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Books Review

Recensione: Simbolo e gesto. La determinazione di genere nelle statuette fittili del mondo greco

Rosina Leone
Bibliographical reference

Marina Albertocchi, Nicola Cucuzza, Bianca Maria Giannattasio (A cura di), Simbolo e gesto. La determinazione di genere nelle statuette fittili del mondo greco (Quaderni di Archeologia – Genova 2) Aprilia: Aracne, 2018.

Abstract

Il volume raccoglie i contributi della giornata di studi organizzata a Genova nel 2016, riferiti ad una variegata serie di casi di studio ampiamente distribuiti geograficamente e cronologicamente.

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Full text

1Le produzioni coroplastiche scelte dai singoli studiosi sono analizzate, aderendo al titolo dell’incontro, ponendo l’attenzione sulla gestualità e sulla presenza di attributi qualificanti; assume qui particolare importanza la chiave ermeneutica fornita dagli studi di genere.

2Introducendo il lavoro (pp. 11-14), Marina Albertocchi tratteggia brevemente l’importanza assunta recentemente dai Gender Studies per lo studio della produzione coroplastica. Gli ambiti di indagine in cui tale approccio si esplicita sono quello relativo all’iconografia (accentuazione dei caratteri sessuali, posa delle figure, simbolismi sottesi) e quello, mutuato dall’antropologia culturale, del ruolo sociale che le figure di terracotta rivestirebbero in ambito rituale. Si indaga così la costruzione sociale dell’identità di genere strettamente connessa nel mondo antico con i passaggi di età, circostanza che sembra risultare particolarmente enfatizzata per l’universo femminile. L’ampia selezione di casi di studio permetterà di testare la validità di questo approccio tra elementi di continuità e di discontinuità.

3Il contributo di Nicola Cucuzza (pp. 15-26) si focalizza su alcuni esemplari di statuette femminili del Tardo Minoico dalla Messarà cretese. Lo studioso sottolinea innanzitutto come non sia sempre facile nella Creta minoica trovare una perfetta coincidenza tra indicatori di genere e sesso dei raffigurati/destinatari dei rituali, evidenziando una marcata fluidità che si esprime sia in una forma di intersessualità simbolica che nella definizione dei ruoli delle figure rappresentate. Per il caso cretese è possibile identificare un impiego dinamico e “narrativo” delle statuette fino alla ricostruzione di azioni rituali processionali di cui le statuette fittili erano protagoniste. Parte del contributo di Nicola Cucuzza si indirizza al caso del vano V dal complesso residenziale tardo minoico di Kannià, non lontano da Gortina, interpretato come ambiente d culto e da cui proviene una statuetta del tipo delle Goddesses with Upraised Arms con un’ansa nella parte posteriore che ne potrebbe confermare l’uso in ambito processionale. Altro elemento di interesse dal vano V è il rinvenimento delle “dee dalla braccia alzate” in associazione con una enigmatica figura fittile di “guerriero”, identificazione questa tutt’altro che certa, con un modellino di capanna circolare e con alcuni esemplari fittili di tiare coniche isolate. La complessità del contesto, che trova confronto con il più antico santuario di Kophinas, pone così interessanti questioni sull’identità dei dedicanti. In conclusione, Cucuzza enfatizza la pratica della dedica di statuine fittili nella Messarà della Tarda Età del Bronzo come “strumenti di rivendicazioni di appartenenza a specifici gruppi sociali o come mezzi per sottolineare la propria identità sociale” tramite un linguaggio figurativo che ricorreva a simboli e gesti, in un’ottica di genere fluida e non sempre facilmente riconducibile all’identificazioni del sesso degli/delle offerenti.

4Ancora alle cosiddette dee con le braccia alzate da Creta alla fine dell’Età del Bronzo si riferisce il contributo di Katia Perna ( pp. 27-42) che si propone il compito di meglio definire l’interpretazione di questi oggetti - la cui identificazione con divinità è stata nella letteratura recente messa in discussione - fornendone un quadro contestuale di riferimento (contesti primario di provenienza, associazioni in set votivi) per meglio leggerne il ruolo eventualmente giocato in occasione di performances rituali. Di provenienza sacra, quasi sempre esposte su banchine, le statue sono riferibili a due gruppi dimensionali, che ne identificano un nucleo di statuine e uno di piccole statue, i cui esemplari di maggior dimensioni sono di poco inferiori al metro. Un uso performativo sembrerebbe essere quello del loro trasporto in processione. Katia Perna presenta i contesti di rinvenimento e le ipotesi interpretative, da quelle più tradizionali che le identificano con una o più divinità femminili a quelle più recenti che le considerano piuttosto come rappresentazione simboliche dei dedicanti. In questo secondo caso le varianti iconografiche tra i singoli esemplari potrebbero secondo Perna essere lette come indicato di differenze di classi anagrafiche o di censo mentre i gesti delle figure potrebbero alludere a momenti diversi del rituale. Pur non potendo arrivare ad una soluzione definitiva della questione (donne o dee?) resta l’evidenza che questi oggetti portano sulla centralità dell’elemento femminile nella società cretese di età minoico-micenea.

5Restiamo ancora in ambito cretese, ma come recita il titolo “di età arcaica” – anche se i contesti esaminati sono sostanzialmente di VII secolo – con il contributo di Antonella Pautasso (pp. 43-56) su un piccolo nucleo di offerte fittili di carattere minoritario dal deposito votivo del santuario sull’acropoli di Gortina riportabili alla sfera maschile. Si tratta di alcuni pinakes a soggetto mitologico di produzione locale riferibili all’uccisione di Agamennone e al mito di Bellerofonte cui si aggiunge una placchetta con figure maschili ai lati di una lira. L’asimmetria di genere riscontrata nella composizione del deposito gortinio verrebbe così in parte ridimensionata dalla presenza di oggetti raffiguranti episodi del mito, allusivi alle necessarie tappe di passaggio di status e relative prove previste per i componenti di sesso maschile della società cretese di VII sec.a.C. che verrebbero illustrate culturalmente da miti scelti nella pratica votiva come mezzi del riconoscimento sociale. Per l’importanza del gesto nelle raffigurazioni Pautasso esamina inoltre un numeroso gruppo di placchette cretesi, di provenienza da varie zone dell’area orientale dell’isola, raffiguranti un personaggio maschile stante di profilo con braccia piegate, la destra quasi al mento, abbigliato con corta tunica. L’iconografia in questione è stata variamente decodificata nel corso della storia degli studi: Pautasso accoglie l’interpretazione che lega l’iconografia – probabilmente di ascendenza nord-siriana – al passaggio del personaggio maschile dalla giovinezza alla vita adulta, non riscontrando tuttavia nel gesto della mano portata al mento alcun significato specifico.

6Con il contributo di Marina Albertocchi (pp. 57-73) si passa all’esame di una iconografia piuttosto rara nella coroplastica greca: la rappresentazione della gravidanza. Viene offerta una esaustiva carrellata della rafffigurazione delle donne in gravidanza o partoriente a partire dalle Graviden-Flaschen di creazione egizia del Nuovo Regno, importati e imitati a Creta nel TM III. Altri esemplari di varia tipologia ancora da Creta ma da età più recente sembrerebbero piuttosto rimandare a un repertorio orientale e riferirsi secondo alcuni a Eileithyia. Infine da Creta provengono le statuette di donne in atto di partorire databili tra la metà del IX e la fine dell’VIII sec.a.C. dalla grotta di Tsoutsouros che in età romana sarà sacra a Eileithyia. Passando al dossier relativo all’età arcaica e classica risulta evidente la quasi totale assenza di raffigurazioni di donne incinte. Albertocchi cerca le motivazioni di questa lacuna iconografica che dovrebbe avere a che vedere con l’interdizione delle donne gravide alla frequentazione dei santuari in quanto possibili fonti di contaminazione e oggetto di “una sorta di taboo iconografico”. Meno lacunoso il corpus documentario di età ellenistica in cui la studiosa individua tre gruppi: i tipi nudi che raffigurano statuette rappresentate in forma abbreviata, variamente attestate da pochi esemplari in diversi contesti e funerari, il piccolo gruppo tardo ellenistico da Smirne di statuette con ventre prominente e il gruppo delle cosiddette “femme à tiroir” da Myrina, con piccola finestra sul ventre che contiene un minuscolo feto. Le costanti riscontrate sono la nudità delle figure e il prevalente riferimento alla sfera artemisia, cui si associa la venerazione per le Ninfe. Un caso peculiare è quello della raffigurazione di Baubò e delle nutrici anziane, figure grottesche dal ventre preminente.

7In conclusione, la studiosa ritiene che la sostanziale lacunosità della documentazione sia legata al confinamento della condizione della gravidanza all’ambito strettamente privato; le donne torneranno a frequentare i santuari dopo la nascita della prole e avendo quindi superato il passaggio incerto e pericoloso costituito dal parto.

8Con il contributo di Marcella Pisani (pp. 75-88) si passa all’applicazione dell’archeologia di genere all’ambito funerario, uno dei contesti di indagine più frequentato e proficuo per questo tipo di approccio. Viene qui presentato un gruppo di terrecotte figurate di età ellenistica dalla necropoli nord-orientale di Tebe, dove le analisi osteologiche sono limitate a un campione esiguo e dunque la determinazione del sesso del defunto è proposta sostanzialmente su composizione e modalità di deposizione del corredo. Pisani propone quindi l’analisi iconografica dei soggetti raffigurati, riscontrando per i soggetti maschili un costante rapporto con il mondo infantile ed efebico fino alla fine del III sec.a.C. quando questi indicatori archeologici scompaiono, evidentemente per un cambiamento nell’uso funerario della composizione del corredo. Più complessa risulta l’analisi dei soggetti femminili in cui compaiono iconografie confrontabili con quelle di santuari attici riferiti alla venerazione di Artemide e di Ilizia e riferite ai passaggi di status delle fanciulle; ricorrente la presenza di volatili, di cui viene meglio precisata la sfera simbolica delle varie tappe della maturazione erotico-sessuale cui essi alludono. Un ulteriore elemento di analisi è infine costituito dai raggruppamenti di oggetti nelle sepolture: in alcuni casi l’associazione di terrecotte maschili e femminili rendono meno immediata l’interpretazione dei contesti in analisi, evidenziando come sottolinea la studiosa i limiti di un approccio esclusivamente iconografico per la definizione dell’identità sessuale e sociale degli individui sepolti.

9Il contributo di Roberta Menegazzi (pp. 89- 98) offre un’analisi di sintesi di alcune delle iconografie più diffuse della coroplastica, perlopiù di età partica, da Seleucia al Tigri. Accanto alle raffigurazioni di figure femminili nude stanti, alcune delle quali sono fortemente condizionate nella declinazione greca dalla tradizione preseleucide, interpretate come “raffigurazioni di un personaggio intermedio tra il mondo degli umani e quello degli dei”, si segnalano le figure di recumbenti femminili, dall’iconografia originale e peculiare dell’ambito seleuceno. Un tipo coroplastico che permette di evidenziare una forma di ambiguità di genere nella produzione di quest’area è la figura recumbente con kyrbasia, che unisce caratteri maschili e femminili e potrebbe testimoniare la diffusione a Seleucia del culto di Cibele e di Attis.

10A Marco Giuman e Romina Carboni (pp. 99-111) si deve un contributo su una tipologia di statuette piuttosto particolare provenienti dall’ex area militare di Nora dove dal 2013 scava l’Università di Cagliari; il contributo si focalizza sui rinvenimenti dal cd. vano A, da un contesto stratigrafico inquadrabile tra il I e il II sec.d.C. Il soggetto analizzato è rappresentato da un gruppo composto da due figure, una femminile di maggior formato parzialmente in nudità cui si accosta una piccola figura maschile barbata dai tratti ferini. Per questo soggetto Romina Carboni propone in via dubitativa un riferimento alla sfera isiaca, inserendosi in una devozione ad Iside già altrimenti attestata a Nora. Si tratterrebbe qui di un unicum iconografico attestante una devozione popolare di tipo sincretistico in cui la figura divina riassume le prerogative di più divinità femminili (Iside, Afrodite e Demetra/Cerere).

11A Elisa Chiara Portale (pp. 113-116) spetta il compito di tirare le fila dei vari contributi raccolti nel volume. Riferendosi all’uso primario delle figurine di argilla, Portale ne enuclea una serie di funzioni, che vale la pena qui di elencare. In primo luogo la coroplastica svolge una funzione comunicativa tra offerente e destinatario e tra offerente e comunità, quindi una funzione evocativa/sostitutiva di offerente e/o offerta spesso con valenza commemorativa. La funzione commemorativa si può ulteriormente esplicare come cristallizzazione simbolica di un’attività rituale o nell’uso della figurina come strumento vero e proprio del rituale. Portale enfatizza il ruolo polisemico che le statuette rivestono in un quadro di relazioni sociali dinamico e mutevole, in cui solo il sistema culturale specifico ne può permettere la lettura più calzante. La relazione della figurina con “le altre componenti del sistema simbolico pertinente” ne esalta il ruolo attivo nel determinare identità, sociali e di genere.

12Concludendo, il quadro composto dai singoli contributi, ben introdotto nelle pagine iniziali da Marina Albertocchi e efficacemente sintetizzato nelle pagine conclusive da Elisa Chiara Portale, permette di apprezzare l’importante contributo che lo studio della coroplastica, ove condotto con salda e coerente impostazione ermeneutica e opportunamente riferito ai singoli contesti di riferimento, può fornire alla comprensione di comportamenti e azioni del passato, in ambiti con forte valenza simbolica e di costruzione sociale.

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References

Electronic reference

Rosina Leone, “Recensione: Simbolo e gesto. La determinazione di genere nelle statuette fittili del mondo greco”Les Carnets de l’ACoSt [Online], 22 | 2022, Online since 30 March 2022, connection on 15 September 2026. URL: http://journals.openedition.org/acost/3103; DOI: https://doi.org/10.4000/acost.3103

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About the author

Rosina Leone

Dipartimento di Studi Storici. Università degli Studi di Torino
rosina.leone@unito.it

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