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Dalla tenebra del diluvio alla luce della vita (Mar. Victor. aleth. 2, 433-558)

Isabella D’Auria

Résumés

Nell’ambito della poesia cristiana parafrastica, che mira a diffondere la conoscenza dei principi cristiani utilizzando gli strumenti espressivi e retorico-stilistici della letteratura classica, l’Alethia di Claudius Marius Victorius, retore marsigliese del V secolo, costituisce un esempio rappresentativo di quella sintesi feconda che si realizza nel periodo tardo-antico tra mondo classico e mondo cristiano. Il poema, composto da tre libri preceduti da una Precatio, è una riscrittura esametrica del racconto genesiaco dalla creazione del mondo fino alla distruzione di Sodoma e Gomorra (gen 1, 1 - 19, 28). Il presente lavoro si propone di analizzare il tema del passaggio dal buio del diluvio universale alla luce della rinascita nei versi conclusivi del secondo libro dell’Alethia, rilevando da un lato l’originale utilizzo di intertesti classici, dall’altro gli spunti esegetici sapientemente armonizzati nella narrazione poetica della verità sacra.

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Texte intégral

Introduzione

  • 1 Il genere della parafrasi biblica utilizza gli strumenti espressivi della poesia classica per trasp (...)

1Nell’ambito delle riscritture poetiche dell’Antico e del Nuovo Testamento1 l’Alethia si distingue per l’intreccio sapiente di invenzione poetica e di riflessione teologica, di motivi letterari classici e di esegesi testamentaria, che fanno della verità del testo genesiaco un racconto epico finalizzato a trasmettere, attraverso interpretazioni di carattere tipologico, la grande storia della salvezza dell’uomo e della infinita misericordia di Dio.

  • 2 Per una panoramica degli studi sull’Alethia precedenti all’anno 2014 si faccia riferimento alla bib (...)
  • 3 In mancanza di riferimenti sulla data di composizione dell’Alethia, i pochi elementi utilizzabili c (...)

2Nell’Alethia il retore marsigliese Claudius Marius Victorius2 rielabora in esametri i primi diciannove capitoli della Genesi, dalla creazione del mondo fino alla distruzione di Sodoma e Gomorra. Il poema parafrastico, datato probabilmente al secondo quarto del V secolo3, si articola in tre libri preceduti da una Precatio ed è tradito dal solo codice Parisinus Latinus 7558 (IX sec.).

  • 4 Il passo gennadiano secondo l‘edizione del Richardson, Hieronymus, Liber de viris inlustribus. Genn (...)
  • 5 In questa sede mi limito a fornire solo qualche breve cenno sulle discrepanze tra tradizione manosc (...)

3L’unica testimonianza che può essere riferita al nostro poeta è un breve e problematico profilo bio-bibliografico che Gennadio, in vir. Ill. 61, dedica a un rhetor Massiliensis di nome Victorius (o Victorinus)4 morto durante l’impero di Teodosio e Valentiniano ‒ da identificarsi con Teodosio II e Valentiniano III ‒, che ha composto per il figlio Eterio un commento alla Genesi in tre (o quattro) libri, dall’inizio del racconto biblico fino alla morte di Abramo. L’identificazione del personaggio gennadiano con l’autore dell’Alethia, resa problematica dalle discrepanze tra la notizia di Gennadio e la tradizione manoscritta del poema, è generalmente accettata dagli studiosi. Resta tuttora dibattuta, invece, la questione circa l’esistenza di un quarto libro, probabilmente andato perduto5.

4Nei 126 esametri della precatio Vittorio implora da Dio l’aiuto necessario per portare a compimento la sua impresa poetica, che ha come finalità la formazione morale e religiosa dei giovinetti, ai quali si propone di insegnare il verum virtutis iter rivelato dal testo genesiaco. Nel primo libro viene parafrasato il racconto genesiaco dall’origine del mondo fino alla cacciata dei protoparenti (gen 1, 1-3, 23). Alla narrazione delle opere compiute da Dio nei sei giorni segue quella della trasgressione al comando divino da parte dei progenitori, che determina come punizione la perdita dell’immortalità e la cacciata dall’Eden. Nel secondo libro sono versificati i successivi quattro capitoli della Genesi (4, 1-8, 19): la nascita del consorzio umano, determinato dal duro bisogno, e del progresso che ha inizio con la scoperta dei metalli, narrata con notevole inventiva poetica. Il poeta canta poi il moltiplicarsi del genere umano, la sua corruzione, che ha origine con la colpa di Caino, e la punizione divina che si attua per mezzo del diluvio. Il terzo libro prosegue il racconto genesiaco soffermandosi sulla promessa di Dio a Noé, suggellata dalla creazione dell’arcobaleno, sulle vicende dei Noachidi (tra queste, la colpa di Nembrod, da cui hanno origine i culti idolatrici, e la costruzione della torre di Babele), sulla vita centenaria di Abramo fino alla distruzione di Sodoma e Gomorra (gen 8, 20-19, 26).

5Il presente lavoro si propone di analizzare il tema del passaggio dal buio del diluvio universale alla luce della rinascita nei versi conclusivi del secondo libro dell’Alethia, rilevando da un lato l’originale utilizzo di intertesti classici e cristiani ‒ e del loro corredo semantico ed emozionale ‒, dall’altro gli spunti esegetici sapientemente armonizzati nella narrazione poetica della verità sacra.

Noè si ripara nell’arca e ha inizio il diluvio. L’oscurità avvolge ogni cosa e la tempesta infuria su tutta la terra (aleth. 2, 433-485)

6Seguendo il testo sacro, nel secondo libro dell’Alethia Vittorio narra del generale dilagare del male al quale solo un uomo di nome Noè si sottrae mantenendosi fedele all’Eterno: soltanto a lui, infatti, Dio rivela l’intento di sterminare l’umanità attraverso le acque del diluvio (aleth. 2, 384 ss.). Il patriarca, dietro consiglio divino, si affretta a costruire un’arca grandiosa capace di accogliere insieme alla sua famiglia le coppie di tutti gli animali della terra e dell’aria (aleth. 2, 417-433). Compiuta poi in cento anni la costruzione di questa mole, Dio avverte Noè che è giunto il tempo di ripararsi nel rifugio insieme alla moglie, ai figli, alle nuore e agli animali (aleth. 2, 433 ss.):

…iam mole peracta

contextum stabat laterum compage capaci

auxilium, quod supremum pater ipse pararat (435)

naufragiis, natura, tuis, causamque ciebat,

cum deus e celso famulum dignatur Olympo

voce monere Noën summum iam tempus adesse

condere se latebris, matrem natosque nurusque

eripere instanti exitio mortisque tenebris (440)

  • 6 Mar. Victor., aleth. 2, 433-441.

carcere vitali secumque animantia cuncta6.

Completata la grande struttura, già si ergeva, tenuto saldo dall’ampia compagine delle fiancate, l’aiuto, che il padre stesso aveva preparato come estremo soccorso per i tuoi naufragi, o natura, e ne chiedeva la ragione, quando Dio dall’alto del cielo si degna di avvertire con la voce il suo servitore Noè che oramai è giunto l’ultimo momento per ripararsi nel nascondiglio e per strappare (440) alla rovina che incombe e alle tenebre della morte, grazie a quella prigione che conserva la vita, la madre, i figli, le nuore e, insieme a lui, tutti gli animali.

  • 7 Homey H. H. 1972, p. 59-60, nota 9, mette in evidenza la fusione tra elementi filosofici ed esegeti (...)

7Al v. 435 l’arca è definita auxilium, soccorso prestato da Dio, ma anche rifugio e nascondiglio sicuro (v. 439 latebris), che accoglie la famiglia di Noè e gli animali strappandoli alla fine imminente e alla tenebra della morte (v. 440 instanti exitio mortisque tenebris). L’arca è indicata altresì con l’espressione carcer vitalis (v. 441)7, nella quale la proprietà di conservare e dare la vita espressa dall’aggettivo vitalis è rimarcata dall’antitesi con la tenebra della morte richiamata nel verso precedente (v. 440). L’aggettivo vitalis è utilizzato da Vittorio anche nel primo libro dell’Alethia in relazione alla generazione degli animali terrestri, definiti vitalia pignora (1, 140), pegni viventi della fecondità della terra.

8Il racconto prosegue. Non appena il Signore ordina che l’arca, colma dell’origine di ogni specie vivente, venga chiusa, cala la notte e tenebre improvvise coprono il cielo mentre un nembo si abbatte sulla terra (2, 454-462):

…Ergo omni semine vitae

praegravidam ut primum claudi deus imperat arcam, (455)

nox ruit et subitae caelum obduxere tenebrae

effusoque cadens terras ferit aëre nimbus

praeceps, more brevis, servaturusque tenorem

sic furit et toto pariter desaevit in orbe

tamquam in parte solet, rapido cum turbine mota (460)

tempestas sequitur saevos aut nuntiat ignis

  • 8 Mar. Victor., aleth. 2, 454-462.

fulminis et tonitru caelum terraeque reclamant8.

Dunque, non appena (scil. Dio) ordinò che l’arca, ricolma di ogni seme di vita, venisse chiusa, calò la notte e tenebre improvvise coprirono il cielo, e un nembo, cadendo impetuoso dall’aria disciolta, colpisce le terre; di norma breve, è invece destinato a protrarsi ininterrottamente, e infuria e imperversa in tutto il mondo nello stesso modo in cui suole fare in una parte (460), quando una tempesta, provocata da un impetuoso turbine, segue o annuncia i violenti lampi del fulmine e il cielo e le terre risuonano di tuoni.

9Il principio della catastrofe universale che si manifesta innanzi tutto con l’oscurarsi del cielo è rimarcato dall’incipit del v. 456 nox ruit, esemplato sul medesimo incipit virgiliano di Aen. 8, 369 nox ruit et fuscis tellurem amplectitur alis («la notte precipita e avvolge la terra con fosche ali»). Nel passo dell’Eneide il protagonista si reca nella città di Pallanteo fondata da Evandro per chiedere aiuto contro i Latini; qui il vecchio re guida Enea attraverso i luoghi in cui un giorno sorgerà Roma. La determinazione temporale della notte che discende sugli uomini e sulle cose del verso virgiliano fa da sfondo alla scena di Venere che, preoccupata per la sorte di Enea, prega Vulcano di fabbricare le armi per il figlio.

  • 9 Lvcan., 3, 733-736: «Non gli caddero lacrime sulle gote, non si percosse il petto, ma si irrigidì i (...)
  • 10 Cf. M. Annaeus Lucanus, Bellum Civile, p. 256-258; cf. inoltre Chiesa 2005, part. p. 42-43.

10Sempre in aleth. 2, 456 nox ruit et subitae caelum obduxere tenebrae Vittorio conferisce maggiore intensità al racconto dello scatenarsi del diluvio combinando il nesso virgiliano nox ruit ora menzionato con la clausola lucanea obduxere tenebrae (3, 735 Nox subit atque oculos vastae obduxere tenebrae), tratta dal racconto della battaglia navale presso Marsiglia con cui si conclude il terzo libro del Bellum civile (vv. 509-762). Lo scontro si concluderà con la conquista da parte di Cesare, grazie alla squadra navale guidata da Decimo Bruto, della città di Marsiglia, che era divenuta piazzaforte dei pompeiani sotto la difesa di Lucio Domizio. Nel movimentato scenario a tinte fosche delle morti di nobili guerrieri, Lucano narra della morte di Argo, giovane di nobile stirpe (vv. 723 ss.). Non appena l’anziano padre di Argo vede il figlio colpito, corre a soccorrerlo, ma di fronte alla vista del giovane morente resta impietrito, in uno stato d’animo rappresentato efficacemente da Lucano attraverso una serie di notazioni brevi ed efficaci: Non lacrimae cecidere genis, non pectora tundit, / distentis toto riguit sed corpore palmis: / nox subit atque oculos vastae obduxere tenebrae / et miserum cernens agnoscere desinit Argum9. Benché sopraffatto dal dolore, il genitore non manifesta disperazione o rabbia; il corpo si irrigidisce e fitte tenebre gli offuscano gli occhi, al punto tale da non riuscire neppure a scorgere Argo. Una volta rinvenuto, si trafigge con la spada e si getta in mare pur di non sopravvivere al figlio10.

11Il buio che avvolge i sensi dell’anziano padre nel Bellum civile diviene nell’Alethia la tenebra che fa da teatro allo sconvolgimento del mondo portato dal diluvio. E le acque del diluvio, nella loro funzione distruttrice che si estrinseca in una pioggia tanto violenta da ferire la terra con intensità inusitata (aleth. 2, 457-460), sono appunto poste da Vittorio in connessione con l’oscurità che avvolge ogni cosa. Il buio della tempesta è rischiarato solo dalle violente luci del fulmine, così come il silenzio della terra è rotto solo dal frastuono dei tuoni (aleth. 2, 461-462). Il riuso dell’espressione lucanea ha quindi consentito a Vittorio di sdoppiare l’immagine virgiliana della notte che precipita e avvolge la terra con fosche ali (Verg., Aen. 8, 369) nella duplice immagine della notte che precipita e delle tenebre che coprono il cielo.

  • 11 Cf. Malsbary 1985, p. 71. Su questo passo dell’Eneide si veda Benario 1967.

12La scena immediatamente successiva presentata da Vittorio, vale a dire la tempesta vendicatrice che si abbatte impetuosa sulla terra (aleth. 2, 459 sic furit et toto pariter desaevit in orbe), sembra richiamare un’altra scena virgiliana, nella quale Enea, avendo appreso della morte dell’alleato Pallante, giovanissimo figlio di Evandro, si lancia in modo vendicativo nella mischia (Verg., Aen. 10, 569 Sic toto Aeneas daesevit in aequore victor) con lo scopo di raggiungere l’avversario Turno, responsabile della morte prematura del guerriero latino11.

13Vittorio prosegue nel racconto insistendo sulla furia del diluvio; la pioggia imperversa sul mondo per quaranta giorni precipitandolo in una notte senza fine:

Et iam ter quinis super omnia celsior ulnis

arca ferebatur; namque haec mensura supremos

excessit montes, cum quadraginta diebus

  • 12 Mar. Victor., aleth. 2, 482-485.

unius pluviae furor et nox una fuisset12. (485)

Già l’arca era portata più in alto quindici cubiti sopra ogni cosa; e infatti questa misura superò i monti più alti, dopo che per quaranta (485) giorni aveva infuriato una pioggia ininterrotta e una notte senza fine.

  • 13 Mar. Victor., aleth. 1, 50-53: «Ma il mare aveva sommerso le terre e l’oscurità impenetrabile del c (...)
  • 14 Il nesso caeca umbra ricorre, nelle varie forme della flessione nominale, in Verg., Aen. 7, 619 foe (...)

14Sembra interessante evidenziare che il buio, connesso alle acque, è anche il contesto della creazione primordiale (aleth. 1, 50-52 …Sed terras texerat aequor / aëraque in medio sordenti nube madentem / umbra poli densis urgebat caeca tenebris13), quando la terra, nel primo giorno del mondo, prima dell’intervento divino, nuota tra le acque ed è avvolta dalle tenebre. L’immagine dell’impenetrabile oscurità primordiale viene resa mediante lo stilema epico umbra caeca (v. 52)14 mentre lo scenario della terra interamente sommersa dalle acque è reso attraverso l’impiego della clausola texerat aequor (v. 50), che in Ovidio met. 1, 318 hic ubi Deucalion (nam cetera texerat aequor) fa riferimento al diluvio che Zeus ha scatenato come castigo per il genere umano.

Il ritorno alla luce della vita dopo il diluvio (aleth. 2, 486-527)

Dio ordina di uscire dall’arca

15Proseguendo nel racconto Vittorio, dopo il diluvio (aleth. 2, 454-485), si sofferma sul dissolversi delle nubi e sul graduale ritorno della serenità, indugiando altresì sulla reazione estasiata del patriarca alla vista del mondo che, quasi rinascendo da un lavacro purificatore, emerge a poco a poco dal seno delle acque che l’avevano inghiottito. Il ritorno alla vita è sottolineato dalla ripresa al v. 516 della fortunatissima clausola luminis oras ‒ sulla quale ci soffermeremo in seguito ‒ largamente diffusa nella tradizione epica, che sottolinea il contrasto tra la tenebra del diluvio e la luminosità della vita a cui tornano i reclusi nell’arca.

16Come nel testo genesiaco, anche nella rielaborazione poetica di Vittorio le acque decrescono dopo il diluvio, lasciando via via riaffiorare le cime dei monti e le terre (aleth. 2, 486-497). Noè, salvato da Dio perché giusto insieme con la sua famiglia e una coppia di ciascuna specie di animali, può finalmente uscire dall’arca. Ma prima di affacciarsi al nuovo mondo il patriarca, per conoscere lo stato della terra, manda fuori un corvo, che non fa ritorno all’arca, e poi, per ben tre volte, una colomba: la prima volta la colomba, non avendo trovato un luogo asciutto su cui poggiarsi, ritorna all’arca; la seconda, invece, fa ritorno recando un ramoscello d’ulivo, segno che le acque si sono ritirate; infine, la terza volta, trova la libertà sulla terra asciutta (aleth. 2, 498-515).

  • 15 Gen 8, 15 Et dixit Dominus Deus ad Noë: / 16 Exi de arca, tu et uxor tua, et filii tui, et uxores f (...)

17È ora la volta dello stesso Noè, che tuttavia attende dalla voce stessa di Dio l’ordine di uscire dall’arca (aleth. 2, 516-523 = gen 8, 15-1715). Finalmente Dio ingiunge a Noè di lasciare l’arca e di tornare alle zone illuminate dal sole:

Sed fas haud ulli est exire in luminis oras,

ut vetitum nasci caelumque diemque subire

non uocitante deo, propria qui uoce trementem

iussa Noen monuit sacris excedere claustris

coniuge cum fida natis nuribusque pudicis (520)

et nova deductis iterum dare rura colonis

cunctaque quae pariter proli servata futurae

  • 16 Mar. Victor., aleth. 2, 516-523.

humanos pollens opifex formavit in usus16.

Ma non è certo permesso ad alcuno uscire nelle regioni della luce, come è vietato nascere e porsi sotto il cielo e il giorno se non chiama Dio, che con la propria voce esortò Noè che tremava davanti agli ordini a uscire dalle sacre prigioni (520) con la moglie fedele, i figli e le virtuose nuore e di affidare per la seconda volta ai coloni ivi insediati i nuovi campi e tutti gli animali che, preservati insieme a loro per la futura discendenza, il potente artefice creò per gli usi umani

  • 17 Si vedano, ad esempio, i vv. 411-470 del primo libro, nei quali il poeta descrive il senso di angos (...)

18Il primo stico di Genesi 8, 15 Et dixit Dominus Deus ad Noë è amplificato nei vv. 518-523, nei quali Vittorio afferma che Dio si rivolge propria voce a Noè esortandolo a uscire dall’arca insieme ai suoi familari. Il particolare del tremore del patriarca (vv. 518-519 trementem / …Noën) è espressione della consueta capacità del poeta di descrivere lo stato d’animo e le emozioni dei personaggi17. Inoltre, tra i membri della famiglia scampata al diluvio la moglie di Noè, l’uxor di Genesi 8, 16, è detta da Vittorio coniunx fida, con una connotazione, quella della fedeltà, utilizzata in precedenza dal poeta in riferimento alla moglie di Caino (aleth. 2, 301), mentre delle nuore di Noè è posta in evidenza la virtù della pudicizia (v. 520 nuribus pudicis).

19Conclusosi il dramma del diluvio, il Marsigliese designa l’arca con un’espressione nuova, sacris… claustris (v. 519), «sacre prigioni», perché essa è stata voluta da Dio per la salvezza di alcuni prescelti ed è stata da Lui custodita nella catastrofe.

  • 18 La fortuna di questa formula poetica, che ritorna anche in altri testi cristiani, è stata indagata (...)

20Come sopra rilevato, merita particolare attenzione la clausola del v. 516 in luminis oras18. Dopo aver efficacemente ritratto l’oscurarsi del cielo per il diluvio, il poeta si sofferma sul dissolversi delle nubi e sul graduale ritorno alla serenità e alla vita. Luminis oras, di ascendenza enniana, ha trovato largo uso nella tradizione epica classica e cristiana.

  • 19 Enn., ann. 1, 65, 114-118 (Quinto Ennio Annali, Libri I-VIII, ed. Flores, p. 50-51) Pectora dulce t (...)

21In ann. 1, 65, 117-118 Ennio, in un momento di intensa commozione collettiva, invoca il nome di Romolo, quale padre del popolo romano O pater, o genitor, o sanguen dis oriundum! / Tu produxisti nos intra luminis oras19. Il sintagma producere intra luminis oras, che sottolinea la nascita sociale, politica e culturale della città fondata da Romolo, è espressione della volontà del popolo di Roma di rivendicare una discendenza diretta, di sangue appunto, dal primo re, garantendo anche ai Romani una divina origo.

  • 20 Si segue il testo del De rerum natura stabilito da Deufert in Titus Lucretius Carus, De rerum natur (...)
  • 21 A queste occorrenze potrebbe aggiungersi Lvcr., 1, 5, se si accoglie come valida l’emendazione del (...)
  • 22 Si vedano T. Lucreti Cari De rerum natura, Liber primus, a cura di C. Pascal, p. 31 ss.; Titi Lucre (...)
  • 23 Lvcr., 1, 174-179 Praeterea cur vere rosam, frumenta calore, / uvas autumno fundi suadente videmus, (...)
  • 24 Cf. Lucretius, De rerum natura book V, p. 211. I vv. 1388-1389 del V libro, espunti dal Lachmann (T (...)

22Lucrezio20 riprende più volte la solenne locuzione, variandola mirabilmente grazie alla sua adattabilità al ritmo esametrico: ben cinque volte in clausola di verso (Lvcr., 1, 22. 179; 2, 577; 5, 224. 781), altrove invece scomposta con inversione dei termini (1, 170; 2, 617)21. In particolare, in Lucrezio 1, 22 l’espressione indica la nascita di ogni elemento naturale: il contesto è l’inno, posto nell’esordio del poema, a Venere, definita da Lucrezio “colei che regge la natura del mondo”, senza la quale nessuna cosa sorge alle spiagge divine di luce (nec sine te quicquam dias in luminis oras / exoritur neque fit laetum neque amabile quicquam). Venere è qui concepita come forza generatrice della natura ed espressione della bellezza e della grazia, che si manifestano soprattutto nella primavera22. Ancora in Lvcr., 1, 174-18323, tra le prove del principio epicureo secondo cui la creazione non avviene dal nulla ma dai semina rerum, assume rilievo il fatto che le specie vegetali siano prodotte dalla terra in determinate stagioni; se così non fosse, esse potrebbero balzar fuori d’improvviso anche in momenti dell’anno poco adatti. I semi delle cose, dunque, si uniscono nel tempo che a loro è proprio in modo che la terra possa germogliare i suoi frutti «alle rive della luce» (v. 179 tuto res teneras effert in luminis oras?). Nel finale del quinto libro, invece, l’espressione luminis oras assume una valenza figurata: nei vv. 1454 ss. si fa riferimento ai fattori evolutivi, l’aetas e la ratio, che hanno consentito il sorgere e il progredire dell’intera umanità, pervenuta gradualmente alle regioni illuminate dalla luce della ragione (Lvcr., 5, 1454-1455 sic unum quicquid paulatim protrahit aetas / in medium ratioque in luminis erigit oras)24.

  • 25 Virgil, Georgics, volume I; books I-II, ed. by R. F. Thomas, p. 165.
  • 26 Virgilio, Eneide, Libri VII-VIII, a cura di E. Paratore, p. 206-207.

23In Virgilio l’espressione in luminis oras è legata sia a fenomeni botanici come la crescita degli alberi che si innalzano rigogliosi negli spazi della luce (georg. 2, 47 sponte sua qui se tollunt in luminis oras / infecunda quidem, sed laeta et fortia surgunt)25, sia ad eventi umani come la nascita di Aventino, figlio di Ercole e di Rea Silvia, che lo partorisce sull’omonimo colle (Aen. 7, 659-660 collis Aventini silva quem Rhea sacerdos / furtivom partu sub luminis edidit oras)26.

  • 27 Val. Flac., 4, 699-702: «Solo allora diedero tregua alle mani affaticate e al loro ansimante, asset (...)

24La clausola è presente anche in Valerio Flacco 4, 699-702 a proposito di Tèseo ed Ercole che emergono dagli inferi alle plaghe della luce: Tunc fessas posuere manus, tunc arida anheli / pectora, ‒ discussa quales formidine Averni / Alcides Theseusque comes pallentia iungunt / oscula vix primis amplexi luminis oris27. Questi versi sono estrapolati dal racconto del superamento, da parte degli Argonauti diretti verso il Ponto Eusino, delle Cianee (Val. Flac., 4, 667-702), isolette rocciose poste all’ingresso del Bosforo che, secondo il mito, erano mobili e cozzando l’una contro l’altra causavano il naufragio delle imbarcazioni che provavano a oltrepassarle. L’epico di età flavia mette in rilievo prima la furia dell’acqua, il fragore delle rupi Simplegadi che si scontrano tra loro e il terrore dell’equipaggio, poi il senso di sollievo per l’impresa compiuta (vv. 696 ss.). La percezione della tregua dopo il passaggio è evidenziata dalla similitudine con lo stato d’animo di Eracle e Tèseo che riemergono alla luce ormai liberi dalla paura dell’Averno dopo che il primo è disceso agli inferi per liberare Tèseo imprigionato.

25E proprio come gli Argonauti e come Eracle e Tèseo, nella parafrasi cristiana Noè passa dalla paura della morte e dell’oscurità alla gioia al sollievo e alla gratitudine per il pericolo scampato.

  • 28 Si segue l’edizione Gai Vetti Aquilini Iuvenci Evangeliorum libri quattuor, approntata da I. Huemer(...)
  • 29 Ivvenc. 1, 105-107: «Già era venuto il tempo nel quale il fuggevole scorrere dei giorni costringeva (...)
  • 30 Ivvenc., 3, 486-487: «Infatti sappiamo che alcuni vengono alla luce con tale natura» (trad. di L. C (...)
  • 31 Ivvenc., 2, 341-343: «E a lui, che ha già intrapreso il cammino, giunge, per tramite dei servi soll (...)
  • 32 Ivvenc., 4, 760-763: «Andate con veloce e corsa e annunciate ai discepoli che Cristo è tornato sull (...)

26Tra gli autori cristiani Giovenco28 utilizza il sintagma in luminis oras in riferimento al parto di Elisabetta (Ivvenc., 1, 105-107 Iamque aderat tempus, quo iussum fundere partum / Elisabeth volvenda dies in luminis oras / cogeret29); alla nascita degli uomini (Ivvenc., 3, 486 Namque alios tales progigni in luminis oras / conperimus30); ma soprattutto alla guarigione del figlio di un funzionario del re in Galilea il quale, grazie all’intervento miracoloso di Cristo, torna dalle soglie della morte alle regioni della luce (Ivvenc., 2, 341-343 Iamque iter ingresso properantibus obvia servis / nuntia fama venit pueroque in luminis oras / limine de mortis subitam remeasse salutem31) e alla resurrezione di Cristo stesso (Ivvenc., 4, 760-763 Dicite praeterea celeri properoque recursu / discipulis, Christum remeasse in luminis oras, / inque Galilaeam laetum praecedere terram)32.

27Dunque l’accezione di nascita o di rinascita e di ritorno alla luce della vita, presente nei vari ipotesti classici e cristiani analizzati, in Vittorio potenzia l’immagine di Noè che riemerge dall’antro buio dell’arca e si affaccia alle regioni della luce del nuovo mondo.

Noè al cospetto del mondo nuovo rigenerato dalle acque diluviali (aleth. 2, 528-558)

  • 33 Cf. supra, nota 17.

28Il Marsigliese prosegue innestando sull’asciutto dato del testo sacro un’amplificatio nella quale dà nuovamente33 prova di una mirabile capacità di introspezione psicologica, descrivendo lo stato d’animo e le emozioni di Noè (vv. 528-532), che guarda meravigliato tutte le cose come se fossero nuove:

at dominus, mundi sortitus regna secundi,

cuncta Noë gaudens oculis ac mente capaci

accipit atque animum nequit exsaturare replendo 530

et cupido raptim perlustrans omnia visu

ut nova miratur. Noto fulgentior ortu

et mage sol rutilus, ridet maiore sereno

laeta poli facies et desperata virescunt

fetibus arva novis. Sed adhuc versatur imago 535

ante oculos tantae semper memoranda ruinae,

inter aquas quid pertulerint, quid munere sacro

et non pertulerint, fremeret cum verbere saevo

pontus et illisas contemneret arca procellas;

cumque suis reputat, quam late sancta parentis 540

se circum summi fundens largitio constet,

et docet attonitos verumque addiscere promptos,

unde cibus tantis toto suffecerit anno,

quis potus; namque hoc constat, si cetera vitae

suppeterent, clausos, dum fluctuat arca, necari 545

inter aquas potuisse siti, nisi rector Olympi

depositos penitus nec iam ulla extrema timentis

sustinuisset eo, quo condidit omnia, nutu.

Ille animas longae perituras carcere noctis

affectu lucis spolians virtute replevit: 550

ille, ut tam segnem possent perferre quietem,

infudit pigri placidum torporis amorem,

ille potens, cui, si placuit, virtute severa

praegelido raptim sub gurgite cogere fas est

immersos ardere malos flammisque futuris 555

invectos algere bonos, qui tempore parvo,

ut nunc edocuit populos sic posse necari,

  • 34 Mar. Victor, aleth. 2, 528-558.

ipse docebit aquis populos sic posse renasci34.

«Ma il signore Noè, avendo ottenuto in sorte il dominio di un secondo mondo, gioendo (530) accoglie ogni cosa negli occhi e nella mente capace e pur riempiendo l’animo non riesce a saziarlo e passando in rapida rassegna con lo sguardo desideroso tutte le cose, le guarda con meraviglia come se fossero nuove. Il sole è più splendente rispetto al suo solito sorgere e più rosseggiante, il volto lieto del cielo sorride con un tempo più sereno e i campi disperati rinverdiscono di nuovi germogli. (535) Ma ancora gira e rigira davanti agli occhi l’immagine che sempre deve essere ricordata di una così grande sciagura, quello che sopportarono in mezzo alle acque, quello che, per dono divino, non sopportarono quando il mare fremeva con urti furiosi e l’arca sfidava le tempeste che si abbattevano contro di essa; e con i suoi medita (540) quanto sia salda la santa generosità del Padre sommo che si spande largamente intorno a loro, e istruisce quelli attoniti e pronti ad apprendere la verità, come il cibo sia stato sufficiente a così tante creature per un intero anno, quale sia stato il loro beveraggio; e, infatti, questo è evidente, se pure fossero state a sufficienza le altre necessità della vita, i reclusi, (v. 545) mentre l’arca era sballottata sui flutti, tra le acque avrebbero potuto essere uccisi dalla sete, se il reggitore del cielo non avesse sostenuto, con quel comando con il quale creò ogni cosa, loro che erano stati custoditi nelle profondità non temendo ormai alcuna sorte estrema. (550) Quello riempì di vigore le anime che sarebbero morte nel carcere di una lunga notte privandole del desiderio della luce: Quello, perché potessero sopportare una quiete così indolente, infuse in loro un placido amore per un pigro torpore, Quello potente, a cui, se lo desiderasse, sarebbe lecito con severa potenza (v. 555) far bruciare in fretta i malvagi immersi in un gorgo gelido e far congelare i buoni trasportati nelle fiamme future, Lui che in poco tempo, come ora ha insegnato che così i popoli possono essere uccisi, insegnerà Lui stesso che così dalle acque i popoli possono rinascere».

  • 35 Cf. Dupuy 1982.

29L’atmosfera descritta è luminosa, la natura rigogliosa, il sole è più splendente, il cielo sorride lieto e i campi rinverdiscono di nuovi germogli (vv. 533-535). Ecco che si realizza il passaggio dal buio alla luce, dalla morte alla rinascita, che avrà il suo culmine, a conclusione del libro, nell’interpretazione delle acque del diluvio come acque rigeneratrici battesimali. Nonostante la gioia e il sollievo della vita ritrovata, Noè ha vivo il ricordo degli affanni sofferti e dei pericoli scampati, quando l’arca sfidava la violenza delle acque in balia della tempesta (vv. 536-546). Il patriarca prende consapevolezza dell’onnipotenza e della misericordia di Dio, poiché riconosce che è stato salvato da morte sicura, che sarebbe sopraggiunta non solo per il diluvio ma anche per la mancanza di acqua e di cibo. È Dio che ha consentito a lui e ai suoi familiari la lunga permanenza nell’arca privando del desiderio della luce le loro anime, che altrimenti sarebbero perite nel longae… carcer noctis (vv. 549-550). L’immagine della prigione di una lunga notte è particolarmente efficace: il carcere, per i reclusi, non è soltanto l’arca, ma anche il buio che ha regnato all’interno di essa in contrasto con il naturale desiderio di luce. La «lunga notte» evocata da Vittorio può essere interpretata in vario modo come la notte della fede, l’oscurità nella quale l’uomo sente l’assenza apparente di Dio, o come la notte della prova e delle tentazioni35.

30Nel nuovo giorno il patriarca, senza riuscire mai a saziare il suo spirito, percorre con sguardo desideroso tutte le cose come un miracolo nuovo. Il racconto presenta lo stesso impianto di quello dei protoparenti di fronte alla terra nella condizione postlapsaria (aleth. 2, 6-26): tutti i personaggi sono posti al cospetto di un nuovo ambiente, peggiore rispetto al precedente nel caso di Adamo ed Eva, migliore, nel caso di Noè. In entrambi gli episodi la narrazione è costruita attraverso l’insistenza sulla reazione emozionale dei protagonisti, basata ora sulla miseria e sull’infelicità ora sulla gioia e sulla meraviglia (aleth. 2, 528-535).

31In contrapposizione all’oscurità del tempo del diluvio, nell’arca e fuori dall’arca, l’atmosfera luminosa del nuovo mondo purificato anticipa e rafforza l’interpretazione battesimale del passo che sarà resa esplicita nei versi conclusivi del libro.

  • 36 Si veda Sfameni Gasparro 2007.
  • 37 Ιvst. apol. 61, 12 (Saint Justin, Apologies, pp. 182-184) καλεῖται δὲ τοῦτο τὸ λουτρὸν φωτισμός, ὡς (...)
  • 38 Clem. Alex. paed. 1, 6, 26, 1-2 (Clément d’Alexandrie, Le Pédagogue, Livre I, p. 158-160) Τὸ δὲ αὐτ (...)

32Nell’interpretazione patristica la luce36 diviene spesso figura del bene, della verità e dell’adesione al patto con Dio; essa è anche collegata al battesimo, inteso come illuminazione, come attestato in Giustino, apol. 61, 1237 e in Clemente Alessandrino paed. 1, 6, 26, 1-2, dove troviamo, tra le varie definizioni del battesimo, quelle di λουτρόν, «lavacro», tramite il quale gli uomini sono mondati dai peccati, e di φωτισμός / φώτισμα, «illuminazione», grazie alla quale gli uomini contemplano la santa luce della salvezza38, sulla scorta del testo di Hbr 6, 4 e 10, 32, in cui i battezzati sono detti «illuminati».

  • 39 Sul passo cf. Falcon 2024, p. 361-362 e Kuhn-Treichel 2016, p. 129.

33Il racconto del II libro si conclude con l’affermazione secondo la quale Dio, che ha avuto una potenza tale da sommergere la terra e il genere umano nelle onde, ha però mostrato che attraverso le acque gli uomini possono sempre rinascere. Le acque del diluvio universale, strumento della punizione divina, diventano simbolo delle acque battesimali dalle quali ha origine l’umanità redenta (aleth. 2, 557-558 ut nunc edocuit populos sic posse necari / ipse docebit aquis populos sic posse renasci)39.

  • 40 Nei vv. 213 ss. del primo libro il Marsigliese afferma che la creazione di Adamo dal fango prefigur (...)
  • 41 Sul punto, di difficile interpretazione, cf. l’accurato commento di Falcon 2024, p. 312 ss.

34La proposizione oggettiva aquis populos sic posse renasci del v. 558 ripropone con qualche differenza la proposizione oggettiva populos quandoque renasci di aleth. 1, 222, quest’ultima inserita nel contesto del racconto della plasmazione di Adamo (aleth. 1, 188-222)40. Questo richiamo istituisce una corrispondenza tra Adamo e Noè, tra creazione, battesimo e resurrezione alla fine dei tempi 41.

  • 42 Sul passo cf. Falcon 2024, p. 315 e Martorelli 2008, p. 31, nota 1.
  • 43 Mar. Victor., aleth. prec. 96-100 Patria nunc laetus ab aula / despicit aetherios axes et sidera ca (...)

35La costruzione simmetrica dei vv. 557-558, con i verbi edocuit (v. 557) e docebit (v. 558) posti in analoga sede metrica, dà centralità alla figura del divino Maestro che insegna che i popoli possono perire nelle acque ma dalle stesse possono rinascere. L’espressione docebit… renasci di aleth. 2, 558 richiama aleth. prec. 99 quos iterum formavit aquis docuitque renasci. Nei vv. 92-100 della Precatio42 Vittorio esprime il concetto della necessità del peccato affermando che Adamo, il primo ad aver aperto la strada alla morte con la trasgressione della prescrizione divina, è stato altresì il primo a vincere la morte. Ora lo stesso Adamo, richiamato alla vita eterna, dalla sua nuova dimora celeste (ab aula patria) chiama nei regni che verranno i servitori di Dio che sono stati salvati grazie alla rinascita nelle acque battesimali43.

36A più riprese Vittorio evidenzia l’insegnamento divino secondo il quale la rinascita dopo la morte ‒ e dopo il peccato ‒ (docuit renasci) si realizza mediante il battesimo.

  • 44 Cf. Claudio Mario Vittorio, Alethia: Precatio e primo libro. Introduzione, testo latino, traduzione (...)

37Le acque del diluvio diventano simbolo della rinascita spirituale conseguita attraverso il sacramento battesimale: tale interpretazione è sottolineata dal fatto che le acque sono il luogo in cui si è manifestata la vita delle creature animali, in particolare delle specie marine e volatili, create nel quinto giorno (gen 1, 20), come il poeta afferma in aleth. 1, 114 Quinta dies movit spirantia corpora ponto44.

38Già l’annuncio a Noè del futuro castigo (aleth. 2, 385-394) rimarca tale idea di purificazione attraverso le acque del diluvio (aleth. 2, 391-393 gurgite praecipiti pollutum diluat orbem /…/ causa hominum tumidi convolat labe profundi). In questo quadro Noè diviene il padre della nuova umanità rinnovata e purificata dall’acqua (aleth. 2, 398-401 ut, cum iusta mali luerint, tunc dignius a te / incipiat mortale genus summumque parentem / te numerent populi, nostra qui luce fruentur), colui che ha avuto in sorte la sovranità del secondo mondo (2, 528 At dominus, mundi sortitus regna secundi).

  • 45 Sullo sviluppo di questo motivo nell’esegesi patristica si vedano DaniÉlou 1950, p. 55-69; DaniÉlou(...)
  • 46 1Pt, 3, 19-21 (Biblia Sacra iuxta Vulgatam Versionem, II, p. 1868) in quo et iis qui in carcere era (...)

39Quanto alla tradizionale interpretazione del diluvio in chiave battesimale45, va ricordato che il rapporto diluvio-battesimo, istituito in 1Pt 3, 19 ss.46, che presenta l’acqua del diluvio attraverso cui si realizza la salvezza di Noè e della sua famiglia come antitypum del battesimo, ha indirizzato l’esegesi biblico patristica verso la trasformazione delle acque distruttive del diluvio nelle acque salvifiche battesimali.

  • 47 Cf. Orlando 2009, p. 71 e nota 83.
  • 48 1Pt 2, 9b (Biblia Sacra iuxta Vulgatam Versionem, II, p. 1866): «9. Ma voi siete una stirpe eletta, (...)

40Tutta la lettera petrina è difatti permeata dei concetti di nascita-rinascita-rigenerazione. Una traccia del linguaggio battesimale si riscontra anche in 1Pt, 2, 9b, dove si fa riferimento al passaggio dalle tenebre alla luce47 (vos autem genus electum regale sacerdotium gens sancta populus adquisitionis ut virtutes adnuntietis eius qui de tenebris vos vocavit in admirabile lumen suum48): il popolo dei credenti farà conoscere a tutti gli uomini la potenza e le meraviglie di colui che dalle tenebre dell’ignoranza, dell’errore e del vizio ha chiamato alla luce della verità e della santità.

  • 49 Ivst., dial. 138, 1-3 (Justin martyr, Dialogue avec Tryphon, p. 552-554).

41È Giustino Martire (dial. 138, 1-349) ad inaugurare il paragone tra il mondo purificato dopo il diluvio e il convertito che emerge purificato dai peccati dalla fonte del battesimo; come Noè diviene capostipite di una nuova discendenza, così Cristo è l’inizio di un nuovo popolo che viene da Lui rigenerato attraverso l’acqua.

42La valenza battesimale di aqua trova riscontro nella trattazione sul battesimo sviluppata da Tertulliano in De baptismo 1 e 8. In quest’ultimo paragrafo in particolare l’apologista definisce le acque del diluvio attraverso le quali l’antica malvagità fu purificata una sorta di baptismum… mundi e vede nella colomba che fa ritorno all’arca con un rametto d’ulivo una rappresentazione della discesa dello Spirito santo, che reca la pace di Dio dal regno dei cieli, dove si trova la Chiesa, figura dell’arca.

  • 50 Cypr., epist. 74, 11, 3 (Cipriano vescovo di Cartagine, Lettere, 51-81, p. 290) Item Petrus ipse qu (...)

43Anche Cipriano, nell’argomentazione a favore dell’unità della Chiesa, parla del diluvio come di «battesimo del mondo» e afferma che la Chiesa è una sola e che solo coloro che sono nella Chiesa possono essere battezzati, sottolineando che chi non era nell’arca non poté essere salvato dall’acqua, così come non può essere salvato dal battesimo chi non è stato battezzato nella Chiesa (epist. 74, 11, 3)50.

  • 51 Ambr., myst. 3, 10 (Sant’Ambrogio, I misteri, pp. 140-141) …Corrupta erat caro omnis ab iniquitatib (...)

44La tipologia battesimale del diluvio è ripresa da Ambrogio (De mysteriis, 3, 10-11), che assimila il peccato carnale lavato dal battesimo alle iniquità dell’umanità lavate dal diluvio. L’acqua nella quale si immerge la carne lava ogni peccato che proviene dalla carne, e Dio, volendo ripristinare la grazia dello spirito dell’uomo perduta con i peccati, scatena il diluvio51.

  • 52 Hier., epist. 10, 1 (Saint Jérôme, Correspondance, Tome I, p. 27).

45La stessa interpretazione battesimale è presente anche in Girolamo, epistula 10, 1, che definisce il diluvio (orbis naufragium) un battesimo di purificazione del mondo (Post illud, ut ita dixerim, purgati baptismum mundi…)52.

  • 53 Avg., cath. 20, 34 (Agostino, Prima catechesi cristiana, pp. 252-254).

46Così Agostino nel de cathech. 20, 34 narra che gli Egiziani, inseguendo Mosè e il popolo d’Israele in fuga attraverso il Mar Rosso ‒ le cui acque si erano separate offrendo il passaggio ‒ furono sommersi dai flutti che ritornavano nella loro sede naturale e morirono. Come attraverso il diluvio la terra fu purificata dalla malvagità dei peccatori, che allora vennero annientati dall’inondazione, mentre i giusti scamparono alla morte mediante il legno dell’arca (Gen 6, 5 ss.), così il popolo di Dio, uscendo dall’Egitto, trovò il passaggio tra le acque. Tale fatto è una prefigurazione del battesimo, attraverso il quale i fedeli passano a nuova vita (Rm 6, 4), mentre i loro peccati sono annientati come i nemici53.

  • 54 Avg., conf. 9, 6, 14 (Agostino, Le Confessioni, p. 268):«con me volle rinascere in te anche Alipio, (...)
  • 55 Avg., enar. in psalm. 80, 2 (Agostino, Esposizioni sui salmi, p. 1118).

47Sempre negli scritti agostiniani, il verbo renasci di aleth. 2, 558 è attestato parimenti in riferimento al battesimo in conf. 9, 6, 14 placuit et Alypio renasci in te mecum iam induto humilitate sacramentis tuis congrua54 e, connesso al termine aqua proprio come nel testo di Vittorio, in enar. in psalm. 80, 2 baptizatis ex aqua renatis55, dove si fa riferimento ai battezzati rinati dall’acqua.

Conclusione

  • 56 Homey 1972, p. 169 ss., rileva che la prima punizione è messa in atto attraverso l’elemento «aria», (...)
  • 57 Vittorio fa riferimento alla tradizione della nascita del Mar Morto in seguito a uno sconvolgimento (...)
  • 58 Martorelli 2008, p. 112.
  • 59 Kuhn-Treichel 2016, p. 62-64.

48Nell’Alethia ciascuno dei libri termina con la narrazione di un castigo divino: la cacciata dall’Eden nel primo libro, la distruzione di Sodoma e Gomorra e il diluvio universale rispettivamente nel secondo e nel terzo56. Ciascuna punizione è seguita da una interpretazione tipologica incentrata sulla redenzione attraverso Cristo: nel primo libro, l’albero della conoscenza del bene e del male che ha introdotto nel mondo la morte è posto a confronto con l’albero della croce, strumento di redenzione dell’uomo (aleth. 1, 545-547 …an cum via mortis amarae / per lignum ingruerit mundo populisque futuris, / possit adhuc aliquod per lignum vita redire); nel secondo libro, le acque apportatrici di morte del diluvio sono contrapposte alle acque battesimali, grazie alle quali gli uomini possono rinascere; nel terzo, la fine della conflagrazione che determina la formazione del mar Morto57 è associata alla salvezza del giudizio universale58 e del battesimo, a cui Vittorio allude nuovamente in relazione al mar Morto, il «lago» nel quale si riversa il Giordano, il fiume che per primo ha meritato di «lavare» i peccati degli uomini59.

  • 60 Cf. Cutino 2009; Claudio Mario Vittorio, La Verità, Introduzione, traduzione e note a cura di S. Pa (...)

49Oltre a confermare la presenza di un accurato disegno complessivo dell’opera, questi elementi narrativi mostrano come in ciascuna delle punizioni divine narrate nel testo genesiaco oggetto della riscrittura poetica ‒ non solo i castighi conclusivi di ciascun libro, ma anche gli altri (la punizione di Caino; la confusione delle lingue) ‒, Vittorio ponga sempre in rilievo la misericordia di Dio60 e il suo disegno salvifico.

50In questo quadro il poeta si è servito della tradizionale interpretazione delle acque distruttrici del diluvio come acque rigeneratrici battesimali per descrivere il passaggio dal buio alla luce, dalla morte alla rinascita fisica e spirituale dell’umanità rigenerata dalle acque diluviali.

51Gli intertesti e i richiami classici e cristiani hanno potenziato sia sotto il profilo semantico sia sotto quello descrittivo la narrazione di questo percorso, dalla furia della tempesta che si scatena sullo sfondo di un’oscurità onniavvolgente (vv. 433-485), al riemergere dei naufraghi dall’antro buio dell’arca alle regioni della luce ‒ designate con la fortunatissima espressione luminis oras (v. 516), che negli ipotesti classici indica appunto la nascita o la crescita di elementi della flora o lo stato d’animo di chi riemerge dalla paura della morte o dal mondo dell’oltretomba alla luce della vita, e nell’ipotesto cristiano di Giovenco è utilizzata in relazione alla nascita del Battista e a una resurrezione miracolosa operata a Gesù ‒, allo sguardo estasiato di Noè di fronte alla bellezza del mondo riemerso e delle sua natura rigogliosa illuminata da un sole più splendente.

52La costruzione del racconto non solo ha mostrato la grande originalità del poeta nel versificare gli asciutti versetti genesiaci con squarci esegetici, digressioni, espansioni e il sapiente riuso di materiale intertestuale classico, ma ha anche rivelato il profondo sentimento di speranza che anima l’opera, intrisa della fede dell’immensa bontà di Dio, che punisce l’uomo peccatore ma non lo abbandona, offrendogli sempre una possibilità di redenzione e di rinascita.

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Notes

1 Il genere della parafrasi biblica utilizza gli strumenti espressivi della poesia classica per trasporre in versi la materia dei testi sacri e diffondere i principi fondamentali della dottrina cristiana. Per una trattazione del genere letterario della parafrasi rinvio a Deproost 1997; Nazzaro 2001; Nazzaro 2006; Nazzaro 2008. In tempi più recenti un quadro sulla riscrittura biblica è offerto anche da Kuhn-Treichel 2016, p. 1-15; da Lestrade 2021, p. 11-20; e da Falcon 2024, p. 201-251. Un’ampia trattazione della poesia cristiana di argomento biblico e teologico, e in particolare delle riscritture vetero e neotestamentarie, in lingua sia greca sia latina, è offerta dal volume collettaneo curato da Cutino 2020, dal titolo Poetry, Bible and Theology from Late Antiquity to the Middle Ages.

2 Per una panoramica degli studi sull’Alethia precedenti all’anno 2014 si faccia riferimento alla bibliografia del mio lavoro Claudio Mario Vittorio, Alethia: Precatio e primo libro. Introduzione, testo latino, traduzione e commento, p. 335-343. Tra gli studi successivi si segnalano A Translation and commentary on Claudius Marius Victor’s Alethia 3.1-326, by D. H. Abosso; Kuhn-Treichel 2016; Per un ragguaglio sintetico sull’autore rinvio inoltre alla voce Marius Claudius Victorius nella Brill Encyclopedia of Early Christianity, Authors, Texts, and Ideas (D’Auria 2024). In questa sede, si farà riferimento all’edizione curata nel 2018 da Thomas Kuhn-Treichel, Claudius Marius Victorius, Alethia, Wahrheit. Eingeleitet, übersetzt und kommentiertdel; pare opportuno ricordare anche l’importante edizione del 1960 Claudii Marii Victorii Alethia, cura et studio P. F. Hovingh, p. 115-193. Le traduzioni dei passi latini citati, salvo diversa indicazione, sono a cura dell’autrice.

3 In mancanza di riferimenti sulla data di composizione dell’Alethia, i pochi elementi utilizzabili consentono di collocare la stesura dell’opera nell’arco temporale complessivo ‒ tenendo in conto le diverse ipotesi avanzate dagli studiosi ‒ compreso tra il 420 e il 450. Tra le diverse ipotesi sulla cronologia del testo si segnalano quelle di Cutino 2009, p. 94 e Martorelli 2008, p. 137-138. Cf. inoltre Claudius Marius Victorius, Alethia, Wahrheit. Eingeleitet, übersetzt und kommentiert von Thomas Kuhn-Treichel, p. 10-13.

4 Il passo gennadiano secondo l‘edizione del Richardson, Hieronymus, Liber de viris inlustribus. Gennadius, Liber de viris inlustribus, p. 81-82, è stato rivisto da P. F. Hovingh, Claudius Marius Victorius, Alethia. La prière et les vers 1-170 du livre I avec introduction, traduction et commentaire, p. 15.

5 In questa sede mi limito a fornire solo qualche breve cenno sulle discrepanze tra tradizione manoscritta dell’Alethia e notizia gennadiana relativamente all’ampiezza dell’opera. Gennadio in vir. ill. 61, nel profilo biografico dedicato a un certo Victorinus o Victorius rhetor Massiliensis, fa terminare la narrazione dell’Alethia con la morte del patriarca Abramo; inoltre nella tradizione manoscritta gennadiana vi è incertezza anche sul numero dei libri in cui si articola l’opera (tre o quattro?). L’Alethia invece, nell’unico codice che ce l’ha tramandata, il Parisinus 7558, ci è pervenuta in tre libri preceduti da una Precatio, e narra gli eventi genesiaci fino alla distruzione di Sodoma e Gomorra, episodio che precede non di poco nella cronologia del racconto sacro la morte del patriarca Abramo; infine il codice presenta, al termine del terzo libro, un’oscura subscriptio, che si presenta come l’explicit di un quarto libro inesistente. Per un approfondimento di tali questioni di carattere bio-bibliografico, quali l’identificazione dell’autore e la reale estensione dell’opera, rinvio a Claudio Mario Vittorio, Alethia: Precatio e primo libro. Introduzione, testo latino, traduzione e commento a cura di I. D’Auria, p. 11-22.

6 Mar. Victor., aleth. 2, 433-441.

7 Homey H. H. 1972, p. 59-60, nota 9, mette in evidenza la fusione tra elementi filosofici ed esegetici nella definizione dell’imponente costruzione come carcer vitalis (v. 441), che richiama il corpo umano nel quale è imprigionata l’anima, secondo la speculazione orfico pitagorica espressa da Platone e ripresa la successiva tradizione. Per lo studioso questa ipotesi è avvalorata dal fatto che con il termine carcer viene designata la condizione terrena dell’uomo in aleth. 2, 51 clausis terreni carceris antro.

8 Mar. Victor., aleth. 2, 454-462.

9 Lvcan., 3, 733-736: «Non gli caddero lacrime sulle gote, non si percosse il petto, ma si irrigidì in tutto il corpo, con le mani distese; calò la notte e vaste tenebre gli oscurarono gli occhi, e pur volgendo lo sguardo verso l’infelice Argo, non riusciva a vederlo».

10 Cf. M. Annaeus Lucanus, Bellum Civile, p. 256-258; cf. inoltre Chiesa 2005, part. p. 42-43.

11 Cf. Malsbary 1985, p. 71. Su questo passo dell’Eneide si veda Benario 1967.

12 Mar. Victor., aleth. 2, 482-485.

13 Mar. Victor., aleth. 1, 50-53: «Ma il mare aveva sommerso le terre e l’oscurità impenetrabile del cielo incalzava con fitte tenebre l’aria nel mezzo madida per l’orrida nube».

14 Il nesso caeca umbra ricorre, nelle varie forme della flessione nominale, in Verg., Aen. 7, 619 foeda ministeria et caecis se condidit umbris; Val. Flac., 7, 402 Per chaos occurrunt caecae sine vocibus umbrae; e Proba, cento 455 (Faltonia Betitia Proba, Cento Vergilianus, p. 37) contentusque fuga caecis se inmiscuit umbris.

15 Gen 8, 15 Et dixit Dominus Deus ad Noë: / 16 Exi de arca, tu et uxor tua, et filii tui, et uxores filiorum tuorum tecum. / 17 Cuncta animantia quae sunt apud te, ex omni carne tam in volatilibus, quam in bestiis et universis reptilibus, quae reptant super terram, educ tecum et ingredimini super terram: crescite et multiplicamini super eam; («15 E il Signore Dio disse a Noè: 16 “Esci dall’arca, tu e tua moglie, i tuoi figli e le mogli dei tuoi figli con te”. 17 Fai uscire tutti gli animali, che sono presso di te, di ogni carne, tanto volatili quanto bestie e rettili, che strisciano sulla terra, e andate sulla terra: Crescete e moltiplicatevi”»). Cf. Bibliorum Sacrorum Latinae Versiones Antiquae seu Vetus Italica, I, p. 31; cf. inoltre Vetus latina. Die Reste der altlateinischen Bibel…, II Genesis, p. 122.

16 Mar. Victor., aleth. 2, 516-523.

17 Si vedano, ad esempio, i vv. 411-470 del primo libro, nei quali il poeta descrive il senso di angoscia, di rimorso e vergogna dei progenitori dopo la disobbedienza. Così in aleth. 1, 520 ss. si narra ancora di Adamo ed Eva che, espulsi dalle beate sedi dell’Eden, inorridiscono di fronte al desolante aspetto della terra su cui sono stati precipitati: a un iniziale senso di inconsapevolezza segue un’angosciosa presa di coscienza accompagnata da incertezza e rimpianto per la felicità perduta. Un ulteriore saggio della capacità di introspezione psicologica del poeta è offerto nel secondo libro dell’Alethia nella descrizione dei tormenti del fratricida Caino. In questo episodio l’autore, richiamando un topos dell’epica classica, paragona il tremito convulsivo delle membra di Caino sopraffatto dal rimorso al tremolio della luce riflessa su una parete dall’acqua di un recipiente vicino (aleth. 2, 252-275): allo stesso modo Apollonio Rodio in Argon. 3, 755 ss. rappresenta l’agitazione di Medea e Virgilio in Aen. 8, 18 ss. descrive il turbamento interiore di Enea di fronte ai preparativi di guerra dell’avversario Turno. Sull’abilità del poeta di descrivere i sentimenti dei personaggi cf. Claudio Mario Vittorio, Alethia: Precatio e primo libro. Introduzione, testo latino, traduzione e commento a cura di I. D’Auria, p. 282-293; 327-331.

18 La fortuna di questa formula poetica, che ritorna anche in altri testi cristiani, è stata indagata da Williams 1968, p. 718 ss.

19 Enn., ann. 1, 65, 114-118 (Quinto Ennio Annali, Libri I-VIII, ed. Flores, p. 50-51) Pectora dulce tenet desiderium, simul inter / Sese sic memorant "o Romule, Romule die, / qualem te patriae custodem di genuerunt! / O pater, o genitor, o sanguen dis oriundum! / Tu produxisti nos intra luminis oras; («Un dolce desiderio tiene gli animi; e insieme tra di loro così lo ricordano: “O Romolo, Romolo divino, quale custode della patria con te gli dèi generarono! O padre, o genitore, ho sangue disceso dagli dei! Tu ci hai fatto nascere alle plaghe della luce»). Per Marpicati 1991, p. 100-101: «Il valore traslato dell’espressione in Ennio scaturisce quasi spontaneamente da quello concreto, il pensiero scorre naturalmente dalla nascita fisica a quella sociale, politica e culturale della città fondata dal vecchio re, rimpianto come un padre che si è preso cura del suo nuovo popolo, appena nato, e senza abbandonarlo a vagire da solo nella culla ‒ come sembra ricordare ancora Cicerone (cfr. De rep. 1, 54 e soprattutto 2, 21 videtisne igitur unius viri consilio non solum ortum novum populum, neque ut in cunabulis vagientem relictum, sed adultum iam et paene puberem?) ‒ lo ha educato nel suo crescere e svilupparsi sino alla pubertà ed alla piena maturità». Sul frammento enniano cf. Cazzaniga 1974. Il nesso compare anche in Enn., ann. 2, 10, 133 (Quinto Ennio Annali, Libri I-VIII, p. 54) At sese, sum quae dederat in luminis oras. Sulla numerazione dei frammenti enniani citati: ann. 1, 65, 114-118 (Quinto Ennio Annali, Libri I-VIII, ed. Flores, p. 50-51) = ann. 1, 61, 110-114 (Ennianae poesis reliquiae, ed. Vahlen, p. 18-19) = ann. 1, 61, 105-109 (The Annals of Quintus Ennius, ed. Skutsch, p. 79); ann. 2, 10, 133 (Quinto Ennio Annali, Libri I-VIII, ed. Flores, p. 54) = ann. 2, 10, 131 (Ennianae poesis reliquiae, ed. Vahlen, p. 22) = ann. 2, 19, 135 (The Annals of Quintus Ennius, ed. Skutsch, p. 82).

20 Si segue il testo del De rerum natura stabilito da Deufert in Titus Lucretius Carus, De rerum natura libri VI. Cf. inoltre Lucretius, On the Nature of Things e Deufert 2018.

21 A queste occorrenze potrebbe aggiungersi Lvcr., 1, 5, se si accoglie come valida l’emendazione del tràdito lumina solis in luminis oras proposta da Giardina 2010.

22 Si vedano T. Lucreti Cari De rerum natura, Liber primus, a cura di C. Pascal, p. 31 ss.; Titi Lucreti Cari De rerum natura libri sex, II, Commentary books I-III, by C. Bailey, p. 597.

23 Lvcr., 1, 174-179 Praeterea cur vere rosam, frumenta calore, / uvas autumno fundi suadente videmus, / si non, certa suo quia tempore semina rerum / cum confluxerunt, patefit quod cumque creatur, / dum tempestates adsunt et vivida tellus / tuto res teneras effert in luminis oras?; (Inoltre, perché vediamo che nascono in primavera la rosa, d’estate il frumento, la vite nel carezzevole autunno, se non perché, quando i semi determinati delle cose si siano uniti nel tempo a loro proprio, ogni cosa creata si schiude, mentre il corso delle stagioni è propizio e la vivida terra senza pericolo produce le cose alle rive della luce?).

24 Cf. Lucretius, De rerum natura book V, p. 211. I vv. 1388-1389 del V libro, espunti dal Lachmann (Titi Lucretii Cari De rerum natura libri sex, p. 202), riprodurrebbero esattamente il testo dei versi 1454-1455; cf. Deufert 1996, p. 209-212.

25 Virgil, Georgics, volume I; books I-II, ed. by R. F. Thomas, p. 165.

26 Virgilio, Eneide, Libri VII-VIII, a cura di E. Paratore, p. 206-207.

27 Val. Flac., 4, 699-702: «Solo allora diedero tregua alle mani affaticate e al loro ansimante, assetato respiro. Nello stesso modo, Ercole e Tèseo, quando fu rimossa la paura degli Inferi, pallidi di terrore, si baciarono, appena ritornati ad abbracciare le luminose distese» (trad. di F. Caviglia, Valerio Flacco, Argonautiche, p. 435). Cf. Murgatroyd 2009, p. 332 ss.

28 Si segue l’edizione Gai Vetti Aquilini Iuvenci Evangeliorum libri quattuor, approntata da I. Huemer.

29 Ivvenc. 1, 105-107: «Già era venuto il tempo nel quale il fuggevole scorrere dei giorni costringeva Elisabetta a dare alla luce il figlio annunciato»; (trad. di L. Canali, Aquilino Giovenco, Il poema dei Vangeli, p. 49).

30 Ivvenc., 3, 486-487: «Infatti sappiamo che alcuni vengono alla luce con tale natura» (trad. di L. Canali, Aquilino Giovenco, Il poema dei Vangeli, p. 171).

31 Ivvenc., 2, 341-343: «E a lui, che ha già intrapreso il cammino, giunge, per tramite dei servi solleciti, la notizia dell’improvvisa guarigione del fanciullo, tornato dalla soglia della morte alle regioni della luce» (trad. di L. Canali, Aquilino Giovenco, Il poema dei Vangeli, p. 111). Sul secondo libro dell’opera cf. Giovenco, I libri dei Vangeli II, Introd., trad. e comm. a cura di P. Santorelli.

32 Ivvenc., 4, 760-763: «Andate con veloce e corsa e annunciate ai discepoli che Cristo è tornato sulle rive della luce e lieto li precede verso la terra di Galilea» (trad. di L. Canali, Aquilino Giovenco, Il poema dei Vangeli, p. 235).

33 Cf. supra, nota 17.

34 Mar. Victor, aleth. 2, 528-558.

35 Cf. Dupuy 1982.

36 Si veda Sfameni Gasparro 2007.

37 Ιvst. apol. 61, 12 (Saint Justin, Apologies, pp. 182-184) καλεῖται δὲ τοῦτο τὸ λουτρὸν φωτισμός, ὡς φωτιζομένων τὴν διάνοιαν τῶν ταῦτα μανθανόντων (Questo lavacro si chiama illuminazione, poiché sono illuminati nella mente coloro che imparano queste cose; trad. di C. Burini, Giustino, Gli apologeti greci).

38 Clem. Alex. paed. 1, 6, 26, 1-2 (Clément d’Alexandrie, Le Pédagogue, Livre I, p. 158-160) Τὸ δὲ αὐτὸ συμβαίνει τοῦτο καὶ περὶ ἡμᾶς, ὧν γέγονεν ὑπογραφὴ ὁ κύριος· βαπτιζόμενοι φωτιζόμεθα, φωτιζόμενοι υἱοποιούμεθα, υἱοποιούμενοι τελειούμεθα, τελειούμενοι ἀπαθανατιζόμεθα· "ἐγώ", φησίν, "εἶπα, θεοί [2] ἐστε καὶ υἱοὶ ὑψίστου πάντες." Καλεῖται δὲ πολλαχῶς τὸ ἔργον τοῦτο, χάρισμα καὶ φώτισμα καὶ τέλειον καὶ λουτρόν· λουτρὸν μὲν δι' οὗ τὰς ἁμαρτίας ἀπορρυπτόμεθα, χάρισμα δὲ ᾧ τὰ ἐπὶ τοῖς ἁμαρτήμασιν ἐπιτίμια ἀνεῖται, φώτισμα δὲ δι' οὗ τὸ ἅγιον ἐκεῖνο φῶς τὸ σωτήριον ἐποπτεύεται, τουτέστιν δι' οὗ τὸ θεῖον ὀξυωποῦμεν, τέλειον δὲ τὸ ἀπροσδεές φαμεν (Ebbene, tutto ciò vale anche per noi, giacché il Signore è un modello per noi. Essendo battezzati veniamo illuminati; illuminati, siamo adottati come figli; adottati come figli, diveniamo perfetti; ed essendo perfetti, siamo resi immortali. Io l’ho detto ‒ afferma [la Scrittura] ‒: voi siete dèi e tutti figli dell’Altissimo. 2. Questa operazione viene chiamata in molti modi: grazia, illuminazione, perfezione, lavacro. Lavacro, tramite cui ci mondiamo dai peccati; grazia, in virtù della quale ci sono state condonate le pene per i peccati; illuminazione, grazie alla quale contempliamo quella santa luce della salvezza, cioè vediamo, con sguardo penetrante, Dio; perfezione, infine, che è il non avere più bisogno di nulla; trad. di D. Tessore, Clemente Alessandrino, Il Pedagogo, p. 59).

39 Sul passo cf. Falcon 2024, p. 361-362 e Kuhn-Treichel 2016, p. 129.

40 Nei vv. 213 ss. del primo libro il Marsigliese afferma che la creazione di Adamo dal fango prefigura la resurrezione dei corpi (aleth. 1, 213 - 214 non aliter ruptis mandata resurgere bustis / corpora vera fides) e dunque il ripetersi del racconto (repetita narratio) della creazione di Adamo (gen 2, 7) semina prima e in maniera proficua il concetto che gli uomini debbano rinascere (aleth. 1, 219-222 Sic totum forma futuri est / (220) quod prius est genitum, dumque ipse ita conditur Adam / ut repetita sacrum geminet narratio munus, / utile praeseritur populos quandoque renasci).

41 Sul punto, di difficile interpretazione, cf. l’accurato commento di Falcon 2024, p. 312 ss.

42 Sul passo cf. Falcon 2024, p. 315 e Martorelli 2008, p. 31, nota 1.

43 Mar. Victor., aleth. prec. 96-100 Patria nunc laetus ab aula / despicit aetherios axes et sidera calcat / dispositosque vocat ventura in regna ministros, / quos iterum formauit aquis docuit que renasci, / quae totum genuit patri, sapientia verbi.

44 Cf. Claudio Mario Vittorio, Alethia: Precatio e primo libro. Introduzione, testo latino, traduzione e commento a cura di I. D’Auria, p. 184 ss.

45 Sullo sviluppo di questo motivo nell’esegesi patristica si vedano DaniÉlou 1950, p. 55-69; DaniÉlou 1963, p. 80-86; Lewis 1968, p. 101-120; 167-169; Benjamins 1998, p. 134-149.

46 1Pt, 3, 19-21 (Biblia Sacra iuxta Vulgatam Versionem, II, p. 1868) in quo et iis qui in carcere erant spiritibus veniens praedicavit / 20 qui increduli fuerant aliquando quando expectabat Dei patientia in diebus Noe cum fabricaretur arca in qua pauci id est octo animae salvae factae sunt per aquam / 21 quod et vos nunc similis formae salvos facit baptisma non carnis depositio sordium sed conscientiae bonae interrogatio in Deum per resurrectionem Iesu Christi. La prima lettera di Pietro, composta da 105 versetti e datata agli anni intorno all’80, intende incoraggiare i credenti e dar loro speranza nelle avversità della vita; essa propone altresì una riflessione sul mistero pasquale di Cristo: cf. Orlando 2009, p. 66 ss. Il collegamento tra diluvio e battesimo è presente anche in Hbr 11, 7: cf. Schille 1960, p. 122.

47 Cf. Orlando 2009, p. 71 e nota 83.

48 1Pt 2, 9b (Biblia Sacra iuxta Vulgatam Versionem, II, p. 1866): «9. Ma voi siete una stirpe eletta, sacerdozio regale, gente santa, popolo di acquisto (scil. per Dio), affinché annunciate le virtù di lui che dalle tenebre vi ha chiamato alla sua straordinaria luce».

49 Ivst., dial. 138, 1-3 (Justin martyr, Dialogue avec Tryphon, p. 552-554).

50 Cypr., epist. 74, 11, 3 (Cipriano vescovo di Cartagine, Lettere, 51-81, p. 290) Item Petrus ipse quoque demonstrans et vindicans unitatem mandavit et monuit per unum solum baptisma unius ecclesiae saluari nos posse. In arca, inquit, Noe pauci, id est octo animae hominum salvae factae sunt per aquam, quod et vos similiter salvos faciet baptisma. Quo brevi et spiritali conpendio unitatis sacramentum manifestavit. Nam ut in illo mundi baptismo quo iniquitas antiqua purgata est, qui in arca Noe non fuit non potuit per aquam salvus fieri, ita nec nunc potest per baptismum salvatus videri qui baptizatus in ecclesia non est, quae ad arcae unius sacramentum dominica unitate fundata est; (Allo stesso modo anche Pietro, affermando e difendendo l’unità, ha raccomandato e avvisato che non si può essere salvati se non attraverso il solo battesimo dell’unica Chiesa. Nell’arca di Noè ‒ disse ‒ Poche persone, otto in tutto, furono salvate dall'acqua. Figura questa del battesimo, che ora salva voi. In questo breve riferimento simbolico ha manifestato il sacramento dell’unità: infatti, come in quel battesimo del mondo, nel quale si è purificata l’antica malvagità, chi non si trovò sull'arca di Noè non poté essere salvato dall’acqua, così anche ora non può sembrare salvato per mezzo del battesimo colui che non è stato battezzato all’interno della Chiesa, che è stata fondata sull’unità voluta dal Signore secondo il mistero dell’unica arca; trad. di M. Vincelli, Cipriano vescovo di Cartagine, Lettere, 51-81). Cf. anche Cypr., epist. 69, 2 (Cipriano vescovo di Cartagine, Lettere, 51-81, p. 212).

51 Ambr., myst. 3, 10 (Sant’Ambrogio, I misteri, pp. 140-141) …Corrupta erat caro omnis ab iniquitatibus suis. Non permanebit, inquit, spiritus meus in hominibus, quoniam carnes sunt (Rom 1, 20). Quo ostendit deus, quia carnali inmunditia et gravioris labe peccati gratia spiritalis avertitur. Unde volens deus reparare, quod dederat, diluvium fecit, et iustum Noe in arcam iussit ascendere… 11. Aqua est, qua caro mergitur, ut omne abluatur carnale peccatum sepelītur illic omne flagitium; (Ogni carne era corrotta dalle sue iniquità. Il mio Spirito, dice il Signore, non resterà negli uomini, perché sono carne. Con ciò Dio mostra che la grazia spirituale è respinta dall’impurità della carne e dalla macchia d’un grave peccato. Perciò Dio, volendo ripristinare ciò che aveva dato, mandò il diluvio e ordinò al giusto Noè di salire sull’arca. C’è l’acqua, nella quale s’immerge la carne, perché sia lavato ogni peccato che ne proviene. Lì viene sepolto ogni misfatto; trad. G. Banterle, Sant’Ambrogio, I misteri, p. 141).

52 Hier., epist. 10, 1 (Saint Jérôme, Correspondance, Tome I, p. 27).

53 Avg., cath. 20, 34 (Agostino, Prima catechesi cristiana, pp. 252-254).

54 Avg., conf. 9, 6, 14 (Agostino, Le Confessioni, p. 268):«con me volle rinascere in te anche Alipio, rivestito ormai dell’umiltà conveniente ai tuoi sacramenti».

55 Avg., enar. in psalm. 80, 2 (Agostino, Esposizioni sui salmi, p. 1118).

56 Homey 1972, p. 169 ss., rileva che la prima punizione è messa in atto attraverso l’elemento «aria», vale a dire i venti che fanno trasvolare i progenitori dall’Eden alle inospitali plaghe terrestri ‒ particolare del tutto assente nel testo genesiaco ‒, mentre le successive per mezzo degli elementi «fuoco» (la distruzione di Sodoma e Gomorra) e «acqua» (diluvio universale); sulle conclusioni dei tre libri dell’Alethia e sull’interpretazione dei fenomeni naturali che si verificano nei momenti cruciali della storia sacra narrati in tali sezioni conclusive si veda il lavoro di Cutino 2026. Per un commento ad alethia 1, 520-547 si faccia riferimento a Claudio Mario Vittorio, Alethia: Precatio e primo libro. Introduzione, testo latino, traduzione e commento a cura di I. D’Auria, pp. 318-331.

57 Vittorio fa riferimento alla tradizione della nascita del Mar Morto in seguito a uno sconvolgimento della regione della Pentapoli dovuto a terremoti e incendi, che avrebbe determinato la formazione di una conca nella quale si sarebbero riversate le vene acquifere presenti nel suolo (aleth. 3, 777-781). Sul punto si vedano Cutino 2009, p. 50, nota 58 e Cutino 2019, p. 164; Falcon 2024, p. 366-367.

58 Martorelli 2008, p. 112.

59 Kuhn-Treichel 2016, p. 62-64.

60 Cf. Cutino 2009; Claudio Mario Vittorio, La Verità, Introduzione, traduzione e note a cura di S. Papini, p. 63 ss.; Falcon 2024, p. 349 ss.

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Pour citer cet article

Référence électronique

Isabella D’Auria, « Dalla tenebra del diluvio alla luce della vita (Mar. Victor. aleth. 2, 433-558) »Interférences [En ligne], NMC1 | 2026, mis en ligne le 03 juin 2026, consulté le 13 juillet 2026. URL : http://journals.openedition.org/interferences/16108 ; DOI : https://doi.org/10.4000/16c1p

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Auteur

Isabella D’Auria

Università degli Studi di Napoli Federico II

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Droits d’auteur

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