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Book reviews

Kohei Saito | Marx in the Anthropocene. Towards the Idea of Degrowth Communism, Cambridge UK, Cambridge University Press, 2022, pp. 276.

Onofrio Romano
p. 171-174
Notizia bibliografica:

Kohei Saito | Marx in the Anthropocene. Towards the Idea of Degrowth Communism, Cambridge UK, Cambridge University Press, 2022, pp. 276.

Testo integrale

1Un caso davvero curioso quello di Kohei Saito. Con la sua ponderosa tesi di dottorato, Karl Marx’s Ecosocialism (questo il titolo dell’edizione inglese, Monthly Review Press, 2017), è riuscito a conquistare gli accademici del prestigioso Isaac Deutscher Memorial Prize. Dopodiché, ha convinto oltre 500.000 lettori giapponesi ad acquistare Il capitale nell’era dell’Antropocene (人新世の「資本論」, Hitoshinsei no Shihonron, Shueisha, 2020) – un successo impensabile alle nostre latitudini per un saggio di tal genere.

2Questo terzo volume, pubblicato nel 2022, approfondisce l’opera di scavo sui nuovi quaderni marxiani disponibili dal 2012 nei MEGA (Marx-Engels-Gesamtausgabe, Sezioni I-IV) e stabilisce un confronto serrato con la letteratura marxista classica nonché, soprattutto, con quella contemporanea di taglio eco-socialista.

3L’ipotesi forte di Saito è che gli studi e gli scritti prodotti da Marx nei suoi ultimi quindici anni di vita, ossia dopo la pubblicazione del primo libro de Il Capitale (1867), ancorché frammentari, testimonino di una vera e propria svolta epistemologica che ridefinisce il senso complessivo del pensiero marxiano. Circa un terzo degli appunti di questo periodo riguarda le scienze naturali e, unito alle considerazioni disseminate in maniera rapsodica nei tre volumi de Il Capitale, costituisce il corpus di una critica ecologica del capitalismo alla luce della quale va reinterpretata la sua tradizionale critica dell’economia politica.

4Saito affranca Marx da quello spirito prometeico, produttivista, tecno-ottimista che trova legittimazione nel suo “provvidenzialismo” di matrice hegeliana: quell’idea, vale a dire, secondo cui il capitalismo contiene al suo interno le contraddizioni che nel lungo periodo contribuiranno a trascenderlo, regalandoci la liberazione; e che non c’è, dunque, nient’altro da fare se non indulgere alla traiettoria di sviluppo del capitale, in modo da accelerare la sua capitolazione (Nick Srnicek), grazie alla legge della caduta tendenziale del saggio di profitto. Al Marx dialettico, perso nell’incanto dell’Aufhebung (la promessa di superamento), Saito oppone un Marx tragico, che vede il capitalismo come una macchina di distruzione senza ritorno di quel sostrato materiale, la natura, non producibile dall’uomo ma solo trasformabile. Di fronte a questa consapevolezza, non è più possibile surfare sull’onda della Storia, ma occorre assumersi la responsabilità politica del cambiamento, ossia produrre una forma di società che, traendo ispirazione da movimenti premoderni (come quello delle comuni rurali Narodniks nella Russia zarista), accordi il metabolismo sociale al metabolismo della natura. L’utopia diventa, dunque, una retrotopia (senza quella connotazione negativa che Bauman attribuisce al termine).

5Perché questo versante della riflessione di Marx è rimasto in ombra nello sviluppo del marxismo occidentale? Saito ne attribuisce la responsabilità primigenia a Engels che, com’è noto, ha curato la pubblicazione dei successivi due volumi de Il Capitale dopo la morte del sodale. A prescindere dalle sue idiosincrasie rispetto alla maniera in cui Marx andava declinando la questione ecologica, Engels ha cercato di preservare la funzionalità politica dell’apparato teorico marxiano alla lotta proletaria, glissando su temi che avrebbero incrinato la fiducia nelle magnifiche sorti e progressive. In più, Engels si era come assunto, dentro l’impresa intellettuale del duo, il monopolio delle scienze naturali. Questo ha provocato successivamente un approfondimento della rimozione: i marxisti occidentali, infatti, nel corso del Novecento butteranno via il bambino della riflessione sulla natura in seno al marxismo insieme all’acqua sporca del rozzo meccanicismo engelsiano in Dialettica della natura e ne l’Anti-Dühring. Le importanti suggestioni proposte da Rosa Luxemburg sullo sfruttamento delle risorse e delle formazioni pre-capitalistiche delle periferie e da György Lukács sulla teoria del metabolismo saranno derubricate come inopportune e incoerenti.

6Occorrerà attendere il nuovo millennio per una prima messa a punto dell’ecologia marxista, soprattutto grazie ai lavori pionieristici del marxista ungherese István Mészáros (Beyond Capital, NYU Press, Monthly Review Press, 2010), nonché a quelli di Foster e Burkett, nel cenacolo della Monthly Review. La logica del capitale, abbandonando l’ancoraggio al valor d’uso, ossia ai bisogni finiti dei membri di una comunità concreta, per puntare al profitto illimitato, attraverso la produzione di valori di scambio e di appetiti artificiali, produce una “frattura metabolica”. Questa forma di mediazione alienata distrugge l’ordine primario rappresentato dal sostrato materiale su cui si fonda ogni trasformazione produttiva, ossia quel limite assoluto che il capitale tenta costantemente di relativizzare. La frattura metabolica ha una triplice manifestazione: innanzi tutto, l’incompatibilità con i processi ciclici del metabolismo naturale (si pensi all’impoverimento del suolo, cui Marx attribuisce grande rilevanza dopo aver letto le opere di Justus von Liebig); in secondo luogo, la frattura spaziale tra città (dove la concentrazione abitativa produce il degrado delle condizioni di vita) e campagna (che mettendosi al servizio dei centri urbani conosce un iper-sfruttamento distruttivo); in ultimo, la frattura temporale tra la velocità di accrescimento della produzione industriale attraverso le macchine e i processi riproduttivi delle risorse naturali che non possono mantenere ritmi corrispondenti. Il capitale fronteggia queste tre fratture metaboliche con altrettanti espedienti (metabolic shifts): quello tecnologico, innanzi tutto, ossia il tentativo di manipolare i processi biologici attraverso la tecnica (vedasi l’importazione del guano dall’America Latina per rifertilizzare i suoli europei); quello spaziale, che allarga continuamente l’antagonismo tra città e campagna fino all’attuale contrapposizione tra Nord e Sud globale; quello temporale, che carica le esternalità negative della produzione capitalistica sulle spalle delle future generazioni.

7Rispetto alla questione metabolica, Saito guarda con preoccupazione all’egemonia che la visione monista (di cui Bruno Latour è il principale esponente) esprime anche nell’ambito dell’eco-marxismo: l’indistinzione tra società e natura, l’idea di “fine della natura” o di “produzione della natura” (Neil Smith) sono il viatico per il geo-costruttivismo, il tecno-ottimismo e, in generale, la prospettiva di un Antropocene “buono”. Jason Moore rifiuta, infatti, il concetto di frattura metabolica, denunciandolo come figlio del dualismo cartesiano: esseri umani e natura sono invece inestricabilmente intrecciati (entangled) e si co-producono costantemente. Egli preferisce, piuttosto, spostare l’attenzione sulla “seconda contraddizione del capitalismo”, ossia sulla circostanza che l’ipersfruttamento delle risorse naturali ne rende sempre più difficile l’approvvigionamento e sempre più alto il costo, determinando la fine della cheap nature. Il proletariato deprivato a causa della prima contraddizione del capitalismo (O’Connor) può quindi allearsi col “biotariato”, ossia la natura sfruttata – e dotata di agency, in ossequio al monismo latouriano – per condurre la lotta anti-capitalistica.

8Saito, denunciando l’inconcludenza politica di questa prospettiva, che non lascia intravedere il funzionamento di una società post-capitalista, vi oppone una concezione originale, quantunque ispirata a Lukács, che mette insieme il monismo ontologico (ossia il riconoscimento che l’uomo è, inequivocabilmente, “natura” e che, reciprocamente, la conoscenza della natura è sempre mediata dal discorso) con un dualismo metodologico e analitico, grazie al quale egli riconosce che i processi naturali sono indipendenti dall’attività umana (il ghiaccio fonde sempre alla stessa temperatura, a prescindere dalle nostre azioni) e che solo gli esseri umani possono agire consapevolmente per porre rimedio alla frattura metabolica attraverso un altro tipo di organizzazione del metabolismo con la natura.

9È chiaro, tuttavia, che l’eco-modernismo, la geo-ingegneria, il tecno-ottimismo dei comunisti accelerazionisti (Srnicek) e automatisti (Aaron Bastani) nonché l’inconcludenza politica degli eco-marxisti non siano solo frutto del monismo epistemologico, ma anche della persistente idea provvidenzialista che viene costantemente ri-declinata, come nel caso emblematico del “biotariato”.

10Occorre allora insistere sull’idea benjaminiana, evocata da Saito, della rivoluzione come “freno” della storia e dedicarsi a esplorare le condizioni di possibilità per la costruzione di un comunismo decrescitista. L’argomento razionale per una simile trasformazione (la necessità del ripristino di un metabolismo equilibrato tra società e natura) è solido, ma forse non auto-sufficiente. Sarà imprescindibile la ricerca di un’eccedenza simbolica nonché una profonda tematizzazione della questione antropologica. La pista da seguire resta quella indicata da Marx sulla libertà come affrancamento dal regno della necessità. Georges Bataille ha proposto uno sviluppo. Ma il cammino è solo all’inizio.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Onofrio Romano, «Kohei Saito | Marx in the Anthropocene. Towards the Idea of Degrowth Communism, Cambridge UK, Cambridge University Press, 2022, pp. 276.»Anuac, 12 (2) | -0001, 171-174.

Notizia bibliografica digitale

Onofrio Romano, «Kohei Saito | Marx in the Anthropocene. Towards the Idea of Degrowth Communism, Cambridge UK, Cambridge University Press, 2022, pp. 276.»Anuac [Online], 12 (2) | 2023, online dal 31 décembre 2023, consultato il 17 août 2026. URL: http://journals.openedition.org/anuac/484; DOI: https://doi.org/10.7340/anuac2239-625X-6061

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Diritti d’autore

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