Nesi A., Moretti B. (a cura di). 2025. Italofonia: lingua oltre i confini, Accademia della Crusca – Goware, Firenze
Editoriale: Le lingue oltre frontiera
- Traduction(s) :
- Éditorial : Les langues au-delà des frontières [fr]
Résumés
Cet éditorial s’inspire d’une récente publication de l’Accademia della Crusca et aborde rapidement la question des langues hors de leur territoire. Il examine également leur valeur géopolitique et le sens des initiatives visant à valoriser ces présences linguistiques. Il se concentre en particulier sur le concept d’“italophonie” (qui s’oppose également, dans ses origines historiques, à celui de francophonie) et sur le rôle que les migrations ont joué et jouent encore aujourd’hui ce vis-à-vis de ce concept.
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1Nel corso di quest’anno la collega Annalisa Nesi e io abbiamo curato, per conto dell’Accademia della Crusca, la pubblicazione di un volume dal titolo Italofonia: lingua oltre i confini. Questa pubblicazione è stata pensata nel quadro della Settimana della lingua italiana nel mondo (tenutasi quest’anno tra il 13 e il 19 ottobre), durante la quale, ogni anno, hanno luogo varie attività per la promozione della lingua e cultura italiana. Dato che i contenuti del volume saranno oggetto di una recensione in un prossimo volume di questa rivista, mi voglio qui unicamente soffermare su alcune riflessioni generali sul tema delle lingue all’esterno dei loro territori e dei loro rapporti con le lingue nei territori tradizionali.
2Mentre il concetto di italofonia indica genericamente l’insieme delle persone che parlano italiano (sia come lingua materna che come lingua seconda), l’attenzione della XXV Settimana della lingua italiana nel mondo e, conseguentemente, del nostro libro si è concentrata, come esplicita il sottotitolo, sugli utenti della lingua che vivono al di fuori delle nazioni o delle regioni in cui l’italiano ha uno statuto ufficiale.
3All’interno di un confronto tra l’italiano e il francese, è interessante osservare che, mentre il termine “francophonie” sembra essere stato introdotto già alla fine del XIX secolo dal geografo Onésime Reclus (non a caso specializzato negli studi sulle relazioni tra la Francia e le sue colonie) per designare l’insieme di persone o paesi che utilizzano il francese, il termine corrispondente di «italofonia» appare molto più tardi e la sua prima utilizzazione, con il valore generico di “parlare italiano”, viene ricollegata al lavoro fondamentale di Tullio de Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita, uscito nel 1963.
4L’uso che questo autore faceva del termine era funzionale soprattutto alla discussione del contrasto tra l’essere “italiano” (di nazionalità) e l’essere “italofono”, ovvero l’usare effettivamente la lingua nazionale nella realtà quotidiana (e, ovviamente, possederne una certa competenza), dove la comunicazione era dominata dai dialetti.
5Uno dei punti centrali del lavoro di De Mauro è proprio lo studio del modo in cui la lingua italiana si è diffusa tra gli italiani in concorrenza con i dialetti. Nella sua analisi dei fattori principali di questa diffusione, l’autore assegna un ruolo molto importante alle migrazioni, sia interne che esterne ai confini nazionali. Non è un caso quindi che il termine di italofonia finisca per essere correlato, non a conquiste coloniali, ma in modo importante a fenomeni di migrazioni di massa.
6Lasciando da parte, nel contesto di questo editoriale, le migrazioni interne italiane (avvenute soprattutto sull’asse da Sud a Nord e verso le città), è indubbio che le migrazioni esterne verso paesi europei e altri continenti (basti pensare, tra tutti, agli Stati Uniti e all’Australia) hanno fatto sì che si sia creata una forte presenza italofona all’estero, che ha contribuito a diffondere questa lingua nel mondo, senza che avesse uno statuto ufficiale nei paesi in cui era presente.
7Accanto alla migrazione, non va però dimenticato che l’italiano è stato ed è assai presente al di fuori dei suoi confini attraverso un altro filone, socialmente del tutto differente da quello della migrazione di massa: quello degli amanti della cultura italiana, vista come culla del Rinascimento o di notevole importanza in settori culturali particolari e anche differenti tra loro come la musica, il cinema, la moda o la cucina. In questo caso si tratta quindi di una lingua appresa da persone di estrazione sociale medio-alta e con gradi di istruzione relativamente alti. Queste persone si avvicinano alla lingua come strumento della cultura da una prospettiva completamente differente da quella dei migranti. Per loro è una lingua seconda (più ancora di quanto lo sia per i migranti dialettofoni) ed è strumento di cultura alta, più che di comunicazione essenziale.
8Ma pure la presenza dei migranti può avere un effetto sulla popolazione dei paesi di immigrazione e sul loro interesse per la lingua e la cultura del paese da cui provengono, come testimoniano le tracce che si possono incontrare in molte città europee e altrove. E soprattutto attraverso il contatto dei figli dei migranti (le cosiddette seconde generazioni) con i giovani coetanei dei paesi di migrazione si sono di frequente create reti di interesse per l’italiano.
9L’emergere o riemergere ai giorni nostri del termine di “italofonia” segnala la percezione di un bisogno di sostenere attivamente l’italiano di fronte alla forza di altre lingue e di fronte a una situazione che si sente essere in mutamento. La messa in evidenza della presenza demografica o sociolinguistica dell’italiano all’estero è pure funzionale alla ricerca di uno statuto superiore rispetto a quello che si ricollega unicamente ai territori tradizionali. Non a caso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) del governo italiano ha organizzato per il 19 novembre 2025 la Prima Conferenza internazionale dell’Italofonia, che dovrebbe portare alla costituzione di una Comunità dell’italofonia. Termini come “italofonia”, “francofonia” o “ispanofonia” non indicano infatti solo le comunità o le persone che parlano la lingua in questione, ma vengono adottati anche come autodenominazione da parte di movimenti o associazioni aventi per fine la promozione della lingua attraverso la coesione organizzata dei paesi in cui queste lingue si parlano.
10Ma quali sono i mutamenti che spingono oggi a concentrarsi sull’italofonia mondiale? In modo specifico per l’italiano, accanto ai fenomeni che toccano pure le altre lingue (come l’espansione dell’inglese come lingua internazionale), vi è, da un lato, il fatto che i grandi flussi migratori della seconda metà del XX secolo si sono notevolmente ridotti e la presenza dell’italiano legata ai migranti rimasti all’estero è diminuita anche per l’assimilazione linguistica delle nuove generazioni. Vi è indubbiamente una nuova migrazione caratteristica dei primi decenni del XXI secolo, ma le sue dimensioni demografiche sono meno massicce e inoltre una parte di essa (che si stima in media attorno al 30%) presenta una tipologia sociologica differente rispetto ai decenni precedenti, trattandosi di persone con un livello di istruzione più alto rispetto ai migranti classici. La lingua di comunicazione con le persone del luogo di arrivo (soprattutto per gli immigrati con gradi di istruzione medio-alta) è non di rado l’inglese.
11Dall’altro lato, il prestigio della cultura italiana e in genere di tutto ciò che è collegato alla lingua italiana, in questo momento, non sembra essere altrettanto alto quanto lo poteva ancora essere alla fine del secolo scorso (in cui essa ha conosciuto una fase di forte popolarità in molti paesi). In parecchi dei contributi del nostro libro viene discusso un calo in questo senso dell’italiano negli ultimissimi decenni, che però viene sempre messo in relazione con la fase precedente di forte prestigio e presenza. Ciò sottolinea il fatto che il calo attuale percepito sia tale soprattutto rispetto alla crescita demografica (dovuta alla migrazione) e di prestigio (legata alla vitalità culturale) degli anni precedenti.
12Al di là di queste considerazioni relative in modo specifico all’italiano, da un punto di vista più generale, è indubbio che per una lingua sia importante essere presente anche al di fuori dei propri territori tradizionali, sia sostenendo le competenze dei propri migranti, sia sfruttando il proprio potenziale economico o culturale, sia, ancora, creando un potenziale di persone bi- o plurilingui in grado di fare da mediatori. È evidente quindi che quanto più una lingua limiti la propria portata unicamente ai propri territori e abbia quindi una forza di esportazione debole, tanto più essa tenderà a configurarsi come ‘lingua debole a livello mondiale’. A questo proposito, quando si elaborano ‘indici di vitalità’ delle lingue, sarebbe senz’altro utile considerare non solo la forza nel territorio, come si fa di solito, ma pure questo aspetto, ovvero la presenza e l’attrattività di una lingua al di fuori del suo territorio, al fine di valutarne correttamente la posizione. Un esempio utile in questo senso è l’“Indice di vitalità dell’italiano in Svizzera”, sviluppato dall’Osservatorio linguistico della Svizzera italiana (https://www4.ti.ch/decs/dcsu/olsi/olsi), proprio con lo scopo di monitorare la situazione della lingua non solo nei suoi territori tradizionali (dove si è ben lontani dall’avere una situazione a rischio e dove i parametri vitali della lingua sono più che solidi), ma anche al di fuori di essi, ovvero nel resto della Svizzera nei territori delle altre lingue elvetiche e nelle istituzioni nazionali, dato che una lingua che abbia solo una rilevanza pratica regionale e non nazionale, al di là dello statuto giuridico effettivo di lingua nazionale e ufficiale, è una lingua di relativa debolezza. Non a caso, il Governo centrale svizzero a fine ottobre 2025 ha approvato una modifica dello strumento giuridico specifico (la cosiddetta “Ordinanza sulle lingue”), in modo da permettere all’Ufficio Federale per la Cultura di intervenire direttamente per promuovere l’italiano (e il romancio) al di fuori dei territori tradizionali della Svizzera italiana.
13Queste iniziative di sostegno delle lingue extra-territoriali, qualunque siano le lingue coinvolte, non possono che essere considerate in modo positivo qualora si appoggino su basi scientifiche e non siano semplicemente attività di propaganda politica. In questo senso, nessuno ha bisogno di iniziative ufficiali in cui si dica semplicemente che la propria lingua è la più bella, la più elegante, la migliore di tutte, la più amata, ecc. Ciò di cui si ha bisogno sono strumenti che favoriscano i contatti tra le comunità, che aiutino a conoscersi meglio e che magari offrano soluzioni a chi voglia imparare queste lingue, anche dove non sono offerte dalle scuole o da altre istituzioni locali. Tutto ciò che contribuisce all’entrare in contatto con altre comunità all’insegna dell’interesse e del rispetto reciproco non può che contribuire sia alla promozione delle lingue in questione sia, e in modo ancora più importante, alla creazione di contatti tra persone di origini differenti.
Pour citer cet article
Référence papier
Bruno Moretti, « Editoriale: Le lingue oltre frontiera », Éducation et sociétés plurilingues, 59 | 2025, 1-5.
Référence électronique
Bruno Moretti, « Editoriale: Le lingue oltre frontiera », Éducation et sociétés plurilingues [En ligne], 59 | 2025, mis en ligne le 07 août 2026, consulté le 14 octobre 2026. URL : http://journals.openedition.org/esp/14082 ; DOI : https://doi.org/10.4000/16ok9
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