Marco Aime | Il patto delle colline, Milano, Elèuthera, 2024, pp. 216.
Marco Aime, Il patto delle colline
, Milano, Elèuthera, 2024, pp. 216.Texte intégral
1In questo volume, Marco Aime riprende la propria pluridecennale esperienza etnografica presso le comunità taneka nelle colline del Benin settentrionale, mettendone in luce le peculiarità e i tratti salienti del loro percorso storico, culturale, sociopolitico e rituale. Mediante una suddivisione non in capitoli ma in paragrafi concatenati, per rappresentare la continuità del flusso di eventi, constatazioni e riflessioni affrontati nel corso della propria prolungata ricerca sul campo, l’autore conduce una riflessione sulle modalità attuate dai taneka per conservare la propria specificità comunitaria e culturale e il rapporto dinamico e saldo intrattenuto con il mutamento e le novità determinate dai fattori sociopolitici e storici contestuali, anche confrontandoli criticamente con i modelli contemporanei occidentali.
2Rimarcando il ruolo prioritario della traiettoria storica e culturale dei taneka, Aime ne evidenzia la forte coscienza storica e antropopoietica di sé quale società composita in cammino, il prodotto stratificato di processi secolari e storicamente determinati di aggregazione, integrazione e fusione territoriale e culturale tra varie popolazioni, eterogenee per lingua e provenienza territoriale ma unite dal comune senso di appartenenza, per ragioni storiche di guerra e resistenza alle razzie schiavistiche e alle invasioni esterne, nonché all’emarginazione politica d’epoca coloniale e post-coloniale. Si tratta di una società conscia che la propria riconoscibilità e auto-identificazione (e insorgenza storica) sia da individuare nella riproduzione costante, nella conoscenza e nell’apprendimento di una tradizione comune inventata autonomamente, ma situata nella storia ed espressione di un popolo più che mai “storico” e “che ha piena coscienza del proprio passato” (p. 82), “nato dalla diversità e nella diversità, che è diventato tale perché lo ha voluto” (p. 203). Tale tradizione è custodita e incamerata nella figura dei sacerdoti-boroté, che la mantengono viva con le loro pratiche e con il loro ruolo e autorità in ambito rituale, ma al tempo stesso permettono anche che vi sia innovazione, “svincolando il resto della popolazione dall’attenersi ai comportamenti dettati dalla tradizione, come se si sacrificassero per tutti” ed evitando qualsivoglia conservatorismo, anzi rendendo attiva la memoria e facendola “convivere col presente” (p. 97).
3La cerimonia del kpama, ossia il sacrificio rituale dei buoi e la successiva redistribuzione delle carni in base alla gerarchia per classi e gradi d’età che riunisce contemporaneamente i quattro villaggi collinari, è l’epicentro della sociopolitica di un popolo nato con una storia complessa e da genti diverse, fondato sulla volontà di garantire un’appartenenza collettiva e di “fondare una società condivisa, sapendo e volendo però mantenere la memoria delle differenze” (p. 12). La gerarchia per gradi d’età, con i suoi passaggi collettivi e i relativi cambi di status sociale che comporta, sostiene e riconferma “un apparato sociale teso a rafforzare i legami in modo trasversale” (p. 175) e a intrecciare le biografie individuali, mantenendo e rinnovando la memoria condivisa e il patto sociale originario. In quest’ottica, i villaggi sono a un tempo la “mappa relazionale” (p. 52) dei taneka, secondo “una catena gerarchica dettata da una cronologia di fondazione unanimemente riconosciuta” (p. 54) e il racconto, impresso sul territorio, della “storia di queste genti e della loro organizzazione sociale”, sorta “dalla paura di un nemico comune e dalla volontà non solo di resistere, ma di fondare a partire da quella azione comune un qualcosa che andasse al di là della semplice alleanza strategica: una vera e propria comunità di pari” (p. 52). Tale mappa riflette un territorio che è vissuto, visto e conosciuto in prima persona e d’insieme ed è altresì una “traccia delle relazioni” (p. 77), a testimonianza della lunga negoziazione che sta alla base dell’esistenza di questo popolo, privo di potere centralizzato e modellatosi sulla successione e sulla sovrapposizione di diverse fasi della propria storia e origine come società di frontiera, “di confine, di continue negoziazioni, trasformazioni, aperture alle novità” (p. 18). Si tratta, cioè, di una società che rappresenta il contesto ottimale per “innescare un’efficace spinta verso la trasformazione”, ma anche di garantire “conservazione e continuità” (p. 45). L’origine dei taneka, tanto quanto il loro intero sistema sociopolitico, non è dunque espressa da una comune, uniforme e mitica autoctonia, narrativamente imposta da un gruppo agli altri, bensì da una negoziazione solidificata nei patti stretti tra le popolazioni via via sopravvenute e nella conseguente narrazione, che trasmette la cognizione della mutabilità delle condizioni e delle tradizioni e mantiene la memoria dell’ordine cronologico di arrivo dei vari gruppi. L’assenza di un’origine comune, perciò, rende lampante l’inadeguatezza delle chiavi di lettura dell’autoctonia e della purezza e dell’unità etnica, figlie di una logica classificatoria e di “etnificazione” (p. 50) di stampo coloniale che ha “contribuito a congelare il panorama umano, limitando i movimenti, imponendo la pace e tracciando confini netti” (p. 51) totalmente dissonanti con la realtà presente sul territorio. Risulta più consonante e aderente considerare la società taneka come un’unione di “gruppi funzionali” (ibidem), “residenziali, corporati e politici” (p. 32).
4Negoziazione, mediazione, sintesi e riconferma costante: queste sono le parole chiave al centro della vita sociale, ma soprattutto rituale e politica taneka, che si vuole e si mantiene sempre propulsiva, in rinnovamento e aperta al cambiamento e all’adattamento alle innovazioni, ma senza perdere il legame con i suoi tratti fondativi originali. Tale approccio dialogico e plastico si manifesta a livello politico e di giustizia nell’ambito del consiglio di villaggio o cocon e, soprattutto, nelle figure dei sawa (capi di guerra e mediatori politici), che incarnano ed esprimono con il loro ruolo la capacità di parlare, di negoziare e, soprattutto, di raggiungere la conciliazione tipici e fondamentali per la vita sociale taneka. Tale principio è altresì ben esemplificato dai mercati, dotati di una valenza ben più interattiva che meramente economica e orientati a promuovere e coltivare le relazioni sociali.
5Quest’opera ha il merito, partendo dai dati e dalle osservazioni emersi nel vissuto etnografico dell’autore nel contesto taneka, di mettere in luce la piena modernità ed elasticità trasformativa di una cultura “in perenne movimento per adattarsi a condizioni nuove” (p. 114), l’analisi proposta ribalta il pregiudizio ancora diffuso dell’immobilità tradizionalista e tribalista delle società africane. Nello specifico, l’antinomia tra cultura e autoctonia nella costruzione del Noi e la preferenza del modello taneka per la prima mostrano, secondo Aime, come esso sappia essere “molto più moderno di quelli proposti da molti politici europei contemporanei che al contrario antepongono l’autoctonia alla cultura”, poiché lo sguardo dell’evoluzione culturale e sociopolitica taneka, pur guardando “indietro”, alle proprie caratteristiche più identificanti, si muove “per andare in avanti” (p. 200), come “un corso d’acqua a cui ogni affluente porta le sue acque, fino a diventare fiume” e senza rifarsi a presunte e inesistenti “radici” (p. 199) dal sapore localista e xenofobo. Questa riflessione, insieme al suo approccio attualizzante e improntato al confronto, promuove dunque l’estensione dell’attenzione critica e analitica a contesti socioculturali a noi più vicini. In ciò, l’autore riprende e articola ulteriormente le osservazioni da lui effettuate negli ultimi anni in merito alla crisi della comunità e della convivenza, mostrando l’esempio di un modello culturale e sociopolitico i cui elementi possono offrire ispirazione per porvi rimedio, mostrando come la convivenza richieda tempo, volontà e lungimiranza nella costruzione e ricostruzione dei legami sociopolitici e nel mantenere tessuti sociopolitici che perseguano la convivenza interna mediante ascolto, negoziazione e conciliazione.
Pour citer cet article
Référence électronique
Gian Maria Bruno Buassi, « Marco Aime | Il patto delle colline, Milano, Elèuthera, 2024, pp. 216. », Anuac [En ligne], 15 (1) | 2026, mis en ligne le 30 juin 2026, consulté le 17 août 2026. URL : http://journals.openedition.org/anuac/3176 ; DOI : https://doi.org/10.4000/16m50
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