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Dossier

Etiam contrariorum consiliorum rationes. L’edizione latina dei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio (Montbéliard, 1588)

Etiam contrariorum consiliorum rationes. L’édition latine des Discours sur la première décade de Tite-Live (Montbéliard, 1588)
Etiam contrariorum consiliorum rationes. The Latin edition of Discourses on the First Decade of Titus Livius (Montbéliard, 1588)
Susanna Gambino Longo

Résumés

La traduction latine des Discours sur la première décade de Tite-Live est publiée pour la première fois à Montbéliard en 1588, par le médecin et universitaire Johannes Nicholas Stupanus. Parue près de trente ans après la latinisation du Prince, cette version offre des perspectives d’étude intéressantes sur la diffusion de la pensée politique italienne (et machiavélienne en particulier) au nord des Alpes, tant pour le choix éditorial derrière lequel on aperçoit la politique culturelle du comte Frédéric de Wurtemberg que pour une forme d’« appropriation » confessionnelle luthérienne du texte. L’étude se propose également d’analyser la pratique traductive de Stupanus, confrontée à la nouveauté de la langue politique du Secrétaire florentin.

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Texte intégral

  • 1 Ne parla C. Zwierlein, French-Dutch Connections: The Transalpine Reception of Machiavelli, in Fruit (...)

1Un primo passo nella direzione di quella che potremmo definire “un’appropriazione confessionale” di Machiavelli risale almeno al 1535, a pochi anni dalla prima pubblicazione dei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio a Roma e a Firenze. In una lettera indirizzata ad Erasmo, il medico bolognese Angelo Oddoni lodava le prese di posizioni antipapali del Segretario e sollecitava nuove edizioni e traduzioni per meglio diffondere il suo pensiero al nord delle Alpi1. Le versioni latine delle sue opere, destinate ad un pubblico istruito, ma che non è a proprio agio con l’italiano, di una vasta area centro- e nord-europea, sollevano diversi interrogativi sulla lettura e sull’uso che di Machiavelli si fece nella cultura più latamente riformata, negli ultimi decenni del Cinquecento, in un’Europa travagliata dai conflitti religiosi. In particolare la traduzione latina dei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio consente di arricchire la cartografia dell’Italia oltralpe e della ricezione europea di Machiavelli, e ipotizzare percorsi meno lineari della sua diffusione, concentrando l’attenzione su delle aree di frontiera, di grande porosità per la circolazione di testi ed idee fra Impero, regno di Francia e cantoni svizzeri. Una di queste è Montbéliard, la città in cui fu stampata questa traduzione. Tale operazione editoriale prolunga la diffusione nel Nord Europa del pensiero storiografico e politico italiano, diffusione di cui era già stata epicentro Basilea con l’officina Heinrichpetrina e con le edizioni di Pietro Perna, promossa da un nutrito gruppo di letterati e intellettuali italiani, fra cui Celio Secondo Curione, accomunati dall’esilio per motivi religiosi.

  • 2 Per un inquadramento della fortuna in Francia di Machiavelli i riferimenti bibliografici insostitui (...)
  • 3 La traduzione francese sarà pubblicata nel 1577: Histoire de Florence, trad. Y. de Brinon, Parigi, (...)
  • 4 Ad eccezione delle edizioni distinte di Principe, Discorsi e Arte della Guerra del 1584 (Londra, Jo (...)
  • 5 Si considerano le edizioni relative alla seconda metà degli anni 1570 fino al primo decennio del XV (...)
  • 6 G. Procacci, Studi sulla fortuna di Machiavelli, op. cit., p. 107 passim. Ricordato anche da P. Car (...)
  • 7 Discorsi di Nicolò Machiavelli sopra la prima Deca di Tito Livio, Firenze, Bernardo Giunta, 1531, B (...)
  • 8 Se la prima edizione parziale del 1544 esce senza nome del traduttore, Le premier livre des discour (...)
  • 9 Delle altre opere tradotte in latino si ricordano il primo libro delle Istorie fiorentine il cui ti (...)

2Per comprendere meglio la stagione “latina” di Machiavelli, rispetto ad esempio alla fortuna francese2 e alle edizioni in francese delle sue opere, la curva cronologica è significativa. Infatti, eccetto le Istorie fiorentine3, le opere del Segretario sono tradotte in francese a partire dalla metà degli anni 1540 e la loro pubblicazione continua a ritmo sostenuto fino ai primi anni 1570. Le edizioni latine – il Principe del 1560, il primo libro delle Istorie fiorentine del 1564, di nuovo il Principe nel 1580 e la prima edizione dei Discorsi del 1588, senza contare quelle successive fino a metà del XVII secolo – segnano un’accelerazione inversamente proporzionale alle edizioni nelle lingue vernacolari: le edizioni italiane sono interrotte4, et pour cause, dopo la messa all’Indice, mentre quelle francesi subiscono un certo rallentamento5. Il punto di svolta è probabilmente la strage di San Bartolomeo e le feroci polemiche che scatenò, nonché la propaganda “antitaliana” da parte ugonotta. Si ricorderà che Iacopo Corbinelli, negli stessi anni, ogni sera leggeva e commentava pagine dei Discorsi ad Enrico III6, annotando allo scopo un esemplare della Giuntina del 15317: l’interesse per l’opera era dunque vivo, infatti la traduzione di Jacques Gohory degli stessi Discorsi conosce altre riedizioni fino al Seicento inoltrato8. Il centro di diffusione del Machiavelli latinizzato sarà invece Basilea prima per il Principe, quindi Montbéliard per i Discorsi9, a cui fanno seguito nuove edizioni del Principe in latino. Il fatto che questa piccola città, priva di una solida tradizione accademica ed editoriale, diventi il nuovo centro d’irradiamento di autori del pensiero politico italiano e in particolare di varie edizioni machiavelliane, solleva non pochi interrogativi sulle nuove rotte europee del libro ed invita a riflettere da vicino su quella che inizialmente abbiamo chiamato la ricezione “confessionale” di Machiavelli, che come vedremo svolgerà una funzione ideologica e politica di notevole interesse.

  • 10 W. Kaegi, Meditazioni storiche, Bari, Laterza, 1960, (1a edizione tedesca 1943-1946), in particolar (...)

3Lo studio delle due figure chiave di questa operazione editoriale, il traduttore Johannes Nicolaus Stupanus o Stoppani, e lo stampatore Jacques Foillet, sarà il primo tempo di questa ricerca. E per ricostruirne la storia dobbiamo tornare indietro di qualche anno, guidati dallo studio fondamentale di Werner Kaegi10.

Machiavelli e Basilea

  • 11 H. M. Koelbing, Johannes Nicolaus Stupanus, Rhaetus (1542-1621), in Äskulap in Graubünden: Beiträge (...)
  • 12 A. Foillon, De holometri fabrica et usu instrumento geometrico, Olim ab Abele Fullonio apud Henricu (...)
  • 13 Ioannis Petri Contareni Veneti, Historiae de bello nuper Venetis a Selimo II, Turcarum imperatore, (...)
  • 14 F. Patricii, De legendae scribendaeque historiae Ratione dialogi decem, ex italico in Latinum sermo (...)
  • 15 Alexandri Picolhominei De sphaera libri quatuor ex italico in Latinum sermonem conversi… Joan. Nico (...)
  • 16 Pandulphi Collenutii Historiae Neapolitanae ad Herculem I Ferrariae Ducem Libri VI, Omnia ex italic (...)
  • 17 L’editio princeps è del 1560 (USTC, n. 677992; Innocenti-Rossi, vol. I, n. 156), la ristampa del 15 (...)
  • 18 L. Perini, Vita e tempi di Pietro Perna, Roma, Ed. di Storia e Letteratura, 2002, pp. 190-192.
  • 19 W. Kaegisuppone che Stupanus e Perna avessero fra le mani «una delle prime edizioni complessive ven (...)
  • 20 Si veda su questo punto K. Schindler, op. cit., pp. 142-143.

4Stupanus è originario della Rezia (1542-1621)11, giunto a Basilea, dove compie gli studi, fa parte del circolo degli esuli italiani religionis causa che si riuniscono intorno a Celio Secondo Curione e avvia una brillante carriera universitaria nella città, nel 1578 è nominato pro-rettore ed è attivo traduttore in latino di molte opere italiane storiche e scientifiche12 (G.P. Contarini13, F. Patrizi14, A. Piccolomini15, Pandolfo Collenuccio16), pubblicate da Pietro Perna. Stupanus è al centro di un noto scandalo, minuziosamente ricostruito da Werner Kaegi, ovvero un’inappropriata dedica al vescovo cattolico di Basilea che Stupanus volle aggiungere alla sua revisione della traduzione del Principe, approntata nel 1560 dal fulignate Silvestro Tegli17 e che gli valse la sospensione dall’incarico accademico per alcuni anni. L’affaire fu anche all’origine della rottura con il suo editore Perna, al quale il più giovane e sanguigno Stupanus assestò un formidabile pugno stendendo l’ormai anziano lucchese a terra. Perna muore nel 1582 mentre Stupanus riprende le sue attività accademiche e editoriali. Sia Leandro Perini18 che Werner Kaegi sono convinti che Perna accarezzasse il progetto di pubblicare le altre opere di Machiavelli: lo stesso Stupanus, nella dedica del 1580 alla revisione del Principe, afferma di aver intrapreso la traduzione delle opere storiche, politiche e militari, ma il processo per la dedica al vescovo cattolico e la lite che ne seguì interruppero l’iniziativa19. Se a questa seconda edizione del Principe in latino furono aggiunti dei testi antimonarchici e “antimachiavelliani”, come il celebre pamphlet Vindiciae contra tyrannos e due discorsi pro e contro la monarchia, tratti da Dione Cassio, la difesa di Machiavelli è inequivocabile, come dimostra la dedica non firmata (ma di Perna) della terza emissione del 1580: in essa Machiavelli si staglia a maestro che insegna a mantenere la pace; l’insegnamento del Segretario sarebbe preferibile alle tesi degli ugonotti che gli sono ostili, colpevoli con le loro lotte di aver insanguinato mezza Europa. Insomma, nell’atmosfera mite dell’erasmiana Basilea, gli esuli italiani cercano di tracciare, tramite il magistero storico e politico machiavelliano, una via verso la tolleranza e la secolarizzazione del potere politico, avendo subito la persecuzione religiosa in Italia e assistito (e per alcuni di loro subito) all’intransigenza dei Ginevrini20. È dunque ragionevole supporre che Stupanus avesse nel cassetto la sua versione dei Discorsi e, superata la crisi del 1580-81, venuto a mancare Perna, si rivolgesse ad un altro editore per pubblicarla. È qui che entra in scena Jacques Foillet.

  • 21 L. Nardin, Jacques Foillet, imprimeur, libraire et papetier (1554-1619), Parigi, Honoré Champion, 1 (...)
  • 22 Ivi, p. 60.

5Originario di Tarare, una cittadina a nord di Lione e forse cattolico di nascita21, Foillet esercita come tipografo in varie città, fra cui Lione e Ginevra, prima di approdare a Basilea dove lavora nelle officine di Thomas Guérin e dello stesso Perna. A Basilea conosce una certa ascesa sociale, i documenti lo segnalano iscritto nel 1579 alla Corporation du Safran. Forse è a Basilea che incontra il suo futuro patron, giacché nel 1586 stipula il contratto22 con Federico I di Württemberg, conte di Montbéliard, per aprire una tipografia nella città francese, dove quindi Foillet si trasferisce ed avvia una fiorente attività di stampatore, libraio e cartaio. Fra le clausole previste dal contratto figurano la conversione di Foillet alla fede luterana e l’impegno a non pubblicare opere senza la previa approvazione del conte.

  • 23 Per la situazione di Montbéliard si veda F. Brendle, Enclaves territoriales et confessionnelles du (...)
  • 24 La trascrizione-resoconto della disputa fu il primo libro stampato a Montbéliard da Jacques Foillet (...)

6La volontà del conte di avviare una tipografia si iscrive in una più ampia politica culturale che mirava a consolidare la fede luterana nella contea. Montbéliard costituiva infatti un’enclave territoriale23 annessa al ducato del Württemberg, di cui Federico aveva assunto il titolo di conte nel 1577 (nel 1593 assumerà anche il titolo di duca del Württemberg). Stretta fra i territori cattolici degli Asburgo e le regioni cattoliche francesi, la contea è teatro di un’attiva politica ducale di consolidamento di una chiesa luterana regionale. Alleato della prima ora di Enrico di Navarra, Federico aveva offerto rifugio agli ugonotti francesi, aveva aperto in città una scuola di grammatica e un collegio di studi superiori, finanziando la formazione universitaria di pastori francofoni. Nel 1586 fu indetta, sempre dal conte Federico, una celebre disputa religiosa24 che oppose luterani e calvinisti, conclusasi con la condanna da parte del signore delle tesi calviniste, condanna che provocò non pochi disordini in città, con l’arresto o l’allontanamento di membri della comunità calvinista. L’applicazione rigorosa del principio “cuius regio eius religio”, imposto da Federico, trasformò Montbéliard in una roccaforte luterana in terra cattolica, e diede luogo alla cosiddetta “confessione di Montbéliard”. Gli stessi ugonotti ivi rifugiatisi negli anni precedenti, furono costretti a convertirsi al luteranesimo.

  • 25 K. Lutz, Ein evangelisch und cathechetisch gespraech eines predigers unnd pfahrkinds welchs mit nut (...)
  • 26 Kriegskunst deβ Herren Nicolaï Machiavelli…, Montbéliard, bey Jacques Foillet in verlegung Ludwig (...)
  • 27 L. Nardin, op. cit., p. 117.

7La conferenza di Montbéliard non ottenne la conciliazione fra le due chiese riformate, essa fu tuttavia la prima opera stampata da Foillet ed espressione del volontarismo del conte Federico in materia di politica religiosa e culturale. La traduzione dei Discorsi è pubblicata significativamente l’anno successivo, contemporaneamente ad un catechismo luterano in tedesco25. Per il resto, il catalogo di Foillet è piuttosto variegato, comprende opere di teologia, diritto, medicina, termalismo, farmacopea, opere devozionali in francese e numerose traduzioni in tedesco di autori italiani e francesi, fra cui si segnala la prima traduzione in tedesco dell’Arte della guerra del 1619, anno della morte dello stampatore26. I documenti segnalano che possedeva tre torchi, uno per le opere in tedesco (con relativi caratteri gotici) e due per i caratteri latini. Alcuni brani in greco indicano la presenza nell’officina di caratteri greci27.

  • 28 J. Bodin, Respublica das ist: gruendtliche und rechte underweysung oder eigentlicher bericht…, Mont (...)
  • 29 Franciscus Patricius, De regno et regis institutione libri IX, Montbéliard, 1594 (USTC, n. 658063).
  • 30 Innocenti-Rossi, vol. I, n. 223; USTC, n. 677993.

8Se è evidente l’espressione della volontà politica di Federico I di Württenberg di consolidare tramite un’officina tipografica la circolazione di testi di spiritualità luterana in tedesco ed in francese, ci si interroga sull’assenza dal catalogo di autori classici, normalmente destinati alla formazione dei giovani; l’edizione latina di Machiavelli potrebbe apparire a prima vista dissonante con la linea editoriale seguita da Foillet, ma l’intento di divulgare in traduzione autori del moderno pensiero politico è confermato nel 1592 dalla pubblicazione della traduzione tedesca della République di Jean Bodin28. Fra i titoli del catalogo che destano l’attenzione e che orientano la strategia editoriale in questa direzione, si trova un’edizione del De Regno di Francesco Patrizi da Siena (1594)29, la cui dottrina politica è stata più volte letta come anticipatrice del pensiero machiavelliano. Del 1599 è anche una riedizione del Principe, con una nuova lettera di dedica di Stupanus, questa volta destinata ad un accademico danese, Anders Lemvig, insediato a Basilea30. In essa, Stupanus si arroga il merito di aver riunito gli scritti “a Maclavello contrariis” per consentire al lettore di scegliere i migliori argomenti della controversia, in questo riproduce un ragionamento già esposto nella dedica dei Discorsi, e che esamineremo fra breve. Da questa nuova dedica al Principe, si evince oltretutto che Stupanus seguiva con attenzione l’attività editoriale e il dinamismo di Foillet.

Descrizione dell’edizione

9Foillet e Stupanus si erano dunque conosciuti a Basilea, nell’officina di Perna. Tuttavia il paratesto non ci illumina sul motivo per cui Stupanus affida a Foillet la sua traduzione, che teneva da anni nel cassetto, possiamo soltanto formulare delle ipotesi. Stupanus è autore di una prodigiosa quantità di opere mediche, tutte pubblicate a Basilea, presso i maggiori tipografi della città, ma si tratta di testi legati alla sua attività accademica. In qualità di traduttore invece, dopo la morte di Curione, quindi di Perna e la dissoluzione del gruppo che si era costituito intorno ad essi, dovette avvertire un cambiamento generazionale, la fine di una stagione di cui era stato protagonista e che aveva facilitato l’irradiamento degli autori italiani nell’Europa centro-settentrionale. Il testimone era dunque idealmente passato a Montbéliard, tuttavia bisogna necessariamente supporre l’approvazione e l’interesse da parte del conte Federico, e non un’iniziativa spontanea del traduttore o del tipografo.

10L’edizione latina dei Discorsi del 1588, ovvero la princeps, dovette essere realizzata con una certa precipitazione, lo si deduce da un testo poco accurato, dall’assenza del nome del dedicatario e dall’errata indicazione del cognome dell’autore (fig. 1), la dedica resta prudentemente anonima, un semplice “interpres Humano Lectori”. Per quanto riguarda la veste tipografica, essa risulta piuttosto austera, un in-octavo di oltre 650 pagine, con pochissimi elementi decorativi, un fregio nella pagina di dedica e capilettere decorati all’inizio di ognuno dei tre libri. La povertà e l’essenzialità dell’edizione machiavelliana stride con la cura e l’eleganza di altre edizioni dello stesso Foillet, ricche di elementi decorativi, come alcune opere di argomento religioso, e con una certa raffinatezza nell’uso delle xilografie e di tavole, come nel caso dei trattati militari.

Fig. 1. Frontespizio dell’editio princeps dei Discorsi in traduzione latina del 1588 (Monaco di Baviera, Bayerische Staatsbibliothek).

Fig. 1. Frontespizio dell’editio princeps dei Discorsi in traduzione latina del 1588 (Monaco di Baviera, Bayerische Staatsbibliothek).
  • 31 Nicolai Machiavelli Florentini Disputationum de Republica quas Discursus nuncupavit libri III, quom (...)
  • 32 H. Barycz, Der Pole Johannes Osmolski, ein Freund der Basler Gelehrten, «Basler Zeitschrift für Ges (...)

11È invece la seconda edizione del 159131 che, pur conservando la stessa veste tipografica, con una lingua latina più corretta (e con la giusta grafia del nome dell’autore), ci dà maggiori informazioni, giacché riproduce la dedica (il testo è identico), questa volta col nome del dedicatario e le iniziali del traduttore. Dedicatario è Johannes Osmolski32, un possidente fondiario polacco della regione di Lublino, sostenitore della Riforma, che si era stabilito a Basilea, dove aveva stretto amicizia con Theodor Zwinger, lo stesso Stupanus e con Johan Jakob Gryneus. Molto bene inserito nella vita universitaria della città, protettore della nazione polacca a Basilea, dovette fare ritorno in Polonia nel 1585, dove muore probabilmente verso il 1593. Questi dati biografici permettono dunque di datare la dedica prima del 1585, e confermano il forte tropismo della comunità di esuli italiani a Basilea verso la Polonia. Lo stesso Silvestro Tegli aveva indirizzato la sua nuncupatoria ad un altro gentiluomo polacco di stanza a Basilea, Abraham Zbaski, forse nella speranza di essere introdotto alla corte polacca, senza dimenticare la comunità che si era formata in Polonia intorno a Fausto Sozzini, a cui si sentiva spiritualmente vicino.

  • 33 Sulla scienza dei contrari, si veda Metaphysica, lib. 13,4 (1078b), nel quale Aristotele afferma ch (...)

12Nel testo della dedica Stupanus, da abile dialettico e professore di logica, declina la topica aristotelica dei contrari33: afferma infatti che così come l’etica è la scienza delle virtù e dei loro vizi contrari, e come la medicina è la conoscenza del male e del suo rimedio, allo stesso modo la scienza politica deve insegnare sia le azioni giuste e pie che quelle malvagie.

  • 34 Disputationum de republica, op. cit., f. A3r.

Credo non debuisse tantis calumniis obnoxios esse eos qui de Republica scribunt et non modo in scriptis suis qui et quomodo quippiam bene, pie, amice, prudenter sapienterque fiat, sed etiam contrariorum consiliorum rationes ostendunt, docentque etiam modum male, impie, hostiliter, imprudenter, stulteque agendi.34

[Credo che non debbano essere vittime di tante calunnie coloro che scrivono a proposito della Repubblica e non solo nei loro scritti, cosa che è stata fatta in certi casi bene, amichevolmente, con prudenza, sapienza e con sentimento religioso, ma mostrano anche gli argomenti delle decisioni contrarie e insegnano il modo di agire empio, ostile, imprudente e stolto].

13L’apologia di Machiavelli si precisa nel confronto con gli Antichi che avrebbe superato, ma soprattutto per il rifiuto di ogni forma di idealizzazione dell’arte del governo:

  • 35 Ivi, f. A3v.

Cognoscere autem hinc licebit non bonorum tantum sed etiam pravorum et callidorum consiliorum rationes. Et ut summatim dicam, Bona, Mala, Pia, Impia, Callida, Simplicia, sapienter stulteque facta, omnis generis plurima. Quae ego ita esse legenda et observanda omnia censeo.35

[Sarà possibile da questi libri conoscere non soltanto le ragioni delle decisioni buone, ma anche di quelle malvagie e astute. Per dirlo per sommi capi, che si tratti di fatti buoni, cattivi, pii, empi, astuti o ingenui, sapienti o stolti, di ogni tipo, ritengo che essi debbano essere letti e considerati tutti].

14La dedica si conclude paragonando l’arte del governo con la logica, altra materia accademica: la politica è a tutti gli effetti assurta al rango di scienza.

  • 36 Per es. in I, 56, a proposito di Lorenzo il Magnifico aggiunge «qui sapientia sua Italiam in pace c (...)

15Dai primi sondaggi sulla prassi versoria di Stupanus, emergono alcune grandi tendenze che orientano la lettura del testo machiavelliano. La prima coincide con il metodo del traduttore, già all’opera in altre traduzioni precedenti, come quella della Sfera di Alessandro Piccolomini. Stupanus è un accademico fiero e altero, nel tradurre intende occupare una funzione professorale, invece di mettersi umilmente al servizio del testo di origine. Farcisce il testo di frasi di commento, di elucidazioni, forse per fornire al lettore non italiano ulteriori informazioni sui personaggi citati36 a volte aggiunge aggettivi per orientare il giudizio morale su alcuni personaggi, come Giampaolo Baglioni (I, 27), il cui animo è definito “abiectum vilemque”. Il risultato stravolge la natura profonda della scrittura machiavelliana: la sua immediatezza, la sua efficacia fulminea, la sua lingua della necessità sono attutiti dallo stile involuto, ipotattico, carico di congiuntivi, in breve, da certa solennità del latino accademico, denaturando oltre tutto il senso ultimo del termine machiavelliano di “Discorsi”, cioé un conversare, un discorrere con e su Tito Livio, sottraendosi alle regole sia del trattato che del commento. Lo stesso titolo latino De republica disputationum libri, e il ricorso costante all’interno del testo dei derivati di disputatio, disputari ecc. per tradurre “discorso”, “discorrere” attira il testo machiavelliano nell’ambito lessicale della disputa accademica, movimento solo parzialmente corretto dal sottotitolo “quas discursus nuncupavit”, il cui soggetto grammaticale è l’autore e che sembra aggiunto come correttivo o excusatio di un modo di scrivere che si sottrae alle norme comunemente accettate, senza dimenticare che “discursus” in latino si associa ad una conversazione non strutturata, mondana, sorta di Tischrede.

  • 37 Per l’uso di Livio nei Discorsi si veda A. Salvo Rossi, Il Livio di Machiavelli. L’uso politico del (...)
  • 38 Disputationum de republica, op. cit., p. 558: «Ferunt autem Claudium interrogatum postea.... Respon (...)
  • 39 A. Salvo Rossi, op. cit., pp. 249-253.

16La traduzione si dilata oltretutto fino a presentarsi quasi come un compendio di storia romana. Infatti, i passi del testo che riportano episodi storici con riferimento esplicito o implicito al testo liviano sono segnalati con dei marginalia e l’indicazione del libro degli Annales in cui l’episodio è narrato. Ma soprattutto, il racconto del fatto storico da Machiavelli riportato per sommi capi e commentato, viene regolarmente amplificato, sono aggiunti dettagli, personaggi e precisazioni – gli esempi sono numerosissimi, si veda per tutti II, 10, II, 11, III, 12. Inoltre, in corrispondenza delle traduzioni machiavelliane di brani di Tito Livio37, a volte forzate a dimostrare una tesi, il testo originario di Livio è quasi sistematicamente ripristinato da Stupanus (come per esempio in I, 46 o II, 55) una forma di rigore filologico che dovette richiedere un notevole impegno, invece di tradurre la traduzione in volgare di Machiavelli. Resta tuttavia una certa ambivalenza del traduttore a fronte di alcuni “errori” o “manipolazioni” della verità storica da parte di Machiavelli. Sulla base di alcuni casi studiati da Andrea Salvo Rossi, è stato possibile individuare delle eccezioni al rigore di Stupanus nel rispettare la fonte liviana, come nel caso della nota confusione in Disc. III, 17 fra Claudio Nerone e Livio Salinatore, i due consoli protagonisti della seconda guerra punica, in cui Machiavelli attribuisce al primo una frase che in realtà, secondo il racconto di Tito Livio, fu pronunciata dal secondo. Stupanus, certamente si accorge dell’errore e corre ai ripari farcendo il brano di numerosi dettagli supplementari, adottando un lessico tipicamente liviano come “fraus punica” o “Asdrubalis fraudem” (sintagma assente nel testo di Machiavelli), tuttavia sceglie di rispettare il dettato machiavelliano, introducendolo con un circospetto “ferunt”38. In III, 12, un altro capitolo studiato da Andrea Salvo Rossi39 a proposito delle riscritture di Livio, Machiavelli afferma che la presa di Veio da parte dei Romani avvenne «quasi senza sangue», mentre il racconto liviano evoca una strage terribile, conclusasi con la resa dei Veienti che gettarono le armi a terra, in questo caso Stupanus si attiene alla versione di Machiavelli, traducendo “ut illam sine caedibus occupaverit”.

17Ad eccezione dunque di alcuni casi dilemmatici, Stupanus appronta una traduzione ancora largamente tributaria del metodo umanistico, in cui l’eleganza stilistica si allea alla vocazione educativa e nella quale prevale una forma di sacralizzazione dell’eredità classica incarnata dal testo di Tito Livio.

Tradurre Machiavelli in latino: il nuovo lessico della politica

18Un’altra tendenza di questa traduzione, tendenza generale delle latinizzazioni cinquecentesche, è il conservatorismo del latino rispetto alle innovazioni linguistiche del volgare. Le latinizzazioni sono fatalmente delle pietrificazioni linguistiche e stilistiche: volendo preservare l’identità aulica di lingua della comunicazione erudita, il traduttore evita quanto possibile le contaminazioni e l’audacia delle novità lessicali e sintattiche delle lingue volgari. La latinizzazione sacrifica non tanto la struttura del pensiero quanto la ricchezza, le sfumature, la vivacità del testo originale. Questa rigidità, questa vocazione all’intemporalità del latino finisce per circoscrivere un terreno sempre più ristretto di quello che la lingua antica può dire veramente. Queste caratteristiche si ritrovano in modo flagrante nella traduzione dei Discorsi: Stupanus intuisce ma non risolve sempre in modo pertinente le novità della lingua machiavelliana della politica. Le soluzioni versorie sono in alcuni casi regressive oppure tendono a semplificare, se non addirittura ad appiattire la polisemia di certo lessico machiavelliano. Gli esempi che seguono illustreranno questo aspetto.

Come tradurre il lessico della politica: 1. Stato

  • 40 Dibattutissima la questione del significato del termine “stato” in Machiavelli, per questa ricerca (...)

19Il primo è un termine segnato da una forte polisemia, ovvero la parola “stato”, che può indicare in Machiavelli un territorio, cioé l’estensione geografica di un’entità politica, oppure l’assetto istituzionale, oppure sinonimo di potere. In questo caso Stupanus declina i vari significati con acume, senza tuttavia riuscire a restituire la natura dinamica e mobile del termine, la sua dirompente modernità, scegliendo invece di tornare ad una terminologia più statica ed immutabile come respublica, regnum, imperium40. Anche per le tre forme di regime – monarchia, oligarchia e democrazia – per le quali Machiavelli ricorre a una terminologia originale, Stupanus sceglie di adoperare la forma ellenizzante. Lo specchietto riassuntivo che segue ne offre una visione sintetica.

Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio Disputationum de Republica

I, 2

…il principato facilmente diventa tirannico; gli ottimati con facilità diventano stato de’ pochi; il popolare sanza difficultà in licenzioso si converte.

I, 2

…facile degenerant, Tyrannidem, Oligarchiam et populi licentiam.

I, 2

stato popolare

I, 2

Democratia

I, 6

ordinare uno stato

[a Roma] Si poteva ordinare uno stato [che togliesse via dette controversie]

Trovando lo statoa fermo e terminato

I, 6

Reipublicae forma institui

Talis forma reipublicae introduci potuerit

Cum talem reipublicae formam iam institutam confirmatamque invenirent

I, 19

mantenere uno stato

[…]

Tutti i principi che tengono stato… lo terrà o non terrà

I, 19

imperium conservare

[…]

Aut conservabunt aut non conservabunt imperium

I, 26

Qualunque diventa principe o d’una città o d’uno stato

I, 26

Qui urbis aut regionis alicuius principatum occupat

a. In questo esempio la polisemia del termine “stato” non è resa, qui stato dovrebbe corrispondere a “istituzioni della repubblica” (vedi il commento a Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, a cura di C. Vivanti, Torino, Einaudi, 1983, p. 38).

Come tradurre il lessico della politica: 2. Vivere civile, vivere libero, vivere politico

  • 41 R. Descendre, Qu’est-ce que la vie civile ? Machiavel et le vivere civile, «Transalpina», n. 17, 20 (...)

20Un altro esempio molto significativo è il sintagma composto dal verbo sostantivato “vivere” e gli aggettivi “civile”, “libero”, “politico”, largamente sinonimi, un sintagma chiave del pensiero machiavelliano della comunità politica, nella quale l’ordinamento e le istituzioni sono preservate da ogni forma di potere assoluto e tirannico. Pur essendo anch’esso fortemente polisemico, il sintagma, come ha fatto notare Romain Descendre41, non si identifica necessariamente o sistematicamente con l’assetto repubblicano e una larga partecipazione popolare al governo, quanto piuttosto con un regime che si è dato delle regole, che garantisce il benessere e la sicurezza dei cittadini. Anche in questo caso il traduttore Stupanus coglie le fluttuazioni semantiche del sintagma, non sempre a proposito. In molti casi il traduttore insiste sul campo lessicale della libertas, in altri sull’uguaglianza fra i cittadini, in alcuni rari casi (come in I, 9) Roma, fondata da Romolo, si identifica con il modello insuperato di comunità politica. Lo specchietto riassuntivo offre una sintesi delle varie soluzioni.

Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio Disputationum de Republica

I, 6

[sulle origini del patriziato veneziano] fossero a sufficienza a uno vivere politico

I, 6

aucti esse viderentur ut ad libertatem conservandam

I, 9

Romolo… un fondatore di vivere civile

I, 9

Romulum primum urbis conditorem

I, 26

Qualunque diventa principe o d’una città o d’uno stato, […], e non si volga o per via di Regno o di Republica al vivere civile, il miglior rimedio che egli abbia a tenere quel principato è…

I, 26

Qui urbis aut regionis alicuius principatum occupat, […] ad imperium conservandum, sive legitime regnando sive liberam Rempublicam instituendo, tanto magis in id unice incumbat oportet ut…

I, 55

Quelle republiche dove s’è mantenuto il vivere politico et incorrotto, non sopportano…

I, 55

Quae ipsorum urbes fruuntur in iis est civium aequabilitas quaedam, nec tulere…

I, 55

Di qui nasce che in quelle provincie [regno di Napoli, Terra di Roma, Romagna Lombardia] non è mai surta alcuna republica né alcuno vivere politico perché tali generazioni d’huomini sono al tutto inimici d’ogni civiltà

I, 55

Quo factum est ut in iis regionibus nulla Respublica cum quadam aequalitate iuris institui unquam potuerit; tantum scilicet adversantur huiusmodi homines politice vivendi rationibus.

I, 55

[in Toscana] da uno uomo prudente… s’introdurrebbe uno vivere civile.

I, 55

Sapiens aliquis vir… facile eos ad veram politiae rationem reducere posset.

Lib. II Proemio

… una città o una provincia essere ordinata al vivere politico da qualche uomo eccellente

Lib. II Proœmium 

Urbem aut regionem quampiam si a quo excellenti viro semel recte instituta fuerit

II, 2

subito che nasce una tirannide sopra uno vivere libero

II, 2

Ut si libera Respublica sub tyrannidem alicuius redigatur

II, 2

come in quella città si potessi ordinare uno vivere libero

II, 2

De modo conservandae libertatis deliberare

Correzioni ideologiche e orientamento riformato

  • 42 M. Furno, La traduction latine du Commentario delle cose de’ Turchi de Paolo Giovio : desseins poli (...)

21Un’ulteriore tendenza identificabile nella prassi versoria di Stupanus è quella che si potrebbe definire un’appropriazione riformata del testo e che chiarisce lo spunto iniziale di queste pagine. Come è noto, le latinizzazioni degli storici e pensatori italiani realizzate fuori dall’Italia erano destinate ad un pubblico nord- ed est-europeo, il più delle volte di area riformata. Questo può produrre delle vere e proprie torsioni semantiche ed ideologiche come una dedica che orienta la lettura. È il caso per esempio della dedica di Filippo Melantone al principe di Sassonia apposta alla traduzione latina del Commentario delle cose dei Turchi di P. Giovio (1538), che diventa un appello alla pace e la condanna dell’alleanza eretica fra Francesco I e Solimano il Magnifico, studiata da Martine Furno42, oppure di sottili strategie versorie, a cui assistiamo nel nostro caso. Se la fedeltà e il rigore del traduttore non sono in dubbio, certe leggere torsioni, slittamenti semantici e sintattici quasi impercettibili sembrano svelare una trama ideologica precisa. Presentiamo qui alcuni esempi, che commenteremo sotto:

Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio Disputationum de Republica

I, 12

La quale religione se ne’ Prencipi de la republica Christiana si fusse mantenuta, secondo che dal datore d’essa ne fu ordinato, sarebbero gli stati et le Republiche Christiane più unite et più felici assai ch’elle non sono, né si può fare altra maggiore congiettura de la declinatione di essa quano è vedere come quei popoli che sono più vicini alla Chiesa Romana, capo de la religione nostra, hanno meno religione. Et chi considerasse i fondamenti suoi et vedesse l’uso presente quanto è diverso da quelli, giudicherebbe esser da presso senza dubbio o la rovina o il flagello.

I, 12

Quod si haec tam diligens cura divini cultus a Reipub. Christiane principibus observata esset, secundum primam institutionem et praecepta eius, qui illam nobis primum tradidit, longe maiori foelicitate ac pace in orbe Christiano frueremur. Nunc cum nusquam minus vel pietatis vel religionis sit quam in iis hominibus qui Romae viciniores habitant, eaque Christianae religionis caput censeatur, facile coniicere potes, Christianum orbem magnopere periclitari. Quod si quis etiam diligenter consideret eum religionis cultum, qui nostra aetate in usu est eumque conferat cum Prima Christianae religionis institutione ac veris fundamentis, is non potest vel illius interitum non metuere, vel divinam ultionem non formidare.

Et perché sono alcuni di oppenione che ‘l ben essere delle cose d’Italia dipende da la Chiesa di Roma, forse si potria dire il contrario, havendo rispetto però a quelli che in essa Chiesa Romana non servano tutti quei precetti che debbono servare anzi vengono ad adulterare i santi et catolici ordini li quali sono stati osservati.

Et quamvis non desint qui opinantur omnem quam Italia habeat foelicitatem ab Ecclesia Romana dependere, tamen contrariam sententiam quis veriorem existimaverit, considerandos eos qui Romana ecclesia nequaquam secundum Christianae religionis praecepta vivunt sed ea adulterant atque corrumpunt.

I, 27

[Giampaolo Baglioni] non seppe o (a dir meglio) non ardì (havendone giusta occasione) fare una impresa dove ciascuno havesse ammirato l’animo suo et havesse di se lasciato memoria eterna, essendo il primo che havesse dimostro a i Prelati quanto sia da stimar poco chi vive et regna come essi et havesse fatto una cosa la cui grandezza havesse superato ogni infamia e ogni pericolo che quella potesse dipendere.

I, 27

Tamen cum oblata esset occasio, pravi quidem, sed memorabilis, atque aeternae memoriae facinoris patrandi, id attentare non ausus fuit, cum id sine infamia praestare licuisset, quod rei magnitudo omnia priora scelera obtegere potuisset et a periculo conservare. Quibus accedit quod illi gratulati fuissent etiam quam plurimi quod primus ausus esset Pontificibus monstrare rationem dominandi totiusque humanae vitae usum ab illis nimis parvi pendi.a

III, 1

Ma quanto alle sette si vede ancora queste rinovationi essere necessarie per l’esempio della nostra religione, la quale se non fusse stata ritirata verso il suo principio da san Francesco e da san Domenico, sarebbe al tutto spenta, perché questi con la povertà, et con l’essempio della vita di Christo la ridussono nella mente de gli huomini che già v’era spenta et furono sì potenti gli ordini lor nuovi ch’ei sono cagione che la dishonestà de’ prelati et de’ capi della religione non la ruini, vivendo anchora poveramente et havendo tanto credito nelle confessioni con i popoli e nelle predicationi che ei danno loro a intendere come egli è male dir male del male, e che sia bene vivere sotto la obedientia loro, e se fanno errore lasciargli gastigare a Dio ; e così quegli fanno il peggio che possono, perché non temono quella punizione che non veggono e non credono. Ha adunque questa rinovatione mantenuto e mantiene questa religione.

III, 1

Ad conservandas etiam sectas necesse est adhibere idem remedium ut illae quasi renoventur, ad principia revocentur et emendentur. Quod nisi aliqui viri sancti, in Christiana nostra religione praestitissent, praesertim D. Dominicus et Franciscus, dudum periisset universus illius cultus. Ii enim in paupertate viventes atque humilitate Christianae vitae exemplum hominibus proposuerunt, ut quae religio Episcoporum caeterorumque nostrorum Ecclesiastarumb pravitate vitae, corrumpi plane potuisset ea etiamnum subsistat, cum videamus homines religioso quodam metu, illius etiamnum delicta sua confiteri, in honore eos habere, vitia ipsorum non damnare, sed Dei arbitrio comendare. Pessime enim vivunt semper omnes quicunque neque vitiorum poenam ullam norunt neque experiuntur. Itaque subinde propositis exemplis necesse est eo spectare ut Religionem quoque nostram emendemus, similemque reddamus ei quae a principio erat alias plane peribit.

a. Per questa ultima frase si propone la seguente traduzione: «A questo bisogna aggiungere che moltissime persone si sarebbero congratulate che [Baglioni] fosse stato il primo ad osare mostrare ai pontificii come si esercita il potere e quali sono i costumi della vita, di cui avevano sì poca stima».
b. Termine mediolatino con occorrenze in testi di riformatori svizzeri.

22Nel primo dei tre esempi (I, 12) si nota come Stupanus mette l’accento sull’universalismo cristiano (orbe christiano), mentre il primato di Roma è messo in dubbio dal verbo censeatur: Roma non può essere ritenuta unanimemente e universalmente a capo della cristianità, i cui “fondamenti” traditi e adulterati dal presente diventano “veris fundamentis”. L’aggettivo “verus” sembrerebbe dunque introdotto per rimarcare la distanza fra il presente dominato dalla corruzione romana e una Chiesa delle origini la cui purezza sarebbe incarnata dalla Riforma. Inoltre per il richiamo alla rovina e al flagello che nell’originale hanno una dimensione prevalentemente immanente, Stupanus ne esaspera la tonalità apocalittica di vendetta divina (divina ultione). Ci si interroga anche sulla comprensione da parte del traduttore del senso ultimo del termine “religione”, tema che occupa i primi diciotto capitoli del primo libro dei Discorsi e a cui Machiavelli assegna il ruolo fondamentale di collante sociale della comunità, sul quale il legislatore deve vigilare. Traducendolo con “cura divini cultus”, e quindi “religionis cultum” Stupanus sembra ridurre, in modo semplificatorio la “religione” al rispetto di un cerimoniale, se non addirittura di un ordinamento religioso, in linea con lo spirito dei primi capitoli dei Discorsi sulla religione dei Romani, ma secondo la nostra ipotesi forzando il dettato machiavelliano che in questo preciso contesto sintetizza il declino delle istituzioni cristiane.

23Il secondo esempio (I, 27) è la celebre pagina in cui Machiavelli nota con ironia come Giampaolo Baglioni non ebbe il coraggio di dare una lezione alla delegazione papale e a Giulio II. Qui l’attenzione va portata sulla traduzione dell’italiano “prelati”, la cui corruzione nel latino si circoscrive ai “pontificibus”, la corruzione essendo dunque la malattia endemica del clero romano cattolico.

24Anche nel terzo esempio (III, 1) si osserva una tendenza a circoscrivere il cattivo esempio del clero a quello cattolico romano; in questo caso Stupanus aggiunge l’aggettivo possessivo noster, a due riprese, l’autore Machiavelli essendo italiano e cattolico esprimerebbe dunque una condanna del clero italico e cattolico, ma non può avere una valenza universale. Questo brano di traduzione è tuttavia segnato da vari slittamenti concettuali interessanti: Machiavelli ricorda come gli ordini mendicanti avevano rappresentato una riforma della Chiesa e avevano tentato di riportarla alla purezza delle origini: Stupanus elimina il lessico del rinnovamento e della riforma, corregge “l’esempio della vita di Christo”, seguito da san Francesco, in “christianae vitae exemplum”, cioé rifiutando secondo una logica tutta protestante di riconoscere ai santi cattolici di essere imitatori di Cristo, ma solo seguaci di un modello di vita cristiana, e conclude prestando all’autore l’invocazione per una emendatio della Chiesa (nostra).

25Questo orientamento filo protestante, che emerge fra le maglie della traduzione di Stupanus, fu probabilmente uno degli argomenti a convincere il conte Federico ad autorizzarne la pubblicazione. Principe colto, riformatore nelle sue terre, preoccupato dalle violenze religiose del tempo, da cui voleva preservare i suoi possedimenti, dovette guardare con interesse crescente alle nuove teorie politiche provenienti dall’Italia. I Discorsi latinizzati gli fornivano dunque uno strumento di riflessione in chiave anticattolica e antiugonotta, ma soprattutto una moderna base teorica per portare avanti con realismo una politica di equilibrio e di pace, e gettare le basi per uno stato laico.

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Notes

1 Ne parla C. Zwierlein, French-Dutch Connections: The Transalpine Reception of Machiavelli, in Fruits of Migration. Heterodox Italian Migrants and Central European Culture 1550-1620, a cura di V. Lavenia e C. Zwierlein, Leida-Boston, Brill, 2018, pp. 320-361, che evoca appunto una «protestantization of Machiavelli», p. 348.

2 Per un inquadramento della fortuna in Francia di Machiavelli i riferimenti bibliografici insostituibili sono: G. Procacci, Machiavelli nella cultura europea, Bari, Laterza, 1995 (versione ampliata di Studi sulla fortuna di Machiavelli, Roma, Istituto Storico italiano, 1965); il volume collettaneo Studi machiavelliani, Verona, Facoltà di Economia e Commercio, 1972 riunisce i saggi di E. Balmas, D. Bovo, R. Pianori, M.L. Ronc; R. Gorris Camos, Dans le labyrinthe de Gohory, lecteur et traducteur de Machiavel, «Laboratoire italien», n. 8, 2008, pp. 195-229. Online: [https://journals.openedition.org/laboratoireitalien/80] (consultato il 1giugno 2025); M. del Corso, Le traduzioni del Principe di Machiavelli in Francia nel XVI secolo, Padova, Cooperativa Alfasessanta, 1994. Uno strumento utile è anche il sito [http://hyperprince.ens-lyon.fr/], in cui sono messe a confronto le varie traduzioni in francese del Principe. Si veda anche J.-C. Zancarini, Introduzione, in Le Prince. Il Principe in francese, Roma-Padova, Antenore, 2025.

3 La traduzione francese sarà pubblicata nel 1577: Histoire de Florence, trad. Y. de Brinon, Parigi, Jean Borel (USTC, n. 37575; P. Innocenti e M. Rossi, Bibliografia delle edizioni di N. Machiavelli, 1506-1914. Vol. I: 1506-1604, Istorico comico e tragico, Manziana, Vecchiarelli, 2015, n. 183-184, d’ora in poi Innocenti-Rossi, vol. I).

4 Ad eccezione delle edizioni distinte di Principe, Discorsi e Arte della Guerra del 1584 (Londra, John Wolfe con indicazione fittizia Palermo, Antoniello Degli Antonielli). Si veda K. Schindler, Machiavelli’s Prince and Radical Italian Protestantism: Religious Toleration, Nicodemism, and Republicanism between Italy, Basel, and London, in Visionen und Praktiken religiöser Toleranz: Die Reformation als Epochenschwelle, a cura di B. Mahlmann-Bauer, Gottinga, Vandenhoeck & Ruprecht Verlage, 2023, pp. 117-186: 125-126.

5 Si considerano le edizioni relative alla seconda metà degli anni 1570 fino al primo decennio del XVII secolo, il Principe è pubblicato insieme ai Discorsi, come nelle edizioni di Rouen, 1578-1579 (Innocenti-Rossi, vol. I, nn. 187-188), quindi 1586 (Innocenti-Rossi, vol. I, n. 197). Segue un’edizione parigina sempre delle due opere unite del 1597 (Innocenti-Rossi, vol. I n. 218), di nuovo Rouen 1600 (Innocenti-Rossi, vol. I, n. 225); Parigi, 1606 (P. Innocenti e M. Rossi, Bibliografia delle edizioni di Niccolò Machiavelli, 1506-1914. Vol. II: 1605-1700, Manziana, Vecchiarelli, 2016, n. 643, d’ora in poi Innocenti-Rossi, vol. II) e Parigi 1613 e 1614 (Innocenti-Rossi, vol. II, nn. 655-662 per le varianti e re-emissioni), a cui si aggiunge l’Arte della guerra.

6 G. Procacci, Studi sulla fortuna di Machiavelli, op. cit., p. 107 passim. Ricordato anche da P. Carta, Les exilés italiens et l’anti-machiavélisme français au XVIe siècle, «Laboratoire italien», n. 3, 2002, pp. 93-117. Online: [https://journals.openedition.org/laboratoireitalien/366?lang=it] (consultato il 1giugno 2025).

7 Discorsi di Nicolò Machiavelli sopra la prima Deca di Tito Livio, Firenze, Bernardo Giunta, 1531, BnF, RES-E*-247.

8 Se la prima edizione parziale del 1544 esce senza nome del traduttore, Le premier livre des discours de l’estat de paix et de guerre de messire Nicolas Machiavegli… sur la premiere decade de Tite Live, Parigi, Denis Ianot, quelle successive, a partire dal 1548 recano il nome del traduttore. Per questa versione si veda R. Gorris Camos, art. cit., e Innocenti-Rossi, vol. I, nn. 87, 106, 151, 173.

9 Delle altre opere tradotte in latino si ricordano il primo libro delle Istorie fiorentine il cui titolo latino diventa De migrationibus populorum septentrionalium, Francoforte, 1564 (USTC, n. 630485; Innocenti-Rossi, vol. I, n. 164) e l’editio princeps, De arte militari, Strasburgo, J. Zetzner, 1610 (USTC, n. 2080594; Innocenti-Rossi, vol. II, n. 650).

10 W. Kaegi, Meditazioni storiche, Bari, Laterza, 1960, (1a edizione tedesca 1943-1946), in particolare il capitolo Machiavelli a Basilea, pp. 179-195 e G. Almási, Experientia and the Machiavellian turn in religious-political and scientific thinking: Basel in 1580, «History of European Ideas», vol. XLII, n. 7, 2016, pp. 857-881.

11 H. M. Koelbing, Johannes Nicolaus Stupanus, Rhaetus (1542-1621), in Äskulap in Graubünden: Beiträge zur Geschischte zur Medizin und des Ärztestandes, Chur, Calven Verlag, 1970, pp. 628-646.

12 A. Foillon, De holometri fabrica et usu instrumento geometrico, Olim ab Abele Fullonio apud Henricum II. Galliae regem invento, nunc verò Io. Nicol. Stupani Philosophi & Medici opera, sermone latino ita explicato vt ad omnis generis dimensiones investigandas (Basileae, per Petrum Pernam, 1577).

13 Ioannis Petri Contareni Veneti, Historiae de bello nuper Venetis a Selimo II, Turcarum imperatore, illato, liber unus, ex italico sermone in latinum conversus a Joan. Nicolao Stupano (Basileae, Petrus Perna, 1573).

14 F. Patricii, De legendae scribendaeque historiae Ratione dialogi decem, ex italico in Latinum sermonem conversi, Basileae, per Sextum Henricpetri, 1570. Per lo studio di questa traduzione, si veda S. Gambino Longo, La traduction latine des Dialoghi della Historia de Francesco Patrizi da Cherso par Nicholas Stupan (1570) et la réception européenne de sa théorie de l’histoire, «Astérion», n. 16, 2017. Online: [http://asterion.revues.org/2927] (consultato il 3 gennaio 2019).

15 Alexandri Picolhominei De sphaera libri quatuor ex italico in Latinum sermonem conversi… Joan. Nicol. Stupano Rheto interprete, Basileae, per Petrum Pernam, 1568. Per lo studio di questa traduzione si veda S. Gambino Longo, La Sfera d’Alessandro Piccolomini relatinisée, in Traduire – Tradurre –Translating. Vie des mots et voies des œuvres dans l’Europe de la Renaissance, a cura di J.-L. Fournel e I. Paccagnella, Ginevra, Droz, 2022, pp. 379-391.

16 Pandulphi Collenutii Historiae Neapolitanae ad Herculem I Ferrariae Ducem Libri VI, Omnia ex italico sermone in Latinum conversa, Ioann. Nicol. Stupano Rheto interprete, Basileae, apud Petrum Pernam, 1572.

17 L’editio princeps è del 1560 (USTC, n. 677992; Innocenti-Rossi, vol. I, n. 156), la ristampa del 1580 sempre per i tipi di Perna, (USTC, n. 677985 e USTC, n. 677990). Per le successive edizioni, fra cui quelle di Montbéliard, si veda Innocenti-Rossi, vol. I, nn. 550, 551, 223, 224, 556 et al. Recenti studi hanno affrontato in modo approfondito la traduzione di Silvestro Tegli: C. Mordeglia, The first latin translation, in The First Translations of Machiavelli’s Prince, from the Sixteenth to the First Half of the Nineteenth Century, a cura di R. de Pol, Amsterdam-New York, Rodopi, 2010, pp. 59-82 e J. Heideklang, Recreations of Machiavellian Thought in Latin: Il Principe (1513) and its Multiple Translation Processes, «The Italianist», n. 44, 2024, pp. 467-484. Su Silvestro Tegli si veda la voce di L. Biasiori, Tegli, Silvestro, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. XCV, 2019. Online: [https://www.treccani.it/enciclopedia/silvestro-tegli_(Dizionario-Biografico)/] (consultato il 1giugno 2024), vi si ricorda che alcune annotazioni in italiano e latino dei Discorsi, presenti in un manoscritto appartenuto a Tegli, testimonierebbero che Perna gli avesse affidato anche questa traduzione. Si veda C. Gilly, Die Zensur von Castellios Dialogi quatuor durch die Basler Theologen (1578), in Querdenken. Dissens und Toleranz im Wandel der Geschichte, a cura di M. Erbe, K. Furrer e H. Füglister et al., Mannheim, Palatium Verlag, 1996, pp. 147-196: 158.

18 L. Perini, Vita e tempi di Pietro Perna, Roma, Ed. di Storia e Letteratura, 2002, pp. 190-192.

19 W. Kaegisuppone che Stupanus e Perna avessero fra le mani «una delle prime edizioni complessive veneziane» (Machiavelli a Basilea, op. cit., p. 177), e che l’obiettivo fosse riprodurre la stessa. Si ricorda tuttavia che gli esemplari in circolazione di N. Machiavelli, Tutte le opere, s.l. s.n., 1550 sono in realtà contraffazioni del XVII secolo, si veda EDIT16: CNCE 66076 e EDIT16: CNCE 49094. Nel 1551 Bernardo Giunta pubblicava Principe, Discorsi, Arte della guerra e Istorie fiorentine in volumi separati. È possibile che fossero invece questi ad ispirare Perna.

20 Si veda su questo punto K. Schindler, op. cit., pp. 142-143.

21 L. Nardin, Jacques Foillet, imprimeur, libraire et papetier (1554-1619), Parigi, Honoré Champion, 1906.

22 Ivi, p. 60.

23 Per la situazione di Montbéliard si veda F. Brendle, Enclaves territoriales et confessionnelles du duché de Wurtenberg: Montbéliard, Horbourg et Riquewihr, in Les enclaves territoriales aux temps modernes (XVIe-XVIIIe siècles), a cura di P. Delsalle e A. Ferrer, Besançon, Presses universitaires franc-comtoises, 1999, pp. 419-430.

24 La trascrizione-resoconto della disputa fu il primo libro stampato a Montbéliard da Jacques Foillet: Les actes du colloque de Montbeliardt, qui s’est tenu l’an de Christ 1586 (USTC, n. 74816).

25 K. Lutz, Ein evangelisch und cathechetisch gespraech eines predigers unnd pfahrkinds welchs mit nutz und frucht begert zum abendmal des herren zugehn, Montbéliard, 1588 (USTC, n. 206891).

26 Kriegskunst deβ Herren Nicolaï Machiavelli…, Montbéliard, bey Jacques Foillet in verlegung Ludwig König, 1619 (USTC, n. 6805602; Innocenti-Rossi, vol. II, n. 671). Il traduttore è il basileese Hans Conrad Wieland.

27 L. Nardin, op. cit., p. 117.

28 J. Bodin, Respublica das ist: gruendtliche und rechte underweysung oder eigentlicher bericht…, Montbéliard, 1592 (USTC, n. 690933).

29 Franciscus Patricius, De regno et regis institutione libri IX, Montbéliard, 1594 (USTC, n. 658063).

30 Innocenti-Rossi, vol. I, n. 223; USTC, n. 677993.

31 Nicolai Machiavelli Florentini Disputationum de Republica quas Discursus nuncupavit libri III, quomodo in Rebuspublicis ad antiquorum Romanorum imitationem actiones omnes bene maleve instituantur. Ex italico latini facti..., Mompelgarti, Iacobum Foilletum, typographum mompelgartensem, 1591. Le citazioni che saranno presentate in seguito, provengono da questa edizione, ritenuta più affidabile. A questa seguirà una terza edizione, del 1599, in concomitanza con la pubblicazione della traduzione del Principe. Sulla base del censimento dell’Universal Short Title Catalogue, esistono attualmente nelle biblioteche pubbliche 14 copie dell’edizione del 1588, presenti nelle biblioteche francesi, tedesche ed inglesi, mentre dell’edizione del 1591 sono censite 13. L’edizione del 1599 conta attualmente 34 copie.

32 H. Barycz, Der Pole Johannes Osmolski, ein Freund der Basler Gelehrten, «Basler Zeitschrift für Geschichte und Altertumskunde», n. 70, 1970, pp. 145-160.

33 Sulla scienza dei contrari, si veda Metaphysica, lib. 13,4 (1078b), nel quale Aristotele afferma che Socrate, nell’etica, indaga sull’essenza delle virtù fondandosi sui contrari. In quanto premessa dialettica della scienza in senso più ampio, la scienza dei contrari è la stessa (τω̂ν ἐναντίων εἰ ἡ αὐτὴ ἐπιστήμη).

34 Disputationum de republica, op. cit., f. A3r.

35 Ivi, f. A3v.

36 Per es. in I, 56, a proposito di Lorenzo il Magnifico aggiunge «qui sapientia sua Italiam in pace conservabat», assente nell’originale.

37 Per l’uso di Livio nei Discorsi si veda A. Salvo Rossi, Il Livio di Machiavelli. L’uso politico delle fonti, Roma, Salerno Editrice, 2020.

38 Disputationum de republica, op. cit., p. 558: «Ferunt autem Claudium interrogatum postea.... Respondisse eum se id propterea fecisse quod sciret fore si succederet eius instituti ratio ut macula illa deleretur, quam ad Iberum fluvium ob eiusdem Asdrubalis fraudem accepisset. Si non successisset, vindicatas iri calumnias, quas in immeritum se tunc Populus Romanus coniecisset».

39 A. Salvo Rossi, op. cit., pp. 249-253.

40 Dibattutissima la questione del significato del termine “stato” in Machiavelli, per questa ricerca sono stati di grande aiuto J.-L. Fournel, Ritorno su una vecchia questione: la traduzione della parola stato nel Principe di Machiavelli, «Chroniques italiennes», n. 13/1, 2008. Online: [http://chroniquesitaliennes.univ-paris3.fr/PDF/web13/Fournel13M.pdf] (consultato il 1o giugno 2025); Id. e J.-C. Zancarini, Sur la langue du Prince. Des mots pour comprendre et pour agir, postfazione all’edizione francese di Machiavel, Le Prince/De Principatibus, Parigi, PUF, 2000. Si veda anche P. Prodi, Conclusioni, in Origini dello Stato. Processi di formazione statale in Italia fra Medioevo ed età moderna, a cura di G. Chittolini, A. Mohlo e P. Schiera, Bologna, Il Mulino, 1994, pp. 673-674.

41 R. Descendre, Qu’est-ce que la vie civile ? Machiavel et le vivere civile, «Transalpina», n. 17, 2014, pp. 21-40. Vedi anche J.-L. Fournel e J.-C. Zancarini, La grammaire de la République. Langage de la politique chez Francesco Guicciardini, Ginevra, Droz, 2009, in particolare il capitolo La civilità : âme de la cité ou espèce d’ânerie ?, pp. 99-124.

42 M. Furno, La traduction latine du Commentario delle cose de’ Turchi de Paolo Giovio : desseins politiques et destin historiographique (1537-1577), «Astérion», n. 16, 2017. Online: [https://journals.openedition.org/asterion/2877] (consultato il 5 aprile 2019).

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Titre Fig. 1. Frontespizio dell’editio princeps dei Discorsi in traduzione latina del 1588 (Monaco di Baviera, Bayerische Staatsbibliothek).
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Pour citer cet article

Référence électronique

Susanna Gambino Longo, « Etiam contrariorum consiliorum rationes. L’edizione latina dei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio (Montbéliard, 1588) »Laboratoire italien [En ligne], 36 | 2026, mis en ligne le 16 juin 2026, consulté le 13 septembre 2026. URL : http://journals.openedition.org/laboratoireitalien/15722 ; DOI : https://doi.org/10.4000/16f06

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Auteur

Susanna Gambino Longo

Université Lyon 3, IHRIM (UMR 5317) • Susanna Gambino Longo est professeure d’études italiennes à l’université de Lyon 3. Après une maîtrise en littérature à l’université La Sapienza de Rome, elle a obtenu un doctorat à l’École des hautes études en sciences sociales (Paris). Ses recherches portent sur l’héritage et la réception des classiques en Italie aux XIVe-XVIe siècles, avec une attention particulière à ce que l’on peut appeler « usages et mésusages de l’antiquité » dans la construction de la modernité, avec une approche interdisciplinaire (littérature, traductions et commentaires, histoire du livre). Elle a étudié les représentations de l’humanité primitive à la Renaissance, auxquelles elle a consacré l’ouvrage Sine moribus errantes. Les discours sur les temps premiers à la Renaissance italienne (Droz, 2016) et plusieurs essais. Elle a également consacré des recherches aux « traductions savantes », du vernaculaire au latin au XVIe siècle, et deux articles à Nicolas Stupanus, le traducteur des Discours de Machiavel.

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Droits d’auteur

CC-BY-NC-ND-4.0

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