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AccueilNuméros28La première moitié du XXe siècleDebra Libanòs, 1937

La première moitié du XXe siècle

Debra Libanòs, 1937

Scritture di un massacro del colonialismo italiano
Monica Biasiolo
p. 163-180

Résumés

En mai 1937, s’est produit un massacre sans précédent : dans le village de Debré Libanòs, les troupes coloniales italiennes, sous le commandement du général Maletti, attaquent le monastère local, lieu symbole du christianisme éthiopien, faisant de nombreuses victimes. Le carnage, communiqué par un télégramme dans lequel on parle de « liquidation complète », se situe dans l’enchaînement des événements qui suivent l’attentat manqué contre le Vice-roi d’Éthiopie Rodolfo Graziani. La présente contribution vise à retracer le fil d’un crime « excellent » de la colonisation italienne, encore largement oublié, et à le repositionner sur un plan historique et littéraire en redéfinissant les méthodes, les modalités et les temps de réception, avec une attention particulière à la perspective choisie par trois ouvrages littéraires des dernières années (Debrà Libanòs de Luciano Marrocu, I fantasmi dell’Impero de Marco Consentino, Domenico Dodaro et Luigi Panella, et Quando le stelle caddero nel fiume de Paolo Comentale) ; une perspective qui permet de décoloniser le regard sur un chapitre encore mal connu du passé italien.

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Éthiopie

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XXe
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Texte intégral

Introduzione

  • 1 Alberto Quattrocolo, « Il massacro fascista dei cristiani etiopici a Debra Libanos », 21 maggio 2 (...)
  • 2 Angelo Del Boca, Italiani brava gente? Un mito duro a morire, Vicenza, Neri Pozza Editore, 2010 [ (...)
  • 3 Federica Saini Fasanotti, Etiopia 1936-1940. Le operazioni di polizia coloniale nelle fonti dell’ (...)
  • 4 Ian L. Campbell, Degife Gabre-Tsadik, « La repressione fascista in Etiopia: la ricostruzione del (...)
  • 5 Ibidem, p. 111.
  • 6 Del Boca parlerà di una scorreria come quelle di Attila, dove poco, se non nulla, rimarrà intatto (...)
  • 7 Anonimo, « Tv2000. Massacro di Debre Libanos, nuove foto inedite », Avvenire, 3 luglio 2020, http (...)
  • 8 David R. Buxton, Travels in Ethiopia, London, Lindsay Drummond Ltd., 1949, p. 72.
  • 9 Sul processo a Graziani cfr. Zara O. Algardi, Processi ai fascisti, Firenze, Parenti, 1958, p. 12 (...)
  • 10 Ian Campbell, Il massacro di Addis Abeba. Una vergogna italiana, trad. it. di M. Cesa e N. Pomili (...)
  • 11 Anonimo, « Il maresciallo d’Italia che non fu eroe », la Repubblica, 3 maggio 1985, https://ricer (...)
  • 12 Voce « Rodolfo Graziani » (20 agosto 2010, agg. il 9 febbraio 2016), https://www.anpi.it/storia/7 (...)
  • 13 Anonimo, « Il maresciallo d’Italia che non fu eroe », cit. Si ricordi che la ferocia aveva segnat (...)

1Il fallito attentato contro il Viceré d’Etiopia Rodolfo Graziani, avvenuto nel febbraio 1937, porta con sé una catena di rappresaglie senza eguali di cui fa parte anche la strage operata nella città conventuale di Debra Libanos, località a circa 80 km da Addis Abeba. Secondo i rapporti ufficiali, nella spedizione, che ha come obiettivo « non […] soltanto il conseguimento della sottomissione definitiva della chiesa cristiano-copta e di quei pochi membri non trucidati e non ancora deportati della classe dirigente etiopica1 », vengono fucilate 320 persone, nello specifico « 297 monaci, incluso il vice-priore, e 23 laici sospetti di connivenza », mentre 129 diaconi (« martiri giovanetti che la cristianità non ricorda e non piange perché africani2 ») vengono risparmiati, per essere poi ammazzati a colpi di mitragliatrice nei giorni successivi. Graziani informerà alla fine della strage che « [s]ono rimasti […] in vita solo trenta ragazzi seminaristi che sono stati rinviati alle loro case di origine nei vari paesi dello Scioà3 », cosa che in verità non accade, come altra è la realtà sul numero delle vittime. Come dimostrano le ricerche di Ian Campbell e Degife Gabre-Tsadik4 si contano infatti tra le 1.000-1.600 persone uccise, numeri su cui i due studiosi ritorneranno, arrivando a stimare sulla base di nuovi documenti tra i 1.423 e 2.033 morti5, cifra che non include tuttavia i caduti dei giorni immediatamente precedenti al massacro, quando su disposizione di Mussolini, che aveva ordinato che « tutti i civili e i religiosi etiopi sospetti […] [dovessero] essere passati per le armi e senza indugi », sulla strada per Debra Libanos vengono messi a ferro e fuoco 115.322 tucul, 3 chiese, un convento, fucilati monaci e sterminati più di 2 500 partigiani etiopici6. Un paio di foto di Virgilio Cozzani, tenente di complemento del 45° battaglione musulmano, documentano in maniera precisa il feroce assassinio7, le cui tracce rimangono visibili anche circa un decennio dopo, come riferisce l’archeologo David Buxton, dal 1942 al 1949 in servizio in Etiopia: « [c]i sono innumerevoli teschi e ossa, sacchi e scatole piene di ossa, mucchi sparsi di ossa che aspettavano ancora una sepoltura8 ». L’unica condanna che peserà su Graziani, 19 anni di reclusione (dei quali 13 e 8 mesi presto condonati)9, sarà per collaborazionismo. In sede processuale, i crimini da lui perpetrati in Etiopia non verranno mai nominati (il generale attribuirà la responsabilità del massacro di Addis Abeba alle sole Camicie nere, colpevoli – secondo le sue parole – di aver « agito senza la sua approvazione10 »), e la Corte gli riconoscerà « la scarcerazione per gli alti meriti guadagnati nel passato militare11 », stabilendo poi, con sguardo rivolto alla fase successiva, « che […] [il suddetto], nonostante i bandi, le fucilazioni e i rastrellamenti, non era in condizione di incidere significativamente sulle decisioni del governo della RSI12 ». L’ultimo atto, Graziani, lo giocherà infatti aderendo alla Repubblica di Salò e, nel 1952, al Movimento sociale; un ruolo, quello dei giorni del regime collaborazionista, che Graziani, nominato Ministro della Difesa, eserciterà « con spietata durezza – crudele contro i partigiani, deciso ad infliggere la pena di morte ai renitenti alla leva, nel tentativo di riorganizzare un esercito fascista, responsabile della deportazione in Germania di 7 000 carabinieri che rifiutarono Salò, ecc.13 », anche se il culmine dell’efferatezza del generale-assassino, viene raggiunto nel periodo etiope, con Debra Libanos.

  • 14 Cfr., tra gli altri, Gianni Ferraro, a cura di, Scienza e disarmo, present. di C. Schaerf, Bari, (...)
  • 15 Tra gli altri, Angelo Del Boca, La guerra d’Abissinia, 1935-1941, Milano, Feltrinelli, 1965; Ange (...)
  • 16 Alceo Crivelli, La letteratura coloniale e postcoloniale in Italia. Dal romanzo di propaganda col (...)

2Delle crudeltà perpetrate in territorio coloniale, tra cui non da ultimo l’impiego di armi chimiche, mezzi proibiti dal protocollo di Ginevra del 192514, la storiografia tace; almeno fino agli anni Sessanta, quando gli studi di Angelo Del Boca, e con lui, di Giorgio Rochat, Ferdinando Pedriali e Roberto Gentili aprono la strada ad una più ampia presa di coscienza del significato dell’esperienza coloniale degli italiani15, facendo emergere l’oculata cancellazione della colpa messa in atto fino a quel momento16.

  • 17 Claudio Milanesi, « Suggestioni postcoloniali nel new italian epic. Il caso Momodou e L’anatra al (...)

3Con il presente contributo ci si propone di indagare sulla base di tre testi chiave legati al massacro di Debra Libanos (Debrà Libanòs di Luciano Marrocu, I fantasmi dell’Impero della triade Marco Consentino, Domenico Dodaro e Luigi Panella e Quando le stelle caddero nel fiume di Paolo Comentale) il rapporto storia-letteratura-memoria, nonché ricorsività e modalità di rappresentazione nel processo di scrittura del “rimosso” nel discorso letterario, storico e culturale. Particolare attenzione viene rivolta alla tecnica del rovesciamento, qui intesa come “strabismo dello sguardo” (non da ultimo nell’accezione di ribaltamento di prospettiva), modalità che consente di fare emergere una prospettiva inedita rispetto al « carico di letture basate su coordinate risapute », al « già visto delle grandi narrazioni istituzionalizzate17 ».

Narrare la Storia, narrare per mezzo della Storia…

  • 18 Luciano Canfora, « Aspetti e problemi della narrazione storica », in Giovanni De Luna, Peppino Or (...)
  • 19 Ryszard Kapuściński, Lapidarium. In viaggio tra i frammenti della Storia, trad. Vera Verdiani, Mi (...)
  • 20 Ibidem, p. 53.

4Nella letteratura la narrazione della storia trova una modalità altra di mediazione dei fatti rispetto a quella del puro resoconto di dati ed eventi, seppure dobbiamo ricordare, come osservato da Luciano Canfora, che « la narrativa […] è essa stessa fonte storica: per certe epoche assai più significativa dello stesso racconto storiografico18 ». Come la storia, anche la letteratura risponde al dovere della memoria, ponendo l’accento sulla sua necessità, ma prima di tutto facendosi essa stessa memoria, anche laddove, a volte, la Storia ufficiale pare trovare dei limiti; uno sguardo, quello della Storia, che riguarda di solito eventi politici, economici e sociali e che lascia « l’uomo che ha vissuto e sperimentato la storia sulla propria pelle » dubitare « che l’oggetto degli studi del[lo] […] storico possa ridursi ai cosiddetti fatti nudi e crudi19 ». « [Q]uest’uomo malmenato dalla storia, sottoposto alle sue prove spietate e costretto alle scelte più crudeli e radicali », scrive Kapuściński, « sa come sia importante, anzi più importante di tutto, il contesto in cui un fatto nasce e si compie, e come proprio quel contesto sia il dato più difficile da tramandare agli altri, oltre che, per gli altri, il più difficile da capire20 ». Soffermarsi sulle circostanze, sull’ambiente, nel modo più attento e preciso possibile, non tralasciando anche aree di probabile squilibrio, serve a comprendere correttamente la logica dei fatti, ma anche a decostruire quanto celebrato da stereotipi e miti perpetuati per lungo tempo nell’immaginario collettivo.

  • 21 Claudio Milanesi, art. cit., p. 277.
  • 22 Paolo Soldini, « Il sonno della memoria genera mostri », strisciarossa, 14 ottobre 2017, https:// (...)
  • 23 Si rimanda qui, ad es., ai contributi citati di Giorgio Rochat; Anthony Mockler, Il mito dell’imp (...)
  • 24 Giulietta Stefani, « Coloniali. Uomini italiani in Africa da Flaiano a Lucarelli », Zapruder, 201 (...)
  • 25 Angelo Del Boca, Italiani brava gente?, op. cit., cap. 3. Cfr. poi Angelo Del Boca, « Faschismus (...)
  • 26 Eugenio Finzi cit. in Angelo Del Boca, « I crimini del colonialismo fascista », art. cit., p. 233 (...)
  • 27 Alessandro Leogrande, La frontiera, Milano, Feltrinelli, 2015, p. 85.
  • 28 Franco Manai, « Il colonialismo italiano di Ennio Flaiano, Luciano Marrocu e Carlo Lucarelli », N (...)
  • 29 Ciro Poggiali, Diario AOI 15 giugno 1936-4 ottobre 1937, Milano, Longanesi, 1971, p. 182.
  • 30 Telegramma di Benito Mussolini a Rodolfo Graziani. 20 febbraio 1937, riprod. in Angelo Del Boca, (...)

5Nella letteratura italiana, nota Milanesi, « l’immaginario coloniale […] riemer[ge] in modo massiccio nel romanzo […] degli anni Zero », facendo capolino non da ultimo nell’opera di autori come Enrico Brizzi, Carlo Lucarelli, Marcello Fois21, ossia di scrittori che non hanno per forza una storia legata alle colonie o alla scrittura postcoloniale. In Italia, lo si è già ricordato, una prima narrazione del crimine postcoloniale si delinea dapprima grazie agli studi di « una parte, minoritaria, della storiografia22 »; di storici che forniscono risposte e rendono ragione sulla base di ricerche di archivio a nodi cruciali del colonialismo, a quel “museo degli orrori” il quale, rivelato, restituisce un ribaltamento del binomio “civiltà/barbarie” con il quale l’Italia, così come altri Paesi europei, ha guardato l’Altro da sé come contraltare negativo per modellare in positivo la propria fisionomia23; una storia raccontata ancora oggi spesso in modo tentennante o contradditorio di « una società coloniale » che rimane « teatro di delitti impuniti, di traffici loschi, di libero sfogo degli istinti […], un po’ uno “sgabuzzino delle porcherie” degli italiani, per dirla con Flaiano24 ». Il campo di Nocra25 o, meglio, l’inferno di Nocra nella Colonia eritrea, campo di sterminio, in cui « [i] detenuti, coperti di piaghe e di insetti, muoiono lentamente di fame, scorbuto, di altre malattie » senza che ci sia « un medico per curarli26 » e dove « furono rinchiusi prigionieri comuni, ascari da punire, detenuti politici, oppositori e, dopo l’inizio della campagna d’Etiopia nel 1935, ufficiali e funzionari dell’impero di Hailé Selassié, perfino preti e monaci27 », ne è un esempio: una storia di oppressione e di crudeltà, e prima di tutto di responsabilità, sulla quale « non c’è possibilità di equivoco su che cosa significhi28 ». Come non c’è ammissibilità di dubbio sul dovere della memoria di fronte ad eventi come l’eccidio di Debra Libanos, sinonimo di « scempio […] contro […] gente ignara ed innocente », e a tutti gli altri « [e]pisodi orripilanti di violenze inutili29 » che realizzano il sogno perverso di Mussolini, ovvero « quel radicale repulisti assolutamente […] necessario nello Scioà30 ».

« Voi conoscerete la verità, e la verità vi renderà folli »

  • 31 Luciano Marrocu, Debrà Libanòs, Nuoro, Il Maestrale, 2002. D’ora in poi abbreviato con la sigla D (...)
  • 32 Stefano Magni, « Memoria storica e postcolonialismo. Il caso italiano » [Compte rendu sur Martine (...)
  • 33 Franco Manai, art. cit., p. 329.
  • 34 DL, p. 65.
  • 35 Il riferimento è qui al romanzo Heart of Darkness, pubblicato da Conrad dapprima in tre puntate n (...)
  • 36 DL, p. 330.
  • 37 Giuliana Pias, « La ricostruzione del colonialismo italiano tra metafora e storia nel romanzo Deb (...)
  • 38 Ibidem, p. 345.

6Tra i testi narrativi che si occupano del massacro non può non essere menzionato Debrà Libanòs di Luciano Marrocu che31, « [s]ulla scorta della sua solida esperienza di storico dell’età contemporanea, prima ancora che di romanziere32 », fa ricorso al documento come base da cui partire per la costruzione dell’ambientazione in cui inserire la trama, ossia le indagini sull’assassinio del tenente Duilio Bellassai condotte da due agenti dell’OVRA, che vengono inviati da Roma sul luogo del delitto. L’omicidio costituisce tuttavia solo il pretesto di ciò che avanza come nucleo narrativo vero e proprio, ovvero « l’infame episodio […] [di Debra Libanos], […] grumo centrale di un’infezione che si irradia su tutte le membra del corpo sociale circostante e che, alla fine contagerà gli stessi eroi investigatori33 »; un’infamia, di cui si macchia primo fra tutti lo stesso tenente scomparso, al servizio di Graziani e, come lui, assassino sanguinario, « diavolo » che si aggira « tra i fucilati » ed è pronto a « finirli con un colpo di pistola alla testa34 ». Come Conrad35, anche Marrocu pone il suo lettore davanti a un’avventura coloniale marchiata dal buio delle aporie e dei fantasmi dell’Impero, di quella « civile e raffinata Europa [che aveva organizzato e stava] organizza[ndo] con freddo raziocinio lo sfruttamento senza scrupoli di un continente senza difese36 ». L’ambiente coloniale, così come i torbidi mezzi di affermazione in terra africana non vengono taciuti in Marrocu, dove è una lettera anonima a svelare ai due commissari la cruda realtà dei fatti e a parlare della personalità del tenente Bellassai, sul cui profilo il lettore è stato già informato. Eppure « l’inchiesta, pur facendo luce sui fatti, non giunge a identificarne le cause », come sottolinea Giuliana Pias37, che osserva come sia proprio in questa « impossibilità di giungere a una piena intelligibilità dei fatti » che si debba riconoscere « la cifra dell’intera vicenda politica italiana in Africa38 ».

  • 39 DL, p. 52 e sq.
  • 40 Ibidem, p. 62.
  • 41 Ibidem, p. 63.
  • 42 Giuliana Pias, art. cit., p. 346.
  • 43 Ibidem, p. 350.
  • 44 Gayatri Ch. Spivak, « Can the Subaltern Speak? », in Cary Nelson, Lawrence Grossberg, a cura di, (...)
  • 45 DL, p. 71.
  • 46 Antonella Randazzo, L’Africa del Duce. I crimini fascisti in Africa, Varese, Ed. Arterigere, 2008 (...)
  • 47 Angelo Del Boca, voce « GRAZIANI, Rodolfo », in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 58, 20 (...)

7Quale significato abbia nello specifico la lettera recapitata per il mosaico probatorio39 (espediente narrativo di grande efficacia, in quanto motore che segna una svolta nell’indagine condotta) e, con lei, la veggente che ivi viene nominata, viene svelato nel momento dell’incontro tra quest’ultima e i due investigatori; un incontro che avviene tra fumi di incenso, giochi di luci e ombre e colpi di tamburo che danno « ritmo al canto di un gruppo di donne in piedi attorno alla vecchia seduta su una sorta di trono di fango secco40 » e si mischiano a « un ritmico battito di mani41 », e alla voce della medium che veicola con il suo racconto la realtà della carneficina. La danza, che percorre i corpi delle presenti, taglia lo spazio e il tempo; è simile alla danza dei dervisci, danza di estasi mistica e disvelamento spirituale, ed è momento precedente la parola, necessario alla narrazione, in cui si precisano « le modalità della macabra violenza fatta subire agli africani42 »; atti di prepotenza che vengono raccontati dalla veggente, la quale offre a chi la ascolta la storia di chi, « oggetto da conquistare e da civilizzare43 », è stato vittima. Dare voce all’altro è narrare l’evento, introdurre quello che è stato estromesso e si è escluso dalla Storia, presentare i fatti dalla prospettiva non di chi ha inflitto, ma da chi ha subito la violenza in un discorso di revisione che mira alle fondamenta la preminenza egemonica dell’Occidente o quello che Spivak chiama uno sguardo esclusivamente a dimensione eurocentrica44. Testimonianza e racconto si interpongono in Marrocu dialogando e integrandosi l’una con l’altro: tra i documenti, Marrocu sceglie di riportare i due telegrammi di Graziani al Ministro dell’Africa italiana, inviati rispettivamente in data 21 e 27 maggio 1937, in cui si dà notizia della fucilazione avvenuta nei pressi della cittadina conventuale, informazioni che, tuttavia, collidono con quanto comunicato dalla medium. Il tutto, inoltre, trapela come un massacro dai plurimi risvolti, in cui ad assumere un ruolo è altresì un cambiamento che colpirà direttamente il generale Viceré45. Di quest’ultimo, personaggio spietato, che già durante gli anni in Cirenaica e in Tripolitania si era guadagnato la nomea di « macellaio degli arabi46 », Marrocu presenta non a caso il sentore della di lì a poco eseguita destituzione, scandagliando significativi tratti della sua psicologia tra ansie e fobie47.

  • 48 DL, p. 147-148. Sul clima di generale assoluzione in Italia cfr. Angelo Del Boca, « Il colonialis (...)
  • 49 DL, p. 141.
  • 50 Giuliana Pias, art. cit., p. 351. Per la cit. nella cit. si veda Marina De Chiara, Il sud del mon (...)
  • 51 Giuliana Pias, art. cit., p. 345.
  • 52 Franco Manai, art. cit., p. 329.
  • 53 DL, p. 148.
  • 54 Ibidem, p. 153.
  • 55 Ibidem, p. 153.

8Nelle pagine, l’estrema crudeltà mostrata nei confronti delle vittime di Debra Libanos è sottolineata e ribadita in immagini tra loro correlate che demistificano, incrinandolo in maniera assoluta, il celebre mito di “Italiani brava gente”, che per molti anni ha annacquato (e ancora oggi troppo spesso annacqua) le responsabilità storiche della Nazione. In effetti, in seguito all’eccidio, la censura si pone, alla pari di altri casi, a vantaggio degli assassini, come mostra anche l’autore laddove ritrae un giudice che, chiamato nel novembre del 1946 (quindi nove anni dopo la carneficina dei monaci) ad ascoltare uno dei due poliziotti coinvolti nell’indagine in « un processo di epurazione » che coinvolge « alcuni dirigenti del Ministero dell’Interno », davanti al nome Debra Libanos si irrigidisce « sulla sedia » scartando a priori ogni possibilità che la vicenda del tenente abbia a che fare con quel massacro48. Poche pagine prima, quasi per preparare la scena, Marrocu ha presentato al lettore Sarah Dirasse, ragazza d’origine etiope che, davanti ai due commissari, dice: « voi [italiani] siete i padroni e siete voi a decidere chi è il colpevole49 », riconoscendo quindi una precisa costruzione di discorso relativamente al passato coloniale. Analoga a quella della veggente, anche la figura di questa giovane donna è voce che racconta e, narrando, rivela, contribuendo così alla costruzione di « uno spazio discorsivo in cui finalmente “l’altro […] [può] esistere […] [e] manifestarsi, […] [può] rispondere”50 ». Insieme all’omicidio su cui si indaga, le pagine ricostruiscono ambienti concreti, sebbene in Marrocu « [l]a realtà coloniale » sia spazio « in cui determinati caratteri dell’identità politica italiana assumono una dimensione iperbolica, caricaturale, a momenti grottesca, divenendo proprio per questo emblematici del rapporto che storicamente il potere politico italiano – e in parte quello giudiziario – ha intrattenuto con la società51 ». L’ambiente della colonia viene dipinto come « un piccolo mondo chiuso e come inselvatichito, abitato da corruzione, frivolezze e privilegio52 », una realtà crudele e depravata, di cui Bellassai è incarnazione prima. Dopo le pagine sull’inchiesta che lo riguarda, pagine che costituiscono la parte di narrazione da romanzo poliziesco vera e propria, il racconto di ciò che è avvenuto continua in forma di diario, nello specifico del diario africano che l’ispettore Serra lascia in mano al giudice « a futura memoria53 ». Si tratta di una scrittura che si riduce a poche pagine, fogli che riguardano i giorni dal 3 al 20 ottobre 1937, con due passaggi che fungono da resoconto non solo di quanto concretamente accaduto, ma dell’agire folle del colonialismo italiano: « Debrà Libanòs è il prodotto di un modo di stare in Abissinia che è quello di Graziani54 », un massacro che è « una strage degli innocenti55 ».

« Ci hanno insegnato a pregare con gli occhi chiusi56 »

  • 56 Jomo Kenyatta, cit. in Rolf Hochhuth, The Deputy, New York, Grove Press, 1964, p. 144.
  • 57 Giuliana Pias, art. cit., p. 352. Giuliana Pias parla di un « noir storico che fa delle ricerche (...)
  • 58 Franco Manai, art. cit., p. 330.
  • 59 Marco Consentino, Domenico Dodaro, Luigi Panella, I fantasmi dell’Impero, Palermo, Sellerio, 2017 (...)
  • 60 FdI, Terza di copertina.
  • 61 Tra i mezzi citati « la narrazione immaginaria assieme al documento, le lettere e i telegrammi, i (...)
  • 62 Ibidem, p. 543 [« Nota »].
  • 63 Anonimo, « “I fantasmi dell’Impero”, il “Cuore di tenebra” italiano », 25 aprile 2023, https://ww (...)
  • 64 Consentino, si legge in terza di copertina, è esperto di relazioni istituzionali, mentre Dodaro e (...)
  • 65 FdI, p. 543 [« Nota »].
  • 66 Valeria Deplano, Recensione a « Marco Cosentino, Domenico Dodaro, Luigi Panella, I fantasmi dell’ (...)

9« Racconto che si può leggere come romanzo storico, come romanzo giallo, ma anche come documento capace di testimoniare, di rievocare e di proporre un’altra lettura della storia57 » (e molto di più), la narrazione di Marrocu non è tuttavia l’unica a riprendere i fili di questo capitolo atroce della storia coloniale italiana, sintomo di un’« irreparabile incrinatura morale58 ». Con lei ci sono romanzi come I fantasmi dell’Impero della triade Consentino, Dodaro, Panella e Quando le stelle caddero nel fiume di Comentale59, usciti rispettivamente nel 2017 e nel 2018. Al centro di entrambi anche qui un’inchiesta: nel primo, quella guidata da Vincenzo Bernardi, magistrato militare, costretto a « entra[re] nel cuore di tenebra del colonialismo italiano; […] [e a] conosce[rne] gli orrori, le bassezze, il conflitto sotterraneo che oppone la milizia fascista agli ufficiali dell’esercito60 »; nel secondo, lo scandaglio dei fatti relativi alla scomparsa di un tenente attraverso l’interrogatorio al maresciallo marconista Paolo M. Se il massacro di Debra Libanos entra però solo in parte nelle pagine di Consentino, Dodaro, Panella, opera che racchiude « un miscuglio di finzione e storia che usa tutti i mezzi letterari disponibili61 », in Comentale esso diventa vero e proprio scheletro della narrazione. Come in Marrocu, anche I fantasmi dell’Impero poggia sul documento, su atti che « contengono molte contraddizioni62 »; fogli di una « storia dimenticata di un’indagine svolta in Etiopia », che Panella, « funzionario della Camera, rivela agli amici di aver scovato […] [tra le] carte di quello che fu il ministero dell’Africa italiana63 ». Siamo dunque di fronte a una vicenda reale che, come si legge nella « Nota » posta in chiusura, porta i tre autori, che per professione non hanno nulla a che fare con la letteratura64, a sfidare se stessi e a riflettere sulla Storia tra « ricostruzione, fantasia e rielaborazione65 », agendo « nel processo di elaborazione e diffusione di una memoria coloniale più problematica e articolata » rispetto a quella che spesso è stata tramandata66.

  • 67 Antonio D’Orrico, « Etiopia ribelle, missione agli inferi. Ecco il “Cuore di tenebra” all’italian (...)
  • 68 FdI, p. 543-544 [« Nota »].
  • 69 Ibidem, p. 544.

10Per la ricostruzione dell’epoca Consentino, Dodaro, Panella procedono in modo acribico, con un’attenzione filologica « quasi viscontiana », elemento che contribuisce a far diventare il testo « un romanzo concreto, storico, addirittura più vero del vero nella parte di pura fantasia, di libera invenzione67 ». Nella « Nota » già citata, gli autori affermano: « I protagonisti hanno volti e nomi autentici […] o sono ispirati a personaggi reali […], o sono presi in prestito da vite vere, estranee ai fatti ma coeve […]68 ». Ricostruite con rigore storico sono poi « le operazioni politiche e militari, i ruoli e le gerarchie […] [, così come] i campi di battaglia […]. [Q]uasi tutti autentici sono [poi, tra l’altro,] i numerosissimi telegrammi, lettere ed estratti di relazioni […] », mentre tutto ciò che « riguarda il complotto attribuito a Badoglio » è ipotesi, sebbene quest’ultima sia in linea con il dato fattuale69. Ordini impartiti, plotoni di esecuzione, corpi nudi e mutilati e, insieme a loro, l’odore della morte si susseguono in Consentino, Dodaro, Panella come le pagine di una tragica partitura, pagine in cui il crimine coloniale sottratto alla Storia, quel fare “terra bruciata” voluto da Graziani, diventa tautologia.

11Come si è già fatto presente, nell’opera, una vera e propria detective-story, frutto del lavoro di un collettivo sui generis, l’ombra dei fatti svoltisi nei pressi della cittadina conventuale, trova solo uno spazio ridotto; brevi cenni, che tuttavia bastano da se soli, per dare un’idea delle crudeltà compiute in territorio etiope, e che si sommano ad altri scempi, tessendo l’elogio della follia.

« Ed è lì tutta l’ambiguità della storia coloniale, nel sorriso di un carnefice efficiente di 28 anni70 »

  • 70 Frase tratta dal seguente articolo Igiaba Scego, « I libri che smontano il mito del colonialismo (...)
  • 71 Angelo Del Boca, « Il colonialismo italiano tra miti, rimozioni, negazioni e inadempienze », art. (...)

12Che la letteratura si faccia sempre più veicolo di testimonianza del passato coloniale o, meglio, di quella parte di esso ufficialmente tralasciata, lo prova anche Quando le stelle caddero nel fiume di Paolo Comentale, testo che, anch’esso, invita il lettore a prendere le distanze « [dal]la persistente lettura in chiave apologetica delle imprese africane71 ».

  • 72 QlScnF, p. 36.
  • 73 Ibidem, p. 55.
  • 74 Ibidem, p. 60.
  • 75 Ibidem, p. 63.

13Nel prologo, Comentale, drammaturgo, regista e giornalista pubblicista per il quotidiano Gazzetta del Mezzogiorno, fornisce in breve il contesto storico in cui si muove il narrato che si dipana nella serie di domande fatte al giovane protagonista per risolvere il caso della scomparsa del tenente Mainelli avvenuta nei giorni del massacro di Debra Libanos e, in successione, nella corrispondente ricostruzione degli eventi con flashback sul passato di Paolo M., la cui quieta e ordinata esistenza viene sconvolta a pochi mesi dalla laurea dal richiamo al fronte. Sullo sfondo, la barbarie operata dagli italiani con passaggi che trasudano dei misfatti compiuti e della retorica roboante del regime, fatta di slogan e di richiami al valore, alla patria e all’obbedienza. In Comentale, insieme al riferimento alla pesante sconfitta di Adua, punto di svolta nella politica estera italiana, trova spazio quello alla smodata “sete di giustizia” post-evento: momento culminante e decisivo della guerra italo-etiope del 1895-1896 e motore centrale in epoca fascista per le ambizioni coloniali italiane sul Corno d’Africa, Adua richiama un “crimine” che segna la storia coloniale perpetuandosi con altri crimini in una catena che non sembra avere mai fine. Di questi il protagonista, anche qui voce individuale che si alterna alla voce ufficiale della Storia, è testimone diretto dei fatti, anticipati in Comentale da precisi segni premonitori. Prima la figura di un monaco condannato a morte, ucciso al centro della piazza con un colpo di fucile alla nuca72, poi il branco compatto di cormorani avvistato lungo il percorso in direzione del convento di Debra Libanos, uccelli dalle « ali nere » e dal « becco scuro del colore del sangue rappreso73 », preparano il momento del tremendo martirio; un gioco di rifrazioni e contro-rifrazioni che, grazie a un linguaggio diretto e a puntuali accelerazioni verbali, rende noto il celato di un « Regime [che] sapeva essere spietato quando voleva » con un « Cesare di cartapesta su piedistallo di cartone [che] si poteva trasformare, quando voleva, in un tiranno sanguinario74 ». In questa ultima veste, ossia quella di “spietato despota”, farà la sua comparsa a Debra Libanos, dove le truppe coloniali italiane saranno accolte non da monaci armati e pronti al delitto, ma da religiosi in preghiera. Nel narrato Comentale potenzia le percezioni sensoriali. Come i giochi di luci e ombre restituiscono atmosfere che esaltano la sacralità del luogo, spazio di pace e di raccoglimento, al cui interno è possibile contemplare « pitture mirabili75 », così fanno anche i suoni e i profumi della liturgia; eppure della sancita inviolabilità poco rimane. La prosa, scandita in parte da pause che riconsegnano la tranquillità del luogo, in parte da passi di una danza macabra che è trionfo della morte, distruzione dell’umano, culmina, in chiusa, nel ritratto di un cielo senza più stelle:

  • 76 Ibidem, p. 113. Cfr. l’epigrafe al Prologo, ibidem, p. 9. Sul significato della scelta fatta per (...)

Avevano ucciso degli uomini buoni e non era giusto. La natura dette un segno.
Quella notte le stelle caddero nel fiume.
I falchi provarono a salvare in volo il salto dei monaci nel vuoto ma non ci riuscirono, le scimmie provarono a curare i monaci caduti ma l’altezza era troppa.
Fu allora che le stelle caddero nel fiume e il fiume restò in luce per tre giorni.
Quella notte solo le stelle fecero quello che era giusto fare, caddero sulla terra per illuminare.
Non riuscirono i falchi a salvare i monaci eppure erano così alti e possenti nel volo, non riuscirono le scimmie a trovare il pane per tutti, non riuscirono i fucili a non sparare, non riuscirono i camion a fermarsi e a rifiutarsi di andare avanti. Quella notte solo le stelle non rimasero a guardare76.

  • 77 Egidio Pani, « Quando le stelle cadono nel fiume della Storia. Il nuovo romanzo di Paolo Comental (...)
  • 78 Ibidem, p. 18.
  • 79 QlScnF, p. 99.
  • 80 Ibidem, p. 100.

14Chi è testimone del massacro non è tuttavia solo l’interrogato, ma anche il tenente Mainelli. Di lui, uomo tra gli uomini, ma uomo diverso dagli altri uomini, poeta e artista che aveva documentato fino alla sua scomparsa i luoghi esperiti attraverso la sua penna, rimane, insieme al paio di stivali abbandonati davanti al convento (segno del suo profondo rispetto di fronte al luogo), solo una cartelletta con dentro carte che « [c]ontengono emozioni, impressioni, passioni, rimpianti » e dove non si trovano « risposte per le domande, fredde e burocratiche, del Federale77 ». Si pensa che sia stato ucciso dai “barbari”, e invece è il fiume stesso, teatro e testimone della mattanza, lo spazio che accoglie il suo corpo di uomo, di « anima nobile attenta alla natura, alla bellezza del creato78 »: un corpo nudo. Un corso d’acqua, quello descritto da Comentale, che è ancora prima dell’eccidio « del colore del ferro79 » e che “salva” in un abbraccio di morte colui che prova a fermare il tutto: « Prima lentamente poi sempre più rapido, veloce, sicuro. Restò nudo sotto la pioggia mentre già crepitavano le prime scariche di mitraglia. D’istinto si buttò nel fiume. L’acqua limacciosa lo sentì e lo abbracciò80 ».

  • 81 Ibidem, p. 64.
  • 82 Ibidem, p. 91.
  • 83 Ibidem, p. 109.
  • 84 Ibidem, p. 91.
  • 85 Rosario M. Atria, « Memoria coloniale e letteratura: l’eccidio di Debre Libanos », 1 marzo 2020, (...)
  • 86 QlScnF, p. 24.
  • 87 Ibidem, p. 14.
  • 88 Rosario M. Atria, art. cit.
  • 89 QlScnF, p. 58-59.
  • 90 Ibidem, p. 82.
  • 91 Ennio Flaiano, Soltanto le parole. Lettere di e a Ennio Flaiano (1933-1972), Firenze, Bemporad, 1 (...)

15« [F]ebbre di gloria, febbre di potenza, febbre di conquista!81 », si legge in una delle pagine, e di fronte a questa il tragico destino del tenente, incaricato di tenere il comando della pattuglia. « Doveva, poteva, voleva evitarlo. Forse poteva ancora parlare con il capitano, provare a sospendere, forse, a rimandare tutto. […] Poteva farcela. Aveva sempre nutrito una fiducia contagiosa nella possibilità dell’uomo a cambiare il mondo82. » Come punto di raccordo ritorna in mente un fermo immagine del passo in cui il giovane maresciallo marconista Paolo M. viene fotografato in partenza per l’Africa: lì un gruppo di bambini magri e rachitici, tuffatisi nell’acqua sporca del porto di Messina per raccogliere i pacchetti di sigarette gettati in mare, venivano definiti come « poveri soldatini costretti a fare la guerra con le spadine di latta in un esercito fatto con le scarpe di cartone83 ». Acque torbide, sia queste, sia quelle del fiume teatro della strage, acque come quelle dell’Inferno dantesco che, in Comentale, viene esplicitamente citato tra le letture del giovane interrogato. E in un passo non ci si può non soffermare sulla schiera di soldati pronti a fucilare i monaci, uomini che fanno parte, come « [l]a fila dei camion » addetti al trasporto nel luogo del massacro, di « una grande macchina, una macchina fatta di tanti piccoli ingranaggi che sembrava perfetta84 »; una macchina che il tenente Mainelli cerca di interrompere nel suo barbaro e irreversibile corso. Si tratta di un meccanismo che Comentale dipinge spingendo il lettore a « visualizzare l’azione, a mettersi in qualche modo anche lui in colonna prendendo parte alla spedizione85 ». Il maresciallo marconista ricostruisce i fatti ricucendo i fili della memoria, guardando a sé e interrogandosi sugli eventi, « come in un sogno doloroso e scomposto, un incubo che non riesci a ricordare se non a pezzi e a bocconi86 » e che « la lingua non può descrivere, le parole non possono raccontare e gli uomini non riusciranno a credere, mai87 »; una memoria dapprima bloccata, intrappolata in se stessa, incrinata nel trauma, eppure che si lascia pian piano sbrogliare in un crescendo sempre più nitido e definito, fino a quando « le parole iniziano a sgorgare senza paura » e « l’azione » diventa « persino semplice da riferire nella sua linearità88 » con la « lunga corsa sull’altipiano », la « tortuosa pista rossa », la « breve sosta in un campo di grano prima […] [e] un enorme campo di sangue dopo89 ». Oltre al rosso, un colore già emerso nel corso della narrazione, entra di nuovo in scena il tema della memoria, su cui Comentale si era già soffermato laddove aveva presentato al lettore Paolo M., allora ancora giovane studente, ripetere la tavola periodica e le dieci bolge dell’Inferno di Dante, ma anche ritornare con il pensiero al padre, alla madre, allo zio e alle parole da loro pronunciate all’arrivo della cartolina precetto per l’Africa: « Se andrai sull’altopiano non troverai la malaria! La malaria non colpisce a grandi altezze perché le zanzare non vivono così in alto90. » Ma anche Paolo M. si ammalerà, come il protagonista di Flaiano. Nell’Africa di Flaiano il corpo del tenente protagonista mostra delle piaghe, che sono segno visibile del morbo, marchio « di un male più sottile e invincibile ancora, quello che ci procuriamo quando l’esperienza ci porta cioè a scoprire quello che noi siamo veramente91 ».

  • 92 Egidio Pani, art. cit., p. 18.

16Continua a scorrere il fiume, così come continua a scorrere la Storia, che porta con sé e riporta a riva le tracce di chi l’ha percorsa da “vincitore” o da “vinto”, preziosi resti, che permettono di riflettere su ciò che è stato. In fondo, « [i] sipari non si chiudono mai del tutto92 ».

Conclusione

17Solo quando una storia viene raccontata, essa può essere anche riflettuta. I tre testi presentati in questo contributo sottolineano l’impegno della letteratura nella trasmissione di una memoria coloniale priva di omissioni o censure. I silenzi sulle responsabilità coloniali sono un dato di fatto per il contesto italiano, per il quale è stato più importante investire su una memoria elogiativa delle azioni compiute al di là del Mediterraneo; un’opera di civiltà, riassunta nel mito “Italiani brava gente” e dipinta alla stregua di un’avventura, dietro alla quale si sono nascosti plurimi massacri, violenze, campi di concentramento e altri orrori, e su cui ancora molto deve essere detto. Con Tempo di uccidere di Flaiano il castello di cartapesta eretto intorno al passato italiano in Africa comincia a vacillare, perdendo la sua completa solidità poco più di un decennio dopo, quando una parte della ricerca storiografica, recuperate fonti d’archivio rimaste fino ad allora di difficile accesso, è capace di decostruire un certo tipo di narrazione, delegittimando finzioni e manipolazioni, ossia rendendo conto del “sistema” di colpe e responsabilità, e del trauma fisico e psichico che il colonialismo ha significato.

  • 93 Igiaba Scego, art. cit.
  • 94 Claudio Milanesi, art. cit., p. 275.

18Studiare ogni possibile tassello per costruire l’insieme, per capire, per fugare dubbi e spazzare via ombre che hanno cancellato parti della memoria, è quello che fanno anche gli autori qui presentati che, per le loro narrazioni, si riallacciano al racconto indagine, una formula che permette di seguire tracce, formulare ipotesi, cogliere anomalie o incongruenze, ossia di sottolineare quell’acutezza dello sguardo che è necessaria, altresì allo storico, per penetrare e comprendere anche i più piccoli particolari e sfumature. Uno sguardo che, nel caso di Marroncu, è pronto a rivolgersi e a dare voce al “subalterno”, a lasciarlo parlare e ascoltare le sue rivendicazioni, e che testimonia, come quello della triade Consentino, Dodaro, Panella e quello di Comentale, la « voglia di colmare un vuoto in una storiografia nazionale che sta ancora combattendo con gli stereotipi creati allora93 » e come lo spazio coloniale cerchi in letteratura sempre nuovi percorsi. E, non da ultimo, come la letteratura opponga resistenza, non esulando dallo scendere negli inferi del reale, contribuendo così a quella « produzione narrativa sempre più imponente che sposa […] il punto di vista “ipocalittico94” », ossia di chi è stato schiacciato dalla storia e dalla violenza di un potere assetato di egoismo e di gratuita prevaricazione.

  • 95 Rip. in Antonello Carvigiani, « Etiopia, la strage dei cristiani », 21 maggio 2016, https://www.a (...)
  • 96 In occasione della presentazione del libro di Paolo Borruso, Debre Libanos 1937. Il più grave cri (...)
  • 97 Lucio Brunelli, « Com’è difficile chiedere scusa. Debre Libanos 1937, strage italiana », Avvenire(...)
  • 98 Francesco Troccoli, « La strage di Debra Libanòs e gli altri crimini dei “bravi italiani” », Micr (...)

19Nel 2016, Antonello Carvigiani riporta nel documentario da lui realizzato su Debra Libanos la testimonianza di Aro Zewewde Geberu, l’ultimo sopravvissuto alla strage95. Sull’eccidio si esprime quattro anni dopo il Ministro della Difesa Lorenzo Guerini, che sottolinea l’importanza di riconoscere la carneficina compiuta « dall’Italia fascista, che non ha mai avuto una vera eco […]96 ». Il 21 maggio 2017 un comunicato apparso sul sito del Ministero della Difesa annuncia intanto la costituzione di « un gruppo di lavoro composto da studiosi, militari ed esperti finalizzato ad un approfondimento storico della vicenda. Per non dimenticare97 ». Mentre la rivista MicroMega dedica nel maggio 2023 un articolo alla strage, un altro contributo sottolinea come il Governo italiano in carica, nella persona della premier Giorgia Meloni, in una recente missione diplomatica in Etiopia e in Somalia, abbia puntato esclusivamente su « accordi di cooperazione », dimenticando la storia del periodo coloniale98. Davanti a questo silenzio stridente e profondamente imbarazzante, un silenzio denso di omissioni volute, di assenze, ci sono voci che parlano e che raccontano ciò che è stato; voci che la letteratura raccoglie facendosi delle stesse portavoce.

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Notes

1 Alberto Quattrocolo, « Il massacro fascista dei cristiani etiopici a Debra Libanos », 21 maggio 2019, https://www.me-dia-re.it/il-massacro-fascista-dei-cristiani-etiopici-a-debra-libanos/ consultato il 12 febbraio 2023.

2 Angelo Del Boca, Italiani brava gente? Un mito duro a morire, Vicenza, Neri Pozza Editore, 2010 [2005], p. 228.

3 Federica Saini Fasanotti, Etiopia 1936-1940. Le operazioni di polizia coloniale nelle fonti dell’esercito italiano, Roma, USSME, 2010, p. 219.

4 Ian L. Campbell, Degife Gabre-Tsadik, « La repressione fascista in Etiopia: la ricostruzione del massacro di Debra Libanòs », Studi piacentini, n° 21, 1997, p. 79-128.

5 Ibidem, p. 111.

6 Del Boca parlerà di una scorreria come quelle di Attila, dove poco, se non nulla, rimarrà intatto. A. Del Boca, op. cit., p. 225.

7 Anonimo, « Tv2000. Massacro di Debre Libanos, nuove foto inedite », Avvenire, 3 luglio 2020, https://www.avvenire.it/multimedia/pagine/massacro-cristiani-debre-libanos-etiopia-6-foto-inedite consultato il 12 febbraio 2023.

8 David R. Buxton, Travels in Ethiopia, London, Lindsay Drummond Ltd., 1949, p. 72.

9 Sul processo a Graziani cfr. Zara O. Algardi, Processi ai fascisti, Firenze, Parenti, 1958, p. 125‑181.

10 Ian Campbell, Il massacro di Addis Abeba. Una vergogna italiana, trad. it. di M. Cesa e N. Pomilio, Milano, Rizzoli, 2018, p. 480.

11 Anonimo, « Il maresciallo d’Italia che non fu eroe », la Repubblica, 3 maggio 1985, https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1985/05/03/il-maresciallo-italia-che-non-fu.html consultato il 12 febbraio 2023.

12 Voce « Rodolfo Graziani » (20 agosto 2010, agg. il 9 febbraio 2016), https://www.anpi.it/storia/7/rodolfo-graziani consultato il 12 febbraio 2023.

13 Anonimo, « Il maresciallo d’Italia che non fu eroe », cit. Si ricordi che la ferocia aveva segnato già il passaggio di Graziani in Cirenaica nel 1931 quando lo stesso aveva dato ordine di deportare l’« intera popolazione dell’altipiano del Gebel ad Akhdar, accusata di fornire assistenza ai ribelli ». Comandante Lupo (pseud.), « Rodolfo Graziani criminale di guerra », 8 novembre 2017, https://storiedimenticate.wordpress.com/2017/11/08/rodolfo-graziani-criminale-di-guerra/ consultato il 12 febbraio 2023.

14 Cfr., tra gli altri, Gianni Ferraro, a cura di, Scienza e disarmo, present. di C. Schaerf, Bari, Dedalo, 1980.

15 Tra gli altri, Angelo Del Boca, La guerra d’Abissinia, 1935-1941, Milano, Feltrinelli, 1965; Angelo Del Boca, L’Africa nella coscienza degli italiani. Miti, memorie, errori, sconfitte, Roma/Bari, Laterza, 1992, p.  111-127; Angelo Del Boca, I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d’Etiopia, pref. di N. Labanca, Roma, Ed. Riuniti, 1996 (con contributi anche di Rochat, Pedriali e Gentili); Giorgio Rochat, Il colonialismo italiano, Torino, Loescher, 1973; Giorgio Rochat, « L’attentato a Graziani e la repressione italiana in Etiopia nel 1936-37 », Italia contemporanea, n° 27/118, 1975, p. 3-38; Giorgio Rochat, « L’impiego dei gas nella guerra d’Etiopia, 1935-1936 », Rivista di Storia Contemporanea, n° 1, 1988, p. 74-109; Giorgio Rochat, Guerre italiane in Libia e in Etiopia. Studi militari 1921-1939, Paese (Treviso), Pagus, 1991; Giorgio Rochat, Le guerre italiane, 1935-1943. Dall’impero d’Etiopia alla disfatta, Torino, Einaudi, 2005. Si ricordi, oltre ai citati, il contributo dato dal volume La prima guerra d’Africa di Roberto Battaglia (Torino, Einaudi, 1958).

16 Alceo Crivelli, La letteratura coloniale e postcoloniale in Italia. Dal romanzo di propaganda coloniale alle contronarrazioni postcoloniali, pref. di F. Pusterla, Milano, Meltemi, 2022, p. 93 sq., dove viene riportato altresì il giudizio di Angelo Del Boca e di Nicola Labanca (ibidem, p.  98). Angelo Del Boca, « Il colonialismo italiano tra miti, rimozioni, negazioni e inadempienze », Italia contemporanea, n° 212, 1998, p. 589-603; Nicola Labanca, Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana, Bologna, Il Mulino, 2002.

17 Claudio Milanesi, « Suggestioni postcoloniali nel new italian epic. Il caso Momodou e L’anatra all’arancia meccanica », Narrativa. Nuova serie, n° 33-34, 2012, p. 275-283, qui p. 279.

18 Luciano Canfora, « Aspetti e problemi della narrazione storica », in Giovanni De Luna, Peppino Ortoleva, Marco Revelli, Marco Tranfaglia, a cura di, Il mondo contemporaneo. Gli strumenti della ricerca storica – 2. Questioni di metodo, Firenze, La Nuova Italia, 1983, p. 861‑880, qui p. 866.

19 Ryszard Kapuściński, Lapidarium. In viaggio tra i frammenti della Storia, trad. Vera Verdiani, Milano, Feltrinelli, 1997, p. 53.

20 Ibidem, p. 53.

21 Claudio Milanesi, art. cit., p. 277.

22 Paolo Soldini, « Il sonno della memoria genera mostri », strisciarossa, 14 ottobre 2017, https://www.strisciarossa.it/il-sonno-della-memoriagenera-mostri/ consultato il 13 febbraio 2024.

23 Si rimanda qui, ad es., ai contributi citati di Giorgio Rochat; Anthony Mockler, Il mito dell’impero. Storia delle guerre italiane in Abissinia e in Etiopia, Milano, Rizzoli, 1977; Cesare Marongiu Bonaiuti, Politica e religioni nel colonialismo italiano (1882-1941), Milano, Giuffrè, 1982, in part. p. 303-314; Alberto Sbacchi, « Patrioti, martiri, eroi e banditi: appunti sull’opposizione etiopica alla dominazione italiana (1935-1940) », Storia contemporanea, n° 4-5, 1982, p. 821-875; Angelo Del Boca, « I crimini del colonialismo fascista », in Angelo Del Boca, a cura di, Le guerre coloniali del fascismo, Roma/Bari, Laterza, 1991, p. 232-255; Richard Pankhurst, « Come il popolo etiopico resistette all’occupazione e alla repressione dell’Italia fascista », in ibidem, p. 256-287; Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, 3. La caduta dell’Impero, Milano, Mondadori, 1996, p. 88-106; Nicola Labanca, op. cit., p. 199-202 e p. 415-419; Matteo Dominioni, Lo sfascio dell’impero. Gli italiani in Etiopia 1936-1941, Roma/Bari, Laterza, 2008, p. 177-183.

24 Giulietta Stefani, « Coloniali. Uomini italiani in Africa da Flaiano a Lucarelli », Zapruder, 2010, p. 41-56, qui p. 50. Cfr., inoltre, Ennio Flaiano, Tempo di uccidere, Milano, Longanesi, 1947. Si cita qui dall’ed. a cura di A. Longoni, Milano, Adelphi, 2020, p. 83.

25 Angelo Del Boca, Italiani brava gente?, op. cit., cap. 3. Cfr. poi Angelo Del Boca, « Faschismus und Kolonialismus. Der Mythos von den „anständigen Italienern“ », in Fritz-Bauer-Institut (Hg.), Völkermord und Kriegsverbrechen in der ersten Hälfte des 20. Jahrhunderts, Frankfurt a.M., Campus Verlag, 2004, p. 193-202, ecc.

26 Eugenio Finzi cit. in Angelo Del Boca, « I crimini del colonialismo fascista », art. cit., p. 233. Come si legge in Angelo Del Boca (ibidem, p. 252, n. 5) la testimonianza di Finzi è conservata in Archivio Storico Ministero dell’Africa Italiana (ASMAI), pos. 91/7, f. 87. Rapporto del comandante della R. Nave « Caprera » diretto al ministero della Marina, 28 settembre 1902.

27 Alessandro Leogrande, La frontiera, Milano, Feltrinelli, 2015, p. 85.

28 Franco Manai, « Il colonialismo italiano di Ennio Flaiano, Luciano Marrocu e Carlo Lucarelli », Narrativa. Nuova serie, n° 33-34, 2012, p. 323-331, qui p. 325.

29 Ciro Poggiali, Diario AOI 15 giugno 1936-4 ottobre 1937, Milano, Longanesi, 1971, p. 182.

30 Telegramma di Benito Mussolini a Rodolfo Graziani. 20 febbraio 1937, riprod. in Angelo Del Boca, Habib Wadaa Al-Hesnawi, Le guerre coloniali del fascismo, Roma/Bari, Laterza, 1991, p. 251. L’originale è conservato presso l’ACS, Fondo Graziani, b. 33.

31 Luciano Marrocu, Debrà Libanòs, Nuoro, Il Maestrale, 2002. D’ora in poi abbreviato con la sigla DL, seguita dalla/e pagina/e di riferimento. Per una posizione di tale opera all’interno della produzione dello scrittore cfr. Franco Manai, art. cit., p. 328 (nota 12).

32 Stefano Magni, « Memoria storica e postcolonialismo. Il caso italiano » [Compte rendu sur Martine Bovo Romœuf & Franco Manai, Memoria storica e postcolonialismo. Il caso italiano, Bruxelles, Peter Lang, 2015], in Fragments de mémoire européenne, n° 33, 2016, p. 246-249, https://journals.openedition.org/etudesromanes/5305?lang=pt consultato il 23 gennaio 2024).

33 Franco Manai, art. cit., p. 329.

34 DL, p. 65.

35 Il riferimento è qui al romanzo Heart of Darkness, pubblicato da Conrad dapprima in tre puntate nel 1899 in Blackwood’s Magazine (sui numeri di febbraio, marzo e aprile), poi nel 1902 nel volume Youth, a Narrative and Two Other Stories, Edinburgh/London, Blackwood and Sons, 1902, p. 49-182.

36 DL, p. 330.

37 Giuliana Pias, « La ricostruzione del colonialismo italiano tra metafora e storia nel romanzo Debrà Libanòs di Luciano Marrocu », Narrativa. Nuova Serie, n° 33-34, 2012, p. 343-352, qui p. 344.

38 Ibidem, p. 345.

39 DL, p. 52 e sq.

40 Ibidem, p. 62.

41 Ibidem, p. 63.

42 Giuliana Pias, art. cit., p. 346.

43 Ibidem, p. 350.

44 Gayatri Ch. Spivak, « Can the Subaltern Speak? », in Cary Nelson, Lawrence Grossberg, a cura di, Marxism and the Interpretation of Culture, Basingstoke, Macmillan, 1988, p. 271‑313.

45 DL, p. 71.

46 Antonella Randazzo, L’Africa del Duce. I crimini fascisti in Africa, Varese, Ed. Arterigere, 2008, p. 109. Cfr. anche Angelo Del Boca, Italiani brava gente?, op. cit., p. 173.

47 Angelo Del Boca, voce « GRAZIANI, Rodolfo », in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 58, 2002, https://www.treccani.it/enciclopedia/rodolfo-graziani_%28Dizionario-Biografico%29/ consultato il 14 febbraio 2023.

48 DL, p. 147-148. Sul clima di generale assoluzione in Italia cfr. Angelo Del Boca, « Il colonialismo italiano tra miti, rimozioni, negazioni e inadempienze », art. cit., p. 590-592.

49 DL, p. 141.

50 Giuliana Pias, art. cit., p. 351. Per la cit. nella cit. si veda Marina De Chiara, Il sud del mondo: pensieri scomodi, percorsi interdisciplinari, in Iain Chambers, a cura di, Esercizi di Potere. Gramsci, Said e il postcoloniale, Roma, Meltemi Editore, 2006, p. 42. Il corsivo è presente nell’originale.

51 Giuliana Pias, art. cit., p. 345.

52 Franco Manai, art. cit., p. 329.

53 DL, p. 148.

54 Ibidem, p. 153.

55 Ibidem, p. 153.

56 Jomo Kenyatta, cit. in Rolf Hochhuth, The Deputy, New York, Grove Press, 1964, p. 144.

57 Giuliana Pias, art. cit., p. 352. Giuliana Pias parla di un « noir storico che fa delle ricerche degli investigatori su un crimine il pretesto, per così dire, per una vera e propria indagine storica trasformando il paradigma indiziario del noir in uno strumento epistemologico per un’inchiesta che si propone di fare luce su un momento dell’esperienza coloniale italiana utilizzando gli elementi della narrazione immaginaria per tentare di costruire un modello di intelligibilità dei fatti storici ». Vedi Giuliana Pias, « La guerra d’Etiopia oltre i miti autoassolutori della vulgata storica italiana », Nuova Corvina. Rivista di Italianistica, n° 28, 2015, p. 240-248, qui p. 243. Il corsivo è presente nell’originale.

58 Franco Manai, art. cit., p. 330.

59 Marco Consentino, Domenico Dodaro, Luigi Panella, I fantasmi dell’Impero, Palermo, Sellerio, 2017; Paolo Comentale, Quando le stelle caddero nel fiume, Bari, Edizioni di Pagina, 2018. D’ora in poi abbreviati rispettivamente con le sigle FdI e QlScnF, seguite dalla/e pagina/e di riferimento. Precedono la prova di Consentino, Dodaro, Panella diversi articoli, pubblicati in occasione degli 80 anni dalla strage, come ad es. Andrea Tornielli, « Sterminate quei monaci. Firmato: il viceré Graziani », La Stampa, 18 maggio 2016; Andrea Riccardi, « Il più grande massacro di cristiani in Africa… per mano italiana nel 1937 », Sette, 14 ottobre 2016; Andrea Riccardi, « Ricordare con gesti concreti il massacro dei monaci etiopi », Corriere della Sera, 6 marzo 2017.

60 FdI, Terza di copertina.

61 Tra i mezzi citati « la narrazione immaginaria assieme al documento, le lettere e i telegrammi, il rapporto militare, l’informativa dei servizi, sigle protocolli e gerarchie, verbali di dialoghi e interrogatori ». Ibidem, Seconda di copertina.

62 Ibidem, p. 543 [« Nota »].

63 Anonimo, « “I fantasmi dell’Impero”, il “Cuore di tenebra” italiano », 25 aprile 2023, https://www.africarivista.it/i-fantasmi-dellimpero-il-cuore-di-tenebra-italiano/112613/ consultato il 27 aprile 2024). Sull’episodio recuperato da Panella, ossia sulle indagini relative all’operato del capitano d’artiglieria di complemento Gioacchino Corvo, residente della regione del Gojjam e responsabile delle cosiddette “eliminazioni segrete” nella regione del Bahar Dar, si era già soffermata l’attenzione dello storico Matteo Dominioni, che si confronterà altresì di Debra Libanos, « culmine delle atrocità fasciste in Etiopia ». Matteo Dominioni, « La repressione italiana nella regione del Bahar Dar », Studi piacentini, n° 33.1, 2003, p. 159-170. Dello stesso autore cfr. anche Lo sfascio dell’impero. Gli italiani in Etiopia 1936-1941, pref. di Angelo Del Boca, Roma/Bari, Laterza, 2019, p. 196-198. Per la citazione fatta si veda Alberto Elli, Storia della Chiesa Ortodossa Tawāhedo d’Etiopia, Milano, Edizioni Terra Santa, 2017, vol. 1, p. 1645.

64 Consentino, si legge in terza di copertina, è esperto di relazioni istituzionali, mentre Dodaro e Panella lavorano entrambi come avvocati.

65 FdI, p. 543 [« Nota »].

66 Valeria Deplano, Recensione a « Marco Cosentino, Domenico Dodaro, Luigi Panella, I fantasmi dell’Impero, Palermo, Sellerio, 2017, 542 p., € 15,00 », Il mestiere di storico. Rivista della Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea, n° 1, 2018, p. 134-135, qui p. 135; Franco Cambi, « Pensieri da un bel seminario di archeologia pubblica e alcuni consigli di buone letture », in Marco Valenti, Stefano Ricci, Vittorio Fronza, a cura di, Dalle fonti alla narrazione. Ricostruzione storica per il racconto della quotidianità, Sesto Fiorentino (FI), All’Insegna del Giglio, 2018, p. 211-221, qui p. 220.

67 Antonio D’Orrico, « Etiopia ribelle, missione agli inferi. Ecco il “Cuore di tenebra” all’italiana ». Recensione a [Marco Cosentino, Domenico Dodaro, Luigi Panella, I fantasmi dell’Impero, Palermo, Sellerio, 2017], Corriere della Sera, 4 marzo 2017.

68 FdI, p. 543-544 [« Nota »].

69 Ibidem, p. 544.

70 Frase tratta dal seguente articolo Igiaba Scego, « I libri che smontano il mito del colonialismo buono degli italiani », Internazionale, 1 aprile 2017, https://www.internazionale.it/opinione/igiaba-scego/2017/04/01/italia-colonialismo-libri consultato il 3 maggio 2024).

71 Angelo Del Boca, « Il colonialismo italiano tra miti, rimozioni, negazioni e inadempienze », art. cit., p. 589.

72 QlScnF, p. 36.

73 Ibidem, p. 55.

74 Ibidem, p. 60.

75 Ibidem, p. 63.

76 Ibidem, p. 113. Cfr. l’epigrafe al Prologo, ibidem, p. 9. Sul significato della scelta fatta per il titolo del volume cfr. Paolo Comentale in Ines Pierucci, « Il massacro di Debre Libanos nell’ultimo libro di Paolo Comentale », 3 luglio 2019, https://www.bonculture.it/culture/libri/il-massacro-di-debre-libanos-nellultimo-libro-di-paolo-comentale/ consultato il 15 febbraio 2023).

77 Egidio Pani, « Quando le stelle cadono nel fiume della Storia. Il nuovo romanzo di Paolo Comentale », La Gazzetta del Mezzogiorno, 21 ottobre 2018, p. 18.

78 Ibidem, p. 18.

79 QlScnF, p. 99.

80 Ibidem, p. 100.

81 Ibidem, p. 64.

82 Ibidem, p. 91.

83 Ibidem, p. 109.

84 Ibidem, p. 91.

85 Rosario M. Atria, « Memoria coloniale e letteratura: l’eccidio di Debre Libanos », 1 marzo 2020, https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/memoria-coloniale-e-letteratura-leccidio-di-debre-libanos/ consultato il 16 febbraio 2023).

86 QlScnF, p. 24.

87 Ibidem, p. 14.

88 Rosario M. Atria, art. cit.

89 QlScnF, p. 58-59.

90 Ibidem, p. 82.

91 Ennio Flaiano, Soltanto le parole. Lettere di e a Ennio Flaiano (1933-1972), Firenze, Bemporad, 1995, p. 30 (lett. a Jules Dassin, Roma, 26 maggio 1950, p. 29-31).

92 Egidio Pani, art. cit., p. 18.

93 Igiaba Scego, art. cit.

94 Claudio Milanesi, art. cit., p. 275.

95 Rip. in Antonello Carvigiani, « Etiopia, la strage dei cristiani », 21 maggio 2016, https://www.avvenire.it/agora/pagine/etiopia-la-strage-dei-cristiani consultato il 19 febbraio 2023.

96 In occasione della presentazione del libro di Paolo Borruso, Debre Libanos 1937. Il più grave crimine di guerra dell’Italia, Bari, Laterza, 2020. Lorenzo Guerini in Alessandra Fabbretti, « Etiopia, il ministro Guerini: “Serve riconciliazione per il massacro ‘Debre Libanos’” », 26 febbraio 2020, https://www.dire.it/26-02-2020/426479-etiopia-il-ministro-guerini-serve-riconciliazione-per-il-massacro-debre-libanos/ consultato il 16 febbraio 2023.

97 Lucio Brunelli, « Com’è difficile chiedere scusa. Debre Libanos 1937, strage italiana », Avvenire, 16 ottobre 2019, https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/chiedere-scusa consultato il 15 aprile 2023.

98 Francesco Troccoli, « La strage di Debra Libanòs e gli altri crimini dei “bravi italiani” », MicroMega, 20 maggio 2023, https://www.micromega.net/la-strage-di-debra-libanos-e-gli-altri-crimini-dei-bravi-italiani/ consultato il 22 maggio 2023; Tommaso Ciriaco, « Meloni in Etiopia dimentica la storia e attacca Repubblica: “Il passato coloniale dell’Italia? Non ne abbiamo parlato, qui non c’è il vostro giornale” », la Repubblica, 15 aprile 2023, https://www.repubblica.it/politica/2023/04/15/news/meloni_etiopia_passato_coloniale_fascismo-396276259/ consultato il 20 aprile 2023.

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Pour citer cet article

Référence papier

Monica Biasiolo, « Debra Libanòs, 1937 »Italies, 28 | 2024, 163-180.

Référence électronique

Monica Biasiolo, « Debra Libanòs, 1937 »Italies [En ligne], 28 | 2024, mis en ligne le 12 décembre 2024, consulté le 09 septembre 2026. URL : http://journals.openedition.org/italies/13457 ; DOI : https://doi.org/10.4000/139xl

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Auteur

Monica Biasiolo

Université d’Augsbourg, Allemagne

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