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2026

Chiara De Cesare, Ricerche per Ludovico Ariosto. Uno studio sul carteggio

Roma-Padova, Antenore, 2024, 200 p., 18 €
Rosario Lancellotti

Texte intégral

1Negli ultimi decenni gli studi sull’epistolografia della prima età moderna hanno attraversato una stagione di intensa vitalità, che ha ridefinito natura e significato di testi spesso lasciati ai margini del panorama critico. Si è progressivamente consolidata una prospettiva capace di interrogare la scrittura epistolare a trecentosessanta gradi e di valorizzarne, accanto al piano informativo dei contenuti, le strategie retoriche di costruzione dell’identità autoriale e le dinamiche testuali che ne strutturano il discorso: in altri termini, si è oggi allenati a esaminare non solo che cosa dice la lettera, ma anche come lo dice. I lavori pionieristici, fra gli altri, di Amedeo Quondam, Paola Moreno e Paolo Procaccioli hanno dato una spinta importante allo studio dell’epistolografia cinquecentesca anche sul versante strettamente ecdotico, come dimostrano le numerose edizioni apparse negli ultimi anni di carteggi di figure di spicco del Rinascimento italiano.

2In questo rinnovato filone di studi si inserisce il volume di Chiara De Cesare, che abbraccia le lettere di Ludovico Ariosto da varie angolature, tutte preliminari all’edizione critica e commentata di prossima pubblicazione per le cure della studiosa. L’idea del volume nasce dalla volontà di mettere meglio a fuoco quanto già noto sul carteggio e, indirettamente, sulla biografia di Ariosto, alla luce delle acquisizioni e delle prospettive critiche più recenti. Un riferimento costante è rappresentato dall’ultima edizione delle lettere, stampata da Angelo Stella nel 1965 per Mondadori e poi riedita nel 1984, oltre che dalle più datate pubblicazioni di Michele Catalano sulla vita dello scrittore e di Giovanni Sforza, editore di una silloge di documenti collaterali al carteggio. La scheda su Ariosto curata da Simone Albonico nel 2022 per il catalogo degli Autografi dei letterati italiani rappresenta un altro importante strumento di cui l’autrice si avvale nel districare il groviglio intricato delle carte ariostesche.

3Il volume si articola in tre parti, suddivise al loro interno in più capitoli. La prima (pp. 17-48) ripercorre ciò che le lettere permettono di conoscere della vita dello scrittore, a fronte dei molti vuoti documentari e dei periodi, specie quelli giovanili, destinati a restare più in ombra. Nella seconda (pp. 49-124) sono proposti vari attraversamenti del carteggio, che tengono conto anzitutto della tipologia di lettere, diplomatiche-ufficiali ovvero familiari e private. L’ultima parte (pp. 125-151) conduce un affondo di natura linguistica e paleografica sugli autografi. Chiudono il volume un’Appendice che traccia lo stato degli studi sul carteggio ariostesco, ricostruendo a grandi linee la storia editoriale dei documenti e le principali pubblicazioni; una Tavola delle Corrispondenze, che dà conto delle differenze nella numerazione delle lettere tra la futura edizione e quelle precedenti di Antonio Cappelli (1887) e Stella (19842); infine quattro Tavole delle immagini, la Bibliografia e l’Indice dei nomi.

4Le lettere di Ariosto si collocano al di qua della grande svolta del 1538, data di pubblicazione del primo libro di lettere di Pietro Aretino, e di norma non implicano alcun processo correttorio successivo alla spedizione, né sono immaginate per essere lette da altri che il destinatario della singola missiva. Questo dato è all’origine del carattere fortemente ellittico dei riferimenti presenti nei testi, come anche della sopravvivenza spesso fortuita dei documenti, in larga parte autografi e corrispondenti agli originali effettivamente spediti. Le dinamiche di conservazione non sono riconducibili a una volontà di Ariosto, che dichiara di «non serv[are] le copie delle lettere» (lettera 91), con un vantaggio in termini di attendibilità dei documenti: gli scritti infatti non sono manomessi a posteriori dall’autore, come spesso accade negli epistolari di pieno Cinquecento, e pertanto sembrano restituire un’immagine più autentica di Ariosto, rispetto a testi come le Satire in cui il filtro letterario è preponderante. Piuttosto che appiattire il carteggio ariostesco sulla ricca stagione successiva, appare dunque quanto mai proficuo il dialogo che De Cesare instaura con gli studi dedicati a corpora epistolari affini, anzitutto quelli di Guicciardini e Machiavelli. Emergono così con maggiore nitidezza, accanto a tratti più topici, gli elementi distintivi della scrittura ariostesca, che si pone al crocevia di diverse tradizioni, riflettendo «pratiche epistolari non del tutto codificate» (p. 20).

5Questa estrema versatilità dell’oggetto lettera è ben restituita da De Cesare nelle sue ricadute materiali, che variano sensibilmente a seconda del destinatario e che sono analizzate con un tono narrativo e a tratti avvincente, lontano da un approccio meramente erudito. «Più parsimonioso nell’uso della carta» (p. 130) nelle lettere di natura privata, Ariosto dedica una cura sensibilmente maggiore al confezionamento del documento quando si rivolge a figure di alto rango, specie se a lui sconosciute. Lo stesso si può dire per gli aspetti grafici e linguistici: l’abbondanza «di segni paragrafematici e interpuntivi» e l’«eliminazione di tratti fono-morfologici locali» (p. 129) nelle lettere più impegnate si contrappone alla conservazione di una facies padaneggiante nelle lettere familiari. Tali oscillazioni, spiega De Cesare, non sono imputabili a un’incapacità di sorvegliare i propri scritti, ma piuttosto suggeriscono l’ammissibilità di forme meno regolari all’interno di un preciso registro comunicativo. Al tempo stesso, se la presenza di tratti fonomorfologici conservativi nelle scritture pratiche rispetto ai testi più propriamente letterari non sorprende, è interessante che la lingua delle lettere non muti in senso rigidamente evolutivo: in anni avanzati riaffiorano infatti forme che sembravano essere state accantonate in via definitiva da Ariosto. Le preziose osservazioni gettano luce sulla lingua della produzione ariostesca nel suo insieme, che gli studi di Gianfranco Contini e Cesare Segre avevano ricondotto a una prospettiva troppo nettamente teleologica, di avvicinamento progressivo all’indirizzo bembiano e toscaneggiante. La lingua della scrittura epistolare – da indagare come ribadisce De Cesare nella sua autonomia – risponde a fattori diatopici e diastratici non sempre riconducibili a questa chiave interpretativa: alcune lettere a destinatari fiorentini, ad esempio, mostrano una precoce adesione alle forme toscane, mentre le lettere scritte a quattro mani con Alessandra Benucci, contemporanee al terzo Furioso, segnano una tardiva riapertura in direzione padana.

6Sul piano retorico ed espressivo, la mancata aderenza del carteggio ariostesco a una rigida codificazione si coglie con particolare evidenza nelle lettere scritte durante il triennio di commissariato in Garfagnana (1522-1525), che costituiscono oltre due terzi del corpus epistolare. Si tratta di documenti ufficiali, di norma indirizzati al duca Alfonso I d’Este, nei quali tuttavia affiorano «contenuti che esulano dalla grammatica cancelleresca» (p. 61). In questi scorci, di carattere più intimo e personale, affiorano tangenze con il resto della produzione ariostesca. Colpiscono ad esempio le immagini zoomorfe, dal sapore satirico, che costellano alcuni testi. Gli abitanti «dela vicaría di Camporeggiano [...] inasinisc[ono]» (lettera 41) per le troppe grazie concesse dal duca Alfonso, proprio come i personaggi collocati sulla ruota della Fortuna in Satire VII, 53. Analogamente, l’espressione quasi proverbiale «attizar li galavroni» (lettera 99) richiama un immaginario diffuso nella produzione ariostesca (cfr. ad esempio Orlando furioso XLIII, 47, 6 e Studenti atto II, scena V, v. 648). Più avanti nella lettera, Ariosto ricorre al medesimo repertorio per rappresentare la propria condotta prudente e circospetta, dichiarando di essersi trasformato da «leone» in «coniglio», secondo una dinamica che su scala minore ricorda la funzione esemplare degli apologhi animali nelle Satire. Attraverso un uso flessibile dei registri espressivi, la scrittura ufficiale si apre a inserti più dimessi, di vivace icasticità: ne emerge una continuità tra pratica epistolare e invenzione letteraria che De Cesare ripercorre (pp. 92-96) e che sarebbe interessante indagare in modo ancora più capillare.

7Sempre dalle lettere della Garfagnana provengono le novità più rilevanti sul piano documentario, a partire dall’individuazione di due inediti conservati presso l’Archivio di Stato di Lucca: le lettere, non firmate, sono attribuibili ad Ariosto sulla base dei contenuti. Al contempo, nel quadro di una corrispondenza plurale – una «coralità di cui Ariosto rappresenta una voce» (p. 60) – risulta altrettanto significativo il reperimento del carteggio del luogotenente di Ariosto, Giovanni Maria Sorboli, che gli subentra nei periodi di assenza. Gli inediti reperiti, tra risposte e lettere collaterali, permetteranno infatti di fare luce su vari passaggi del triennio garfagnino rimasti in ombra. In attesa di vedere pubblicata la nuova edizione delle lettere, il volume di De Cesare è una lettura raccomandata per la capacità di coniugare rigore filologico e apertura metodologica con una notevole chiarezza espositiva, che lo rende accessibile anche ai non addetti ai lavori senza per questo sacrificare la complessità dell’argomentazione.

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Pour citer cet article

Référence électronique

Rosario Lancellotti, « Chiara De Cesare, Ricerche per Ludovico Ariosto. Uno studio sul carteggio »Laboratoire italien [En ligne], Lectures, mis en ligne le 19 juin 2026, consulté le 15 septembre 2026. URL : http://journals.openedition.org/laboratoireitalien/16626 ; DOI : https://doi.org/10.4000/16fni

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Auteur

Rosario Lancellotti

Scuola Normale Superiore di Pisa

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Droits d’auteur

CC-BY-NC-ND-4.0

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