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Books Review

Recensione: Stephanie M. Langin-Hooper, Figurines in Hellenistic Babylonia. Miniaturization and Cultural Hybridity, Cambridge University Press, 2020

Roberta Menegazzi
Bibliographical reference

Stephanie M. Langin-Hooper, Figurines in Hellenistic Babylonia. Miniaturization and Cultural Hybridity, Cambridge University Press, 2020.

Full text

1Per la Mesopotamia centro-meridionale, la conquista di Alessandro il Grande segna l’inizio di una fase di straordinaria complessità socio-culturale e di rinnovata centralità politica, sottolineata da Alessandro con la scelta di Babilonia come capitale del suo effimero impero e ribadita dalle dinastie che gli succedono nel controllo dell’Asia – quella greco-macedone dei Seleucidi e quella iranica degli Parti Arsacidi – con la fondazione delle rispettive capitali, Seleucia al Tigri e Ctesifonte. La regione rappresenta dunque un osservatorio privilegiato per lo studio delle articolate dinamiche di interazione, negoziazione e scambio alla base della cultura visuale e materiale di periodo seleucide e partico, di cui le terrecotte figurate offrono una delle testimonianze più ricche a disposizione degli studiosi. Il loro repertorio costituisce la base per la ricerca di Stephanie Langin-Hooper, incentrata sulle figurine antropomorfe – in terracotta, ma anche in pietra e osso – rivenute nel corso degli scavi che, a partire dalla seconda metà del XIX secolo, hanno interessato i principali siti della Babilonia di periodo seleucide e partico (indicato nel corso dell’intero volume come “ellenistico”): Seleucia al Tigri, Babilonia, Uruk e Nippur, che hanno restituito la maggior parte degli esemplari, e ancora Borsippa, Kish e Sippar. Il volume attinge a materiali editi nel corso di quasi un secolo di ricerche rispetto alle quali si pone in (non polemica) discontinuità, indicando nuove direzioni. Se i principali studi sulla coroplastica mesopotamica pubblicati dagli anni ’30 del secolo scorso a oggi hanno la struttura del catalogo e sono dunque in primo luogo finalizzati alla presentazione di materiali di scavo e/o collezioni museali, il lavoro della Langin-Hooper si propone di investigare le figurine come agenti di cambiamento sociale e negoziazione interculturale nella Babilonia di periodo seleucide e partico. Questo assunto, che apre l’introduzione al volume, ne segna uno degli aspetti più innovativi: ponendo l’accento sul ruolo attivo delle figurine, l’A. sposta il fulcro dell’attenzione dal contesto archeologico – di produzione, di utilizzo, di riuso e di abbandono – alla materialità delle stesse, analizzata alla luce della teoria della miniaturizzazione.

2Alla presentazione di questa teoria, e della sua applicazione alle figurine dalla Babilonia seleucide e partica, è dedicato il primo dei cinque capitoli in cui il volume si articola. Chi scrive queste righe deve confessare di aver sempre nutrito alcune riserve nei confronti dell’applicazione di modelli teorici agli studi coroplastici, essenzialmente fondate sul timore di un possibile “effetto deformante” della lente di osservazione utilizzata. Nessuna di queste riserve trova conferme nella lettura del libro. Non soltanto la teoria della miniaturizzazione ha il merito di portare l’attenzione dello studioso su un aspetto – le piccole dimensioni – talmente evidente e comune a tutte le figurine da non essere indagato a sufficienza nelle sue diverse implicazioni. Nel presentarla come uno strumento complementare e non alternativo agli approcci tradizionali, l’A. stessa ne propone un’interpretazione problematica, mettendo in discussione il principio – comunemente accettato negli studi incentrati sulla teoria della miniaturizzazione – dell’intimità come effetto dell’interazione con una miniatura e affermando la necessità di un approccio che tenga conto di tutte le caratteristiche dei diversi tipi di figurine. La tesi avanzata è che il senso di intimità generato dall’interazione con una figurina sia più apparente che reale, e che i limiti di questa esperienza rappresentino il canale attraverso il quale veicolare regole o messaggi sociali.

3All’esplorazione dei diversi gradi di intimità figurina-utilizzatore, e delle possibili implicazioni sociali degli stessi, sono dedicati i capitoli 2-3 del volume. Il capitolo 2, in particolare, prende in esame le figurine in grado di garantire il maggior grado di coinvolgimento sensoriale ed emotivo, che vengono definite interattive. In questo gruppo sono inserite le statuette di cavalieri a cavallo, che necessitano della partecipazione attiva dell’utilizzatore per essere montate o per essere fatte cavalcare; le figure femminili nude frontali con braccia mobili, che per la loro quasi completa apertura all’esplorazione visiva e tattile vengono legate alla sfera erotica; le marionette, generalmente raffiguranti suonatori con gambe mobili attivabili attraverso un insieme di fili passanti attraverso un foro praticato sulla sommità del capo; le maschere teatrali, che con le loro bocche aperte richiedono un intervento umano per poter parlare; i sonagli, in grado di produrre essi stessi dei suoni se toccati. Al capo opposto della scala dei possibili livelli di intimità e interazione si collocano gli esemplari presentati nel capitolo 3, che relegano l’utilizzatore al ruolo di spettatore: si tratta delle rappresentazioni di coppie, che nel repertorio della Babilonia seleucide e partica comprendono donne con bambino, coppie eterosessuali e coppie di suonatori generalmente formate da due figure femminili. L’analisi di ciascuno di questi soggetti, esemplificati da una piccola selezione di esemplari di cui è offerta la riproduzione fotografica, è condotta in profondità e prende in considerazione tutte le caratteristiche delle figurine. Esse vengono esaminate, alla luce della teoria della miniaturizzazione, sia nella loro materialità di oggetti sia nella loro natura di rappresentazioni al fine di ricostruirne il ruolo sociale. I dei cavalieri modellati a mano insieme alla cavalcatura, che per le loro caratteristiche fisiche invitano alla manipolazione e al gioco, sono interpretati come strumenti per esorcizzare la paura della guerra, mentre l’assenza quasi totale di caratterizzazioni etniche nelle rappresentazioni di cavalieri è messa in relazione con la diversità etnica e culturale dell’armata seleucide e partica. Analogamente interpretata come frutto di una negoziazione interculturale è l’assenza, nel repertorio in questione, di rappresentazioni di coppie omosessuali o di scene erotiche coinvolgenti un adulto e un bambino, considerate inaccettabili nel contesto mesopotamico. Gli esempi qui proposti hanno lo scopo di chiarire a chi legge queste righe le direzioni in cui si muove la ricerca di S. Langin-Hooper, ma non riflettono certo l’accuratezza dell’analisi e la ricchezza delle argomentazioni proposte, fondate su una solida conoscenza del materiale in esame e in grado di attingere alle più recenti teorie antropologiche, storico artistiche e financo psicologiche e neurologiche, come avviene nel caso delle raffigurazioni di donne con bambino.

4Il capitolo 4 è dedicato all’esame delle figurine in quanto strumenti per la costruzione del sé, utilizzabili a seconda dei casi come modelli, come specchi in cui identificarsi, o come immagini di alterità con cui confrontarsi e familiarizzare. In questa prospettiva vengono considerate le figure singole in pose di presentazione, o comunque non impegnate in attività di alcun tipo: uomini barbuti o imberbi, figure femminili nude o panneggiate, fanciulli in vari atteggiamenti. L’esame dei diversi soggetti evidenzia la complessità dei meccanismi di dialogo interculturale alla base della produzione figurata della Babilonia seleucide e partica: elementi tecnologici, iconografici e stilistici mutuati da tradizioni diverse – mesopotamica, greca e partica – concorrono alla costruzione di rappresentazioni considerate accettabili dalle articolate comunità che popolavano le città dell’epoca.

5Alla riflessione sulla natura delle scelte culturali e sociali alla base della produzione figurata della Babilonia seleucide e partica è dedicato il capitolo 5, che mette in luce l’approccio fortemente selettivo al vasto repertorio di temi e motivi legati alla koiné ellenistica. Anche soggetti all’apparenza puramente greci come le rappresentazioni di divinità risultano in realtà rispondenti a bisogni locali: emblematico è il caso delle figurine raffiguranti Eracle, non a caso uno degli dei greci più largamente attestati, identificabile con diverse divinità vicino-orientali e inseribile nell’antica tradizione vicino-orientale dell’eroe in lotta con il leone. Allo stesso modo, le raffigurazioni di nani a gambe storte vengono riconosciute familiari, e quindi accolte nel repertorio locale, in quanto avvicinabili all’iconografia del dio egizio Bes, il cui culto si era diffuso nella Mesopotamia centro-meridionale a partire dall’epoca achemenide. Altrettanto significativa viene considerata l’assenza pressoché totale di rappresentazioni di persone con deformità fisiche, a proposito della quale l’A. osserva finemente che le figurine della Babilonia seleucide e partica sembrano rispondere al bisogno di sfumare le differenze, culturali e di altro tipo, e non di enfatizzarle. Soggetti estranei alla tradizione mesopotamica pre-ellenistica come figure di genere ambiguo e recumbenti vengono infine interpretati come strumenti per confrontarsi con il concetto di alterità o per introdurre la pratica greca del banchetto.

6Attraverso i casi di studio presentati nei cinque capitoli, l’A. passa in rassegna i principali soggetti del repertorio di periodo seleucide e partico, proponendo una lettura delle figurine come strumenti in grado non solo di rappresentare, ma di indirizzare e contribuire a formare il contesto sociale in cui operano. L’indagine è condotta in grande profondità e, grazie anche all’apporto di teorie antropologiche e storico-artistiche, i dati vengono interpretati con un respiro, e una libertà, raramente attingibili nelle ricerche di impostazione tradizionale. Il volume offre dunque un importante contributo metodologico all’analisi della piccola statuaria. Inoltre, attraverso la sua struttura argomentativa ha, a parere di chi scrive, il grande merito di ricordare che il fine ultimo degli studi di cultura materiale è quello di contribuire a ricostruire il quadro storico e sociale dell’epoca in cui i materiali sono stati prodotti e utilizzati. Certo, per quel che riguarda la Babilonia di periodo seleucide e partico, molti aspetti rimangono da chiarire. Un nodo ancora da risolvere riguarda la cronologia delle figurine. Nell’introduzione al volume, l’A. accenna molto brevemente alla continuità fra la produzione di periodo seleucide e quella di periodo partico, giustificando in questo modo la scelta di utilizzare il termine “ellenistico” come unico riferimento cronologico per il repertorio figurato dell’epoca. In realtà, però, conosciamo ben poco della produzione di epoca seleucide: molti degli esemplari che formano il corpus della Mesopotamia di periodo tardo provengono da infatti da vecchi scavi e non sono corredati da una documentazione contestuale e stratigrafica che ne consenta una collocazione cronologica più precisa, mentre nel più fortunato caso di Seleucia al Tigri, il sito che ha fornito il maggior numero di figurine, soltanto l’8% dei materiali databili su base stratigrafica proviene dai livelli seleucidi della città. Se dunque, allo stato attuale della documentazione in nostro possesso, risulta impossibile seguire passo a passo lo sviluppo cronologico della piccola plastica mesopotamica fra il periodo seleucide e il periodo partico, eludere completamente la questione rischia di congelare, proiettandoli su un arco cronologico di oltre cinque secoli, gli articolati processi di negoziazione interculturale illustrati nel volume, per i quali il tempo (inteso anche come tempo dell’incontro e della conoscenza reciproca) avrà giocato un ruolo fondamentale. L’auspicio è che nuovi dati permettano presto di articolare con maggiore chiarezza le complesse dinamiche di interazione socio-culturale illustrate nel volume, di cui le figurine sono testimoni ma anche, come ci suggerisce Stephanie Langin-Hooper, protagoniste attive.

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References

Electronic reference

Roberta Menegazzi, Recensione: Stephanie M. Langin-Hooper, Figurines in Hellenistic Babylonia. Miniaturization and Cultural Hybridity, Cambridge University Press, 2020Les Carnets de l’ACoSt [Online], 22 | 2022, Online since 30 March 2022, connection on 07 September 2026. URL: http://journals.openedition.org/acost/3113; DOI: https://doi.org/10.4000/acost.3113

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