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Contributeurs
Valeria Lopes, Università di Palermo, Italie
Lorenzo Marchese, Università di Palermo, Italie

Robert S. C. Gordon, Primo Levi magico. Meraviglia, mistero, Cosmo, Carocci, Roma, 2024, 112 pagine

Recensione (Valeria Lopes, Lorenzo Marchese)

  • 1 Robert S. C. Gordon, Primo Levi magico. Meraviglia, mistero, cosmo, Carocci, Roma, 2024, p.  10.

1Della scrittura di Levi sono note la chiarezza, la cristallina geometria del pensiero e della lingua, la fiducia razionalistica nella scienza. Il libro di Robert Gordon, edito da Carocci nel giugno 2024, sorprende sin dal titolo poiché mette in luce un elemento in apparenza del tutto divergente da quelli che definiscono l’immagine invalsa dell’autore: il pensiero magico. Gordon precisa nella prefazione che « questo pensiero non ha nulla di mistico o anagogico, né folcloristico, non corrisponde a una visione del “sacro” in quanto tale, ma riconosce e allude a più riprese a tutte queste sfere1 » in modi talora giocosi, ironici e parodici, ma spesso anche gravi, seri; questa alternanza contraddistingue una postura conoscitiva da indagare senza pregiudizi, conservando una traccia dello stupore e della meraviglia appartenenti a Levi.

2Il volume raccoglie un novero di saggi già pubblicati in varie sedi: nella sua struttura interna sembra ispirarsi direttamente al gusto leviano per il gioco linguistico, l’allitterazione e la simmetria: basti scorrere l’indice e prestare attenzione al titolo dei due capitoli di cui si compone il saggio: 1. Meraviglia, mistero, magia; 2. Caso, cosmo, cose: scandita ad alta voce, sembra una filastrocca, persino una formula magica.

3Gordon prende in considerazione testi di varia natura di Primo Levi, esaminando la pluralità di anime che questi alberga; sebbene l’indagine si restringa poi perlopiù sui testi di spunto o di argomento scientifico, nei quali risulta più sorprendente, e innovativa, l’individuazione degli elementi magici.

  • 2 Ibidem, p.  17.
  • 3 Richard Holmes, The Age of Wonder, William Collins, London, 2008 (trad. It. L’età della meraviglia, (...)
  • 4 Robert S. C. Gordon, Primo Levi magico, op. cit., p.  21.

4Nell’avvio del capitolo 1, Meraviglia, è operata una distinzione tra le « figure emblematiche dello scienziato2 » presenti nella letteratura di Primo Levi: il razionalista e positivista; il naturalista o antropologo; il tecnico di laboratorio o d’azienda; il manager-burocrate; e infine la figura dello scienziato sensibile a quella « scienza romantica » descritta da Richard Holmes nel volume The Age of Wonder3. Su questa incarnazione della conoscenza Gordon riflette più nello specifico: è la sua meraviglia quella da cui il saggio prende le mosse. Levi non adopera il termine « meraviglia » frequentemente, come puntualizza l’autore, ma quando ciò accade risponde a un suo bisogno, del tutto umano, di re-incantare la sensibilità del lettore: è il caso dell’articolo La luna e noi, pubblicato sulla « Stampa » in occasione dello sbarco sulla luna del 1969 e confluito nell’Altrui mestiere (1985). In questo caso, la meraviglia che accompagna le gesta eroiche degli astronauti è propria della natura umana e ha il ruolo di tramite non solo tra la scienza e la poesia ma anche tra la scienza e la teologia, in una dimensione del sacro che avvicina Levi allo « stupore teologico4 » di Dante. A proposito di questi ponti, Gordon afferma:

  • 5 Ibidem, p.  22.

Il concetto, o meglio, la sensazione della meraviglia in Levi, ci introduce dunque a una dimensione della scienza e della conoscenza che mette queste in stretta relazione con l’umanità stessa, o almeno con un’idea dell’umano, e con la letteratura, con il sacro, e con la scoperta del nuovo5.

  • 6 Ibidem, p.  29.

5Gordon si sofferma nel prosieguo del primo capitolo sul concetto di mistero nell’opera di Levi, rilevando nel Sistema periodico (1975) una fitta presenza di luoghi misteriosi, legati all’idea dell’iniziazione; luoghi reali come l’Istituto Chimico dell’Università di Torino, l’Istituto di Fisica Sperimentale, la biblioteca dell’Istituto Chimico; o luoghi fittizi come la miniera, l’isola e la montagna dei racconti Nichel, Mercurio e Piombo, luoghi del mistero, « di segreti e di trasformazioni », « mitici e misteriosi6 ». Nel terzo paragrafo, Magia, l’autore del saggio analizza le parole di Levi nella prefazione alla Ricerca delle radici in merito alla selezione degli autori e dei brani che compongono l’antologia: i magici prevalgono sui moralisti e sui logici. In questo caso

  • 7 Ibidem, p.  37.

la magia […] funziona a un livello profondo di pensiero e di conoscenza e ha un potere notevole di congiunzione: collega la forza cognitiva della scienza con il potere d’incanto e di rito della religione7.

  • 8 Ibidem, p.  40.
  • 9 Ibidem.
  • 10 Robert S. C. Gordon, Primo Levi magico, op. cit., p.  41.

6Levi attinge al magico come uno dei suoi numerosi lessici, assorbiti anche grazie alle letture in campo antropologico; il pensiero magico non è, tuttavia, da intendersi come sistema ordinato alternativo a quelli proposti dalla scienza moderna, ma piuttosto come un « residuo, un contrappeso rivelatore al pur dominante disincanto del mondo moderno8 ». I due aspetti principali attraverso cui si esprime il pensiero magico leviano sono l’alchimia e la stregoneria: due campi, non a caso, riassorbiti e superati a cavallo dell’Età moderna dalla scienza naturale della chimica, che per il giovane Levi è stata una delle più importanti scuole di pensiero, di sensibilità e persino di etica. Gordon nota come la fascinazione per l’alchimia nel Sistema periodico subisca all’interno del libro un processo di trasformazione: vista dapprima, in Potassio, come portatrice di una « abominevole confusione di idee e di linguaggio9 » è in Azoto rivista e rivalutata come « forza magica potentissima di conoscenza e di trasformazione potenziale nel presente10 ». In buona sostanza, sostiene Gordon, la magia e l’alchimia finiscono per quintessenziare nell’opera leviana il processo della metamorfosi nella sua accezione più ampia. Per quanto riguarda il versante della stregoneria e dei riti stregoneschi, lo studioso si sofferma su una poesia di Levi risalente al 1946, cioè agli albori della sua carriera da scrittore, una poesia poco studiata (e ancora poco compresa) dalla critica, La strega, che lo studioso interpreta attraverso la categoria di Frazer della « magia omeopatica », caratterizzata dall’uso di oggetti magici, ricette e incantesimi. In tutte le figure stregonesche della narrativa leviana Gordon ravvisa due aspetti: quello rituale-linguistico, caratterizzato da parole e formule magiche, e quello attivo-performativo, contraddistinto dalle azioni magiche e dai trucchi, che alludono ai miti della creazione e della genesi del mondo.

7Il secondo capitolo di Primo Levi magico si apre con una riflessione sul caso variamente inteso: nelle opere di testimonianza Levi riflette molto sul caso e sulla fortuna come espressioni dall’arbitrarietà del potere, soprattutto in riferimento alle grandi selezioni dell’ottobre 1944 ad Auschwitz, in un ragionamento che investe il duplice rapporto fra norma ed eccezione, fra sorte comune e caso singolo. Talvolta caso (nella sua accezione disgregatrice) e fortuna (intesa come buona sorte) finiscono per coincidere e nelle opere testimoniali il richiamo alla fortuna di Levi è filtrato da un’amara ironia. In questa prospettiva va collocato il rifiuto da parte di Levi dell’idea che la provvidenza religiosa o la predestinazione siano intervenute per salvare i superstiti da morte sicura, sia pure al fine di far rendere testimonianza dello sterminio. La casualità e l’imprevedibilità delle dinamiche grazie alle quali talvolta si perviene alle scoperte scientifiche ha per Levi un che di giocoso: Gordon vi ravvisa una fonte di piacere, addirittura di felicità, nesso custodito in alcuni termini dalla doppia accezione, come il tedesco Glück (‘fortuna’ e ‘felicità’) o il latino Felix.

  • 11 Ibidem, p.  87.
  • 12 Ibidem, p.  93.

8Addentrandosi nel capitolo 2 (Cosmo), Gordon riflette sulle qualità di Levi come divulgatore scientifico, in grado sia di rivolgersi con semplicità a un pubblico di non specialisti, sia di dialogare alla pari con scienziati di fama internazionale come Tullio Regge. Lo scrittore si cimenta spesso in testi divulgativi su argomenti non strettamente legati alla sua specializzazione chimica, che valicano i confini della sua disciplina abbracciando prospettive e scale di visione oscillanti tra il « micro » e il « macro », tra l’atomo e l’universo, tra la chimica e l’astronomia, tra cosmologia e cosmogonia. La curiosità che muove Levi verso territori a lui poco noti è una caratteristica fondamentale che, a giudizio di Gordon, condivide con Dante, presenza capillare non solo nelle opere di argomento concentrazionario, e non solo negli ipotesti. Levi e Dante condividono, secondo Gordon, lo stesso atteggiamento conoscitivo volto all’enciclopedismo, pertanto più vicino a quello dei “profani” che a quello dei tecnici, degli specialisti: « come Dante, quindi, la scrittura scientifica di Levi è trasversale, curiosa ed eclettica ».11 Inoltre, Levi e Dante hanno in comune la stessa attrazione per il cosmo e « per entrambi […] la scala cosmica è sia una realtà materiale che un mistero, con profonde risonanze epistemologiche, etiche e allegoriche12 ».

  • 13 Ambra Carta, Lorenzo Marchese, « Modi e processi della conoscenza in Primo Levi: intuizione puntifo (...)
  • 14 Robert S. C. Gordon, Primo Levi magico, op. cit., p.  102.

9L’ultima parte del volume si chiude con un paragrafo intitolato Cose: Gordon qui riflette sulle figure-sculture in filo di rame realizzate negli anni da Primo Levi che raffigurano perlopiù animali, ibridi, creature sospese tra il reale e il fantastico, testimonianza di una propensione verso una creatività incarnata e manuale, per nulla astratta, divertissement che presuppone una manipolazione stregonesca degli scarti: il loro recupero, con la trasformazione in creature ibride fra materia inanimata e forme animali, è uno dei pochi campi di studio su Levi ancora da esplorare, come ha dimostrato, in una convergenza felice con il capitolo 3 di Primo Levi magico, lo studio di Ambra Carta su queste stesse figure-sculture.13 Lo studioso associa la lavorazione creativa del rame alla produzione poetica di Levi, entrambe accomunate da una certa marginalità nel panorama della sua produzione artistica, sottolineando così, nella chiusa, quanto un lavoro in apparenza marginale di Levi sia l’espressione dell’umanissimo bisogno « d’incanto che tutti abbiamo14 ».

Intervista all’autore

101.Valeria Lopes e Lorenzo Marchese

Ogni lettore di Levi, anche dilettante, sa che alla base della sua scrittura poggia un interrogativo aperto: con che mezzi e quanto a lungo è possibile restare umani nelle conquiste (anche terribili) della modernità?

Robert S. C. Gordon
Innanzitutto, desidero ringraziare sentitamente Valeria Lopes e Lorenzo Marchese per la loro attenta lettura del mio volume Primo Levi magico, nonché Carlo Baghetti e la redazione dei Cahiers d’Études Romanes per l’invito al dialogo. La recensione e le domande colgono appieno il mio tentativo di aprire un nuovo orizzonte negli studi leviani, andando, sia pure con misura, controcorrente rispetto all’immagine che la maggior parte dei lettori e della critica ancora conserva di Levi e che coincide, per lo più, con l’autoritratto da lui stesso offerto dello scrittore-scienziato razionalista e sobrio. Il libro si colloca inoltre in dialogo – complementare, ma talvolta anche in tensione – con una linea critica importante che ha messo in luce il lato fantastico-ibrido di Levi, nonché la dimensione del sacro, con echi della tradizione veterotestamentaria ed ebraica in generale. Primo Levi magico offre una variante, e insieme una sorta di controproposta, rispetto ad alcune ipotesi avanzate da queste correnti critiche.

L’operazione non è priva di rischi: sarebbe infatti fuorviante interpretarla come un recupero di un Levi irrazionale, mistificatorio o incline al mito. Al contrario, la mia proposta va in direzione opposta: mostrare come Levi ricorra a un immaginario “magico” quale strumento creativo ed epistemologico, un ulteriore elemento nella vasta gamma di strumenti da lui impiegati per immaginare e comprendere se stesso, il mondo, le proprie esperienze e la storia, inclusa quella della Shoah. In questa prospettiva, la magia non si contrappone affatto alla scienza in Levi, ma ne costituisce piuttosto un’estensione e una genealogia profonda. Si configura come uno dei tanti modi di porsi di fronte al mondo, noto e ignoto, di sondarne le strutture di fondo e di proiettarne metamorfosi, possibili e impossibili.

Il gioco e la sfida del libro, e del « Levi magico » stesso, consistono allora nel riconoscere e condividere il fascino di tale immaginario, reintegrandolo in un diverso modo etico di guardare la modernità, come giustamente notano Lopes e Marchese. Per dirla con Levinas, « l’etica è un’ottica ».

112.Valeria Lopes e Lorenzo Marchese

  • 15 Ibidem, p.  32.

Nel paragrafo Mistero si ragiona, oltre che sui luoghi, anche sui tempi del mistero. In particolare, si prendono i racconti del Sistema periodico per affermare che « il velo del segreto e del mistero – della natura, dell’errore, della scienza – contiene di per sé una dinamica propulsiva, la possibilità dello “svelarsi”, una dinamica attiva, proiettata in avanti, verso il futuro15 ».
Nel racconto Carbonio, Levi immagina, crea, vede non solo il futuro di un atomo di carbonio ma « tutte le storie del passato, del presente e del futuro, tutte vere e tutte scritte, ancora una volta « misteriosamente », negli atomi. Come si concilia questo aspetto con il rifiuto di Levi di essere considerato un profeta, di concedere consapevolmente spazio ai poteri della visione, all’ambito della veggenza? Quale spazio e quale ruolo sono riservati nell’opera di Levi alle profezie e all’arte divinatoria?

  • 16 Primo Levi, Opere, a cura di M. Belpoliti, voll. I-III, Einaudi, Torino, 2016, p.  18. D’ora in poi (...)

Robert S. C. Gordon
Primo Levi può essere definito uno scrittore fortemente cronotopico. I luoghi della sua opera, a partire dal luogo/non-luogo per eccellenza di Auschwitz (« nome privo di significato, allora e per noi; ma doveva pur corrispondere a un luogo di questa terra », I, 145)16 sono delineati con precisione e organizzati in una cartografia coerente. Oltre al Lager, Torino e i suoi dintorni piemontesi (in particolare la montagna) rappresentano l’altro polo fondamentale, configurato come una rete di spazi che, soprattutto nella prima parte del Sistema periodico, accompagnano la Bildung del giovane Levi. Si tratta di luoghi caratterizzati da un’aura di mistero, luoghi di conoscenze segrete e di scoperte, custodite da figure misteriose e potenti; luoghi, cioè, magici: gli Istituti di chimica e di fisica, la biblioteca, la miniera dove Levi lavora nel 1941, descritta in Nichel. Ma questi spazi possiedono una valenza temporale oltre che spaziale: sono veri e propri cronotopi, e tale dimensione temporale è fondamentale per capire la loro funzione “magica”.
In alcuni casi la connotazione temporale assume tratti misteriosi attraverso una negazione. Auschwitz è un luogo/non-luogo e insieme un vortice storico percepito come esterno alla storia (« Per noi, la storia si era fermata », I, 231). Anche la miniera di Nichel, come l’isola « Desolazione » del racconto Mercurio, appaiono luoghi fantastici sospesi nel tempo. La dimensione magica in Levi può dunque essere intesa come una sospensione della temporalità lineare, della logica di causa ed effetto (e quindi anche dell’etica e della responsabilità umana), e in questo senso richiama loci come la brughiera delle streghe del Macbeth, testo caro a Levi come ricordano Lopes e Marchese.

Non si può tuttavia stabilire una separazione netta tra tempo storico-lineare (che è anche il tempo della testimonianza) e tempo magico nell’opera di Levi. La questione del profetico, in rapporto a testi come Carbonio, ce lo dimostra chiaramente. Levi rifiuta con decisione, com’è risaputo, i « panni » del profeta, respingendo l’idea che la sopravvivenza ad Auschwitz gli conferisse una conoscenza privilegiata:

Prego il lettore di non andare in cerca di messaggi. È un termine che detesto perché mi mette in crisi, perché mi pone indosso panni che non sono i miei, che anzi appartengono a un tipo umano di cui diffido: il profeta, il vate, il veggente (II, 999)

Denuncia ripetutamente la figura del profeta, ritenendola falsa e pericolosa, fino a definire « profeti » Hitler e Mussolini (I, 1381; II, 1488). Ciò non esclude tuttavia che elementi di “futurità” e un linguaggio semiserio del profetico non trovino posto nel suo immaginario: ad esempio nella voce di Gedale in Se non ora, quando? (« Anch’io ho sangue di profeta, come ogni figlio d’Israele, e ogni tanto gioco a fare il profeta », II, 527), o nella prospettiva di Carbonio, che sposta lo sguardo dal microscopico al macroscopico aprendo orizzonti temporali virtualmente infiniti. La visione di Carbonio è però di natura epistemologica, non millenaristica: si tratta di un invito a immaginare la traiettoria temporale dell’atomo di carbonio e, attraverso di essa, a ridefinire la presenza e il senso dell’umano e del materiale e quindi della storia nell’universo.

Levi respinge la dimensione mistificatoria della profezia, ma riconosce comunque che la capacità di prevedere, pur fallibile, è parte integrante della scienza sperimentale (come osserva Popper), oltre che dell’etica e dell’etologia umane (cfr. Una bottiglia di sole, II, 1113-16). In questa cornice si possono collocare anche i suoi esperimenti con la fantascienza, quasi tutti riconducibili alla categoria del near future sci-fi. In tale prospettiva appare significativa la suddivisione, poco commentata, della raccolta Lilít e altri racconti in tre sezioni “temporale-verbali”: Passato prossimo, Futuro anteriore e Presente indicativo. Allo stesso orizzonte appartiene anche la funzione conoscitiva del ritorno al passato come strumento di comprensione dei pericoli del futuro (storico), evidente nell’ammonimento terribile che conclude La zona grigia: « nel ghetto siamo tutti, […] il ghetto è cintato, […] fuori del recinto stanno i signori della morte, e […] poco lontano aspetta il treno » (II, 1186).

123.Valeria Lopes e Lorenzo Marchese

Nel 2006 la Royal Institution of Great Britain elegge il Sistema periodico come « miglior libro scientifico di tutti i tempi ». Il paragrafo Cosmo, al centro della seconda parte del volume, si apre con una riflessione sulle ragioni che potrebbero aver indotto l’istituzione londinese a prendere una simile decisione: fra queste, la forza comunicativa di Levi, e la capacità di praticare la popular science. Perché Levi a un certo punto assume i panni del divulgatore scientifico? Quali canali, codici e linguaggi adopera per trasmettere a un vasto pubblico le più o meno recenti acquisizioni scientifiche?

Robert S. C. Gordon
Come osservano Lopes e Marchese, nel mio libro cerco di collocare la figura e la voce di Levi scienziato all’interno di un quadro ampio e plurale della scienza moderna, che, dal XVII-XIX secolo in poi, oltre alla sperimentazione in sé, si inserisce anche e sempre di più in ambiti pubblici e socio-culturali ridefinendo la funzione della scienza nella società. Tra questi ambiti ho annoverato il campo della divulgazione scientifica, la popular science, cui ritengo appartenga a pieno titolo la scrittura di Levi (così come appartiene, attraverso la testimonianza, anche alla categoria della popular history oppure public history).

Il termine scientist viene coniato in inglese nel 1834 e si diffonde in Inghilterra nella seconda metà dell’Ottocento, quando figure come Darwin, Huxley e Spencer iniziano a intervenire nel dibattito pubblico, rivolgendosi non soltanto agli specialisti ma anche a un pubblico alfabetizzato più vasto. Nel 1872 nasce la rivista americana Popular Science, che sancisce l’uso della formula stessa, mentre già nel 1845 era stata fondata la Scientific American, rivista di divulgazione scientifica molto apprezzata da Levi più di un secolo più tardi.

Infatti, ricerche recenti hanno messo in luce l’importanza della Scientific American e di altre riviste simili come fonti di ispirazione per i racconti fantascientifici e antropologici di Levi. Altri studi hanno indagato le letture giovanili di Levi negli anni Trenta a Torino, in particolare di collane e volumi di divulgazione scientifica per ragazzi, regalati dal padre ingegnere Cesare. Le indagini rimarranno necessariamente incomplete per la mancanza di accesso alla biblioteca privata di Levi, ma ribadiscono un dato consolidato: Levi non corrisponde al modello dell’intellettuale-umanista tradizionale e dunque le sue letture, e con ciò la sua idea del ruolo pubblico dello scrittore e il modo del rapporto con i lettori, si fondano su un paradigma differente e richiedono prospettive interpretative diverse.

In quest’ottica non si tratta soltanto di individuare fonti e letture, ma anche modalità di scrittura. L’ipotesi è che Levi sviluppi, accanto alla sua voce letteraria e testimoniale, anche una voce da divulgatore scientifico, non come progetto consapevole, ma come esito della sua formazione e del suo continuo reinventarsi come voce pubblica nelle pagine de La Stampa e altre sedi. In questo contesto, la “magia” della scienza – intesa come senso di meraviglia di fronte al mondo e come comprensione dei suoi meccanismi – diventa un potente strumento di comunicazione. Un esempio significativo è l’articolo La luna e noi, scritto in occasione dello sbarco sulla Luna nel 1969: in poche pagine Levi condensa la voce dell’uomo comune (« Noi molti, noi pubblico », II, 817) stupito dall’impresa, quella del letterato che richiama Dante e Ariosto, e quella dello scienziato che riconosce le possibilità aperte dalla ricerca e dalla tecnologia.

Levi non è tuttavia un divulgatore sistematico né pedagogico. Non assume il ruolo di maestro né di esperto, nemmeno nell’ambito della chimica, ma si muove invece con curiosità in un ampio spettro di saperi che vanno ben oltre la sua formazione professionale, come indicano il titolo e l’introduzione de L’altrui mestiere. Riprendendo la nota distinzione di Isaiah Berlin, Levi è più “volpe” che “riccio”: (« La volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande », da Archiloco). È un mediatore di conoscenze scientifiche, capace di intervenire nello spazio pubblico con una autorevolezza discreta e non dogmatica, parallela ma distinta da quella che gli deriva dal ruolo di testimone storico.

Attraverso forme testuali letterarie di varia natura, cioè, in volumi quali Il sistema periodico, L’altrui mestiere, Racconti e saggi, i racconti fantascientifici e il progetto incompiuto sulla chimica organica, Il doppio legame, Levi costruisce un corpus rilevante di scrittura divulgativa, un genere che tra l’altro, negli anni ’60/’80, conosce a livello internazionale un forte sviluppo editoriale. È utile ricordare, a titolo di confronto, figure come il paleontologo Stephen Jay Gould, molto “leviano” per certi versi, o più recentemente Paolo Giordano, scrittore e fisico che ha utilizzato la competenza scientifica e matematica per intervenire nel dibattito pubblico durante la pandemia per cercare di costruire una capacità collettiva di capire quel momento storico drammatico. Credo Levi avrebbe approvato.

134.Valeria Lopes e Lorenzo Marchese

  • 17 Robert S. C. Gordon, Primo Levi magico, op. cit., p.  45.

Quasi a conclusione del paragrafo Magia il discorso indugia su una poesia risalente al 1946, La strega: « È una poesia […] squisitamente magico-antropologica, e inaugura un fascino duraturo in Levi per la figura della strega, più volte evocata attraverso il Macbeth shakespeariano17 ». Considerando il ritratto che Levi restituisce dell’amica Giulia nel Sistema periodico, con un’aura divertita di “fattucchiera”, è opportuno individuare un nesso ricorrente tra stregoneria e mondo femminile in Levi?

Robert S. C. Gordon
La domanda mette in relazione il tema della magia in Levi con un nodo della sua opera, che va riconosciuto anche come limite, forse tipico della sua generazione (non a caso il mito letterario di Levi e la sua generazione fu Cesare Pavese): il rapporto irrisolto con la figura femminile. Levi si autorappresenta nel Sistema periodico e altrove – e i biografi confermano – come timido e impacciato nei confronti delle donne. L’esperienza del Lager, e dunque anche i suoi testi testimoniali, si collocano per forza in un contesto quasi esclusivamente maschile. (Fanno eccezione l’addio straziante alla donna non nominata nel treno-vagone in viaggio verso Auschwitz o l’incontro umiliante con alcune lavoratrici polacche nel laboratorio della Buna). Le sue letture sembrano comprendere poche scrittrici: non ne compare neanche una tra i trenta testi per l’antologia La ricerca delle radici. La sua etica si fonda, almeno in parte, su una concezione dell’amicizia “virile”, dal rapporto con Sandro nel capitolo Ferro all’amicizia con Mario Rigoni Stern, relazioni radicate nell’esperienza della montagna e in metafore (ripresa da Melville a Pavese) che identificano la vita come caccia, come sfida alla natura e a se stessi. (E anche vero che, ciò nonostante, Levi intrattiene amicizie e rapporti intellettuali e importanti con donne quali Luciana Nissim, Natalia Ginzburg, Edith Bruck, Rita Levi Montalcini).

In contrappunto, e forse come conseguenza, le figure femminili nella sua opera appaiono spesso stereotipate, collocate nell’ambito del mistero, del simbolico o del corporeo, talvolta con connotazioni erotiche (in alcuni casi persino transessuali, interspecie o “panspermiche”). In altri testi, come appunto nel caso di Giulia Vineis, o di Rita nel racconto Zinco, restano meno distanti ma comunque sfuggenti e inafferrabili.

La donna-strega e la magia femminile, esemplificata dalle tre streghe del Macbeth richiamate da Levi o dalla poesia La strega, si possono leggere dunque in parte come riproposizione di questa tendenza e di un pregiudizio secolare nei confronti delle donne che persiste nel sostrato mitologico della modernità. Tuttavia, l’elaborazione in Levi di questo quadro ereditato, se vista come per tutto l’aspetto genealogico del « Levi magico » da una prospettiva “emica”, per usare un termine cardine degli studi storico-antropologici di Carlo Ginzburg, risulta più complessa. La figura femminile e la magia al femminile assumono così una funzione epistemologica e trasformativa. La si può accostare – pur senza consapevolezza programmatica da parte di Levi – a certe riletture femministe della figura della strega come depositaria di saperi alternativi, antichi e insieme innovativi, potenzialmente capaci di generare trasformazioni e di sfidare il potere. Con tutto il suo scetticismo verso l’intuizione e l’irrazionale, Levi riconosce implicitamente, per dirla con Shakespeare, che « vi sono più cose in cielo ed in terra di quante la nostra filosofia ne abbia sognate » (I, 598) e viceversa che la razionalità occidentale può talvolta assumere tratti “stregoneschi” (tema del racconto Gli stregoni).

Le streghe di Shakespeare sono, per Levi, immagini di malvagità ma anche di metamorfosi e di inversione: il racconto Versamina, dove vengono evocate in chiusura, si basa sulla trasformazione del piacere in dolore e viceversa, esperienza perturbante ma che risulta utile per interpretare il mondo rovesciato del Lager. Anche Giulia, “strega buona” che si contrappone alla magia “nera” nazista di Kerrn in Fosforo, offre a Levi la possibilità di una trasformazione, di una liberazione:

Questa Giulia era un po’ strega, leggeva la mano, frequentava le indovine e aveva sogni premonitori e qualche volta ho osato pensare che questa sua fretta di liberarmi da una vecchia angoscia, e di procurarmi subito una modesta porzione di gioia, venisse da una sua intuizione oscura di quanto il destino mi stava preparando (I, 946)

La stessa Giulia incarna inoltre la figura della fortuna, tema che affronto in un paragrafo di Primo Levi magico perché strettamente connesso alla magia, intesa come forza misteriosa e onnipresente nell’esperienza umana, tra cui anche il Lager:

quando ci incontriamo proviamo entrambi la curiosa e non sgradevole impressione […] che un velo, un soffio, un tratto di dado, ci abbia deviati su due strade divergenti che non erano le nostre (I, 952)

145.Valeria Lopes e Lorenzo Marchese

  • 18 Max Weber, La scienza come professione. La politica come professione, Torino, Einaudi, 2004.

Leggendo Primo Levi magico, si intuisce come Levi sia profondamente a disagio con la nozione di « disincantamento del mondo18 » coniata nel 1919 da Max Weber, che vedeva nel nodo inestricabile di avanzamento tecnico e razionalità scientifica un avanzamento irreversibile degli esseri umani verso un mondo più comprensibile, più complesso e decisamente poco rassicurante. Lei ritiene che derivi anche da questa ricerca di “stupore” privo di trascendenza l’aggiornamento costante di Levi sulle ultime scoperte scientifiche e astronomiche (il Big Bang, i buchi neri …), la sua inscalfibile mancanza di nostalgia per ciò che è stato superato dal progresso?

Robert S. C. Gordon
La domanda solleva questioni complesse legate alla filosofia della scienza, alla teoria della conoscenza e alla concezione della storia implicita nell’opera di Levi. Levi non è stato rigidamente positivista né ha creduto ciecamente nel progresso. Manifesta senz’altro una fiducia nel futuro, sostenuta da quella che definisce una « modesta dose di ottimismo » (II, 932), vale a dire la fiducia che l’essere umano, pur tra errori e contraddizioni, sappia risolvere almeno alcuni dei problemi gravi che incontra. Lo stupore, origine della curiosità e quindi della scienza e della conoscenza, si radica in questa disposizione ottimista. Allo stesso tempo, il rifiuto della trascendenza costituisce per Levi una misura di protezione contro verità dogmatiche e mistificazioni rispetto a futuri possibili.

Tuttavia, come suggerisce il suo fascino per la persistenza dell’“incanto” (cioè per il “magico”) entro l’orizzonte generale del mondo disincantato – laicizzato, scientifico, occidentale – delineato da Weber, Levi mostra una consapevolezza socratica dei limiti del sapere. Riconosce quelle forme residuali di conoscenza, quelle sopravvivenze culturali (Nachleben), che hanno un valore epistemico pur collocandosi ai margini o nei sottoboschi della razionalità dominante della modernità. Sono paragonabili ad altri misteri come l’impurezza del « grano di sale e di senape », o il caos e l’entropia dell’universo materiale, « pieghe, sacche inesplorate di eccezione, licenza, indulgenza e disordine » da cui emerge la vita stessa e « il germe di tutti i nostri domani » (II, 946).

Non si tratta di nostalgia per un passato premoderno, perso nella tempesta del progresso, bensì di un avvertimento: riconoscere, accanto ai progressi scientifici e tecnologici che produce i suoi miracoli e magie, il valore di forme tradizionali di conoscenza, di pratiche artigianali e vecchi mestieri che sono anche prassi di conoscenze applicate e vissute sulla pelle. Da qui l’attenzione di Levi per una serie di figure (benjaminiane) quali artigiani solitari, inventori, fabbri, costruttori, talvolta onesti talvolta furbi e furfanti, ma tutti accomunati dal possesso di un sapere operativo che trasmettono attraverso il mestiere. Si tratta, in un certo senso, di “stregoni”, depositari di un duplice sapere: rituale-linguistico da una parte (le formule e il lessico “magico” del mestiere) e attivo-performativo dall’altra (le pratiche, i procedimenti, gli atti di costruzione e di creazione, spesso improvvisati). Il chimico, incluso Levi stesso e i colleghi di laboratorio, appartiene esso stesso a questa galleria di personaggi, che custodiscono tecniche e consuetudini di origine spesso remota e persa. Come suggerisce il racconto Cromo, però, tali conoscenze non vanno liquidate con l’impazienza dell’utilitarista o positivista, che crede soltanto nel progresso: perché mantengono una forza residua di sapere, di memoria e di trasmissione, valida non solo per la chimica. « Guai a cancellarle » (II, 946).

156.Valeria Lopes e Lorenzo Marchese

Il saggio ricostruisce esemplarmente le zone dell’opera in cui Primo Levi si mostra più vicino a una sorta di “pensiero magico”, suggerisce contaminazioni e influenze, ma sul piano etico elude, almeno in superficie, una delle due facce del problema. La cosmologia, la formazione della vita, la trasformazione della materia: sono processi letti da Levi, quasi invariabilmente, nella loro accezione benigna, nella convinzione che l’incantamento del mondo sia positivo. Qual è il rapporto (se c’è) fra l’esistenza di una dimensione magica del mondo e la sfera del male? Il legame fra violenza e magia (così caro all’antropologia di cui Levi è un raffinatissimo, benché dilettante, conoscitore) è un campo che dobbiamo ancora esplorare?

Robert S. C. Gordon
L’ultima domanda tocca un nodo tra i più complessi, poiché mette in luce il rapporto paradossale che lega il « Levi magico » al Levi testimone della Shoah, della violenza e del male. La mia risposta, anche per motivi di spazio, sarà sintetica. In termini generali, l’interesse di Levi si rivolge da una parte al mondo naturale-materiale, compreso il povero « animale-uomo » e i suoi modi di percezione di quel mondo che lo circonda, i suoi tentativi, spesso fallimentari, di comprenderlo; e dall’altra parte, alla storia umana, e in particolare alla storia della violenza e del male rappresentata dalla Shoah, il vortice in cui « è incappato » (II, 999). La prospettiva “magica” che indago nel mio libro appartiene prevalentemente al primo di questi ambiti. Anche la sofferenza, nel Lager e altrove, per certi versi si iscrive in questo quadro: per come è vissuta entro stati di paura e incomprensione che possono generare visioni allucinatorie, sogni di salvezza impossibile e fantasmi. Sono percezioni “magiche” elaborate psicologicamente e culturalmente, che appartengono alla categoria che gli antropologi definiscono un “universale umano”, ossia un tratto condiviso da tutte le culture umane, la cui funzione primaria è esorcizzare la morte. Un simile meccanismo è riscontrabile anche nei carnefici della soluzione finale, che si nutrirono di miti, leggende e retoriche collettive, cioè di un altro tipo di pensiero magico volto a legittimare e rendere possibile la violenza.

L’obiettivo di Levi, in quanto testimone e analista del male, è però duplice: riconoscere questa dimensione naturale-magica e l’efficacia dell’irrazionale come agente storico (di nuovo in prospettiva “emica”); ma al tempo stesso inquadrarla e analizzarla criticamente entro una riflessione etica e strettamente storica, sulla responsabilità e sulla reciprocità intersoggettiva e collettiva. Tale prospettiva storica si fonda su una concezione rigorosa e lucida della catena di causa ed effetto prodotta dalle violazioni di questa etica, formulata sillogisticamente fin dalle prime pagine di Se questo è un uomo, al di qua della dimensione magica:

A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che “ogni straniero è nemico”. Per lo più questa convinzione […] non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. (I, 5)

Si potrebbe dire infine che Levi può essere considerato un cartografo di una zona di frontiera tra magia e storia, e che vale la pena seguirne il percorso lungo entrambi i versanti, al di qua e al di là del confine.

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Notes

1 Robert S. C. Gordon, Primo Levi magico. Meraviglia, mistero, cosmo, Carocci, Roma, 2024, p.  10.

2 Ibidem, p.  17.

3 Richard Holmes, The Age of Wonder, William Collins, London, 2008 (trad. It. L’età della meraviglia, Garzanti, Milano, 2023).

4 Robert S. C. Gordon, Primo Levi magico, op. cit., p.  21.

5 Ibidem, p.  22.

6 Ibidem, p.  29.

7 Ibidem, p.  37.

8 Ibidem, p.  40.

9 Ibidem.

10 Robert S. C. Gordon, Primo Levi magico, op. cit., p.  41.

11 Ibidem, p.  87.

12 Ibidem, p.  93.

13 Ambra Carta, Lorenzo Marchese, « Modi e processi della conoscenza in Primo Levi: intuizione puntiforme, invenzione ed empatia ». Enthymema, n.  35, 2024, p. 102-121.

14 Robert S. C. Gordon, Primo Levi magico, op. cit., p.  102.

15 Ibidem, p.  32.

16 Primo Levi, Opere, a cura di M. Belpoliti, voll. I-III, Einaudi, Torino, 2016, p.  18. D’ora in poi, i riferimenti a questi volumi saranno indicati direttamente nel testo, con l’indicazione del volume e del numero di pagina.

17 Robert S. C. Gordon, Primo Levi magico, op. cit., p.  45.

18 Max Weber, La scienza come professione. La politica come professione, Torino, Einaudi, 2004.

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Pour citer cet article

Référence électronique

Carlo Baghetti, « Débats critiques », Cahiers d’études romanes [En ligne], 52 | 2026, mis en ligne le 28 janvier 2026, consulté le 11 octobre 2026. URL : http://journals.openedition.org/etudesromanes/26562 ; DOI : https://doi.org/10.4000/16ksh

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Carlo Baghetti

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