Lisbeth Bredholt Christensen et Jesper Tae Jensen (éds.), Religion and Material Culture: Studying Religion and Religious Elements on the Basis of Objects, Architecture and Space
Lisbeth Bredholt Christensen et Jesper Tae Jensen (éds.), Religion and Material Culture: Studying Religion and Religious Elements on the Basis of Objects, Architecture and Space, Turnhout, Brepols Publishers, 2017, 378 p., 105 € / ISBN 9782503569000.
Texte intégral
1Il volume raccoglie gli atti di una conferenza tenutasi nel 2011 al Centre for Bible and Cultural Memory di Copenhagen e al National Museum of Denmark. La novità della pubblicazione è nell’affrontare attraverso un approccio materiale non solo il tema del culto (su cui già esiste vastissima letteratura), ma più in generale della religione, intesa anche nei suoi aspetti teologici, astratti e discorsivi. Intenzionalmente, la raccolta non si limita ad analizzare un solo ambito culturale o cronologico, ma al contrario i contributi spaziano dalla preistoria all’età contemporanea, affiancando realtà culturalmente e geograficamente lontane, come le culture del Bronzo scandinavo, il Neolitico vicino-orientale e la commemorazione delle vittime dell’Olocausto. L’intenzione è quella di testare una definizione possibilmente universale di religione, basata sia sulla cultura materiale che sui testi, che trascenda le diversità storiche e culturali (p. 17).
2Il volume si articola in tre sezioni tematiche: “Methodology”, “Archaeology” e “Text”. Nella prima sezione, Lisbeth Bredholt Christensen mette in discussione le definizioni tradizionalmente proposte per lo studio di religioni che si basano su testi sacri (Cristianesimo, Islam) e indica le coordinate teoriche per un approccio alla storia della religione che parta dal materiale, piuttosto che dai modelli. Le definizioni tradizionali incentrate sugli aspetti ideologici, soprannaturali e trascendenti, adatte allo studio della religione come pratica discorsiva e sistema di valori, sono efficaci quando si lavora con i testi, ma applicate alla cultura materiale preistorica sono di scarsa utilità. I nuovi approcci basati sulla neurobiologia e sull’assunto dei “Material Culture Studies” che la materialità (immagini, oggetti, spazi, ma anche movimenti e danze), non solo esprime emozioni e pensieri, ma anche genera, orienta e condiziona questi ultimi, aprono nuove possibilità di indagine. Decisivo è, nel pensiero dell’autrice, il ruolo dell’autorità e delle istituzioni, senza le quali non è possibile parlare di religione, sebbene possano certamente esistere fenomeni di spiritualità. L’importanza della cultura materiale religiosa è ribadita da Morten Warmind (“even a god with no material being requires a cultic focus”, p. 59), mentre David A. Warburton considera l’apporto della cultura materiale alla storia del pensiero, partendo dalla concezione che il pensiero astratto e discorsivo non si sia sviluppato prima dell’età del Bronzo nel Vicino Oriente. La sua conclusione è che, se da una parte la cultura materiale è la precondizione necessaria per lo sviluppo del pensiero astratto, dall’altra l’invenzione della scrittura ha giocato un ruolo essenziale nello sviluppo della capacità di esprimere il pensiero; di conseguenza, le moderne definizioni di religione (basate sul testo) sono adeguate, ma solo nel senso che ciò che noi oggi chiamiamo religione, non esisteva prima (p. 64). La ricca sezione dedicata all’archeologia si apre con il contributo di Emmanuel Anati, che considera la religione soprattutto dal punto di vista della pratica cultuale, giungendo alla conclusione, opposta a quella di Warburton, che la religione possa considerarsi una delle primissime manifestazioni di vita spirituale dell’essere umano. Pratiche cultuali legate ai riti di sepoltura sono attestate infatti già per il Paleolitico: in particolare l’arte pittorica e i graffiti sulle rocce attestano l’esistenza di un culto degli antenati. La spiritualità del Neolitico è ricostruita da Marion Benz che, su base antropologica e neurobiologica, analizza la medialità dei simboli: l’esistenza di “anthropological patterns” costanti rende infatti possibile l’interpretazione dei simboli e delle reazioni da essi provocati al di là delle specifiche differenze culturali. Benz nota in concomitanza con la sedentarizzazione, un incremento nell’uso di simboli, volto a creare un’identità comune al di sopra del gruppo ristretto, primo passo verso l’introduzione di codici morali e sociali, che porteranno allo sviluppo del discorso religioso. Bo Dahl Hermansen concorda con Marion Benz nell’individuare un crescente uso di linguaggio simbolico figurato durante il Neolitico. Analizzando i resti umani e architettonici di sepolture nel sito di Shkārat Msaied, Hermansen mostra come gli abitanti neolitici del sito condividessero un sistema di norme e credenze ‘istituzionalizzate’, in un quadro che rende possibile la qualifica della loro vita spirituale come religione: in particolare l’architettura funeraria, le testimonianze relative al consumo di pasti rituali e la manipolazione/smembramento di alcune parti del corpo indicano la costruzione di una memoria culturale in cui i morti costituivano un tramite tra il mondo dei vivi e l’aldilà. Tre contributi (Flemming Kaul, Mads Kähler Holst e Klaus Randsborg) affrontano il tema della mitologia e delle pratiche rituali nell’Età del Bronzo scandinava, con particolare attenzione al culto del Sole.
3I contributi della terza sezione (“Text”), affrontano il tema della materialità della religione in epoca storica e in culture in cui la scrittura è il principale medium per l’espressione e la conservazione del pensiero religioso. Izaak J. De Hulster, partendo dall’analisi dell’Antico Testamento, sottolinea a più riprese, come, poiché gli agenti della religione sono umani, una religione che non abbia alcuna forma di fisicità (p. 288: “location and embodiment”) è semplicemente impossibile, anche se certamente alcune forme di materialità lasciano tracce più evidenti di altre. Le immagini (“pictoriality”) costituiscono secondo l’autore un ponte tra la materialità dell’oggetto e l’immaterialità del pensiero scritto (ma nel momento in cui il pensiero diviene testo, non assume anch’esso forma materiale?). La pittorialità può dunque essere considerata come una forma ibrida tra espressione materiale e immateriale, tra materialità e testualità (l’immagine, tuttavia, presupponendo un supporto, non è anch’essa un artefatto?). A seguito dell’“aniconic turn”, dell’Antico Testamento, messo dall’autore in relazione diretta con gli sviluppi monoteistici, vengono esplorati nuovi modi di relazionarsi alla materialità. Tuttavia, sebbene l’aniconismo esprima certamente una forma particolare di materialità, va notato che la presenza o assenza di immagini non qualifica una religione come più o meno materiale. Il tema della materialità del testo è affrontato da Trine Bjørnung Hasselbalch che analizza i manoscritti del Mar Morto (e in particolare l’apocrifo della Genesi), come artefatti materiali e, nello specifico, come palinsesti, mostrando come questo cambio di prospettiva renda possibile una nuova percezione del testo e del suo ruolo come scrittura religiosa all’interno della comunità locale. Lars Östman infine, in un contributo che è l’unico dedicato al mondo contemporaneo e a una pratica onoraria, più che religiosa, tenta, tramite un ardito parallelo con la religione romana arcaica, di sottolineare il carattere rituale (“profane rituality”) delle Stolpersteine che dal 1992 commemorano sulle strade d’Europa le vittime dell’Olocausto. L’autore si chiede attraverso quale paradigma religioso possa essere compreso questo fenomeno di memoria culturale e storica, che si autodefinisce “ein Kunstprojekt für Europa”. Ma a parte l’uso della definizione di ritualità profana per le Stolpersteine (una definizione che in realtà si adatta a qualsiasi pratica commemorativa), l’autore non specifica quale sia il carattere specificatamente sacro dell’opera, che viene dato per scontato.
4Il volume è ricco di materiale fotografico di buona qualità ed è completato da un breve indice analitico. In generale, nonostante alcune debolezze (una definizione del concetto di materialità e una sintesi del dibattito critico sugli aspetti materiali della scrittura avrebbero evitato molta confusione), non si può che apprezzare una pubblicazione che si propone coraggiosamente di riaprire la discussione su un tema complesso e scarsamente trattato.
Pour citer cet article
Référence papier
Irene Berti, « Lisbeth Bredholt Christensen et Jesper Tae Jensen (éds.), Religion and Material Culture: Studying Religion and Religious Elements on the Basis of Objects, Architecture and Space », Anabases, 31 | 2020, 224-226.
Référence électronique
Irene Berti, « Lisbeth Bredholt Christensen et Jesper Tae Jensen (éds.), Religion and Material Culture: Studying Religion and Religious Elements on the Basis of Objects, Architecture and Space », Anabases [En ligne], 31 | 2020, mis en ligne le 27 juin 2020, consulté le 11 septembre 2026. URL : http://journals.openedition.org/anabases/10878 ; DOI : https://doi.org/10.4000/anabases.10878
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