Alessandra Brivio | Serpenti, sirene e sacerdotesse. Antropologia dei mondi acquatici in Africa occidentale, Roma, Viella, 2023, pp. 216.
Alessandra Brivio | Serpenti, sirene e sacerdotesse. Antropologia dei mondi acquatici in Africa occidentale, Roma, Viella, 2023, pp. 216.
Texte intégral
1Nel 1919 Max Weber, ne La scienza come professione, aveva teorizzato il “disincanto del mondo”, ovvero quel processo di scientificizzazione della cultura occidentale che avrebbe portato la fine del ricorso a entità misteriose, magiche o trascendenti per spiegare i fenomeni naturali. Secondo la prospettiva evoluzionista, anche in Africa, a lungo ritenuta la culla di un certo paganesimo primordiale, la modernità avrebbe prima o poi determinato la scomparsa delle cosiddette religioni tradizionali.
2Alessandra Brivio, nel suo ultimo libro edito da Viella, sfida questi presupposti per restituire invece una narrazione complessa dei rapporti tra gli esseri umani, l’ambiente acquatico, le numerose divinità che tutt’ora abitano la fascia costiera che va dal confine tra Ghana e Costa d’Avorio a quello tra Bénin e Nigeria e che, nonostante la progressiva e inesorabile distruzione del loro ecosistema, “non sembrano avere intenzione di abbandonare la complessità del loro mondo mistico” (p. 14).
3Attraverso un accurato intreccio dei dati etnografici, raccolti in più di quindici anni di ricerche sul campo, con i materiali d’archivio e i resoconti di viaggiatori, commercianti di schiavi, missionari e funzionari coloniali, Brivio mette in luce come già nel diciassettesimo secolo il “mondo incantato” dialogasse con la modernità. Affrontando periodi storici anche molto distanti tra loro, l’autrice evidenzia la capacità delle religioni di quest’area di adattarsi ai cambiamenti, inglobando nuovi culti in grado di rispondere di volta in volta ai bisogni che si presentano. A fare da filo rosso sono proprio le entità visibili e invisibili, umane e spirituali che abitano gli ecosistemi acquatici, protagoniste del libro insieme alle adepte e le sacerdotesse che ne praticano i culti.
4La lente di genere che caratterizza questo lavoro, come anche altri di Alessandra Brivio, è forse uno degli elementi più interessanti, poiché consente di rileggere criticamente le descrizioni che storicamente sono state fatte del rapporto tra la dimensione femminile e quella religiosa in questa regione dell’Africa.
5Nei resoconti di viaggio scritti tra il XVII e il XIX secolo ha prevalso una visione esotizzante delle sacerdotesse, che le ritraeva in modo erotizzato come immorali detentrici di ruoli di potere. Al contrario, i primi lavori antropologici della prima metà del XX secolo hanno ribaltato questa visione, descrivendo le donne più come “passivi supporti delle divinità, e mettendo in luce il loro ruolo di vittime all’interno di un primitivo sistema patriarcale” (p. 15). La tendenza si è poi di nuovo invertita a partire dagli anni Settanta del Novecento, quando le religioni tradizionali africane sono state rimesse al centro dell’interesse dall’antropologia femminista. Queste furono interpretate, o sovra-interpretate, secondo quella che Brivio chiama la “trappola nativista” (p. 189), cioè immaginate come spazi atavici di espressione del potere femminile, progressivamente distrutti e corrotti dall’incontro con il cristianesimo e con le politiche coloniali (p. 189). L’autrice invita i lettori a non cadere in nessuna di queste possibili “trappole” e restituisce invece una descrizione densa e articolata delle storie delle sacerdotesse e delle adepte. Da una parte, si avvale delle preziose riformulazioni dei concetti di libertà, di potere e di agency operate negli ultimi anni all’interno dei dibattiti del femminismo post-coloniale che hanno liberato questi concetti dalle categorie interpretative emancipatorie occidentali; dall’altra, tiene sempre in considerazione la concezione di persona presente nella cosmologia vodu, cioè quella di una individualità pensata come articolata e multipla, dotata di un corpo sempre aperto alle interferenze esterne, passate e presenti, sociali, spirituali o ambientali (p. 153).
6Il primo capitolo è dedicato a una mappatura delle divinità e delle forze cosmiche che abitano gli ecosistemi acquatici della zona, dalle tranquille acque lagunari, fino alle ondose e violente acque oceaniche, che evocano “l’eternità di una forza rigeneratrice” (p. 22). Come messo in luce dall’autrice, le acque dell’oceano e quelle dolci non sono due sistemi separati, anzi, confluiscono le une nelle altre in diversi punti, e proprio queste confluenze condizionarono storicamente gli insediamenti di popolazioni in alcune specifiche aree, ricoprendo anche un ruolo non indifferente nei rapporti con la tratta atlantica. Le acque, inoltre, oltre a essere abitate da innumerevoli entità numinose come serpenti, sirene, alligatori, pesci e altri spiriti sovrannaturali, possono talvolta essere percepite esse stesse come delle divinità che, con le loro “ecologie morali”, coordinano le relazioni tra natura, esseri umani e entità sovrannaturali (p. 32). Nel secondo capitolo, dedicato ai culti ofidici, l’autrice propone una lettura storica delle rappresentazioni religiose e mitologiche del serpente, localmente considerato simbolo di ricchezza, fertilità e associato alla dimensione acquatica. Si mette in luce, ad esempio, come le prime testimonianze dei viaggiatori che osservavano i culti del pitone Dangbé siano permeate da un simbolismo occidentale che insisteva sulla natura peccaminosa del rapporto femminile con questo animale. Dalla figura biblica di Eva, passando per le donne-serpente greche e la mitologica fata Melusina di epoca medievale, queste rappresentazioni hanno poi contribuito a consolidare una serie di stereotipi sulla donna-serpente come divoratrice di uomini, stereotipi che saranno poi alla base dell’immaginario legato a Mami-Wata. Proprio all’iconica dea africana, sirena e incantatrice di serpenti, è dedicato il terzo capitolo. Partendo dall’analisi di come l’iconografia di Mami-Wata si sia innestata su degli immaginari preesistenti di altre divinità acquatiche, l’autrice propone una riflessione che si sviluppa su due fronti: da un lato sottolinea la performatività delle immagini e il loro ruolo nella sfera religiosa, dall’altro riflette su come queste stesse immagini abbiano reso Mami-Wata l’incarnazione di un modello di modernità deviante. Il quarto capitolo mette al centro proprio questo ambiguo rapporto tra ricchezza, accumulazione di denaro e morte, e, come scrive l’autrice, fa emergere “il lato annichilente del simbolismo acquatico, qui esasperato dal convergere della storia della tratta atlantica con una concezione cosmologica che identifica il mare come il luogo verso il quale si incamminano i morti” (p. 24). Il quinto capitolo, infine, si concentra sulle storie di vita di alcune donne e sulle loro esperienze come adepte o sacerdotesse. Nelle loro parole e nei racconti delle loro traiettorie esistenziali riemergono con forza molti dei temi trattati nel libro. Il rapporto che lega le loro vite a quelle delle divinità, degli antenati e di altre forze spirituali è intricato, coercitivo e talvolta violento, fatto di regole da rispettare e rituali iniziatici cui sottoporsi periodicamente, in una continua ricerca del sé. Ma solo tenendo in considerazione la sopracitata concezione trans-corporea e “rizomatica” della persona è possibile comprendere le scelte e le strategie messe in atto dalle sacerdotesse descritte da Brivio. In questo modo l’antropologa le sottrae dal ruolo di vittime di una “tradizione atavica” e mette in luce come anzi, “proprio all’interno dello spazio della tradizione, le donne possono trovare strumenti efficaci per riconfigurare le proprie esistenze” (p. 198), sempre in equilibrio tra le aspirazioni economiche della modernità e le reti di dipendenza, visibili e invisibili, in cui sono inserite.
7In definitiva, l’invito dell’autrice è quello di lasciare che “il mondo incantato” da lei descritto, pur con le sue innumerevoli contraddizioni, possa aprire la strada per “immaginare condizioni e possibilità di vita diverse”, in cui le persone sono inserite “in una rete che include il passato e il futuro, il visibile e l’invisibile, la natura e la cultura”, e in cui ognuno di questi elementi incide e dà significato alla realtà che ci circonda (p. 199).
Pour citer cet article
Référence papier
Valentina Vergottini, « Alessandra Brivio | Serpenti, sirene e sacerdotesse. Antropologia dei mondi acquatici in Africa occidentale, Roma, Viella, 2023, pp. 216. », Anuac, 12 (2) | -0001, 147-150.
Référence électronique
Valentina Vergottini, « Alessandra Brivio | Serpenti, sirene e sacerdotesse. Antropologia dei mondi acquatici in Africa occidentale, Roma, Viella, 2023, pp. 216. », Anuac [En ligne], 12 (2) | 2023, mis en ligne le 31 décembre 2023, consulté le 13 octobre 2026. URL : http://journals.openedition.org/anuac/483 ; DOI : https://doi.org/10.7340/anuac2239-625X-6053
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