanza presa rispetto ad una lettura del sistema accademico europeo come liberatore o riparatore, soprattutto tra gli studiosi del Sud Globale.

30La prima storia riguarda il dott. Saleh Abbas, ingegnere e cittadino yemenita arrivato in Belgio nel 2019 insieme alla famiglia di cinque persone. Saleh ha alle spalle un’esperienza cosmopolita: dopo aver conseguito un master in Siria e un dottorato in un paese del nord Africa rientra nel suo paese per “poter restituire ai miei colleghi e studenti quanto mi era stato dato come formazione e opportunità di crescita”, per citare le sue parole. Dopo due anni senza stipendio, e a seguito del bombardamento degli edifici universitari dove lavorava, decide di cercare un lavoro nel paese dove aveva conseguito il dottorato:

Non avevo familiarità con l’Europa, ho sempre preferito il mondo arabo per motivi linguistici, se vuoi anche religiosi, oltre che per il fatto che tutta la mia preparazione e cultura accademica è vicina a questo mondo. È un mondo che so leggere, ed è un mondo che pensavo mi avrebbe trattato più da eguale. Quando sono tornato in Egitto, nella mia università madre per così dire, avevo accumulato tanta esperienza. Ma c’è una differenza tra quando vai come studente di dottorato, e non costi nulla perché il tuo paese ti paga la borsa, e quanto ritorni come esiliato da una guerra e disoccupato. Ho lavorato due anni, arrangiandomi, e poi mi hanno detto che l’Europa è più ricca, ci sono programmi adatti a me, non potendo tornare in Yemen e non potendo certo provare con la Siria – dove ho ancora colleghi e amici – sono venuto qui (S.A. Yemen, Belgio, ottobre 2021).

31Il mio interlocutore motiva i propri desideri migratori in termini di affinità scientifica e socio-culturale, aspetti che lo portano a identificare il contesto arabofono come contesto affine e quello europeo come destinazione di ripiego a seguito di delusioni lavorative. Saleh, dietro suggerimento di alcuni colleghi egiziani, contatta un’organizzazione internazionale che supporta il suo collocamento in Belgio con un contratto di dodici mesi. Dal 2020 al 2024 ho incontrato Saleh tre volte, ogni volta a distanza di diversi mesi, e nelle conversazioni avute sottolineava spesso come – nonostante fosse riuscito a barcamenarsi tra contratti diversi dento e fuori l’accademia dopo il primo anno – incontrasse difficoltà a sentirsi a casa nel nuovo contesto universitario e come continuasse a fare applications nei paesi arabofoni. Come altri studiosi, rifletteva sulla distanza che percepiva tra la rappresentazione che le organizzazioni internazionali promuovevano delle “loro storie” e il suo vissuto quotidiano:

Ho imparato molto su questa storia degli studiosi fuggiti dal nazismo, ne avevo sentito parlare ma non sapevo un granché. Ci penso spesso, e penso che appunto uno va dove pensa di essere riconosciuto, dove ha legami, dove ci sono opportunità. Per loro erano gli Stati Uniti, per me era l’Egitto o la Siria, se non fosse per i problemi che ci sono lì. Qui non è che i colleghi non siano gentili, ma tu sei arabo e loro sono belgi, e a volte ho la sensazione che mi trattino ancora da studente di dottorato invece che come collega, anche se pubblico come loro. Qui continuo un po’ a sopravvivere e non a migliorare il mio CV. A volte ho la sensazione di tornare indietro, invece che di andare avanti. Io di questo non parlo con i colleghi, perché hai sempre questa paura di essere percepito come ingrato, perché non apprezzi l’opportunità che ti è stata data (S.A. Yemen, Belgio, maggio 2022).

32Similmente ad altri studiosi intervistati, per Saleh la migrazione accademica come rifugiato si stratifica attorno a identità composite come studente, ricercatore, esiliato: identità – e aspettative – che vengono spesso negate nei paesi di studio, transito, ritorno e arrivo. Le traiettorie raramente sono lineari (Akkad 2025), né in termini movimento “da/a” né tanto meno in termini di riconoscimento scientifico. La difficoltà a conformarsi a storie di successo, derivante da precarietà lavorative ma anche all’essere soggetto di infantilizzazione scientifica nelle università di “accoglienza”, si traduce in una stasi personale e professionale. Essere uno studioso rifugiato dischiude esperienze più di sopravvivenza e meno di capitalizzazione scientifica in un tempo che rimane non lineare, spesso fermo, a volte di regressione. Il confronto impari con le storie illustri richiamate a livello pubblico genera silenzi, per paura che il non conformarsi con le attese organizzative e istituzionali venga percepito come incapacità, oltre che ingratitudine.

33La seconda storia riguarda una studiosa di origine iraniana, la dott.ssa Mina Ebrahimi: formatasi in India in scienze sociali e studi di genere, rientra in Iran nei primi anni 2000 per essere poco dopo tempo arrestata a causa della sua appartenenza alla comunità Baha’i. Dopo otto anni di carcere Mina cerca di tornare in India, ma le viene negato il visto, e i suoi tutor del dottorato le dicono che, venendo da un paese a maggioranza musulmana, non ha grandi opportunità di lavoro nelle università indiane. Essendo bandita dal lavoro accademico in Iran si trasferisce nell’arco di tre anni in due paesi scandinavi, sempre con contratti temporanei:

Qui sono tutti molto carini con me. Ma mi sento come un uccello senza ali. Tutti i miei studi e le mie ricerche riguardano la religione Baha’i, sono stata in prigione per questo. Sento che ora che ho lasciato la prigione posso tornare a scrivere su questo argomento. Ma mi rendo conto che il dipartimento qui ha una sua agenda di ricerca e un’offerta didattica in cui non è facile inserirsi. Non fraintendermi, non voglio sembrare ingrata, ma sembrano più interessati a salvarmi come perseguitata e meno perché vogliono conoscere i miei interessi di ricerca. Mi dicono che se vuoi trovare un lavoro devi pubblicare, devi fare ricerca interessante, ma non ho familiarità le pubblicazioni europee e sembra che ci sia poco interesse per un corso sulla religione e la filosofia Baha’i. (M.E., Iran-Islanda, 2024).

34Tra gli studiosi rifugiati come Mina, gli interessi di ricerca sono profondamente legati a vicende personali e diventano a volte espressione di resistenza verso la censura. Questi orientamenti lavorativi, tuttavia, possono rimanere alieni dagli interessi dei dipartimenti “ospitanti” soprattutto se i criteri di reclutamento seguono più logiche umanitarie e meno di affinità scientifiche. Altri studiosi sottolineavano ad esempio come i loro interessi di ricerca venissero spesso ritenuti parrocchiali, troppo limitati e di scarsa rilevanza per i dipartimenti, perché radicati in tradizioni accademiche e linguistiche ritenute lontane da quelle europee o perché considerate meno scientifiche. Inoltre, molteplici spostamenti tra diversi paesi e università europee limitano considerevolmente l’accumulazione di capitale scientifico. Le interviste rivelano come le interazioni scientifiche quotidiane tendano a costruire la conoscenza degli studiosi rifugiati attraverso criteri altamente competitivi – di eccellenza – o in una logica antinomica – in termini culturalisti. Questo spesso avviene enfatizzando un’associazione tra paese di provenienza, competenze e potenzialità, senza tenere pienamente conto del precedente percorso formativo e di carriera degli studiosi. Il frequente riferimento a pubblicazioni degli studiosi in lingue diverse da quelle europee, a specifici ambiti di ricerca ritenuti troppo ristretti, a competenze teoriche scarse o a una debole preparazione tecnica è alla base di una tendenza diffusa a creare distanza tra le “tradizioni” dipartimentali e l’”estraneità” degli studiosi ospitati. Questo offre spunti di riflessione critica sulla retorica inerente la “conservazione della conoscenza” promossa dalle organizzazioni internazionali, poiché mostra la difficoltà di tradurre il capitale scientifico da un contesto accademico ad un altro, e come questo sia spesso esacerbato da una costruzione della persona più come “rifugiato” e meno come “studioso”.

35Entrambi i miei interlocutori apprezzavano la possibilità di evitare l’iter di richiesta di asilo politico e di essere stati riconosciuti come studiosi a rischio da un’organizzazione internazionale, aspetti che permettono loro di accedere a programmi dedicati senza limitare la mobilità intraeuropea. In tal senso, l’etichettamento a cui sono soggetti permette di accedere alle risorse disponibili (Collyer, de Haas 2012). Tuttavia, tanto la retorica narrativa sugli studiosi illustri quanto quelle legate alle ragioni umanitarie e alle logiche di reclutamento li priva della loro soggettività disciplinare e biografica, poiché non lascia spazio a quella che potremmo chiamare la legittimità dell’accademico ordinario e rende invisibile il mancato riconoscimento di interessi di ricerca eteronomi rispetto ai contesti accademici di arrivo.

Precarietà e rischio

36L’analisi sviluppata finora mette in discussione una rappresentazione delle migrazioni di studiosi rifugiati in Europa incentrata sulla rimozione del rischio, nonché sul recupero e valorizzazione del capitale scientifico. L’analisi delle narrazioni degli studiosi rifugiati mostra piuttosto come l’arrivo in Europa trasformi la natura del rischio. Il rischio legato a forme di persecuzione e discriminazione personale persiste spesso anche nella diaspora, soprattutto in paesi dove esistono comunità etno-nazionali consistenti – come quelle turche in Germania o iraniane in Svezia – che rappresentano spesso una fonte di preoccupazione per studiosi che hanno avuto una certa visibilità pubblica attraverso il loro lavoro o posizionamento politico. A questa vulnerabilità si aggiunge il rischio legato alla precarietà lavorativa. Ho incontrato la dott.ssa Rania Hussein, una ricercatrice in agronomia di origine yemenita, il giorno prima del suo trasferimento da una città del Nord Italia ad un’altra, distante 150 chilometri, per iniziare un nuovo lavoro. Si trattava, a suo dire, “di uno spostamento minimo” rispetto a quanto affrontato nell’arco della sua vita accademica. Eppure, la vigilia del trasloco marca una forte crisi personale, in cui il mancato riconoscimento della propria biografia scientifica fa sentire tutto il suo peso:

Quante volte, dovrò farlo? Cambiare città, università, colleghi? Sarò a rischio per tutta la vita? Ho passato la mia intera vita a fare la ricercatrice ma non posso ricominciare da capo ogni volta, lottando per farmi conoscere e accettare, per farmi trattare non come se fossi una postdoc eterna, anche perché ormai ho cinquant’anni, ma come una collega normale (R.H. Biologia, Yemen-Italia, 2022).

37Questo passaggio ben esemplifica la tendenza più generale dei colleghi intervistati di contrapporre alla narrazione edulcorata delle organizzazioni internazionali una storia personale fatta di un’esperienza scientifica sminuita. La sua immagine di studiosa donna, vulnerabile e velata rende Rania agli occhi di molti colleghi italiani una eterna postdoc bisognosa di guida, il cui precariato è in qualche modo giustificato dalla limitata solidità scientifica. Altre narrazioni, invece, evidenziano l’esistenza di un precariato transnazionale, generato dalla volontà di mantenere un contatto con il mondo accademico di partenza e, al contempo, dalla necessità di accettare quanto disponibile nel mercato lavorativo europeo. Ursula Boyko, una studiosa ucraina, rifletteva su come i tre anni impiegati a correre dietro a lavori diversi si fossero tradotti in una totale immobilità lavorativa:

Ho due lavori, uno precario per la guerra e uno precario per il contratto. Lavoro da remoto per la mia università in Ucraina perché i rapporti possono diventare tesi se si sta troppo lontani, e poi lavoro qui nella speranza di stabilizzarmi se la guerra non finisce. E non so dove sia meglio investire o se ne valga davvero la pena (U.B., giurista. Ucraina-Olanda).

38Ursula rifletteva sul fatto che le organizzazioni e l’università di accoglienza, pur accettando formalmente la sua decisione di mantenere contatti lavorativi con l’Ucraina in vista di un futuro ritorno, mettevano spesso una certa pressione verso il dovere di contribuire al dipartimento ospitante. Nonostante questo aspetto venisse valorizzato dalla mia interlocutrice, essa rifletteva anche su quanto la prospettiva di poter rimanere nell’attuale posizione per pochi mesi, e di dover cercare nuovamente lavoro, disincentivasse la sua motivazione facendo perdere di senso “tutto questo correre”.

39Dei settantacinque ricercatori intervistati, solo quattordici lavorano con contratti/borse accademiche di durata superiore ai due anni, e solo cinque ricoprono incarichi accademici a tempo indeterminato. Una grande maggioranza (53/75) ha cambiato più di due contesti universitari dal momento dell’arrivo e, tra questi, sessantasette sono emigrati in Europa per assumere posizioni accademiche di livello più basso rispetto a quello detenuto nella fase pre-migratoria. Questo implica che la migrazione forzata degli studiosi verso l’Europa innesca un doppio processo di precarizzazione e dequalificazione. Alcuni studi pionieri di studiosi esiliati in Europa offrono una prospettiva critica al fine di comprendere lo iato che intercorre tra narrazioni pubbliche e biografie personali. Sulla base dell’analisi dell’esodo accademico dalla Turchia alla Germania dopo il 2016, Vatansever (2020) evidenzia come la letteratura minimizzi la rilevanza del lato economico dell’esilio suggerendo come un’analisi compiuta del fenomeno debba tenere conto della precarizzazione del lavoro nell’ambito della ristrutturazione universitaria neoliberista in Europa (Vatansever 2018). Vatansever (2020: 141) espone una concezione tradizionale dell’esilio – incentrata sulle cause politiche delle migrazioni forzate – a quello che lei definisce il “riduzionismo economicamente cieco” di questa categoria analitica, invitando così gli studiosi a riflettere sulle diverse dimensioni dell’essere uno studioso rifugiato in Europa. Similmente, Yako (2021) riflette sull’impatto della violenza politica sull’erosione intenzionale del sistema universitario pubblico nell’Iraq post-2003: come questo abbia fornito manodopera qualificata a basso costo alle università private in Giordania e nel Kurdistan iracheno. Per l’autore (Ivi: 144, 151), l’essere uno studioso rifugiato implica affrontare una “vita sotto contratto”, dove le potenziali ispirazioni intellettuali sono oscurate dall’umiliazione e da un “sentimento di inutilità” scientifica.

40L’analisi dei dati conferma quanto rilevato dai due autori in contesti diversi e sottolinea come il lavoro delle organizzazioni internazionali si sedimenti in pratiche passate. Infatti, nonostante l’approccio umanitario e solidaristico che caratterizza queste organizzazioni, il loro operato si colloca all’interno di un mercato del lavoro accademico come quello europeo che si caratterizza per una scarsa internazionalizzazione nel reclutamento finalizzato a posizioni strutturate (Bauder 2015). Le narrazioni sopra analizzate evidenziano come il capitale scientifico e culturale accumulato nel corso degli anni, invece di essere rafforzato attraverso la migrazione in Europa, venga spesso eroso da anni di incertezza e dalla relativa perdita di motivazione. Molti studiosi intervistati hanno sottolineato come il passaggio tra diverse università e contratti richieda loro di adattarsi alle opportunità progettuali disponibili e agli interessi specifici del dipartimento, e riflettono anche su come questi cambiamenti compromettano un senso di continuità con la loro identità di studiosi. Inoltre, una significativa maggioranza (49/75) desidera uscire dai programmi di protezione creati dalle organizzazioni internazionali ma incontra difficoltà nell’accedere al mercato del lavoro accademico ordinario.

Rivendicare responsabilità congiunte

41Un ultimo tema che vorrei trattare prima di avviarmi alle conclusioni è quello della responsabilità e del debito che – nei resoconti dei miei interlocutori – raffigura i programmi di accoglienza in Europa meno nei termini di apertura verso soggetti bisognosi e più come il risultato di politiche internazionali fallimentari. Questo emerge, ad esempio, dalle narrazioni di alcuni studiosi o dalle loro posizioni politiche durante eventi pubblici. Nell’aprile del 2022 un’università italiana ha ospitato un dibattito sulla fuoriuscita di accademici e studenti dall’Afghanistan a seguito del ritorno dei Talebani, avvenuto nell’agosto 2021. Ad una delle studiose collegate da remoto – docente di medicina, proveniente da Herat e di etnia hazāra – era stata chiesta una testimonianza sulla situazione nel paese. Durante il suo intervento, la studiosa aveva sottolineato come quanto stesse accadendo fosse il risultato dell’abbandono da parte dei governi statunitensi ed europei degli impegni presi in Afghanistan, aggiungendo:

Ci avete aiutato a costruire università, a migliorare l’istruzione terziaria delle nostre donne. E noi abbiamo continuato a dipendere da voi. Ora, oltre a tirarvi indietro, vi prenderete i nostri migliori studenti e studiosi, creando danni irreparabili per la nostra conoscenza. E mi chiedo se sapete quale grande responsabilità vi prendete, se saprete davvero dare loro un futuro.

42Le parole della studiosa avevano generato molte discussioni tra i colleghi afgani presenti in aula, che avevano sottolineato il senso di colpa nell’aver lasciato il paese e come la storia della conoscenza in Afghanistan fosse una storia di esilio perenne. Durante le conversazioni intrattenute quel giorno, e in una serie di incontro individuali successivi, emergeva spesso come la rappresentazione della “crisi afgana” da parte delle organizzazioni internazionali e delle università di accoglienza avesse più un carattere di ineluttabilità legata al ritorno dei talebani, ed esprimesse meno le responsabilità di politiche internazionali fallimentari. Agli occhi degli studiosi afgani, l’esodo del 2021 veniva meno concepito come il risultato esclusivo di forse socio-politiche endogene al paese e più come un risultato atteso di responsabilità politiche esterne, generando sentimenti ambivalenti di risentimento e debito verso i contesti di arrivo.

43In un’intervista successiva il Dott. Mahmood Razai, professore di diritto a Kabul prima di arrivare in Italia, aveva sottolineato:

Nella mia vita ho vissuto solo cinque anni in Afganistan. Sono nato in Iran, i miei genitori facevamo lavori umili e io ho studiato grazie a diverse borse di studio. Poi ho iniziato il dottorato a Teheran e, potendo fare a distanza, sono tornato in Afghanistan da adulto, per la prima volta e per insegnare in una università nuova, privata. Sono stato nel mio paese sette anni su quaranta della mia vita. E poi nel 2021 ho perso il lavoro, il posto nel dottorato a Teheran e qui per l’Italia con un titolo di Master non puoi fare molto. Non sono qui grazie all’Europa e agli Stati Uniti, ma a causa loro (M.R. Afghanistan-Italia, 2024).

44Questa lettura problematizza l’approccio umanitario delle organizzazioni/università che sviluppano strategie di accoglienza, in primo luogo, perché introduce il tema dei rapporti politici internazionali, una dimensione che spesso non trova adeguato dibattito nella promozione de-politicizzata degli stessi programmi. Invece di vedere l’Europa come il contesto che accoglie e salva studiosi a rischio da contesti/condizioni di esilio, i miei interlocutori sottolineano la responsabilità congiunta dei governi afgani, statunitensi ed europei nel produrre esodi contemporanei. La decisione del Dott. Razai di rimandare il più possibile la partenza dall’Afghanistan era argomentata sia nei termini di non contribuire alla fuga di cervelli generata dalla crisi in corso, ma anche per sottrarsi al gioco di diventare l’ennesimo rifugiato istruito e con un futuro limitato in Europa.

Conclusioni

45Le riflessioni di Jedlowski (2023) sulle biografie individuali rivestono un particolare interesse per analizzare il rapporto tra memoria e stratificazioni migratorie nel mondo accademico. Per l’autore, le biografie rivelano un tempo intimo e soggettivo di individui che attraversano la Storia, intrattenendo con essa un rapporto complesso e ambivalente: la biografia, da un lato, si “emancipa” (Ivi: 440) da forme ufficiali o condivise di rappresentazione del passato ma, al contempo, essa colloca il soggetto in luoghi e tempi che possono essere condivisi da altri, ed esprimere quindi gradi diversi di comunanza. La biografia è un “tempo affollato” (Jedlowski 2023: 441) che ospita luoghi, relazioni, eventi e oggetti diversi. È un tempo attraverso cui la dialettica tra autonomia del soggetto e forze sociali si esprime. L’analisi qui sviluppata vuole proporre una lettura, certamente preliminare, delle stratificazioni migratorie nel mondo universitario come processo spazio-temporale di incontro, sedimentazione e dialettica tra il tempo affollato delle memorie pubbliche, promosse da specifici attori organizzativi/istituzionali, e le memorie altrettanto affollate dei soggetti molteplici che abitano e attraversano questi luoghi. L’analisi si è focalizzata sulla ricostruzione di percorsi narrativi di studiosi rifugiati, le cui storie sono rimaste spesso invisibili nella letteratura tanto sulle migrazioni forzate quanto su quelle specializzate. In parte questa invisibilità può essere riconducibile alla scarsa rappresentatività statistico-demografica del fenomeno rispetto al più ampio contesto dei flussi di rifugiati. Tuttavia, occorre anche riflettere sulla persistente dicotomia analitica (e politica) tra, da un lato, migrazioni forzate come fenomeno dequalificato e, dall’altro, migrazioni specializzate come caratterizzate da privilegio e capitale scientifico. Diversamente, le riflessioni sviluppate in questo lavoro evidenziano l’ambivalente intreccio tra migrazioni forzate e specializzate, e come la mobilità nel mondo accademico sia caratterizzata dalla coesistenza di approcci emergenziali che retoricamente celebrano, ma di fatto inibiscono, il rafforzamento del capitale scientifico degli studiosi rifugiati.

46La dialettica tra memoria pubblica e biografica gioca qui un ruolo mimetico e rivelatore delle stratificazioni migratorie passate e presenti. Le culture, le relazioni e i rapporti di dipendenza accademici sono in parte il frutto di memorie istituzionali mutevoli e rinnovate, il prodotto di processi di oblio e riscoperta che riflettono le necessità del presente. In quanto contesto non esente da processi diversi di mobilità internazionale, anche l’ambito universitario si apre a sedimentazioni di memorie pubbliche, collettive e biografiche diverse. Questa stratificazione, tutt’altro che neutrale o egalitaria, riflette e al contempo produce confini relazionali, epistemici e simbolici che permettono – o inibiscono – l’inclusione di nuovi soggetti. La presenza degli studiosi rifugiati nell’Europa contemporanea catalizza, da un lato, la riscoperta selettiva di un repertorio storico di cui vengono valorizzati gli elementi di visibilità scientifica, linearità professionale e riconoscimento nei contesti di arrivo. Tuttavia, questa lettura rischia di produrre un doppio oblio, non tenendo conto né dell’ordinarietà, precarietà e marginalizzazione dei passati percorsi migratori né di quella degli studiosi rifugiati che arrivano oggi in Europa.

47Nonostante il risveglio dell’interesse accademico e pubblico verso il tema affondi le sue radici nella cosiddetta “crisi dei rifugiati” degli ultimi dieci anni, la presenza di studiosi più o meno illustri nelle migrazioni forzate ha una storia molto profonda e ricorre ciclicamente in diverse epoche (Burke 2017). Non sorprende quindi il fatto che, come molte categorie migratorie, quella degli studiosi rifugiati sia “storicamente e contestualmente situata” (Dahinden et al. 2021: 539) in una prospettiva eurocentrica che lega il vecchio continente al mondo anglofono del Nord Globale. Il grande esodo si costituisce qui come un repertorio storico articolato nel presente attorno a stilemi di linearità, traducibilità e riabilitazione, che identificano nell’arrivo in Europa il termine di una traiettoria cumulativa che va dal diniego al riconoscimento intellettuale. Questa lettura del passato si sedimenta attorno alla selezione di biografie illustri, e su un’interpretazione dell’esilio che in larga misura marginalizza la dimensione politica, economica e internazionale sottesa alle migrazioni forzate in ambito accademico. Diversamente, l’analisi delle memorie e storie di vita degli studiosi invita a riflettere su come i loro percorsi si sedimentino attorno a tempi e spazi della migrazione spesso non lineari, caratterizzati da perdita di status personale e scientifico e su una persistente – o rinnovata – delimitazione delle loro identità e opportunità professionali.

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Note

1 Tra le più importanti menziono: Scholars at Risk (SAR), Scholars Rescue Fund (SRF), Council for At Risk Academics (CARA), New University in Exile Consortium (NUIEC), Global Young Academy (GYA), TWAS (World Academy of Science in Trieste).

2 Per “studiosi” si intende qui ricercatori/professori universitari che prima della migrazione lavoravano presso istituzioni di istruzione superiore (università) o centri di ricerca (pubblici o privati). In tal senso, questa categoria si distingue, pur sovrapponendosi in parte, con quella di “intellettuali” che comprende anche scrittori, giornalisti, artisti. Il termine “rifugiati” viene qui usato in senso letterario (titolari di protezione internazionale), prospettico (richiedenti asilo) ed estensivo (migranti forzati). In altri lavori ho privilegiato il termine ‘displaced scholars’ (Gallo 2024a), poiché il termine “displacement” racchiude al suo interno una gamma più ampia, e meno connotante, di soggetti coinvolti nelle migrazioni forzate. Il termine, tuttavia, mal si traduce in italiano, e da qui la mia scelta di usare il termine “studiosi rifugiati” nonostante questo termine – così come quello di esilio - sia spesso non preferito dai miei interlocutori, per ragioni che emergono nell’analisi. Sul concetto di ‘displacement’ nel contesto dell’istruzione terziaria si veda anche il lavoro di Cristina Mazzero (2025) con un focus sugli studenti.

3 Tutti i nomi/cognomi dei partecipanti alla ricerca sono fittizi per questioni etiche legate alla privacy e alla sicurezza personale.

4 Rimando all’analisi della letteratura nel paragrafo successivo.

5 Dati non pubblicati forniti a maggio 2023 da: Scholars at Risk Europe, Scholars Rescue Fund Europe e New University in Exile Consortium.

6 Da un rilevamento effettuato da Scholars at Risk Italia tra i 40 atenei/istituti di ricerca appartenenti alla rete, solo in questo paese risiedevano a maggio del 2023 108 studiosi rifugiati.

7 I temi proposti sono: (1) storia familiare e percorso educativo; (2) carriera scientifica, mobilità e internazionalizzazione; (3) decisione di lasciare il paese e percorsi di mobilità; (4) cambiamenti negli orientamenti di ricerca e nei rapporti di lavoro (compresi gli studenti); (5) impegno istituzionale e della società civile (università, organizzazioni internazionali, ONG locali, associazioni); (6) attivismo sociale e politico; (7) libertà accademica; (8) famiglia e cura; (9) piani futuri. Questi temi sono stati integrati con ulteriori temi emersi dall'interazione dell'intervista.

8 Per una panoramica dettagliata di questi programmi si veda: Adebayo 2022.

9 In particolare: MSCF for Ukraine, https://sareurope.eu/msca4ukraine/; e il Bando Europeo SAFE: https://saferesearchers.eu/.

10 Per approfondimenti sule tema si vedano ad esempio alcuni video sulla comunicazione pubblica dei programmi per studiosi rifugiati: https://www.youtube.com/watch?v=5LL7KTJEkgs.

11 PAUSE: https://www.programmepause.fr/en/pause-presentation/.

12 CARA: https://www.cara.ngo/who-we-are/our-history.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica digitale

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Autore

Ester Gallo

Università degli Studi di Trento - Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, ester.gallo@unitn.it

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