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Dossier
Histoires orales

Mitopoiesi del G8 di Genova

Racconti plurali, temporalità e miti fondativi
Mythopoiesis of the Genoa G8. Plural narratives, temporalities and founding myths
Mythopoïèse du G8 de Gênes. Récits pluriels, temporalités et mythes fondateurs
Gabriele Proglio

Résumés

« Gênes 2001 » : par-delà l’inscription dans l’espace et le temps des manifestations contre le G8, les processus mémoriels d’une communauté hétérogène continuent de revenir sur les événements de ces journées. Dans cet écrit, les sources orales relatives aux interviews recueillies ne sont pas analysées dans la perspective de ramener au présent des souvenirs inédits du contre-sommet. L’objectif du texte est plutôt d’explorer la frontière mémorielle de l’événement en analysant comment la mémoire est réitérée oralement, produisant des temporalités multiples. La seconde partie du texte examinera en détail les cadres mémoriels du G8 de Gênes, en montrant les constellations de mythes fondateurs, les récits pluriels et les temporalités de la mémoire qui relient l’année 2001 au présent par les personnes interviewées.

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Notes de la rédaction

L’article de Gabriele Proglio est accompagné en annexe d’une traduction par Robin Roman-Valussi de certains extraits de témoignages issus de son livre d’histoire orale, I fatti di Genova (2021).

Texte intégral

Se non sai dove stai andando
Ricordati perché hai iniziato
Io non divento ciò che ho sempre odiato
Ricorderò perché lo faccio
Ricordo che ci avete fatto
Ricorda a me perché lo faccio
Per quello che ci avete fatto
Vendetta
Marracash, Vendetta, 2014.
 
Quando ritorneremo a Genova ritorneremo sopra la criniera bianca dell’onda che si frange al frangiflutti che mangia la sera e scuote il senso del presente, della memoria che si schianta
quando Genova ritornerà quella del luglio del sessanta
Alessio Lega, Dall’ultima galleria, 2004.

  • 1 In questo contributo, utilizzerò alcune parti delle interviste raccolte durante la ricerca di stor (...)

1“Sei stato a Genova?”, mi sono sentito chiedere più di una volta. Non mi riferisco alle presentazioni del libro uscito per Donzelli1, a chi ha partecipato agli incontri e al loro interesse rispetto al mio posizionamento sui fatti del 2001. La domanda, dicevo, non è nuova e ha attraversato gli ultimi vent’anni. Spesso accadeva e continua a succedere – e chi a Genova c’è stato lo sa bene – che proprio quelle quattro parole, messe in forma interrogativa, diano il la a racconti individuali declinati sempre al plurale, con un “noi” generico dato per scontato – perché si era sempre con qualcuno durante quelle giornate.

  • 2 Per le nuove generazioni di attivisti, ad esempio, Genova è elevata a simbolo di uno scontro altis (...)

2Al pari dell’adesione a una collettività nell’azione e nei ricordi, Genova sta sempre per G8, ossia continua ad essere evocata per riferirsi a quelle tre giornate e a un periodo più ampio, precedente e successivo rispetto al 2001. Nella figura metonimica del ricordo, che assume come sinonimo la città al fatto storico, l’interlocutore si considera parte di una comunità eterogenea per età, ideologia, genere, classe; è colui o colei che ha accesso a una memoria comune e a un passato condiviso anche se, talvolta, non esperito insieme o persino direttamente2. Infatti, anche chi a Genova non c’è stato parla e ricorda quei giorni. Dunque, qual è il confine memoriale di questo evento? Si tratta, come vedremo in questo contributo, di un ricordo che viene reiterato nel racconto orale, riguardando molteplici temporalità. Nella seconda parte dello scritto, scenderemo in profondità fino a tratteggiare il quadro della memoria del G8 e a parlare di una costellazione di miti evocati per saldare il ricordo nel tempo.

Il luogo della memoria collettiva

Noi siamo in ballo, siamo in ballo adesso.
E non spegni il sole se gli spari addosso
Assalti Frontali, Rotta indipendente, 2004.

  • 3 Si tratta di oltre ottanta interviste, di cui ne sono state utilizzate oltre cinquanta per la real (...)
  • 4 Ivi, p. 33.
  • 5 Ivi, p. 159.
  • 6 Ivi, p. 180.

3Nelle interviste raccolte tra il 2019 e il 2020 in Piemonte3, l’uso del plurale emerge in modo evidente. Alcuni esempi potranno chiarire meglio la questione. «Siamo usciti dal Carlini ed eravamo organizzati per aree geografiche»4, ricorda Roberto C. che nel 2001 aveva 23 anni ed era militante dei Giovani Comunisti. Matilde, che ne aveva appena 11 e viveva a Genova, inizia quel giorno – il 20 di luglio 2001 – il suo corteo a Piazza Paolo da Novi, senza alcuna appartenenza a gruppi specifici: «hanno caricato anche lì e ci siamo ritrovate a scappare e siamo finite a casa di un compagno che vive anche lui nel centro storico»5. Eric, classe 1973, raggiunge la città ligure da Torino e si ferma a dormire da un amico la sera prima dell’inizio delle proteste. Insieme, poi, partecipano al primo corteo. L’alternanza narrativa tra io-noi è molto marcata: «c’era una grande cancellata, una grande piazza, io ricordo una grande piazza, una grande cancellata, noi che stavamo lì a battere contro questi cancelli di ferro facendo rumore»6. Chiaramente, non si riferisce solamente a sé stesso e all’amico, ma a un concetto ben più ampio di «noi».

  • 7 M. Halbwachs, La memoria collettiva, Milano, Edizioni Unicopli, 2001 (edizione originale: Albin Mi (...)
  • 8 Ivi, p. 150.

4Questa risonanza tra io narrante e azione collettiva è emersa ripetutamente in questi lunghi vent’anni. Tale fenomeno ha riguardato contesti pubblici e privati: durante un dialogo a tavola, all’interno di una iniziativa dedicata al G8, per una discussione in famiglia, con gli amici al bar o tra i compagni dello stesso gruppo politico. L’elemento comune è il rapporto dell’individuo con il gruppo, con diverse comunità di appartenenza. Maurice Halbwachs intende la memoria come il luogo in cui proprio l’individuo ricorda o dimentica in relazione simbolica con il collettivo. Infatti, scrive: «non siamo mai soli. Non è necessario che altri siano presenti, che si distinguano materialmente da noi: perché ciascuno di noi porta sempre con sé una quantità di persone distinte»7. Solo negli anni Sessanta e Settanta la sostituzione del soggetto con le soggettività aprirà una riflessione complessa sul rapporto tra identità, pratiche e memorie8. Si può intendere, dunque, il G8 di Genova come luogo dell’intersoggettività, ovvero di uno scambio reiterato di storie e memorie nel tempo. Adottando tale cornice analitica, passiamo a descrivere le caratteristiche specifiche di questa modalità di ricordare.

5Per prima cosa, lo spostamento dal soggetto che rivive le sue vicende all’azione collettiva può concernere uno sguardo sul passato dall’interno del gruppo di appartenenza. Così, Halbwachs:

  • 9 Sulla storia della soggettività e sul suo utilizzo nel campo degli studi storici si legga: Luisa P (...)

La memoria collettiva è il gruppo visto dall’interno, e durante un periodo che non supera la durata media della vita umana, anzi, spesso le è molto inferiore. Essa presenta al gruppo un ritratto di sé stesso che, sicuramente si svolge nel tempo, dal momento che si tratta del suo passato, ma lo fa in modo tale che esso possa sempre riconoscersi in queste immagini successive. La memoria collettiva è un quadro delle somiglianze, ed è naturale che essa sia convinta che il gruppo resti, e sia rimasto, sempre il medesimo, poiché fissa la propria attenzione sul gruppo, e ciò che è cambiato sono le relazioni o i contratti del gruppo con gli altri.9

  • 10 Sulla metodologia storica dell’analisi in controluce si leggano: G. Proglio, Memorie di celluloide (...)
  • 11 L. Passerini, Autoritratto di gruppo, Firenze, Giunti, 2008.

6Per meglio comprendere le specificità di questo luogo della memoria, è possibile rileggere in controluce10 Autoritratto di gruppo di Luisa Passerini11, ossia impiegare le considerazioni sulle strutture della memoria emerse dal lavoro di storia orale sul Sessantotto per una sovrapposizione con quelle che ho raccolto sul movimento sceso in piazza a Genova. Passerini dà alle stampe il prezioso volume esattamente nel ventennale del ’68. Questo tratto comune ai due lavori, che sicuramente è rilevante dal punto di vista della sedimentazione biologica dei ricordi, non è certamente il più importante. Non si vuole, qui, né paragonare due eventi così differenti per composizione sociale, periodo storico e pratiche politiche; né avanzare l’ipotesi che esista un modo identico o anche solo simile di ricordare e dimenticare. Viceversa, proprio la sovrapposizione non dei fatti storici, né delle memorie, ma delle strutture del ricordo e dell’oblio possono fornire importanti elementi per segnalare somiglianze e differenze sostanziali.

  • 12 Ivi, p. 265.
  • 13 Si legga G. Calella, Genova non durò 48 ore, «Jacobin», 6 luglio 2021. Online: [https://jacobinita (...)
  • 14 Archivio dei movimenti sociali 14 dicembre, «Questo treno c’entra con la globalizzazione». Traiett (...)
  • 15 Faccio solo l’esempio del movimento No Muos, che si oppone alla costruzione di una base della Mari (...)
  • 16 L. Passerini, op. cit., p. 265.
  • 17 I. Bracaglia e E. Olmo Denegri, Un ingranaggio collettivo. La costruzione di una memoria dal basso (...)
  • 18 Solamente per quanto concerne la filmografia, vanno citati: Faces-Facce (Wetzl, 2002), Le strade d (...)

7Un primo elemento comune ai due oggetti del ricordo, e ai rispettivi quadri della memoria, è l’interpretazione degli eventi da parte delle nuove generazioni. Scrive Passerini sul Sessantotto: «la sua configurazione è ancora in divenire e si può presumere che il suo mutamento si accentuerà ulteriormente con le prese di posizione delle giovani generazioni»12. Tracce di riletture a posteriori del G8 le troviamo in movimenti successivi al 2001: quello studentesco dell’Onda Anomala13 e quello ambientalista contro le grandi opere – in Val di Susa14, ma anche in altre parti della Penisola15. Inoltre, come per il Sessantotto nel momento in cui Passerini consegna alle stampe il volume, anche per il G8 manca «una ricerca storica complessiva […] che ricostruisca le dinamiche su scala nazionale»16. Solo alcuni lavori hanno iniziato a problematizzare il tema17. A differenza del ’68, per il G8 di Genova sono numerose le produzioni cinematografiche e autobiografiche18. Questa disparità tra produzione storiografica e narrativa potrebbe essere interpretata come una risposta della fiction al bisogno di riconoscersi in altri racconti diversi dalla narrazione giornalistica incentrata prevalentemente sullo scontro tra fazioni. Nella ricerca condotta, infatti, tutte le voci sembrano confermare lo schema di un potere mediatico che ha volutamente descritto i fatti del G8 in maniera parziale, quando non erronea e mistificatoria. In tal senso, l’oblio è un processo agito dai media e percepito dagli intervistati come una continuazione dell’ingiustizia del 2001: è espressione della volontà di celare alcune vicende, di dare una versione faziosa e distorta di quelle giornate. È un oblio capace di provocare ancora frustrazione e rabbia, disillusione e rancore nei confronti delle istituzioni.

8Nelle memorie della «comunità alternativa» – come chiama Passerini i/le militanti del ’68 – è chiaro il legame tra la moltitudine di soggettività in relazione alle ingiustizie. Mira, nel 2001 trentanovenne attivista di un gruppo femminista, offre una prospettiva di genere molto interessante sull’essere parte di quel movimento:

  • 19 G. Proglio, op. cit., p. 82.

Voleva dire riflettere su come la globalizzazione aveva inciso nella vita reale delle donne sia a Sud del mondo, sia nel Nord del mondo. “Sud del mondo” voleva dire, ad esempio, tutte quelle economie di sussistenza gestite dalle donne che erano completamente sparite perché erano arrivate le multinazionali e avevano imposto un modo di produzione globalizzata e quindi queste donne si erano impoverite tantissimo o erano finite a fare le operaie, come era successo nell’Ottocento nel nostro passato capitalista, oppure erano state costrette ad immigrare. Questo nella parte del Sud. Nella parte del “Nord del mondo” voleva dire precariato, tantissime donne... oppure a causa della carenza di servizi e di qualche forma di welfare, per chi riusciva ancora a tenersi un lavoro significava spesso doversi rivolgere alle donne immigrate per lavori come colf, badanti, assistenti familiari. Tutta una serie di tematiche in cui l’immigrazione era presente. E cominciava ad essere importante anche per l’Italia in quel periodo.19

  • 20 Ivi, p. 106.
  • 21 Ivi, p. 107.

9I nuovi rapporti, che caratterizzano il Sessantotto, appaiono nel movimento contro il G8 più come affinità politiche tra sfruttati del Sud e solidali del Nord del mondo: sono alleanze sorte dalla presa di consapevolezza di un modello ingiusto di sviluppo che relega la maggioranza della popolazione in condizioni di povertà e guerra. Afferma Valentina, nata nel 1984, che «era importante opporci alla globalizzazione perché si stava annusando cosa sarebbe successo»20: fa riferimento alle trasformazioni del mondo del lavoro, al precariato, alle agenzie interinali. Proprio in questa prospettiva, rilegge la composizione del movimento a partire da sé: «c’ero io come studentessa afferente ai centri sociali, ma c’erano anche i cattolici, i boyscout»21. Non è tematizzata, invece, la critica alle strutture sociali della società, come nel caso del ’68: la famiglia, le associazioni, l’istituzione più in generale. Critica che, invece, è diretta totalmente alla globalizzazione. Essa appare, per usare una metafora, un’idra a tante teste: le multinazionali e gli organismi sovranazionali (WTO, WB, FMI) capaci di imporre un ordine mondiale ingiusto e provocare inquinamento, sfruttamento lavorativo, guerre e neocolonialismo, povertà e ingiustizia sociale. Solo unendo le forze, come nella mitologia fecero Eracle e Iolao, si poteva sconfiggere il mostro e far convergere, finalmente, la libertà individuale con la liberazione collettiva.

  • 22 Ivi, p. 81.
  • 23 Ivi, p. 113.
  • 24 Faccio riferimento a gruppi musicali come: Assalti Frontali, 99 Posse, Los Fastidios, Casa del Ven (...)

10Il carattere utopico della mobilitazione, proprio come per il Sessantotto di Passerini, sembra essere altissimo. La musica, ad esempio, aggrega soggettività diverse intorno al comune obiettivo della protesta e svolge un ruolo importantissimo nel politicizzare anche chi non ha esperienze di attivismo e militanza. Lele, classe 1976, ricorda che il suo gruppo politico – il Centro Sociale Askatasuna – decide di scegliere un concerto dei 99 Posse a Borgaro, un paese vicino a Torino, per «invitare (il pubblico, nda) ad andare a Genova»22. Per altri, come ricorda Matilde che frequentava le scuole medie nel 2001, le band sono ben più che parole e musica: «giravo con i cirulli di Meg dei 99 Posse e le magliette giganti di Che Guevara tutte strappate»23. La musica funge sia da amplificatore della protesta – da Manu Chao agli Assalti Frontali – sia da collante culturale di comunità, proprio come era accaduto per le subculture musicali – penso al reggae, al punk, all’hip hop24. In questo caso, però, le diverse soggettività non cercano nella musica solamente un modello e uno stile di vita nuovo, ma trovano anche nei testi e nelle melodie conferma delle motivazioni e dei diversi percorsi di resistenza alla globalizzazione.

  • 25 Ivi, p. 81.

11Una differenza sostanziale con le memorie del ’68 di Passerini sta nei luoghi della protesta. Se il movimento degli studenti si sviluppa nelle università e occupa le strade e le piazze, quello antiglobalizzazione non abita uno spazio specifico, ma numerosi (le università e i centri sociali, le parrocchie e i circoli anarchici, le sedi di associazioni e sindacati, la Selva Lacandona e le campagne africane e brasiliane). L’aggregazione di tutte queste componenti si manifesta nell’assedio ai palazzi del potere, cercando di bloccare i vertici sovranazionali, come nel caso del WTO a Seattle. Se i meeting di queste organizzazioni, dal novembre 1999, fanno unire nella protesta soggettività diverse – come chiarito da Lele25 – seguire l’agenda degli appuntamenti diventa difficile e faticoso. Franco, quarantacinquenne militante di Rifondazione Comunista e residente a Pinerolo, ricorda una discussione con i compagni di partito:

  • 26 Ivi, p. 101.

Avevo detto ai compagni di Rifondazione: “scusate, però, diventa troppo reattivo”. Il G8 si ritrova a Genova e si va a Genova. Il G8 si ritrova a Ginevra e si va a Ginevra. Si ritrova a Seattle e si va a Seattle. No, facciamo noi – il popolo di Seattle va bene – ma deve essere, in qualche modo, un’insorgenza che parte dal locale, anche dal nazionale, che si ricollega a livello nazionale, senza nessun terzomondialismo, ma sicuramente l’esperienza del Sud America... guardavamo già con una certa attenzione all’esperienza del Sud America... una capacità di autorganizzazione delle comunità locali è essenziale. Non possiamo solo manifestare contro il G8, dobbiamo partire dalle comunità locali, ricollegarci poi a livello nazionale e fare una proposta politica potente, che non sia solo di manifestazione/contromanifestazione.26

Fin dentro al quadro della memoria

È qui che riparte di nuovo e sempre il movimento di Genova, in tutta Italia, Carlo è nel cuore di tutti.
Andrea Gallo, Discorso a Piazza Alimonda, 20 luglio 2011.

  • 27 Cfr. S. Crisante, Violenza mediata. Il ruolo dell’informazione nel G8 di Genova, Roma, Editori Riu (...)
  • 28 W. Benjamin, Per un ritratto di Proust, in Id., Avanguardia e rivoluzione, Torino, Einaudi, 1973, (...)
  • 29 S. Portelli, Introduzione, in G. Proglio, op. cit., p. X.

12Possiamo pensare il G8 di Genova non come un evento finito, concluso e sedimentato solamente nella memoria mediatica27, ma quale frattura, ferita, o anche squarcio di visioni del mondo delle e dei manifestanti che continua a generare significati e immagini, emozioni e simboli. Adottando tale approccio, ritorna alla mente la celebre frase di Walter Benjamin: «un evento vissuto è finito, o perlomeno chiuso nella sola sfera dell’esperienza vissuta, mentre un evento ricordato è senza limiti, perché esso è solo la chiave per tutto ciò che è avvenuto prima e dopo di esso»28. Sandro Portelli impiega questo passaggio di Benjamin per affermare che le storie su Genova riguardano, per la verità, un arco temporale ben più ampio: «il significato dell’evento […] prende forma dai suoi riverberi sia in avanti, sia all’indietro»29. Se il G8 ricordato non concerne – nello spazio della memoria orale – solamente i tre giorni di luglio 2001, vorrei porre attenzione a questa cesura con uno sguardo sui quadri della memoria.

  • 30 Cfr. M. Halbwachs, I quadri sociali della memoria, Napoli, Ipermedium, 1996 (ed. or. 1925).
  • 31 P. L. Berger, Invitation to Sociology, New York, Doubleday, 1963, p. 56.

13Per Maurice Halbwachs questi ultimi sono strutture prevalentemente linguistiche che costituiscono e organizzano il ricordo; al contempo, però, la memoria individuale entra in contatto con le strutture sociali dei gruppi di appartenenza nella definizione delle rappresentazioni del passato30. La selettività di ciò che va ricordato e di quanto si può dimenticare, poi, dipende dalle «idee che abbiamo attualmente di ciò che è importante e di ciò che non lo è», aggiunge Peter L. Berger. Non si ricorda mai nello stesso modo, ossia la memoria di un evento è altamente malleabile. Ciò significa – continua il sociologo – che «il senso comune ha torto a pensare che il passato sia fisso, immutabile e immobile di fronte al mutevole flusso del presente. Al contrario, per lo meno all’interno della nostra coscienza, il passato è flessibile e malleabile, e cambia di continuo man mano che il nostro ricordo reinterpreta e spiega di nuovo ciò che una volta è accaduto»31. Dunque, riferendomi alla ricerca condotta, proverò a descrivere alcuni elementi dei quadri della memoria del G8.

  • 32 J. Assmann, La memoria culturale. Scrittura, ricordo e identità politica nelle grandi civiltà anti (...)
  • 33 Cfr. I. Chambers, Urban Rhythms. Pop Music and Popular Culture, Londra, MacMillan Education, 1985.

14Per riprendere le categorie introdotte da Jan Assmann, le storie orali del G8 non sembrano ricadere completamente né nelle memorie comunicative, né in quelle culturali. Con la prima categoria, Assmann intende «i ricordi che si riferiscono al passato recente. Sono ricordi, questi, che un essere umano condivide con i suoi contemporanei: il caso tipico è la memoria generazionale»32. Il solo dato biografico delle persone intervistate permette di estendere questa memoria ben oltre il concetto classico di generazione33. A Genova c’erano tante generazioni e una moltitudine di soggettività.

  • 34 G. Proglio, op. cit., p. 26.
  • 35 Loc. cit.

15In aggiunta, Assman elabora il suo modello interpretativo mostrando un floating gap tra storie orali e storia ufficiale che riguarda, rispettivamente, due diverse modalità di sviluppo della memoria collettiva. Scrive: «il ricordo fondante opera sempre […] mediante oggettivazioni stabili, sia verbali che non: sotto forma di rituali, di danze, miti, motivi decorativi, abiti, ornamenti, tatuaggi, percorsi, banchetti, paesaggi, ecc., i quali, in virtù della loro funzione mnemonica (a sostegno sia del ricordo che dell’identità), possono essere sussunti nel concetto d’insieme di ‘Memoria’»34. Le modalità del ricordo biografico, viceversa, si basano «sull’interazione sociale »35. Sebbene le interviste elaborino il passato nella prospettiva soggettiva e in tensione con le comunità politiche di appartenenza, si possono riscontrare tracce di rituali – tornare a piazza Alimonda ogni anno (Michele A.) – e di eventi che nel ricordo assumono una dimensione quasi mitologica – l’immagine dell’elicottero sospeso sopra la testa e nelle menti di tante e tanti.

  • 36 Loc. cit.
  • 37 Loc. cit.
  • 38 Cfr. P. Ortoleva, Miti a bassa intensità. Racconti, media, vita quotidiana, Torino, Einaudi, 2019.
  • 39 G. Proglio, op. cit., p. 27.

16La memoria culturale, per Assmann, «si orienta in base a punti fissi nel passato » e si concentra «in figure simboliche a cui viene agganciato il ricordo»36 come pure l’interpretazione del presente. I miti, continua Assmann, «sono figure del ricordo: la differenza tra mito e storia cessa qui di valere. Per la memoria culturale è valida non la storia de facto, ma solo quella ricordata; si potrebbe anche dire che nella memoria culturale la storia de facto viene trasformata in una storia ricordata e dunque in mito»37. È necessario, a questo punto, chiarire cosa si intenda per mito. Adottando una prospettiva più ampia di quella usata per definire religioni e culture classiche, la proposta di Peppino Ortoleva38 dei miti a bassa intensità nella società contemporanea è rilevante non per gli esempi proposti, ma per determinare la presenza di questi oggetti mnemonici nell’epoca contemporanea. Se esistono miti creati ad arte dal cinema e dalla carta stampata, perché non dovrebbe avvenire lo stesso per l’elaborazione di un evento così centrale per migliaia di persone? La definizione di Assmann di mito, in tale prospettiva, sembra essere illuminante: «il mito è una storia fondante, una storia che viene raccontata per chiarire il presente alla luce delle origini […]. Attraverso il ricordo la storia diventa mito; in tal modo essa, lungi dal divenire non reale, solo ora si fa realtà, come forza durevole normativa e formativa»39.

  • 40 Ivi, p. 175.

17Sono molteplici le immagini della memoria collettiva di Genova che sono trasformate in miti positivi e negativi. Partiamo da questi ultimi e dall’elemento più ricorrente nelle memorie: i già citati elicotteri che continuano a volteggiare sopra le teste di chi ricorda. Racconta Chiara S.: «C’era una tensione nell’aria... e mi ricordo una cosa che sarà per tutti e tre i giorni... l’elicottero... [con ansia e sospirando] l’elicottero, c’era sempre, quest’elicottero che passava sempre in alto, continuo, ventiquattro su ventiquattro, ed è una cosa che mi è rimasta per molto tempo anche dopo»40. Così pure le trasformazioni di Genova paiono andare in tale direzione: la costituzione della zona rossa (Alberto P.), l’istallazione di container a protezione del vertice (Giacomo), il sangue infetto come arma usata dai manifestanti e i possibili attentati organizzati da Bin Laden (Diego).

18Un blocco consistente di questa mitologia riguarda la polizia e la sua violenza: sono come Robocop, per Simona e Yankuam; hanno fatto una macelleria messicana per Anna. In molti evocano lo spettro di uno scontro, così alto, da essere il preludio di un golpe come in Cile nel 1973 (Alberto P.). Inoltre, la violenza è stata così tanta da fare più morti – non solamente Carlo Giuliani in Piazza Alimonda. Poco importa che questo non corrisponda al dato delle cronache o delle fonti documentarie: ciò che interessa è la mobilitazione di questo segmento del ricordo per spiegare la situazione, come pure quanto avvenne dopo. È in tale prospettiva che vanno lette scelte radicali – come quelle pensate ma non agite da Roberto – dopo l’assassinio di Carlo Giuliani.

  • 41 Ivi, p.  192.

Fuori dal Carlini c’era una stazione di polizia. Non era distante, era a centocinquanta metri. L’idea era proprio – di me e di altri – di attaccarla. Di attaccarla. E magari di prendere anche qualcuno. Perché noi sapevamo di tre morti: un morto sicuro, più due ragazze spagnole. E in più c’era la gente che usciva e non tornava. Molti non riuscivano a prendere il contatto con il cellulare. C’era una situazione da golpe in pieno. Per cui a me e ad altri venne l’idea di fare un salto di livello: se questa è la situazione, lo scontro l’hanno portato loro oltre il consuetudinario livello, bene, a questo punto bisogna fare un salto di livello, dobbiamo attaccare noi. E poi vediamo quello che succede. Certo, a distanza di anni, rispetto alla situazione nazionale sarebbe stata naturalmente una esagerazione. Oggi ho 45 anni. A 26 anni, dentro quella cosa, dopo aver visto quelle scene, a me sembrava molto razionale e molto logico e molto plausibile una risposta di questo tipo. Eravamo una minoranza, comunque.41

  • 42 Ivi, p. 69.
  • 43 Ivi, p. 107.
  • 44 Ivi, pp. 56-57.
  • 45 Ivi, p. 72.

19Altri miti positivi, invece, sono l’idea di «stare facendo la storia» (Jacopo)42, di vivere un momento importante (Gippò)43, di essere una moltitudine capace di «opporsi a un modello sbagliato» (Stefano)44, di avere dalla propria «il legame con i compagni e le compagne» (Cristina)45; di poter, con le pratiche della disobbedienza, del pacifismo, dello scontro diretto non solamente opporsi al sistema neoliberale, ma anche bloccarlo, cambiarlo, farlo collassare per sempre.

20La memoria nel mito non trova solamente conferma, ma anche forza: è legittimata ad esistere proprio in funzione del ruolo del secondo, capace di sopravvivere all’oblio. In questo senso va interpretata la costellazione di simboli e immagini evocati: se per vent’anni, gran parte dei media hanno insistito su un racconto stereotipato e al contempo centrato sulle responsabilità dei manifestanti, la cristallizzazione di immagini di quei giorni ha creato mitologie in grado di rompere la linearità del tempo – passato, presente e futuro – e di offrire chiavi di lettura per eventi, fenomeni e momenti della vita individuale e collettiva, della sfera pubblica e privata successivi al 2001, partendo o facendo riferimento a quegli oggetti mnemonici.

21Alla violenza subita e al lutto consumato dopo l’omicidio di Carlo Giuliani in Piazza Alimonda, segue un altro evento periodizzante: l’11 settembre. Anche in questo caso, precisare l’anno è superfluo, tanto è stato l’impatto degli attacchi di al-Qa’ida agli Stati Uniti. Questo altro shock, di portata globale, diventa predominante nella vita di miliardi di persone, anche perché la paura di attentati terroristici si materializza sotto casa, nelle strade e nelle piazze in Europa. Si passa, in modo repentino, dal discorso al Congresso del Presidente George W. Bush (20 settembre 2001) al primo raid americano in Afghanistan dell’operazione Enduring Freedom (7 ottobre 2001). Il mondo, che solo tre mesi prima aveva visto confrontarsi per le strade di Genova idee diverse di futuro, è irrimediabilmente finito.

  • 46 Ivi, p. 194.
  • 47 Loc. cit.

22È facile ipotizzare che la rabbia per il portato emotivo del G8, per molte e molti, si sia trasformato a quel punto in delusione, prima, e poi in scoramento, senza mai rimuovere le immagini del vissuto a Genova. Per alcune persone intervistate, è proprio dopo gli episodi delle Twin Tower che si prende coscienza del cambiamento. Esemplare è la vicenda di Alessio che riferisce di non aver più parlato del G8 dopo il ritorno a casa. Viene invitato a un’iniziativa organizzata da studenti durante un’autogestione, dopo l’11 settembre. Racconta: «tutti gli occhi erano ormai puntati ad est»46, intendendo con “est” la guerra appena iniziata contro Bin Laden. Poi continua: «mi sentivo come un reduce perché – spiega – molte poche sono le persone che parteciparono»47 alle giornate di protesta del 2001. La rabbia per le violenze subite si trasforma in delusione e sconforto, nella sensazione di essere reduci non solamente di un evento vissuto, ma anche di un mondo che sembra ormai appartenere al passato.

23Cristina, invece, introduce una differenza tra trauma collettivo e generale, mostrando come la temporalità del ricordo influisca nella periodizzazione della memoria.

  • 48 Ivi, pp. 293-294.

Per me il trauma, non ho sicuramente dubbi, è stato il G8. Le Torri gemelle le ho vissute con lo sbalordimento del mondo ovviamente politico, quindi ammantato e intrecciato con una riflessione di tipo politico, ma come un evento epocale, come può essere una guerra. Genova è stata una cosa nostra. Genova aveva a che fare con la nostra militanza, dal punto di vista ideale, dal punto di vista della piazza, dal punto di vista delle relazioni, dal punto di vista delle cose in cui credevamo. Io le Torri gemelle le ho vissute come un trauma, come dire… generale. Ecco, il mondo è traumatizzato dalle Torri gemelle, ma non come trauma... per me erano imparagonabili. Forse quello che stava succedendo l’11 settembre l’ho letto con uno spirito che forse non avrei avuto sei mesi prima. Con una sorta di assenza di emozione dal punto di vista... dato che per me è un atto di guerra come gli Stati Uniti guardano gli altri paesi, a me anche quello è sembrata una risposta a un atto di guerra. Il terrorismo è una parola che abbiamo iniziato ad usare dopo.48

24Genova è stata «una cosa nostra», per Cristina: ancora una volta ritorna il plurale nella dimensione relazionale, ideologica e di visioni del mondo. L’11 settembre, invece, è un trauma «generale», di una situazione geopolitica compromessa da azioni belliche.

25Anche Alberto B., nonostante riconosca l’importanza dell’attacco alle Twin Tower a livello globale, non lo considera centrale nella definizione delle cesure politiche. Afferma, infatti:

  • 49 Ivi, p. 297.

Dopo Genova è cambiato molto. Io credo che l’elemento periodizzante in Italia, quello che ha segnato un po’ le sorti del movimento non sia stato l’11 settembre, che sicuramente è stato un elemento periodizzante a livello globale e che sicuramente ci riguarda. Però, l’11 settembre è arrivato in una sensazione già di un po’ scompaginamento delle file... ehm... in cui, proprio quest’elemento del morto, il fatto che in effetti... cioè, io l’immagine che ho avuto personalmente è la presa di coscienza che ciò che era succeduto a Carlo era casuale nella definizione della vittima, nel senso che è successo a Carlo ma poteva... e sarebbe successo ad altre persone, perché era quello che volevano.49

26Eppure, dalla ricerca condotta, il G8 non è percepito né come fine né come inizio: pare, invece, delinearsi un continuo riferimento a quel momento in tutte le persone intervistate. Le memorie individuali e apprese da terzi diventano archivi viventi capaci di incarnarsi nelle persone che hanno vissuto quei giorni. Poco importa a chi appartengano le storie, chi le abbia vissute: il meccanismo memoriale che si mette in moto va nella direzione di ritornare a Genova, talvolta anche inconsapevolmente, non solamente quando si vedono gli scontri di quei giorni in televisione, ma anche per le scelte di ogni giorno, come affermano molte persone intervistate. Questo ritorno al passato non si attua solamente nella celebrazione o nella commemorazione di quanto accaduto, ogni anno il 20 luglio a Piazza Alimonda. Le memorie orali raccontano un continuo slittamento delle cesure temporali e spaziali di Genova: il prima e il dopo; l’Italia e il mondo; la sfera privata e quella pubblica. Insomma, questo incessante vociare fuori dai canali ufficiali della comunicazione, continua a creare nuove temporalità del ricordo.

  • 50 Ivi, p. 75.
  • 51 Loc. cit.
  • 52 Loc. cit.

27Due esempi specifici potranno chiarire meglio il fenomeno. 14 gennaio 2020, Corso Regina Margherita 47, Torino. Sono le coordinate temporali e spaziali della prima intervista realizzata all’interno del Centro Sociale Askatasuna. Conosco Francesca “Cecca” da molto tempo: è una militante dell’area dell’autonomia torinese e del movimento No Tav. Quando le ho chiesto, qualche settimana prima, se voleva partecipare al progetto, senza esitazione ne è stata felice. Arrivo all’incontro con una griglia d’intervista che si concentra sui tre giorni. Poi, appena inizia a parlare, al secondo piano del centro sociale, mi rendo conto di aver replicato – involontariamente – un modello di temporalità preciso. Le chiedo «come arrivi a Genova?». E lei risponde: «Era il periodo dei famosi treni della disobbedienza: in ogni tappa, ad ogni appuntamento, vengono fermati dalla polizia con controlli. Per Genova questo accade all’ennesima potenza»50. Considerando che Cecca, nata nel 1978, era una militante del Centro Sociale Pedro di Padova e del Rivolta di Marghera, sta facendo riferimento non solamente al modo di spostarsi, ma a una condizione di controllo poliziesco pregresso. Il treno per Genova parte lunedì mattina e arriva all’alba di mercoledì: «ci hanno fatto fare un viaggio… ci hanno mandato a Trieste, poi Venezia, Bologna, Milano, poi Firenze, Firenze di nuovo, Bologna… e ad ogni tappa fermavano con controlli a tappeto»51 continua Cecca. Poi aggiunge: «si sentiva, già, che in Italia c’era un certo tipo di gestione di quegli eventi»52.

28Qualcosa di molto simile si ripete anche nella seconda intervista, quella di Chiara. La domanda è la stessa. Ecco la sua risposta:

  • 53 L’intervista a Chiara C. è stata realizzata in presenza, presso la sua abitazione di Torino, il 27 (...)

Allora io nel 2001 vivo a Parigi con il mio fidanzato di allora… e avevamo visto Napoli in televisione… e sui canali… insomma della tv francese… e insomma eravamo rimasti super colpiti da tutto quello che stava succedendo e come dire ci sentivamo anche un po’… non in colpa, però in qualche modo strani ad essere altrove nel momento in cui in Italia… insomma… ci sembrava che stessero capitando delle cose assolutamente nuove o che non si vedessero insomma da… da tanto tempo. Quindi mi ricordo proprio di me e lui sul divano e con un senso… insomma… strano nel, nel guardare le immagini del telegiornale e poi quell'anno siamo tornati… insomma… a Torino perché dovevamo laurearci e insieme a lui e a un altro gruppetto… insomma… di amici abbiamo preso questa decisione di… di andare a Genova. Nessuno di noi all'epoca faceva parte di movimenti, associazioni, collettivi. Eravamo insomma un gruppo di amici e amiche che si erano conosciuti in università, che facevano lo stesso corso di studi in Storia e critica del cinema che, insomma, ci aveva anche aperto proprio come corso, come materia di studio le porte su una serie di quesiti domande eccetera eccetera… alcuni di noi non avevano assolutamente un passato di partecipazione politica o attivismo politico di nessun tipo. E altri insomma avevano fatto qualcosa. E vabbè… io arrivo da Biella quindi insomma non è che ci fosse chissà che vita dal punto di vista politico negli anni 90. Avevo fatto i collettivi alle scuole superiori, i miei genitori erano insomma tutti e due fortemente – da sempre – legati al partito comunista, quindi cresciuta alle feste dell'unità anche per me erano, insomma, quasi come le giostre. No? Quella volta all'anno in cui succedeva qualcosa di bello. Però, insomma, esperienze minime di… di questo tipo e soprattutto non avevo mai avuto la percezione prima di che cosa fosse un movimento veramente slegato da istituzioni e partiti.53

29Torno a casa e annoto degli appunti su un quaderno: essenzialmente scrivo i temi trattati, le impressioni avute, le emozioni provate o colte nelle intervistate. Come spesso accade, le memorie raccolte iniziano a risuonare in me, a interrogare la ricerca stessa: mostrano sfaccettature non prese in considerazione. Risento le interviste e trovo elementi in comune. Poi, concentrando l’attenzione su di essi, comprendo che non sono il dettaglio specifico di un’immagine storica che ho in mente, ma parte di uno sguardo differente. È, questo, il momento più bello di essere uno storico orale: quando, cioè, errore e rivelazione si connettono nell’interpretazione della fonte, quando l’irrequietezza della soggettività trova dimora nel processo storico. Comprendo, dopo aver sentito Cecca e Chiara, che il ricordo di Genova non inizia e finisce con i giorni del G8; che, molto probabilmente, per poter raccontare l’evento è necessario mobilitare fatti, emozioni, relazioni e condizioni precedenti e successivi. Ciò che appare cristallizzato sul capoluogo ligure nei giorni del luglio 2001 ha, invece, una portata ben più ampia.

Conclusioni

30L’ampio repertorio di narrazioni dei media non è stato in grado di includere le storie delle e dei manifestanti intervistati. L’impossibilità e la non volontà di rispecchiarsi in questi racconti dipende dalla consapevolezza di quanto vissuto in quei giorni e negli anni a seguire, ossia il non essere creduti o, peggio ancora, il passare per facinorosi, violenti e soprattutto come i veri responsabili della violenza. In questa inversione di ruoli, la storia canonizzata e ufficializzata da molte istituzioni e gran parte del giornalismo è rifiutata dalle e dai testimoni. Genova ricordata, dunque, diventa ben più del proprio passato personale: è un mito fondativo condiviso con la pratica di un plurale – quel “noi” – che non rimane nel passato ma giunge fino al presente vissuto e riguarda anche il futuro, sia per le rivendicazioni del 2001 che sono oggi quanto mai attuali, sia perché prisma attraverso cui si continuano a produrre significati. Tale processo vale per più generazioni: quelle che hanno manifestato nel 2001 e quelle successive che guardano al G8 come punto più altro di una battaglia per la costruzione di un altro mondo possibile. Il mito è un oggetto mnemonico che solo all’apparenza sembra essere confinato alle forme visuali della sua rappresentazione. Per la verità, esso è fatto di costellazioni di immagini, emozioni, pratiche in continua ridefinizione attraverso le nuove sedimentazioni e condivisioni di memorie orali.

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Annexe

Extraits de I fatti di Genova

Texte introduit et traduit de l’italien par Robin Roman-Valussia

Nous avons choisi d’accompagner l’article de Gabriele Proglio d’une traduction de certains extraits de témoignages issus de son livre d’histoire orale, I fatti di Genova, de manière à ce que les réflexions soulevées dans l’article et les extraits choisis puissent s’éclairer réciproquement. Avec I fatti di Genovab, Gabriele Proglio retrace l’histoire des journées de Gênes à travers des récits individuels, qui, par une opération de tissage et de montage, deviennent collectifs. Ces récits ont été recueillis vingt ans après les événements lors d’entretiens que l’historien a menés avec celles et ceux qui y étaient. Proglio a mené des entretiens avec plus de cinquante personnes qui ont participé à ces journées, à partir de réalités très différentes (âge, appartenance à un groupe ou à une organisation politique, expérience de la mobilisation). Le livre se décompose en trois arcs, retraçant d’abord le contexte politico-historique des mobilisations et ce qui a amené les personnes interrogées à se rendre à Gênes, puis l’ensemble des récits des trois journées de mobilisation, et enfin les retours, avec une attention particulière à ce que l’événement a changé d’un point de vue à la fois politique et existentiel.

L’« histoire orale » qu’il se propose de composer se concentre davantage sur la mémoire des faits tels qu’ils ont été vécus, que sur une reconstitution exacte et objective des événements. Le récit de ces journées laisse place aux subjectivités, aux émotions et aux associations d’idées : loin d’une fidélité stricte et rationnelle à la chronologie déterminée d’un récit officiel, les histoires s’y construisent par allers-retours à travers des ressentis, des impressions qui, une fois réunies, tracent les contours d’une nouvelle manière de raconter Gênes, à la fois collective et soucieuse de ne pas en effacer les expériences singulières.

L’histoire de ces journées se réécrit aussi à travers le prisme des vingt années écoulées et de ce qu’elles ont pu modifier dans les perceptions individuelles et collectives d’un même événement : la mémoire est prise comme lieu de pensée et d’expérience d’un « nous » pluriel. Ce « nous » est particulièrement présent dans les oralités rapportées par Proglio et semble recouper des réalités et des formes différentes : il va d’un « nous » délimité, comme le petit groupe d’ami·es qui partent ensemble à Gênes, au « nous » beaucoup plus élargi de l’ensemble des manifestants, ou même de tous ceux qui pouvaient alors se percevoir comme « citoyens » d’un monde globalisé. Parfois ce « nous » semble aussi se faire celui d’une génération qui s’est perçue comme défaite. C’est pourquoi Proglio parle dans son article de « […] récits individuels toujours conjugués au pluriel, avec un “nous” générique pris pour acquis »c. Par la traduction de certains témoignages issus de son ouvrage, nous aimerions donner à voir la constitution de ce « nous » ou de ce « on », d’un récit à l’autre.

Nous avons choisi de traduire un échantillon de passages du quatrième chapitre, lequel retrace la journée du 20 juillet, jour des « places thématiques » et de la mort de Carlo Giuliani : il s’agit selon nous d’un moment qui pose la question du « nous » de manière singulière puisque c’est la journée durant laquelle les différentes composantes de la mobilisation se répartissent dans différents lieux de la ville, avec des modes d’action et des objectifs aussi spécifiques qu’hétéroclites (tenir un stand, manifester, gagner la « zone rouge », etc.). Ce chapitre pose donc le « nous » des journées de Gênes comme réalité composée d’une pluralité de sensibilités, d’aspirations politiques, de manières de s’insurger et d’exprimer sa colère, pourtant traversée d’images communes puis de violences subies collectivement, de souvenirs partagés. Nous avons choisi un, parfois deux témoignages, pour chaque place thématique, afin de rendre compte au mieux de cette diversité de points de vue, mais aussi de la manière subtile dont l’historien laisse les voix se dérouler avec des trous, ses hésitations et ses flashbacks tout en recomposant la narration.

*

Sampierdarena

Piazza Montano. Plein de drapeaux anarchistes qui flottent au vent. Beaucoup de slogans du syndicalisme de base. Pietro est parmi les personnes qui prennent part à ce cortège – présenté par les médias comme le plus dangereux – qui se tient de l’autre côté de la ville par rapport à l’endroit où surviennent des affrontements. C’est la zone historique des luttes ouvrières : « pour cette raison, le couchant prend une signification y compris du point de vue symbolique ». C’est là que se trouvent les usines, les Chambres du travail (Camere del lavoro) révolutionnaires du début du siècle.

Le cortège part de Piazza Montano et traverse Sampierdarena. Il arrive jusqu’au premier grand bloc de la « zone rouge », là où partent à présent les bateaux de Costa Crociere. Là, il y a un énorme barrage « fait avec des murs, des policiers, et des grilles immenses », se souvient-il. La tension monte. Mais la décision est prise de ne pas tenter de braver les interdictions, de faire repartir le cortège dans l’autre sens : « c’est un cortège oublié parce que celui qui était de l’autre côté c’était le cortège de Carlo Giuliani ».

Pietro apprend, au téléphone, qu’il y a des affrontements extrêmement durs en cours : « on parlait d’un mort, de deux, de trois, mais nous n’avions pas la moindre idée de ce qui était en train de se passer de l’autre côté ». Ce n’est qu’une fois arrivé chez lui, en fin de soirée, qu’il apprend ce qui est arrivé Piazza Alimonda. Il décide de rester avec des amis, de ne pas participer aux réunions d’organisation du lendemain.

Le cortège des disobbedienti

« J’ai commencé à entendre depuis le camion qu’on était pris dans un reflux… c’est-à-dire que sans arrêt, autour de moi on n’arrêtait pas de dire qu’il y avait un ou trois morts », ainsi raconte Roberto P., des Giovani Comunisti. Il s’arrête pendant une seconde et soupire. Les jets de lacrymo continuent, on entend des hurlements tout autour. « Je me suis dit : “tu es devenu adulte”, et je dirais même, on est tous devenus adultes ce jour-là ». C’est une mémoire autoréflexive qui découvre un espace entre les événements, hors du cours du temps, pour marquer un passage, un changement personnel et collectif.

« On est sortis du stade Carlini et on était organisés par aires géographiques », se souvient Roberto. Les « chefs militaires » du mouvement ont décidé – se souvient-il – de descendre dans la rue avec leur cordon, conformément à l’histoire des organisations. Dans les premières lignes, on trouve les Vénitiens et les Romains. « Nous » – c’est-à-dire le groupe de Rifondazione comunista et le centre social occupé et autogéré Gabrio – « on a voulu nous mettre pas mal sur le devant, donc on était là où il y avait la formation de la tortued. Tout le monde a des protections et des boucliers. Il y en a même qui ont des pneumatiques. Ce premier groupe ouvre le cortège et se trouve devant le camion qui diffuse successivement des chansons et des prises de parole.

« On descend Via Tolemaide ». Ils sont très lourdement équipés, mais aussi prêts pour l’affrontement. « Quand ils ont commencé à charger, le cortège s’est carrément décomposé ». La partie du cortège qu’il qualifie de « militaire », c’est-à-dire la plus organisée et habituée à descendre dans la rue, « déploie, à raison, toutes les formes d’auto-défense possible ». Mais, en même temps, le cortège semble peu préparé : « on avait des extincteurs et du matériel coloré qui devaient nous servir pour les grillages » de la « zone rouge ». La charge sur la tête du cortège entraîne une transformation dans le rapport à la rue : « l’assaut à froid a fait que… même les choses qui étaient censées être des objets de mise en scène sont devenues, ensuite, des objets de résistance ». Les lacrymos fusent, l’air est irrespirable. « On a résisté bien plus longtemps que ce dont on se croyait capables ».

Mais la situation est difficile. Le cortège avance lentement en descente, le long de Via Tolemaide. La police continue à tirer des bombes de gaz CS. L’énorme remorque qui porte la sono forme un bouchon. Quand les carabinieri en tenues anti-émeute arrivent sur les premières lignes, ils essayent d’arracher les boucliers en Plexiglas. Ensuite, d’un côté, il y a le trottoir qui mène à la gare. « On organise la résistance » : une lutte acharnée pour maintenir ses positions, pour gagner du terrain. On renonce immédiatement aux pratiques de désobéissance civile. Et on balance tout ce qui est à portée de main sur la troupe des casques noirs. « L’objectif, à partir de là, c’était de défendre le camion et tous ceux qui n’avaient rien », affirme Roberto P. Beaucoup de gens qui étaient dans le cortège s’éloignent, se retrouvent dans les rues voisines, et certains se font tabasser par la police ».

« Je suis passé Piazza Alimonda un quart d’heure avant… », dit Roberto P. qui laisse traîner la dernière syllabe pour ne pas dire l’indicible.

Il est 12 h 00, maximum 12 h 30. Dans le cortège des disobbedienti commence à se répandre la nouvelle selon laquelle la police aurait tiré et tué. Roberto P. se souvient : « une femme, on disait ». Puis, peu après, le chiffre est monté à trois personnes. Avec les autres militants des Giovani Comunisti, il profite du reflux du cortège et va se placer à l’arrière. Au même moment, les gaz lacrymogènes continuent de pleuvoir et les charges s’enchaînent. « Jusqu’à ce que, alors qu’on est dans un moment de trêve, c’est-à-dire quand on comprend qu’en battant en retraite, ils ne nous suivent pas, on a commencé à se dire, tous, que ça allait se finir comme au Chili ». Il répète : « la perception que moi j’ai eue, c’est : ça se termine comme au Chili, on va au stade et on se fait massacrer ».

Au-dessus de lui il y a quatre hélicoptères qui surveillent les manifestants depuis le ciel. Tout semble lui rappeler les histoires du coup d’État de 1973 : « je l’ai vécu comme ça, physiquement et émotionnellement ». C’est-à-dire que le choc est tellement puissant qu’il fait résonner un amalgame de sentiments aussi bien dans le corps que dans l’esprit.

« Mais donc ça n’était pas seulement une question de répression de la manif, enfin, il était vraiment en train de se passer quelque chose de – passe-moi l’expression – plus politique, c’est-à-dire… ». Avant que je puisse aller au bout de ma question, il reprend la parole, en m’interrompant : « Ils voulaient tous nous tuer ». Il le répète deux fois, d’un ton sombre et inquiet. Puis il continue : « c’est cette chose-là que je sentais, qu’on sentait… ils voulaient tous nous tuer ! »

Je lui demande : « Mais c’était la police, ou bien… ». Là aussi, sa réponse est prompte : « Non, c’était le gouvernement, le gouvernement. »
« Donc une espèce de coup d’État ? »
« Une espèce… de destruction… de ce mouvement… potentiellement révolutionnaire ».

Piazza Paolo da Novi

L’atmosphère colorée et festive du jeudi laisse place à un autre climat, bien différent. Cela se produit, d’après Titta, « sans véritable préparation ». Puis elle précise : « ça, je le dis aujourd’hui… à ce moment-là sûrement ce premier vendredi, ce vendredi, on le vit, du moins pour la première partie de la journée, de manière même un peu exaltée, dans la tentative ou dans l’espoir ou dans l’illusion de vivre y compris matériellement ce slogan de la désobéissance civile. » Un autre monde est possible, c’est à celui-ci que Titta fait allusion. « Un slogan qui malgré tout – ajoute-t-elle – réunit trop de réalités différentes : du réseau Lilliput aux milieux contestataires les plus radicaux, et qui n’est pas capable, dès le départ, de les faire tenir ensemble ». Piazza Paolo da Novi, les plans sautent tout de suite. Des manifestants « qui plus tard seront rebaptisés black blocs par les médias » arrivent, les premières charges démarrent. On ne comprend plus rien, continue Titta.

 Il y a un moment de confusion totale, et tout ce qu’on avait essayé de mettre en place, en termes de service d’ordre, de premières lignes, de secours, de cordons de sécurité… ça pète, tout pète ! Nous on garde beaucoup [à l’esprit] l’image de la mort de Carlo Giuliani le vendredi et certainement les images du samedi… Mais ce désordre, cette confusion, ce chaos, ça a commencé tout de suite et ça n’a, comment dire, permis à personne, je parle des camarades, je parle des mouvements, de coordonner la rue, de guider les gens. 

Cet épisode montre bien à quel point des composantes différentes sont réunies dans la rue.

 Un groupe, je ne saurais pas te dire qui, il y a toute une polémique qui va naître de ça… un groupe que j’appellerais d’anarchistes/black bloc confond Vincenzo Miliuccie qui est en train de revenir vers les camarades, vers la place pour rapporter ce que lui avait dit la Digosf, ils le prennent pour un Digos et ils l’agressent. Ils lui ouvrent le crâne et Vincenzo est amené à l’hôpital où il restera pour le reste des journées de Gênes. Cette chose-là, je te parle de ça, pour te raconter le climat de confusion totale qu’il y avait. Cette confusion totale a provoqué chez les gens une peur incontrôlée. Je me souviens en particulier de deux jeunes, deux collégiens qui faisaient partie de notre groupe de Bari, qui à un moment se pissent dessus. Parce que, les gens qui fuient, les premières personnes couvertes de sang, le fait de ne pas réussir à comprendre où il faut aller, qui suivre, quand s’enfuir, qui poursuivre, dans une ville que clairement personne d’entre nous ne connaissait… une chaleur terrible, une ville connue pour ses rues qui montent et qui descendent, et les premières scènes de, comment dire, je dirais d’intempérance, de non-gestion de la rue de la part de la police, ce qui fait qu’à un moment, avec des gens du service d’ordre aussi bien de Rome que de Florence, on essaye de comprendre ce qu’il faut faire, c’est-à-dire comment procéder, une fois que la place thématique a sauté… Et on voit, pendant qu’on court et qu’on fuit, regroupées et amassées, un groupe de femmes, dont on apprendra plus tard qu’elles étaient proches du réseau Lilliput, toutes entièrement couvertes de sang. Euh… au-delà d’essayer de leur venir en aide… avec quoi ? Avec rien… avec de l’eau, essayer de leur apporter du soutien… L’état de choc de ces femmes, de ne pas comprendre ce qui s’était passé, pour quelles raisons elles avaient été chargées par la police. Après quoi, donc le vendredi, la nouvelle de Carlo arrive tard, elle n’arrive pas tout de suite… euh, elle arrive vers l’heure du dîner.

S’ensuit un long silence, après quoi Titta ajoute que l’absence de préparation prend la forme du Plexiglas, de la mousse de protection, des citrons et des bouteilles pleines d’ammoniac. La violence de la police est si importante qu’elle s’en souvient avec ces mots :

Une disproportion, vraiment, par rapport à aujourd’hui, après tout ce temps, vraiment je ne comprends pas comment on a pu descendre dans la rue en pensant que tout ça, que tout cet attirail puisse d’une quelconque manière témoigner, ou même seulement représenter, notre détermination [silence]. Ça c’est clairement un premier élément de l’aspect absolument critique.

Le deuxième, en revanche, concerne l’instrumentalisation médiatique. Il y a des centaines de milliers de personnes, principalement des jeunes, qui ont décidé de manifester, et qui ont trouvé une réponse aussi enragée de la part des forces de l’ordre : « ils ont un souvenir traumatisant de Gênes », et on les a transformés en « viande d’abattoir ».

Parce que, probablement, beaucoup d’entre nous ont voulu aller là-bas pour simuler un conflit. En réalité, on s’est retrouvés face à des gens qui connaissaient un certain type de rapport à la rue, un certain type de dynamique, à une chose bien plus grande que nous. Une chose déjà décidée, déjà établie, déjà déterminée, face à laquelle nous on arrivait en n’étant pas du tout préparés et en effet on s’est fait retourner. Le vendredi on s’est fait retourner, le samedi, Gabriele, non seulement on s’est fait retourner, mais ça nous a laissés complètement abasourdis, sans voix.

Piazza Manin

Chiara U. a peu de souvenirs de la manifestation du vendredi. Elle n’a pas encore 17 ans, mais quelques images restent gravées dans son esprit : « la fumée, mon amie qui n’arrivait pas à fuir avec ses béquilles, les infos qui nous arrivaient, à savoir que le stand de notre association de commerce équitable avait été détruit ». Le chaos naît de l’action des forces de l’ordre sur Piazza Manin, l’une des places thématiques où beaucoup de facettes du mouvement sont présentes : « tout le commerce équitable, tous les mouvements internationaux ». La place est « complètement dévastée par la police : nous on était passés un peu plus tôt pour saluer nos amis du commerce équitable ». Le souvenir des violences est indélébile :

 Ma famille a des photos où on les voit se dissimuler sous les arbres [elle fait référence aux forces de l’ordre]. Tout ça m’est apparu clairement plus tard, parce que moi je n’ai rien vu de tel, donc je n’avais pas directement les outils pour le comprendre. J’allais et venais en portant le symbole de la paix, pour moi c’était quelque chose que mon cerveau n’était pas prêt à voir, je ne m’étais pas formée pour arriver à ces journées, probablement avec un peu de naïveté parce que ce n’était pas une manif à Giaveno mais c’était la contestation du G8, ça c’est sûrement ma responsabilité et celle de ma famille. Mais d’un autre côté, c’était vraiment une chose où tu ne pouvais pas comprendre ce qui était en train de se passer si tu étais quelqu’un qui venait d’une réalité plus petite et qui était si jeune. Je me souviens seulement d’une peur comme jamais je n’en ai éprouvée dans ma vie, ce jour-là. J’étais terrifiée par la police, il y avait du sang partout, du sang et de la fumée partout.

Son amie en béquilles n’arrive plus à s’enfuir. Elles supposent toutes les deux que les affrontements se déroulent « plus bas » et qu’il faut donc « s’enfuir vers les collines ». L’image la plus nette est celle des béquilles « qui avancent à grand peine ». Elles arrivent à s’éloigner « pour un temps qui dans mes souvenirs est infini ». Les nouvelles qui leur parviennent sont nombreuses et fragmentaires, mais elles parlent d’une véritable guerre :

On ne comprenait pas combien de morts il y avait. Parce qu’un des souvenirs les plus vifs que j’ai c’est que j’étais convaincue que… il y a même un livre de Tassinari sur la deuxième fille morte au G8, I segni sulla pelleg… Je me souviens de cette grande… alors, j’ai des souvenirs un peu plus clairs du vendredi soir parce que nous, on avait fait une réunion avec notre groupe affinitaire parce qu’on ne savait pas s’il fallait rester ou partir, dans le sens où on voulait prendre la décision en tant que groupe, mais c’était très difficile parce qu’à ce moment-là c’est la peur qui dominait, on ne comprenait même pas combien de personnes étaient mortes ce jour-là, justement, parce que sur le moment on ne comprenait pas… je… on n’avait pas les téléphones portables, c’était vraiment une organisation de vie totalement différente. Enfin, là je ne saurais pas dire comment je communiquais avec ma famille, mais ce qui est sûr c’est que je n’avais pas de téléphone portable. Probablement par l’intermédiaire d’autres amis. On n’avait pas accès à internet et donc on ne comprenait rien. C’est dans cette grande confusion qu’on s’est réunis, et c’est très très très péniblement qu’on a décidé de rester.

Il a été compliqué, pendant cette réunion, de décider s’il fallait rester ou non : « moi, je m’en souviens très bien, je voulais rester ». De même sa famille : « c’était le moment de rester : c’était la décision juste ». Mais, clairement, « il fallait être fort pour faire ce choix-là », surtout pour un groupe non-violent dans un contexte où la rue est devenue aussi ingérable.

Mara arrive à Gênes en voiture avec son compagnon, ils partent de Milan. Ils quittent l’autoroute et arrivent à rejoindre le port sans problèmes. À partir de là, ils avancent à pied. Ils voient « les murs de fer » de la « zone rouge » et beaucoup de policiers. Ils cherchent la Piazza Manin comme point de référence. La foule du mouvement est pacifique et colorée. Il y a beaucoup d’enfants. Mais ils ont la sensation que la situation n’est pas sûre. Les premiers jets de lacrymo partent et la panique commence : « au point qu’à partir de ce moment-là, je n’ai presque plus jamais participé à une manifestation ». Ce moment-là, elle le compare à la « perte de l’innocence » : « découvrir que tu vis comme en Argentine c’est se cogner salement au réel ». Et puis elle ajoute : « rien ne peut plus être comme avant ».

J’ai vu des bonnes sœurs se faire matraquer. J’ai vu comme ils agissaient. Les black blocs passaient en marge de la place sans que personne ne les arrête et ils sont même arrivés sur cette petite place où finissait cette rue. Juste après eux arrivaient les policiers et ils tabassaient tous ceux qui étaient… tous les gens de Piazza Manin ont été tabassés sous prétexte que dix minutes plus tôt les black blocs étaient passés par-là. J’ai clairement vu des policiers en civil infiltrés qui donnaient des instructions… habillés comme des black blocs, avec les casques, mais en civil, qui donnaient des instructions aux policiers, aux carabinieri et aux forces de l’ordre sur où ils devaient passer. Et puis quand j’étais en train de partir, que les esprits étaient en surchauffe dans toute la ville, la partie basse de la ville, en revenant dans les environs de Piazza Principe, là j’ai carrément vu les forces de l’ordre faire une sorte de cordon sur le trottoir et obliger les gens qui passaient entre eux à se prendre leurs coups de matraque, y compris des bonnes sœurs. Je veux dire, ça, ça restera toujours gravé dans ma mémoire.

Les forces de l’ordre semblent « droguées, sous coke ». Elles arrivent d’en haut et d’en bas, tandis que sur un autre front, un groupe de manifestants habillés en noir est en train de s’armer avec ce qu’ils trouvent dans un chantier. Mara fuit avec son compagnon. Ils longent une avenue qui traverse la ville depuis ses hauteurs avant de redescendre sur Piazza Principe. Ils récupèrent leur voiture et rentrent vers Milan.

La place thématique du médiactivisme

Elettrico est à l’école Pertini avec les autres médiactivistes d’Indymedia. Le vendredi il va voir toutes les places avant de rentrer à la base arrière. « On faisait un peu office de centralisateurs : nos numéros de téléphone, ceux de nos téléphones portables et ceux des fixes, servaient à recevoir des infos ». Ils essayent notamment de rassembler des informations sur les déplacements des forces de l’ordre, en les communiquant ensuite à la radio.

Avec le début des affrontements, ils reçoivent énormément d’appels. La plupart des personnes demandent de l’aide parce qu’elles ont été chargées par les forces de l’ordre : « elles voulaient savoir s’il y avait des endroits où elles pouvaient aller ». Beaucoup de groupes arrivés du Nord de l’Europe sont éprouvés par la violence subie, se souvient Elettrico : « nous avons vu des gens revenir ensanglantés, des gens qui étaient sortis dans le but d’aller filmer un cortège ». C’est précisément pour cette raison qu’on improvise une infirmerie à l’école Pertini.

Une camarade, une amie, lui apprend le meurtre de Carlo Giuliani :

Je me souviens des mots : “je ne veux plus bouger, où est-ce que je dois aller ?” Elle était en train de pleurer. Je lui ai dit de rester calme : “je vais te guider”. Et elle criait : “non, non, non, ils viennent de tuer quelqu’un”. Alors je lui ai dit : “dis-moi où tu es et je viens te chercher”. Je suis sorti, je suis allé la chercher et je l’ai ramenée là-bas. À ce moment-là, la montée d’adrénaline ne me laissait pas le temps de penser : “mon Dieu, qu’est-ce qu’il s’est passé ?”. Enfin, je suis sorti et je suis allé chercher les personnes que je pouvais récupérer et je les ai ramenées là-bas. Je me souviens qu’à partir de ce moment-là [il rit], ça a pas mal été une surenchère… Je me souviens plus tard, quand ça s’est su, l’appel de ma mère. Et moi : “non, non, tout va bien”. Et je me souviens, évidemment, de notre manque total de préparation… qu’on n’était pas prêts pour ce niveau-là, et je dois dire, honnêtement : on a bien résisté. Pas militairement, parce que c’est vrai qu’on était dans un endroit… les gens qui étaient dans le cortège, eux, ont résisté militairement mais… la résistance qu’on a eue c’était je crois dans notre manière d’affronter la situation, d’essayer de soutenir les personnes qui arrivaient alors que nous-mêmes, en réalité… d’ailleurs, il pouvait arriver n’importe quoi à tout moment. Chercher aussi à… pas seulement ne pas pouvoir faire ce que tu aurais voulu parce que tu sais que tu mettrais en danger d’autres personnes… à la limite tu dois calmer les gens, leur donner un sentiment de sécurité que toi-même tu n’as pas… je me souviens que c’était très dur, mais je n’ai pas un souvenir… ce qui est incroyable c’est que de tout ce week-end je n’ai pas un seul souvenir de fatigue, tellement le niveau de tension était fort.

Au QG d’Indymedia, parmi les différentes nouvelles non confirmées de ce jour-là arrivent aussi celles qui parlent de plusieurs morts : « pas un mais trois ». Ce souvenir le ramène plus loin dans le temps, au soir du lendemain, au moment de l’irruption des forces de l’ordre dans la Diaz : « ils sont sortis avec les sacs noirs, c’est-à-dire… forcément, là, tu peux penser à n’importe quoi… d’ailleurs à ce moment-là, enfin… [il soupire] dans les sacs noirs il n’y avait personne… mais, d’après moi c’était une stratégie pour faire croire qu’il y en avait et pour provoquer des réactions ».

Aucune place thématique

L’idée pour Alessio et ses camarades, ce vendredi-là, c’est d’entrer dans la « zone rouge ». Et puis il réfléchit :

Je me suis toujours demandé pourquoi la flicaille n’est pas restée derrière le mur qu’il y avait et comme ça il ne se serait rien passé. Au pire ils nous balançaient un peu d’eau et personne n’aurait réussi à escalader… Je ne sais pas si tu t’en souviens… mais moi je me souviens qu’il était gigantesque. Quand je suis arrivé à Gênes, j’ai vu justement ce… à un endroit de la “zone rouge”, une grille assez haute. L’idée d’entrer était symbolique et partagée par tous, ça voulait dire : fais gaffe parce qu’on est là, on est là, et en plus on représente… je me souviens de cette image du gros poisson et celle avec plein de petits poissons qui font un poisson encore plus gros… et les petits poissons c’était les six milliards de gens ».

Ils vont dans la rue, quelques-uns sont « bardés ». Ils sont proches d’une gare, mais il ne se souvient pas bien de laquelle. La marche commence. Il est avec une trentaine de personnes, peut-être même moins. Il sait que de l’autre côté de la ville défile un cortège où pourraient survenir des affrontements. Les incertitudes sur comment s’y prendre ont été réglées dans la nuit blanche de la veille, avec son groupe. Il se rappelle distinctement le moment où tout a changé, ce bruit :

 J’ai l’impression d’avoir entendu le coup de feu… et à partir de ce moment-là, une peur terrible, surtout parce qu’une espèce de chasse à l’homme a commencé. Moi je me suis senti comme dans un game, dans lequel moi j’étais celui qui était poursuivi, moi et d’autres personnes.

Gênes est un boyau. Il y a des ruelles étroites qui montent. C’est le pire endroit pour s’enfuir.

Le game, je l’ai réussi parce que je ne me suis pas fait choper. Mais pendant que le game était en train de se dérouler, on entendait dire des choses très graves. À un moment la nouvelle est arrivée qu’une personne était morte. Qu’on avait tiré sur un manifestant. Donc, à partir du moment où il y a des personnes en uniforme bleu qui ont tiré, et qui te poursuivent, tu n’es plus tellement serein. Moi je l’ai vécu comme un truc… là j’ai commencé à avoir peur, pour moi, pour les personnes que je connaissais, qui étaient là avec moi.

La manifestation se prolonge dans une course poursuite générale et continue. Ce n’est plus un cortège, c’est un sauve-qui-peut.

Et puis je me souviens qu’à un certain moment des rumeurs ont commencé à circuler sur le fait que... qu’il y avait eu d’autres morts, qu’il y avait eu d’autres coups de feu… enfin, des choses qui n’étaient pas vraies. Peut-être qu’une personne était morte dans un accident de la route, je n’ai aucune putain d’idée de comment cette info est arrivée.

Les policiers sont partout, à chaque coin de rue, en tenue anti-émeute.

Je me souviens que quand on est rentrés au stade Carlini, le soir, où en gros on marchait et à chaque putain de coin de rue il y avait quelqu’un avec un uniforme bleu, et beaucoup de personnes se mettaient au minimum à les injurier. Voilà, à ce moment-là, pas par témérité, mais peut-être un peu par lâcheté, j’avais changé de point de vue par rapport à la nuit d’avant. Du style : « évitons de les provoquer, parce qu’on pourrait se les prendre, parce qu’ils savent pas gérer la rue. »

Même sans expérience de mobilisation de rue – explique Alessio –, les choses qu’il a vécues lui évoquent Des fraises et du sang, un film de Stuart Hagmann (1970). Ce film et certaines manifs où il y avait eu des charges à Turin constituent pour lui une échelle de référence.

J’avais la sensation qu’il s’était passé quelque chose de particulier, en tout cas de… qui sortait de la normalité, il y avait… même si moi, personnellement, je n’ai jamais vu de black bloc. Ça ne veut pas dire qu’il n’y en avait pas, ça ferait de moi un négationniste, bien sûr. Puis il fallait voir qui étaient ces black blocs, pourquoi ils ont réussi à rentrer, s’il y a eu des infiltrations. On en a lu de toutes les couleurs et ce serait intéressant à élucider. Parce que ça ferait encore plus voir quelles ont été les responsabilités des forces du soi-disant ordre.

Piazza Alimonda

Simona, avec ses collègues de « Il Manifesto », arrive à l’endroit où Carlo Giuliani a été tué, peu après le coup de feu. C’est ainsi qu’elle se rappelle ces moments-là :

Et là il y avait une atmosphère que je n’oublierai jamais. La place était pleine à craquer, complètement à l’arrêt. Personne ne bougeait, avec ceux du Social Forum qui appelaient au calme : “stop, chut, bougez pas, personne ne bouge”. Et même du côté des carabinieri, il y en avait de ceux qui géraient la place et qui disaient : “personne ne bouge, personne ne bouge”. Là ça pouvait dégénérer… là, là quand on est arrivés il y avait Carlo Giuliani à terre et… tous qui marchaient non pas sur lui, mais enfin autour. C’était le bordel autour. Donc là on était au bord du cataclysme et il y avait tous ceux qui ont tenté… et qui avaient réussi à stopper… enfin, la chose était tellement grave qu’il y a eu une sorte de suspension. Tout s’est arrêté, tout le monde était très tendu. Tout le monde très sur ses gardes. Les jeunes qui pleuraient, désespérés. Dis-toi que la plupart des gens sur cette place étaient extrêmement jeunes, et jamais mais jamais ils n’auraient pensé… en attendant ils étaient épuisés, ils avaient peur, on les avait pourchassés, gazés… et puis il y avait ce mort et ça c’est une chose qu’à 20 ans on ne… mais il y en avait même qui avaient 16 ou 17 ans. Tu ne peux même pas concevoir un truc pareil dans les années 2000. Nous, malheureusement, on vient des années soixante-dix. Et puis, en fin de compte, entre temps en vingt ans il ne s’était rien passé. Enfin si, un peu la Pantera mais rien de vraiment violent comme ça l’a été pour moi quand j’avais 16 ans et qu’on a tué Giorgiana Masi à côté de moih. J’avais fait le mur parce que je voulais aller à la manifestation. Enfin voilà, c’était autre chose. Donc nous on était habitués aux gaz lacrymos. Dans les années soixante-dix, toutes les manifestations se terminaient avec des lacrymos. Nous en plus on a eu la période des autonomes où ça sortait les flingues. Et puis Cossiga tuait les manifestants, donc c’était pas des tendres. Mais là il y avait des générations qui n’avaient jamais vécu une chose pareille.

Il est 18 h. Roberto P., comme beaucoup d’autres, apprend à ce moment-là la mort de Carlo. « Il y en avait qui regardaient les infos ». Dès que la nouvelle lui parvient par le JT régional de 19 h, il passe des appels pour la communiquer. Un camarade d’un squat à Gênes, qu’il connaît, lui dit qu’ils étaient ensemble la semaine précédente. Il pleure, ravagé par la tristesse et la rage. « Un de nos camarades de Rifondazione comunista, référent à Gênes, habitait dans l’immeuble juste derrière Piazza Alimonda », affirme-t-il. C’était un QG qui était considéré par à peu près tous ses camarades comme un point de repère. Puis il ajoute : « Carlo, il y a quelques années, figurait parmi nos adhérents ». Ce n’était pas un militant mais tout le monde le connaissait.

Paola est en première année à l’université. Elle participe au G8 avec des amis de Chivasso et avec sa colocataire. Une amie de cette même colocataire propose d’accueillir tout le groupe chez elle. « Comme nous, d’autres personnes aussi, qu’on ne connaissait pas, avaient pris cette maison comme base pendant leur participation au G8 ». Sa colocataire part le jeudi soir. Elle l’appelle et elle lui raconte le formidable cortège pour les migrants. Paola arrive à Gênes en s’attendant à une ambiance positive bien que tendue. Vendredi matin des amis de Rome et d’autres villes la rejoignent. « Je me souviens que j’avais fait ce trajet en train avec des personnes que je voyais à l’Imbarchinoi, où j’allais travailler l’après-midi » : c’est quelques heures de trajet depuis Turin. « Ce sont des personnes que je n’ai plus jamais revues : donc vraiment tout le monde est allé à Gênes ».

On plaisante à propos du pull de la colocataire, d’une marque spécifique pour faire de la danse. On dirait une virée entre amis, à la mer. Paola se souvient précisément de cet état d’esprit y compris dans la manière de s’habiller : « on avait des tongs, on n’avait même pas de baskets ». Une fois arrivés à la maison génoise et une fois les sacs déposés, commence justement une discussion sur les chaussures les plus adaptées pour la manif, discussion interrompue par l’envie d’aller voir les places thématiques, de se compter : « il y avait des gens partout : ça allait du scout au black bloc… ils étaient tous là, tous, tous ». Elle croise un très grand nombre de personnes en situation de handicap dans les différentes assemblées et dans les places.

Au milieu de la matinée, près de Porta Principe, elle comprend que l’atmosphère est en train de changer : « je me souviens des charges, des bennes à ordures en feu, des flics partout ». C’est une ambiance de guérilla. L’adrénaline commence à battre dans ses veines, même si la peur ne prend pas encore le dessus. Elle a déjà vu des charges, mais elle n’a jamais vu quelque chose d’une telle ampleur. Elle arrive Piazza Alimonda, peu après que Carlo Giuliani a été tué.

Je me souviens qu’on était là. Pendant la journée, il y avait toute ces infos qui circulaient : “une personne a été tuée”, “non, ils en ont tué deux”, “non, c’est des bobards”. Et au bout d’un moment on est arrivés Piazza Alimonda. Bien sûr il n’y avait plus… ils avaient déjà entre guillemets “tout nettoyé”… mais à l’endroit où il avait été tué il n’y avait pas de cordon de sécurité, mais un groupe de celerinij montait la garde. Et je me souviens que tout autour il y avait des personnes qui hurlaient : “assassins, assassins”. Mais quand même il y avait cette atmosphère très bizarre, parce que la situation était déjà complètement hors de contrôle, donc moi personnellement j’avais déjà très peur. Et puis il y avait cette sensation d’être dans un endroit où tu comprends que dalle. Je me souviens qu’il y avait tous ces gens qui criaient “assassins, assassins”. Personnellement je me souvenais de cette sensation de vouloir rester… parce que tout autour de Piazza Alimonda c’était… c’était entouré de celerini. Voilà, ça c’est un truc dont je me souviens toujours quand je repense à Gênes, d’être tout le temps, constamment encerclée. Donc je me souviens qu’on est restés là, à ce moment-là on était… au début on était un groupe de plus ou moins six personnes… Piazza Alimonda on était trois… au bout d’un moment on s’est perdus entre les charges et les courses poursuites à n’en plus finir… on était carrément plus que deux : Roberto et moi. Et donc je me souviens qu’on était à Piazza Alimonda et on avait cette sensation de vouloir rester… j’ai ce souvenir, c’est probablement faux mais… j’ai eu l’impression que tout le monde vivait cette même situation, c’est-à-dire que tu as envie de rester mais tu te chies dessus… parce que : a) ils viennent de tuer quelqu’un et b) parce que, encore une fois, tu es toujours encerclé, parce que si ça se trouve il y aura une charge, parce que si ça se trouve toi aussi on va te buter. Et puis il y avait ce truc constant des hélicos au-dessus de nos têtes qui était très très stressant… ce bruit constant, tu avais constamment l’impression d’être surveillée, et évidemment c’était pas toi en tant qu’individu qu’on surveillait, mais c’était une façon de gérer les déplacements et la logistique de toutes ces personnes qui se déplaçaient. Et puis je me souviens d’énormément de charges à des endroits différents de la ville. Je me souviens des charges devant une résidence étudiante. Dans le cortège des disobbedienti, à un moment on est montés sur une espèce de petite colline et là ils nous ont chargés sans pitié. Et c’est là qu’on s’est retrouvés, ce Roberto et moi… et on a commencé à s’enfuir, dans un contexte où tu fuyais parce qu’on venait de te charger par derrière, donc tu allais dans une direction, et un groupe de personnes arrivait dans la direction opposée et te disait : “il faut aller par-là”… parce qu’en effet ils étaient en train de charger, ou parce qu’il y avait ces petits groupes de flics qui se baladaient pour tabasser les gens… et donc [d’un ton ironique] tu ne savais pas où te foutre. J’étais tellement en panique que je rêvais de trouver une bouche d’égout, de l’ouvrir et de me cacher dedans, parce que je ne savais vraiment pas où me foutre, parce que c’était rempli de gens qui voulaient te fracasser la tête.

La longue fuite de Paola arrive à son terme. Elle voit un magasin de pizza al taglio et elle décide, avec son ami Roberto, de s’y arrêter. En face, il y a l’école Diaz. Aucun des deux ne sait comment rentrer chez eux. Ils ont peur et pensent qu’il pourrait être dangereux de se déplacer à travers la ville. Ils entrent dans l’école et demandent s’ils peuvent rester pour la nuit : on leur dit que le nombre de places disponibles est déjà réduit, mais qu’ils peuvent rester là s’ils souhaitent. Finalement, ils décident de ne pas rester. Dehors il fait déjà nuit. Ils rentrent à leur hébergement génois et retrouvent tous leurs autres amis. « Je me souviens de très peu de choses ce soir-là ». Ils cherchent des infos à la télévision. Ils n’en reviennent pas. C’est un souvenir flou : « peut-être qu’on n’a pas eu de grosses discussions, on était trop traumatisés ». Le jour suivant, l’amie de Paola, Francesca, continue à répéter : « tu te rends compte, ils ont tué quelqu’un ». Elle, se souvient Paola, « elle n’est plus allée à aucune manifestation ».

Il y avait aussi l’idée qu’un truc comme ça ne pouvait pas se reproduire, que c’était trop gros, que d’une manière ou d’une autre le lendemain ils nous auraient laissés tranquilles, qu’ils se seraient mieux comportés avec nous parce que, putain, ils avaient tué quelqu’un.

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Notes

1 In questo contributo, utilizzerò alcune parti delle interviste raccolte durante la ricerca di storia orale sul G8 di Genova e pubblicate nel seguente volume: G. Proglio, I fatti di Genova. Una storia orale del G8, Roma, Donzelli, 2021.

2 Per le nuove generazioni di attivisti, ad esempio, Genova è elevata a simbolo di uno scontro altissimo e al contempo troppo lontano dai giorni presenti. Al pari, Sandro Portelli intende Genova come luogo della memoria anche per chi non partecipò alle manifestazioni, ma che le visse ugualmente sulla pelle in termini emotivi. Sono i genitori dei manifestanti, coloro che decisero di non scendere in piazza per cause e motivi differenti. Cfr. S. Portelli, Generazioni a Genova, luglio 2001, in Id., Storie orali. Racconto, immaginazione, dialogo, Roma, Donzelli, 2017, pp. 425-453.

3 Si tratta di oltre ottanta interviste, di cui ne sono state utilizzate oltre cinquanta per la realizzazione del volume pubblicato da Donzelli. Sono interviste semi-strutturate a uomini e donne, di diversa età e con molteplici percorsi politici, tutte e tutti residenti in Piemonte, in particolare nel torinese. La scelta di questo contesto di raccolta è motivata dalla consapevolezza che ogni luogo di ritorno e di vita, dopo il G8, ha rappresentato un elemento determinante per ripensare quei giorni del 2001. Cfr. G. Proglio, op. cit., pp. 4-14.

4 Ivi, p. 33.

5 Ivi, p. 159.

6 Ivi, p. 180.

7 M. Halbwachs, La memoria collettiva, Milano, Edizioni Unicopli, 2001 (edizione originale: Albin Michel, 1987), p. 80.

8 Ivi, p. 150.

9 Sulla storia della soggettività e sul suo utilizzo nel campo degli studi storici si legga: Luisa Passerini, Memoria e utopia: il primato dell’intersoggettività, Torino, Bollati Boringhieri, 2003.

10 Sulla metodologia storica dell’analisi in controluce si leggano: G. Proglio, Memorie di celluloide in controluce. Politiche del ricordo, rimozioni e immaginari del colonialismo (1945-1962), in Colonialismo e identità nazionale, a cura di Valeria Deplano, Alessandro Pes e Paolo Bertella Farnetti, Milano, Mimesis, 2014, pp. 313-325; G. Proglio, Food, Land, and Resistances across the Mediterranean. Toward a History of Disobedience and Resistance in Backlight, in Race, Bordering, and Disobedient Knowledge, a cura di Suvi Keskinen, Manchester, Manchester University Press, 2024 (prossima pubblicazione).

11 L. Passerini, Autoritratto di gruppo, Firenze, Giunti, 2008.

12 Ivi, p. 265.

13 Si legga G. Calella, Genova non durò 48 ore, «Jacobin», 6 luglio 2021. Online: [https://jacobinitalia.it/genova-non-duro-48-ore/] (Ultima visita: 26 febbraio 2023). L’Onda Anomala è un movimento prevalentemente di studentesse e studenti universitari e medi che si è sviluppato in Italia a partire dall’autunno del 2008. In opposizione alle riforme della scuola proposte dal Ministro Gelmini – parte del Governo Berlusconi – occupazioni, manifestazioni e cortei hanno contraddistinto l’azione di opposizione che ha coinvolto centinaia di migliaia di persone dal Nord al Sud del Paese.

14 Archivio dei movimenti sociali 14 dicembre, «Questo treno c’entra con la globalizzazione». Traiettorie no tav da Genova alla Valle di Susa, «Zapruder», n. 54, 2021, pp. 22-40.

15 Faccio solo l’esempio del movimento No Muos, che si oppone alla costruzione di una base della Marina militare Usa a Niscemi. Il 7 agosto 2022 un gruppo di 300 manifestanti si ritrovò per protestare davanti ai cancelli del terminale. Le forze dell’ordine hanno prima usato idranti e poi lanciato gas lacrimogeni ad altezza uomo. Nel comunicato di denuncia dell’accaduto, si faceva riferimento a metodi del tutto simili a quelli impiegati nel 2001 a Genova.

16 L. Passerini, op. cit., p. 265.

17 I. Bracaglia e E. Olmo Denegri, Un ingranaggio collettivo. La costruzione di una memoria dal basso del G8 di Genova, Roma, Unicopli, 2020; Zona Rossa, «Zapruder», n. 54, 2021; I. Bracaglia, G. Salvatori e M. Tiburzio, Genova 2001-2021. Cerchi della memoria, Roma, Elementi Kairos, 2021; G. Proglio, op. cit.

18 Solamente per quanto concerne la filmografia, vanno citati: Faces-Facce (Wetzl, 2002), Le strade di Genova (Ferrario, 2002), Black Block (Bachschmidt, 2001), Diaz-Dont’ Clean Up This Bood (Vicari, 2012), The Summit (Fracassi e Lauria, 2012), Carlo Giuliani Ragazzo (Comencini, 2002), Se fate i bravi (Gaglianone e Collizzolli, 2022).

19 G. Proglio, op. cit., p. 82.

20 Ivi, p. 106.

21 Ivi, p. 107.

22 Ivi, p. 81.

23 Ivi, p. 113.

24 Faccio riferimento a gruppi musicali come: Assalti Frontali, 99 Posse, Los Fastidios, Casa del Vento, Linea 77, Alessio Lega, Bandabardò, Banda Bassotti, Folkabbestia, Modena City Ramblers, Africa Unite, Manu Chao, Subsonica, Klasse Kriminale, Punkreas, Meganoidi.

25 Ivi, p. 81.

26 Ivi, p. 101.

27 Cfr. S. Crisante, Violenza mediata. Il ruolo dell’informazione nel G8 di Genova, Roma, Editori Riuniti, 2003; F. Boni e M. Villa, Dal rito all’evento. La copertura mediatica del G8 di Genova (luglio 2001), Milano, Edizioni Unicopli, 2005.

28 W. Benjamin, Per un ritratto di Proust, in Id., Avanguardia e rivoluzione, Torino, Einaudi, 1973, p. 28.

29 S. Portelli, Introduzione, in G. Proglio, op. cit., p. X.

30 Cfr. M. Halbwachs, I quadri sociali della memoria, Napoli, Ipermedium, 1996 (ed. or. 1925).

31 P. L. Berger, Invitation to Sociology, New York, Doubleday, 1963, p. 56.

32 J. Assmann, La memoria culturale. Scrittura, ricordo e identità politica nelle grandi civiltà antiche, Torino, Einaudi, 1997, p. 25 (ed. or. 1992).

33 Cfr. I. Chambers, Urban Rhythms. Pop Music and Popular Culture, Londra, MacMillan Education, 1985.

34 G. Proglio, op. cit., p. 26.

35 Loc. cit.

36 Loc. cit.

37 Loc. cit.

38 Cfr. P. Ortoleva, Miti a bassa intensità. Racconti, media, vita quotidiana, Torino, Einaudi, 2019.

39 G. Proglio, op. cit., p. 27.

40 Ivi, p. 175.

41 Ivi, p.  192.

42 Ivi, p. 69.

43 Ivi, p. 107.

44 Ivi, pp. 56-57.

45 Ivi, p. 72.

46 Ivi, p. 194.

47 Loc. cit.

48 Ivi, pp. 293-294.

49 Ivi, p. 297.

50 Ivi, p. 75.

51 Loc. cit.

52 Loc. cit.

53 L’intervista a Chiara C. è stata realizzata in presenza, presso la sua abitazione di Torino, il 27 ottobre 2019. Parte del testo citato è stato utilizzata nel volume pubblicato da Donzelli nel 2021 (p. 91).

a Issu·e d’une famille vénitienne, Robin Roman-Valussi est né·e et a étudié en France. En parallèle de ses études de dramaturgie à l’ENS de Lyon, iel s’est intéressé·e de près à la littérature italienne, à la traduction et à la traductologie. Iel a conservé un fort attachement à son pays d’origine à travers sa famille mais aussi grâce à ses activités militantes en Ligurie.

b G. Proglio, I Fatti di Genova. Una storia orale del G8, Rome, Donzelli Editore, 2021, https:donzelli.it. Les extraits choisis sont issus du chapitre IV, p. 141-196. Il ne s’agit pas d’une traduction in extenso mais bien d’un choix d’extraits prélevés dans un certain nombre de places thématiques.

c « […] racconti individuali declinati sempre al plurale, con un “noi” generico dato per scontato ». Voir G. Proglio « Mitopoiesi del G8 di Genova », § 1.

d La formation en tortue, en italien testuggine, est une stratégie adoptée par les tute bianche pour se protéger et affronter les charges de police ; en réalité, elle s’est révélée assez inefficace face à l’appareil répressif mis en place lors des journées de Gênes. (Ndlr).

e Figure de proue de l’Autonomie romaine ainsi qu’à l’échelle nationale. (Ndlr).

f La DIGOS (Divisione Investigazioni Generali e Operazioni Speciali, soit « brigade des enquêtes générales et des opérations spéciales ») est une unité spéciale italienne, notamment en charge des opérations antiterroristes.

g Référence au livre de Stefano Tassinari, Les Marques sur la peau, trad. P. de Luca et G. Toulouzan, Paris, Métailié, 2013, initialement paru en 2003. La quatrième de couverture de l’édition française indique : « Juillet 2001. Comme les dizaines de milliers de manifestants qui ont convergé vers Gênes à l’occasion d’une réunion du G8, Caterina Ramat, jeune journaliste venue couvrir l’événement, subit le déchaînement d’une violence policière d’une ampleur inédite en Europe occidentale. Marquée pour toujours elle tente de percer un mystère encore non élucidé à ce jour : l’existence d’une deuxième victime de ce sommet des puissants qui n’a provoqué officiellement qu’un seul mort. »

h Giorgiana Masi est une étudiante italienne abattue d’une balle dans le dos durant une manifestation de gauche à Rome en 1977. (Ndlr).

i L’Imbarchino est un lieu spécifique, à l’intérieur du parc du Valentino, dans lequel se retrouvaient des étudiantes et étudiants de l’université pour étudier, faire la fête et socialiser.

j Équivalent des CRS en Italie.

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Pour citer cet article

Référence électronique

Gabriele Proglio, « Mitopoiesi del G8 di Genova », Laboratoire italien [En ligne], 31 | 2023, mis en ligne le 31 décembre 2023, consulté le 14 octobre 2026. URL : http://journals.openedition.org/laboratoireitalien/10993 ; DOI : https://doi.org/10.4000/laboratoireitalien.10993

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Auteur

Gabriele Proglio

Università di Scienze Gastronomiche (Pollenzo) • Gabriele Proglio est enseignant-chercheur à l’université des sciences gastronomiques (Pollenzo, Italie). Il a travaillé à l’université de Berkeley, à l’Institut universitaire européen, à l’université de Tunis - El Manar, au Centre d’études sociales de l’université de Coimbra, à l’université des sciences sociales d’Ankara. Il s’est occupé des imaginaires coloniaux et de l’héritage des colonialismes, des migrations et des frontières dans le contexte méditerranéen, en conjuguant étude de la mémoire et théorie critique. Parmi ses travaux d’histoire orale : Bucare il confine. Storie dalla frontiera di Ventimiglia (Mondadori, 2020) ; The Horn of Africa Diasporas in Italy. An Oral History (Palgrave, 2020). En 2021, il a publié pour Donzelli I fatti di Genova. Una storia orale del G8, un volume qui rassemble et problématise plus de soixante-dix entretiens avec des personnes ayant participé à la mobilisation contre le sommet du G8 en 2001 à Gênes.

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