Notes
Vedi il commento di Buecheler 1889 : osserviamo che egli difende (p. 317) – come Mommsen 1889, che aveva sostenuto prima Iulius (Mommsen 1860, p. 192, nota 51), poi Iulus (Mommsen 1864, 1, p. 35-36, nota 54) – la forma Iullus, considerata come una semplice variante di Iulus giocando sulla lunghezza della vocale u, come in Iūpiter / Iuppiter, senza tuttavia pronunciarsi sull’etimologia ; d’altronde ritiene (p. 318) Diomedias (come genitivo greco), la lezione meglio attestata nei manoscritti – contro Diomedeos ou Diomedeas scelti da alcuni editori –, mentre osserva (p. 318) che non sembra esserci stato un modelo greco – ma Giovenale (1, 53 [cit. infra, p. 151) usa Diomedeas, all’accusativo plurale, per evocare un tema di poema epico fra altri (con una « correzione » isolata in Diomedias su due manoscritti).
La spedizione è narrata nei particolari da Cassio Dione, che intreccia per ogni anno gli eventi militari in Gallia e altrove con gli eventi politici a Roma : partenza di Augusto (54, 19, 1), con Tiberio (54, 19, 6) ; dei prodigi allarmanti provocano preghiere per propiziare il suo ritorno (54, 19, 7). Un flashback spiega che la spedizione di Augusto fu provocata da un’incursione in Gallia di tribù germaniche, fra le quali i Sigambri (54, 20, 4) : dopo la disfatta di Lollio, governatore della provincia (54, 20, 5), il principe decise di partire di persona (54, 20, 6) ed i barbari si ripiegarono nel loro territorio (54, 20, 6). La fine dell’anno e gli anni successivi furono consacrati alla riorganizzazione della regione (54, 21, 1). Il ritorno a Roma ebbe luogo nel 13, nella notte del 4 luglio, e nella mattinata del 5 Augusto depose gli allori dei suoi fasci sulle ginocchia della statua di Giove Capitolino (54, 25, 4), ciò che viene fatto normalmente dopo il trionfo. Ma in questo caso doveva trattarsi degli allori ottenuti con la salutatio imperatoria, concessagli per le vittorie di Tiberio e Druso, che combattevano come i suoi legati in Rezia.
In un poema posteriore invece i Sigambri hanno deposto le armi e si sottomettono : te caede gaudentes Sygambri / compositis uenerantur armis (verbo al presente accompagnato da un participio passato).
Vedi Groebe 1894 ; PIR2 A 800 [A. Groag, 1933] ; Bardon 1952-1956, 2, p. 67 ; et soprattutto il bell’articolo di Coppola 1990, al quale dobbiamo molto (breve riassunto in Coppola 1996).
La più probante è una dedica iscritta sulla base di una statua di Mercurio posta davanti ad un altare compitale della regione esquilina e rimasta sul posto – all’angolo delle vie S. Martino ai Monti e Giovanni Lanza –, datata dal consolato che esercitò Iullo Antonio con Fabius <Maximus> Africanus (Gatti 1888a ; sviluppato in Gatti 1888b, p. 228-229 ; CIL, 6, 30974 = ILS, 92 Dessau/lin. 6) : IVLLO • ANTONIO • AFRICANO • FABIO • COS (a.V.c. 744 = 10 a.C.). I nomi di questi consoli – senza praenomen per il secondo – appaiono anche nella data di un’iscrizione di Roma (Wilson 1911, p. 177-178, n° 67) AEpigr, 1911, n. 89, lin. 5) : IVLLO • ANTONIO • AFRICANO • COS (10 a.C.). Sotto il loro consolato nacque, a Lione, il futuro imperatore Claudio, ma nel testo di Svetonio (Claud., 2, 1), la forma del prenome risulta da una correzione di editore : Claudius natus est Iullo (Ihm : Iulio codd.) Antonio Fabio Africano cos. Kal. Aug. Luguduni … Un’altra iscrizione, su una piccola urna cineraria trovata a Roma negli Horti Iustiniani, anticamente nella collezione privata di Benjamin Gott (passata in parte nel museo di Leeds in Inghilterra nel 1863-1864), e conservata in seguito nella propria dimora dal figlio di suo fratello, John Gott, Dean of Worcester (Hicks 1890, p. 256, n. 3 = CIL, 6, 12010 + 34051) garantisce anche la forma Iullus (qui come cognomen ?), ma probabilmente per un altro personaggio, vista la modestia dell’oggetto : M • ANTONI • IVLLI / PATRIS • L • RUFIONIS. Altri riferimenti, su epitaffi : Iullus comme cognomen (CIL, 6, 10479 : L • L • ACCIUS • [-- / IVLLVS) ; o come nome unico, al feminile Iulla (CIL, 6, 19758, lin. 3-4 : IVL/LA MATER ; 20743, lin. 1 : IVLLA) ; in una lista di soldati (CIL, 6, 1064, col. 2, lin. 22 : ANF I FELIX S / •7• IVLLI).
Marco Antonio aveva sposato prima Fadia, figlia di un liberto (Cic., Phil., 13, 10, 23 ; Att., 16, 11 [ = Ep. 820], 1 ; cfr. Phil., 2, 2, 3 ; 3, 6, 17), poi una cugina di primo grado, Antonia (Plut., Ant., 9, 3). Cicerone afferma che egli ebbe figli dalla prima, ma non appaiono altrove – e Plutarco, che non menziona Fadia, non ne tiene conto nella lista riassuntiva dei suoi discendenti (Ant., 87).
Plutarco (Ant., 87, 2). Fulvia era stata anteriormente la moglie del demagogo Publio Clodio Pulcro [P. Clodius Pulcher] (Plut., Ant., 10, 5-10), ucciso da Milone nel 52, poi di Gaio Scribonio Curione [C. Scribonius Curio] (Cic., Phil., 2, 5, 11), caduto davanti a Utica nel 49.
Vedi Rossi 1993 : Iullus appare come cognomen in un ramo della gens Iulia, che fornisce diversi consoli o tribuni militari a poteri consolari nel corso del V sec. a.C. (per gli anni 489, 482, 473, 447, 438, 435, 434, 430, 408, 405, 403, 401 ; cfr. InscrIt, 13/1 Degrassi, p. 24 s. ; 28 s. ; 88-90 ; 95 ; 354-383 ; Broughton 1951, p. 18 ; 23 ; 29 ; 50 ; 57 ; 58 ; 60 ; 61 ; 64 ; 78 ; 80 ; 81 ; 83) ; tutti i nomi sono del tipo : C. Iulius C. f. L. n. Iulus (console nel 489 a.C. ; cfr. Dion. Hal., 8, 90, 5 : Γάιον ’Ιούλιον τὸν ἐπικαλούμενον Ἴουλον [console nel 482 a.C.]). M. Antonio avrebbe scelto questo nome per sottolineare il suo legame con Giulio Cesare, anche se di un ramo diverso dalla gens Iulia e in linea femminile.
Però in un ramo distinto da circa un secolo da quello di Giulio Cesare e con affinità politiche diverse, ma con lo stesso cognomen : Caesar (vedi Rossi 1993, p. 114-116).
La data tradizionale è fine 44 o 43, dedotta essenzialmente dall’esercizio della pretura nel 13 a.C. all'età normale di 30 anni ; ma Rossi 1993, p. 119-121 (§ 3), ha cercato di determinare più precisamente la data alla quale sarebbe avvenuta la concezione e quella alla quale Marco Antonio avrebbe potuto assistere alla nascita per imporre questo praenomen, ciò che orienta verso i primi mesi del 42 ; lo studioso pensa che il favore imperiale abbia potuto anticipare di alcuni mesi l’età richiesta per l’accesso alla suddetta magistratura.
Plut., Ant., 31, 1-5 ; App. , Ciu., 5, 64 ; Cass. D., 48, 31, 3 ; cfr. Tac., An., 1, 10, 3.
Plut., Ant., 87, 5 ; Vell., 2, 100, 4 ; cfr. Tac., An., 4, 44, 3.
Vell., 2, 100, 4 (citato p. 142). Lo storico indica solo sacerdotio, senza altra precisazione, prima delle cariche politiche. Si trattava forse di una carica di quindecemuir sacris faciundis come per Agrippa (Cass. D., 54, 19, 8).
Cass. D., 54, 26, 2 ; Vell., 2, 100, 4.
Cass. D., 54, index, in fine ; 55, 1, 1 : a seguito degli eventi del 10 a.C. narrati alla fine del libro 54 : Ταῦτα μὲν ἐπί τε τοῦ Ἰούλλου Ἀντωνίου καὶ ἐπὶ Φαβίου Μαξίμου ὑπάτων ἐγένετο... ; Vell., 2, 100, 4 ; CIL, 6, 30974 ; Fasti consulares.
Ioseph., Ant. Iud., 16, 6, 7/172 : a seguito dell’indicazione delle decisioni prese da Agrippa e dal proconsole Norbano Flacco in favore degli ebrei : Οὐδὲν ἧττον καὶ Ίούλιοϛ Άντώνιοϛ ἀνθύπατοϛ ἔγραψεν· « Ἐφεσίων ἄρχουσιν βουλῇ δήμῳ χαίρειν... » ; cf. Vell., 2, 100, 4. In margine alla sua attività politica, Iullo Antonio sembra aver avuto interessi in Apulia, dove sono state ritrovate due iscrizioni funerarie di personaggi che portano il suo nomen, dunque probabilmente dei liberti che dovevano occuparsi delle sue proprietà : (AEpigr, 2005 [2008], n. 395-398, p. 146 [da Egnazia, secondo Silvestrini 2005, inscr. 1. 2. 3. raggruppate in una sola da Chelotti 2007, p. 479-480, n. 51]) : M. ANTONIVS / IVLLI L. [S]OTERICVS / ARCHELA[VI]ANVS H(ic) [S(itus)] (fine I sec. a.C.) ; (AE, 2010 [2013], n. 345, p. 161 [Museo di Brindisi]) [M. AN]TONIVS / [I]VL(i) L. RUD/[IN]VS / [V(ixit) A(nnos)] XXXXVIII / [H(ic] S(itus). Si potrebbe forse aggiungere un’altra iscrizione proveniente anche essa da Egnatia (AE, 1993 [1996], n. 510, p. 142) : […]ONIVS / [DIO]NYSIVS / H(ic) S(itus) E(st), dove il gentilizio potrebbe essere restituito in <Ant>onius.
Orazio evoca la processione del trionfo che salirà sul Campidoglio con i Galli prigioneri (Od., 4, 2, 34-36) e inserisce due volte (Od., 4, 2, 49-50) l’esclamazione io Triumphe. Ma, come abbiamo visto (nota 2) Augusto non ricevette il trionfo al ritorno di questa campagna.
Questa osservazione deve essere stata formulata prima dell’adozione di Caio e Lucio, i due figli di Giulia ed Agrippa, nel 17 a.C. Il favore di Augusto per Iullo Antonio è tanto più notevole che il futuro imperatore aveva fatto giustiziare suo fratello maggiore, Antyllus (Plut., Ant., 81, 1-2 ; 87, 1), che aveva accompagnato suo padre anche da Cleopatra (Plut., Ant., 28, 7-11 ; 57, 4 ; 71, 3).
Su Giulia : Braccesi 2012 (un libro molto suggestivo, che si legge come un thriller). Era stata sposata successivamente (Svet., Aug., 63, 1-3), a M. Claudio Marcello, figlio di Ottavia sorella di Ottavio (nel 25 a.C.), a M. Agrippa (nel 21 a.C. [Tac., An., 1, 3, 1]), morti tutti e due, poi a Tiberio (nell’11 a.C. [Svet., Tib., 7, 3 ; 7, 5 ; cfr. 10, 1 ; 10, 5 ; Tac., An., 6, 51, 2]) ; Tacito (An., 1, 53, 1) precisa che disprezzava quest’ultimo, il quale, di conseguenza, si era esiliato volontariamente a Rodi : Fuerat (sc. Iulia) in matrimonio Tiberii florentibus Gaio et Lucio Caesaribus spreueratque ut imparem ; nec alia tam intima causa cur Rhodum abscederet (cfr. Cass. D., 55, 9, 5-7).
Ottaviano aveva sposato prima Claudia, figlia di Clodio e Fulvia, figliastra di Marco Antonio, molto giovane, ma il matrimonio non fu consumato, secondo Svetonio (Aug., 62, 1).
La repudiò, « pertaesus », ut scribit, « morum peruersitatem eius », secondo Svetonio (Aug., 62, 3), ma soprattutto per poter sposare Livia.
Seneca (Ben., 6, 32, 1) : Diuus Augustus filiam ultra inpudicitiae maledictum inpudicam relegauit et flagitia principalis domus in publicum emisit ; admissos gregatim adulteros, pererratam nocturnis comissationibus ciuitatem, forum ipsum ac rostra, ex quibus pater legem de adulteris tulerat, filiae in stupra placuisse, cottidianum ad Marsyam concursum, cum se adultera in quaesturiam uersa ius omnis licentiae sub ignoto adultero peteret.
Syme 1974 = in Syme 1984, p. 912-936.
Altri autori parlano di una esecuzione ; così Tacito (An., 4, 44, 3), all’occasione della mort di suo figlio L. Antonius : Obiit et L. Antonius, multa claritudine generis, sed improspera ; nam patre eius Iullo Antonio ob adulterium Iuliae morte punito, hunc admodum adulescentulum, sororis nepotem, seposuit Augustus in ciuitatem Massiliensem… ; (An., 1, 10, 4) : Pacem sine dubio post haec (sc. bella ciuilia) uerum cruentam : Lollianas Varianasque clades, interfectos Romae Varrones, Egnatios, Iullos.
Difatti Seneca (Clem., 1, 10, 3) nega ogni condanna a morte per adulterio : … bonum fuisse principem Augustum, bene illi parentis nomen conuenisse fatemur, ob nullam aliam causam quam quod contumelias quoque suas, quae acerbiores principibus solent esse quam iniuriae, nulla crudelitate exsequebatur, quod probrosis in se dictis adrisit, quod dare illum poenas apparebat, cum exigeret, quod quoscumque ob adulterium filiae suae damnauerat adeo non occidit ut dimissis quo tutiores essent diplomata daret.
Sulla legislazione vigente : Andréev 1963 ; Ferrero Raditsa 1980, p. 290-295 (II. 2. The tragedy of Julia). 310-319 (III. 2. Shape and Signifiance of the Lex Julia de adulteriis); Rizzelli 1987.
Tuttavia Tacito (An., 3, 24, 2) accetta queste incriminazioni, che consentirono di andare aldilà delle leggi : Vt ualida diuo Augusto in rem publicam fortuna, ita domi improspera fuit ob impudicitiam filiae ac neptis, quas Vrbe depulit, adulterosque earum morte aut fuga puniuit. Nam, culpam inter uiros ac feminas uulgatam graui nomine laesarum religionum ac uiolatae maiestatis appellando, clementiam maiorum suasque ipse leges egrediebatur (cfr. 2, 50, 2 sulla legge).
Trevisiol 1996 ; Luisi 1999 ; Rohr Vio 2011.
Notiamo la parola ambigua dello storico : ἀπέθανε, « morì », che non precisa se si trattasse di un suicidio, volontario o meno, o di un altro tipo di messa a morte.
Questo castigo, con la confisca di una parte dei beni, era previsto dalla lex Iulia de adulteriis promulgata dallo stesso Augusto (Dig., 48, 5, 13-14). Fu inflitto ad altri amanti, non condannati a morte (Vell. Pat., 2, 100, 5 ; Tac., An, 3, 24, 2-3), fra i quali Sempronius Gracchus, punito di esilio a Cercina, isola della Piccola Sirte (ma fatto assassinare 15 anni dopo da Tiberio, che aveva insultato personalmente : Tac., An., 1, 53, 3-5) ; non si sa quale fu la sorte di Demostene, scagionato dal suo schiavo Esopeo : (Macr., Sat., 1, 11, 7). Fu inflitto anche alla stessa Giulia, esiliata nell’isola di Pandateria, oggi Ventotene (LT), situata fra Ponza e Ischia (Tac., An., 1, 53, 1-2 ; cfr. Suet., Aug., 65, 2), dove la madre Scribonia l’accompagnò (Cass. D., 55, 10, 14 ; Vell., 2, 100, 5) ; Giulia fu in seguito (Tac., An., 1, 53, 2), dopo cinque anni (Suet., Aug., 65, 7), trasferita a Rhegium (Reggio Calabria), dove morì di stenti e d’inedia all’inizio del regno di Tiberio ([Cass. D., 57, 18, 1a >] Zonar., 11, 2 B) ; cfr. Linderski 1988.
Possiamo citare anche Seneca (Br. uit., 4, 5-6) che, dopo aver elencato diversi nomi di cospiratori, continua con i nostri personaggi : … aliorum in eum mucrones acuebantur. 6. Nondum horum effugerat insidias : filia et tot nobiles iuuenes adulterio uelut sacramento adacti iam infractam aetatem territabant Iullusque et iterum timenda cum Antonio mulier. L’ultima espressione mette probabilmente la coppia Iullo Antonio – Giulia in parallelo con la copia Marco Antonio – Cleopatra.
Come tutti i figli di Marco Antonio da lei accolti ; così Plutarco (Ant., 54, 3) : ... καὶ τῶν τέκνων οὐ μόνον τῶν ἐξ ἑαυτῆς, ἀλλὰ καὶ τῶν ἐκ Φουλβίας γεγονότων καλῶς καὶ μεγαλοπρεπῶς ἐπεμελεῖτο (sc. Ὀκταουία).
L. Crassicius, genere Tarentinus, ordinis libertini, cognomine Pasicles, mox Pansam se transnominauit. 2. Hic initio circa scaenam uersatus est, dum mimographos adiuuat ; deinde in pergula docuit, donec commentario Zmyrnae edito adeo inclaruit ut haec de eo scriberentur : « Vni Crassicio se credere Zmyrna probauit : / desinite, indocti, coniugio hanc petere. / Soli Crassicio se dixit nubere uelle, / intima cui soli nota sua extiterint. » 3. Sed cum <(lacuna)> et doceret iam multos ac nobiles, in his Iullum Antonium, triumuiri filium, ut Verrio quoque Flacco compararetur, dimissa repente schola, transiit ad Q. Sexti philosophi sectam. Vedi il commento molto fornito di M.-Cl. Vacher, CUF, Parigi, Les Belles Lettres, 1951, p. 20. 151-155 (note ad loc.).
Su Lucio Crassicio Pasicles, poi Pansa : Bardon 1952-1956, 2, p. 115-116 ; Duret 1983, p. 1529-1530 (Lucius Crassicius Pasicles).
La parola pergula designa una sporgenza di un edificio, che serviva di bottega aperta sulla strada. Poteva essere utilizzata come aula da maestri di basso livello (Vop. [SHA], Sat., 10, 4 : Saturninus … Romae frequentauerat pergulas magistrales ; cfr. Iuu., 11, 137 [significato incerto, cfr. Schol. ad loc.]).
Su Gaio Elvio Cinna : Bardon 1952-1956, 1, p. 344-347. Per comporre il suo poema, aveva speso nove anni secondo Catullo (95, 1-2. 5-6) e Quintiliano (Inst., 10, 4, 4), dieci anni secondo Servio (Buc., 9, 35) ; questo era così erudito che era incomprensibile senza il commento (cf. Suet. sopra).
Cfr. la notizia di Apollodoro (Bibl., 3, 14, 3 [figlia di Cinira, senza incesto]. 4 [incesto, con Teante/Θείαϛ, re d’Assiria, secondo Paniasi]) ed i racconti di Plutarco (Par. min., 22 A / 310 f - 311 a [secondo Teodoro di Ilio, Μεταμορφώσεις, FHG, 4, 513 <3> Müller] e di Antonino Liberale (Met., 34 [secondo Aristide di Mileto, Ἰταλικά, 3, FGH, 286 F 5 Jacoby), nel quale tuttavia il protagonista maschile è Theia, re del Libano. Il racconto parallelo in Plutarco (Par. min., 22 B / 311 ab) riguarda Valeria Tusculanaria, madre di Silvano.
La fama acquisita dal poema spiega forse perché Ovidio abbia consacrato a questa leggenda uno dei passipiù lunghi delle sue Metamorphoses, ossia 220 versi (10, 298-518), che ne fanno una specie di epyllion, ma scritto in uno stile più limpido (cfr. Hyg, Fab., 58 : Smyrna [con Cinyras] ; 164, 3 [un breve riassunto della leggenda, qui di Myrrha, spostato erroneamente alla fine di un testo su alcune tradizioni di Atene] ; Fulg., Myth., 3, 8 ; Schol. in Lyk., Alex., 829. 831). Su questa leggenda : Atallah 1966, p. 40-47.
Iullo deve averlo frequentato già adulto, perché Ottavia non l’avrebbe affidato ad un povero maestro. Del resto, Svetonio lo cita tra gli allievi che ebbe nel suo periodo di gloria. L’acme di Verrio Flacco, precettore dei principi Gaius e Lucius, si pone fra il 20 e il 10 a.C.
… addite Antoni conlusores et sodales, Eutrapelum, Melam, Pontium, Coelium, Crassicium, Tironem, Mustelam, Petusium…
Secondo Plutarco (Ant., 9, 5-7), la gente onesta gli riproverava, fra altri, le sue διατριβὰς ἐν γάμοις μίμων καὶ γελωτοποιῶν : frequentava particolarmente i mimi Ippia [Hippias] e Sergio (cfr. Cic., Phil., 2, 25, 62) e si fece particolarmente notare al matrimonio del primo per la sua ebbrezza (cfr. Cic., Phil., 2, 25, 63) ; ebbe inoltre una amante nella stessa compagnia, Citeris (Cytheris, cfr Cic., Att., 10, 10, 5).
Cfr. Frassinetti 1951.
Marco Antonio l’aveva riconosciuta, insieme con suo fratello gemello Alessandro, soprannominato Helios (Plut., Ant., 36, 5 ; Cass. D., 49, 32, 4-5).
Su Giuba : Roller 2003 ; Daoud 2014. Braccesi 2012, p. 94-95 pensa che Giuba si sia ispirato a Iullo Antonio. Pensiamo che sia più probabile l’ispirazione di un poeta ad uno storico, che di uno storico ad un poeta ; inoltre Giuba era più anziano e più vicino alla « Libia » di Iullo : un Africano avrebbe preso ad un Romano una leggenda della propria regione ?
Cfr. i giudizzi laudativi di Plutarco (Sert., 9, 10 : τοῦ πάντων ἱστορικωτάτου βασιλέων ; Caes., 55, 3 : ἐκ βαρβάρου καὶ Νομάδος Ἑλλήνων τοῖς πολυμαθεστάτοις ἐναρίθμιος γενέσθαι συγγραφεῦσι), che lo cita come fonte una ventina di volte nelle sue Vite.
Il racconto parallelo (Par. min., 23 B / 311 cd) narra la relazione fra il console romano Calpurnio Crasso e Bisaltia, figlia di un re di Massilia (nome incerto di un regno africano) all’epoca della campagna di Regulo contro Cartagine, alla fine della prima guerra punica, nel 256 a.C., secondo Esianace (Λιβυκά, FGH, 763 F Jacoby)
Uno scoliaste anonimo, che ha lasciato su tre manoscritti di Virgilio (Monacensis 305-II* [XI o XII sec.], Mon. 18659** [XI o XII sec.] e Mon. 21562*** [XII sec.]) alcune notizie (quelle dei due primi pubblicate da Savage 1934, p. 198-200. 202 ; poi presentate per tutti i tre da Munck Holsen 1985, p. 738-739, C. 121* ; p. 740-742, C. 129** ; p. 742-743, C. 130***), fra le quali un riassunto rapido delle gesta di Diomede, che finisce col mettere l’eroe in contatto diretto con Didone : l’eroe sarebbe stato gettato da una tempesta sulla costa africana, al momento nel quale la regina fondava il tempio di Giunone (come Enea !) e ci avrebbe consacrato il suo carro e le sue armi – che furono in seguito recuperate da Scipione Africano e restituite ad Argo) : Illis arreptis nauibus in Africam delatus est, ibique templum Iunoni Dido Tyria condebat. Ibi arma illa et currum Iunoni consecrauit, quae postea Scipio Africanus inter trophea alia Romam transtulit et praecepit suis gentibus quaeque restitui, et sic illa arma Roma Argos translata sunt. Su questo testo e il suo posto nell’esegesi della leggenda di Diomede : Lagioia 2006, p. 62-66 (§ 5).
I due episodi erano presenti nella epopea di Iullo ? Questo avrebbe separato il personaggio di Didone, regina di Cartagine, da quello della amante dell’eroe, incarnato da una altra principessa, in un luogo diverso, ma sempre in Africa ? Ciò ci sembra poco probabile e pensiamo che sia l’incontro con Didone ad essere stato verosimilmente sacrificato, perché troppo simile alla situazione dell’Eneide. Osserviamo che l’espressione che presenta Didone nello scolio : ibique templum Iunoni Dido Tyria condebat riflette quella di Virgilio (Aen., 1, 446-447) : Hic templum Iunoni ingens Sidonia Dido / condebat. Rimane tuttavia il fatto che il ricordo di questa tradizione si era conservato a Roma, poiché Scipione Africano ha potuto restituire le armi di Diomede alla città della quale era stato re Argos.
Sulle vicende del personaggio : v. Sybel, 1884-1890a ; Bethe 1903 (per le fondazioni di città : c. 822-823) ; v. Geisau 1967 ; Rocchetti 1960, p. 108-110 ; Musti 1984 ; Boardman – Vafopoulou-Richardson 1986. Oltre a queste notizie basiche, la bibliografia è richissima e citiamo solo alcuni studi : Paratore 1953 ; Gagé 1972 ; Lepore 1989 ; Braccesi 1994, p. 121-127.
Il nome potrebbe risalire all’epoca micenea, secondo Stella 1977, p. 36 e nota 29 : l’antroponimo avrebbe potuto presentarsi sotto la forma *di-wo-me-de, parola composta, il cui primo membro conterrebbe il nome di Zeus (cfr. di-wo-pu-ka-ta NP KN Fp 363, 3), mentre il secondo sarebbe paragonabile a quello di nomi come Eumedes (PY Ea 7773), Anomedes (PY Jn 706, 5), Amphimedes (KN B 801,4 ; PY Eb 773), Perimedes (PY An 656, 12).
Colpisce il fatto che, per presentare Diomede, Ovidio (Met., 14, 457) usi lo stesso epiteto che Virgilio per Enea (Aen., 1, 2) : profugus. Gagé 1972 erra quando (p. 754-755) oppone « Énée …, un profugus quittant une patrie détruite » a « Diomède … un des vainqueurs d’Ilion ».
Secondo Licofrone (Alex., 632), Diomede sarebbe passato nell’isola dei Feaci per uccidere un δράκων – che potrebbe essere stato un grosso serpente. Questa isola è a volte identificata con Corfù (Thc., 1, 25, 4 ; Apd., 1, 9, 25), onde la localizzazione della prodezza in questa isola in Eraclide Pontico (Περὶ πολιτείων, 27 = FHG, 2, 220 Müller = Eraclide Lembo, 56 Dilts), ma lo scoliaste anonimo di Virgilio citato sopra [n. 47] la situa in Etolia.
Su il giovane Diomede e Amphinimos : v. Sybel 1884-1890b (nessun articolo specifico nella RE, ma i due figli sono citati da Bethe 1903, c. 821, lin. 36-38). Antonino Liberale è l’unica fonte su di loro.
Tuttavia, non si tratta di gemelli, poiché uno di loro porta lo stesso nome del padre, ciò che lo designa come il primogenito. Il testo citato alla nota successiva – che potrebbe riguardarli – parla anche di un maggiore e di un minore.
Loro sono forse i fratelli che si sarebbero uccisi l’un l’altro per l’amore di una ragazza e che sarebbero stati sepolti in cima al Gargano, secondo uno strano racconto dell’interpolatore di Servio (Aen., 11, 247), che non fornisce nessun nome : Sed in Gargani summitate duo sepulchra esse dicuntur fratrum duorum, quorum cum maior uirginem quandam <sibi [Thilo]> despondisset et eam minor frater conaretur auferre, armis inter se decertati sunt ibique ad memoriam, inuicem occidentes, sepulti ; quae res admirationem habet illam, qua si qui duo inter ipsam siluam agentes iter, uno impetu uel eodem momento saxa aduersum sepulchra iecerint, ui nescio qua saxa ipsa separata ad sepulchra singula decidunt.
Sulla presenza di Diomede nel Veneto : Stella 1977, p. 33-36. Nel suo culto gli venivano consacrati e sacrificati dei cavalli, che si ritrovano sepolti nelle necropoli : vedi e.g. Tombolani 1978 ; Azzarolli 1980.
Spina : Plinio (N.H., 3, 120) ; Briquel 1987.
Adria : Stefano Bizantino (s.u. Ἀτρία, 143, 16 M).
Lanuvio sarebbe stata la sua prima fondazione in Italia secondo Appiano (B.C., 2, 3, 20) : vedi la discussione in Pasqualini 1998. L’indicazione del suo regno a Lavinio, nell’interpolatore di Servio (Aen., 8, 9), deve risultare da una confusione fra le due città.
Canusio : È l’unica città la cui fondazione attribuita a Diomede viene ricordata da Orazio (Serm., 1, 5, 91-92) : Nam Canusi lapidosus, aquae non ditior urna / qui locus a forti Diomede est conditus olim. Cfr. Strabone (6, 3, 9 / 283 C) ; D. Servio (Aen., 11, 246) : Item Canusium Cynegeticon (sc. condidit), quod in eo loco uenari solitus erat.
Siponto : Strabone (6, 3, 9 / 284 C).
Equo Tutico : Servio (Aen., 8, 9)
Venafro : D. Servio (Aen., 11, 246) : Et Beneuentum et Venafrum ab eo (sc. Diomede) condita esse dicuntur.
Benevento : Solino (2, 10 [cit. in epigrafe]), Servio (Aen., 8, 9), D. Servio (Aen., 11, 246), Stefano Bizantino (s.u. Βενεβεντός, 162, 13 M), Procopio (Bell., 5 [ = Goth., 1], 15, 8), Marziano Capella (6, 642) ; Suda (s.u. Βενεβεντός, B 237 Adler ; cfr. Schol. in Pind., Nem., 10, 12).
Venusia : D. Servio (Aen., 11, 246) : Sane Diomedes multas condidisse per Apuliam dicitur ciuitates, ut Venusiam, quam in satisfactionem Veneris, quod eius ira sedes patrias inuenire non poterat, condidit, quam Aphrodisias dicta est. Oggi Venosa (PZ), in Basilicata, a ca. 80 km a nord di Potenza.
S’incontra fino in Spagna, per la città di Tudè (Plin., N.H., 4, 112 [oggi Tuy]), il cui nome somigliava a quello di suo padre (cfr. Gagé 1972, p. 761-762).
Vedi il discorso di Diomede a Venulo (Aen., 11, 252-293).
Vedi il discorso di Diomede a Venulo (Met., 14, 460-510)
La Daunia è la regione italiana più anticamente e più solidamente associata a Diomede, già in Mimnermo (Iambi et Elegi Graeci, 2, fr. 22 M.L. West [1971-1972] = F 23 A. Allen [1993] = ap. Schol. in Lyk, Alex., 610), Lico di Reggio (FGH, 570 F 3 J = ap. Schol. in Lyk., Alex., 615), Timeo (FGH, 566 F 53 J = ap. Schol. in Lyk., Alex., 615).
Virgilio (Aen., 11, 246-247) indica, in un modo abbastanza oscuro : Ille urbem Argyripam patriae cognomine gentis / uictor Gargani condebat Iapygis agris. La spiegazione più completa e più chiara viene data da Servio (Aen., 11, 246), che giustifica il nome primitivo, calco di una formula omerica, e descrive la sua evoluzione fonetica : ARGYRIPAM Diomedes fuit de ciuitate quae Argos Hippion dicitur, de qua Homerus* [Ἄργεος ἱπποβότοιο, Horatius** « aptum dicet equis Argos ». Hic in Apulia condidit ciuitatem, quam patriae suae nomine appellauit et Argos Hippium dixit ; quod nomen postea uetustate corruptum est, et factum <est> ut ciuitas Argyrippa diceretur ; quod rursus corruptum Arpos fecit. [*Hom., Il., 2, 287 ; **Hor., Od., 1, 7, 9]. Cfr. Plinio (N.H., 3, 16, 104) : … Arpi, aliquando Argos Hippium Diomede condente, mox Argyripa dictum ; Strabone (6, 3, 9 / 283 C) : ἐκαλεῖτο δ' ἐξ ἀρχῆς Ἄργος Ἵππιον, εῖτ' Ἀργυρίππα, εῖτα νῦν Ἄρποι (cfr. 5, 1, 9 / 215 C).
Altre fonti : Licofrone (Alex., 592 e Schol. ad loc.), Appiano (7 [Hann.], (5), 31), Giustino (20, 1, 10), Solino (2, 1), Servio (Aen., 8, 9), Marziano Capella (6, 642), Stefano Bizantino (s.u. Ἀργυρίππα, 115, 7 M). Cfr. l’epitaffio composto da Ausonio (Epitaphia heroum, 6), che distingue Argyrippa e Arpi : Conditur hic genitore bono melior Diomede, / crimen ob uxoris pulsus dotalibus Argis, / Argyripam clarosque uiris qui condidit Arpos, clarior urbe noua patriae quam sede uetusta.
Come indica lo scoliaste di Licofrone (in Alex., 602) : Διομήδους πεδίον ἐστὶ περὶ τὴν Ἀπουλίαν τῶν Δαυνίων (cfr. Strab., 6, 3, 9 / 284 C). Dipendeva da Arpi il porto di Salapia (Strab., 6, 3, 9 / 283 C), anche esso fondato da Diomede (Vitr., Arch., 1, 4, 12).
La scena è descritta a lungo da Omero (Il., 5, 330-400) e ricordata dai poeti romani : Virgilio (Aen., 11, 276-277 [cit. p. 150] ; (Met., 14, 476-478) : … patriis sed rursus ab agris / pellor et antiquo memores de uulnere poenas / exigit alma Venus. La vendetta di Venere sarà di corrompere la moglie di Diomede, il quale dovrà lasciare Argo – ma si tratta qui di uno sviluppo post-omerico, poiché nell’Iliade (5, 412-415) Egiale è modesta e fedele.
Vedi Omero (Od., 4, 233-264).
A volte è associata alla restituzione del Palladio quella delle ceneri di Anchise, morto a Troia, che Diomede avrebbe anche derubato (e.g. Gagé 1972, p. 753-754). In Virgilio, Anchise muore in Sicilia, ma alcune espressioni sono ambigue, come la protesta di Didone, che si afferma innocente di questo oltraggio (Aen., 4, 427) : nec patris Anchisae cineres manisue reuelli ; Servio (ad loc.) commenta : quod dicitur ex oraculo fecisse Diomedes, et secum eius ossa portasse, quae postea reddidit Aeneae, cum multa aduersa perferret. Poi rimanda ad un altro passo (Aen., 5, 80-81) : saluete, recepti / nequiquam cineres, che commenta (ad 81) nello stesso senso : recepti iterum cineres, semel ex Troia, semel a Diomede, qui dicitur ossa eius eruta cum Palladio reddidisse {Aeneae}.
Su questo testo (che continua fino alla morte di Enea) : Perret 1942, p. 545-549 ; Galinsky 1969, p. 115-116 ; Gagé 1972, p. 746-754 (2. Restitution de fétiches troyens par Diomède à Enée…).
La stessa localizzazione viene ripresa da Silio Italico, quando Minerva appare in sogno a Diomede per ingiungergli di andare a trovare i fondatori delle nuova Troia in Laurentibus aruis (Pun., 13, 60). Vedi Ripoll 2001.
Stessa menzione della (« grande ») Calabria in {D.} Servio (Aen., 3, 550) : Et sciendum sacrificii tantum causa eos tetigisse Calabriam, ubi dicuntur accepisse Palladium, {sicut dictum est*}, a Diomede uel ab Ulixe ; nec immerito dubitatur : ut enim in secondo** legimus, ambo rapuerunt. [*Serv., Aen., 3, 407 ; **Verg., Aen., 2, 166 ; per la menzione dei due eroi a proposito della restituzione, vd. anche D. Serv., Aen., 3, 545].
Il testo è riprodotto interamente – senza le aggiunte di Daniele – da uno dei cosidetti Mitografi del Vaticano (1, 142 Mai / 1, 139 Kulcsár / 1, 1, 40, 3 Zorzetti-Berlioz). Il titolo del libro di Varrone è indicato in una nota di Servio (Aen., 5, 704 [cit. in nota al fr. 1 in HRR]), che ricorda più brevemente il ruolo di Nautes : Quod autem dicit « Pallas quem docuit », propter illud quod supra* diximus, fingitur, quia ipse Romam Palladium detulit : unde Nautiorum familia Mineruae sacra retinebat ; quod etiam Varro docet in libris quos de familiis Troianis scripsit. Il riferimento* riguarda un altro passo dello scoliaste (Aen., 3, 407), che riprende l’argomento, ma senza citare Varrone. Paolo (s.u. Nautiorum, 165, 6 L) dice solo Nautiorum familia a Troianis oriunda, ma i poveri frammenti che susistono dal testo di Festo (s.u. Nautiorum, 164, 23 L) parlano (lin. 25) di un <signum ?> aeneum Mi<neruae>, al quale dovrebbero indirizzarsi preghiere e/o sacrifici (lin. 26 : sacri>ficare Scaliger supp>licare Lindsay soliti) e che portava forse l’epiteto Nautia (lin. 27 : <unde ipsa quoque dea Nautia uo>cabatur Scaliger). Anche Dionigi di Alicarnasso (6, 69, 1) attribuisce à Ναύτιος il trasporto in Italia del Palladio, ormai affidato ai suoi discendenti.
Gli studiosi associano generalmente alla testimonianza di Procopio quella di Malala (Chron., 6, 22-23 / 167, lin. 9-18 Dindorf), ma conviene osservare che questo identifica Argyrippa con Benevento e ne fa una città costiera (ibid., 167, lin. 3-6).
Più tardi, Stazio (Silu., 5, 3, 178) indica che il Palladio conservato a Roma è quello rubato da Diomede, ma non dice niente sul modo di restituzione.
Cfr. in Orazio (Epod., 10, 13-14), l’odio della dea per Aiace dopo la destruzione d’Ilio : … / cum Pallas usto uertit iram ab Ilio / in impiam Aiacis ratem.
L’opposizione è tanto più flagrante che è proprio al naufragio provocato da Minerva in Virgilio per punire Aiace al capo Cafereo (Aen., 11, 260) che la stessa dea strappa Diomede in Ovidio (Met., 14, 472). Il riferimento è ancora sottolineato dal fatto che all’espressione Priamo miseranda manus di Virgilio (Aen., 11, 259) fa eco in Ovidio il verso (Met., 14, 474) : Graecia tum potuit Priamo quoque flenda uideri.
Vedi Holland 1895, p. 22 ; Stella 1977, p. 30-32.
L’isola di Diomede, che portava la tomba dell’eroe, è largamente attestata ; così Plinio (N.H., 3, 30, 151) : … contra Apulum litus Diomedia (sc. insula), conspicua monumento Diomedis, et altera eodem nomine, a quibusdam Teutria appellata (cfr. Plin., N.H., 10, 44, 127 [tomba e santuario]; Paolo, s.u. Diomedia, 66, 3 L : Diomedia insula, in qua Diomedes sepultus est, excedens Italia). – Sulla tomba di Diomede apparve il primo platano in Italia, secondo Plinio (N.H., 12, 3, 6) : Sed quis non iure miretur arborem umbrae gratia tantum ex alieno petita orbe ? Platanus haec est, mare Ionium Diomedis insula tenus eiusdem tumuli gratia primum inuecta… È generalmente identificata con l’isola S. Domino, la più grande dell’arcipelago (ma vedi nota 87 in fine).
L’espressione contorta di Plinio (N.H., 3, 30, 151 cit. nota 85) significa che il nome dell’isola Diomedia, nella quale si trova la tomba dell’eroe dà al plurale il nome dell’arcipelago, ciò che confermano altre fonti, come Strabone (2, 5, 20 / 124 C) : Ὁ δ' Ἰόνιος κόλπος μέρος ἐστὶ τοῦ νῦν Ἀδρίου λεγομένου... Νῆσοι δέ εἰσιν ἐνταῦθα συχναὶ... πρὸ τῆς Ἰταλίας δὲ αἱ Διομήδειοι (cfr. 5, 1, 9 / 215 C : αἵ τε Διομήδειοι νῆσοι ; 6, 3, 9 / 284 C : δύο νῆσοι Διομήδειαι). C’è solo una isola per Mela (2, 114 [Diomedia]), Ps. Scimno (Peripl., 431-433), Avieno (Descr., 648 / GGM), Dionisio il Periegeta (483 / GGM), ma cinque per Tolomeo (Geogr., 3, 1, 69) : Ἐν δὲ τῷ Ἰονίῳ πελάγει αἱ καλούμεναι Διομήδειαι νῆσοι ε (in più delle due isole principali, il geografo prende in conto tre isolotti disabitati) ; cfr. Geografo Ravennate 5, 25/101, 53 Schnetz [1940].
Il nome moderno dell’arcipelago dei Tremiti sembra provenire da quello dell’isola più piccola dell’arcipelago, Trimerus – probabilmente la Teutria (hapax) di Plinio. Ivi fu relegata per 20 anni e morì Gulia Minore, la nipote di Augusto, che aveva rinnovato le orgie di sua madre, secondo Tacito (An., 4, 71, 4) : Per idem tempus Iulia mortem obiit, quam neptem Augustus conuictam adulterii damnauerat proieceratque in insulam Trimerum, haud procul Apulis litoribus. Vi fu anche confinato da Carlomagno, nel 786, Paolo Diacono, che riuscì a scappare (Puglia [Guida d’Italia del Touring Club Italiano, 20], Milano, 1962, p. 174). Deve essere l’attuale S. Nicola, che fu sempre la più popolata (ma H. Zehnacker, comm. à Plin., N.H., 3, 30, 151 [ed. CUF, 1998], p. 280, cita dubitativamente Maranca 1986, che propone di scambiare i nomi).
Giuba (FGH, 275 F 60 Jacoby = ap. Plin., N.H., 10, 44, 126-127): Nec Diomedis praeteribo aues. Iuba cataractas uocat et eis esse dentes oculosque igneo colore cetero candidis tradens; duos semper his duces: alterum ducere agmen, alterum cogere; scrobes excauere rostro, inde crate consternere et operire terra quae ante fuerit egesta; in his fetificare. Fores binas omnium scrobibus: orientem spectare quibus exeant in pascua, occasum quibus redeant; aluum exoneraturas subuolare semper et contrario flatu. 127. Vno hae in loco totius orbis uisuntur, in insula quam diximus nobilem Diomedis tumulo atque delubro contra Apuliae oram, fulicarum similes. Aduenas barbaros clangore infestant, Graecis tantum adulantur miro discrimine, uelut generi Diomedis hoc tribuentes, aedem eam cotidie pleno gutture madentibus pinnis perluunt atque purificant, unde origo fabulae Diomedis socios in earum effigies mutatos.
L’identificazione della specie di questi uccelli è difficile, complicata dal fatto che gli autori antichi indicano solo delle somiglianze ; così, secondo le fonti, assomiglierebbero a cigni (Lyk., Alex., 597 ; Tzet., Schol. in Lyk., Alex., 592 ; Ou., Met., 14, 508-509 : Si uolucrum quae sit dubiarum forma requiris, / ut non cygnorum, sic albis proxima cygnis), a aironi (Lico di Reggio, [Ἰταλικά], 3, fr. 4 FHG, 2, 371 Müller / Περὶ Σικελίας (?), FGH, 570 F 6 Jacoby = ap. Antig. Carist., Hist. mir., 172 [188 W] ; Schol. D, in Hom., Il., 5, 412 f; Ael., N.A., 1, 1 [ripr. da File. Φιλῆϛ, Prop. Amim., 5] ; Steph. Byz., s.u. Διομήδεια, 231, 15 M ; Myth Vat., 1, 2, 41 Zorzetti-Berlioz) o a colimbi (Plin., N.H., 10, 44, 126-127). Isidoro (Or., 7, 28-29) riesce l’« exploit » di paragonarli a queste tre specie :: Diomedas aues a sociis Diomedis appellatos, quos ferunt fabulae in easdem uolucres fuisse conuersos, forma fulicae similes, magnitudine cygnorum, colore candido, duris et grandibus rostris. … Haec autem aues latine Diomediae uocantur, Graeci eas ἐρωδιούς dicunt. Per « colimbi » si pronunciano gli specialisti moderni, grazie alle indicazioni di Giuba, riprese da Plinio, che trascrive il greco καταρράκτας (due ρ) con cataractas (uno r) e li avvicina ai fulicae (ital. « folaga ») : Benton 1960, p. 110-111 (I. Lykophron, Alexandra, 600-11) : « sherwaters » (Procellaria diomedea) ; Thompson 19362 (s.v. Διομήδειοι ὂρνιθεϛ, p. 88-91 ; André 1967, s.u. auis Diomedia, p. 39-40 ; s.u. cataractes, ae, p. 50 ; Capponi 1979, s.u. Diomedia auis, p. 219-220 ; s.u. cataractes, -ae, p. 132-139.
Il comportamento degli uccelli rispetto ai visitatori dell’isola è descritto più o meno negli stessi termini dai diversi autori (Plin., N.H., 10, 44, 127 ; Ael., N.A., 1, 1 ; Aug., Ciu., 18, 16, 276, 19-27 DK).
Nella chiesa dell’isola di S. Nicola, un pavimento musivo anteriore al XII sec. rappresenta diversi animali fantastici, fra i quali le aues diomedeae (Stella 1977, p. 32, nota 21).
Tzetzes (Schol. in Lyk., Alex., 592) : Ὕστερον δὲ ὁ Διομήδης πρὸς Δαύνου ἀνῄρεθη, οἱ δὲ φίλοι αὐτοῦ κλαίοντες τὸν ἥρωα μετεβλήθησαν εἰς ὄρνεα ὅμοια κύκνοις. Καὶ περὶ τὰ βάρβαρα φεύγει καὶ φοιτᾷ παρʹ Ἕλλησιν, ὥστε καὶ ἐκ χειρῶν αὐτῶν λαβεῖν τροφὰς καὶ δύνειν εἰς τοὺς κόλπους. Può essere avvicinato l’accenno di Strabone (6, 3, 9 / 384 C), che tuttavia assegna agli uccelli la distinzione fra buoni e cattivi. Questa versione risalirebbe ad Artemidoro (cfr. F. Lasserre, ed. CUF, 1967, ad loc., p. 238, nota 4). Cfr. nota 95.
Gli studiosi collegano generalmente (cfr. Coppola 1990) la versione d’Antonino Liberale (Met., 37 [Δωριεῖς], 5-6) alla corrente che parte da Tzetze, perché la metamorfosi avviene dopo la morte dell’eroe ; ma questa morte è naturale e per il resto si tratta qui, su ordine di Zeus, della trasformazione in uccelli di specie non identificata, delle anime degli abitanti dell’isola, massacrati da invasori Illirici dopo la morte del re Dauno ; di conseguenza, gli uccelli fuggono quando appare una nave illirica, mentre fanno festa ad ogni nave greca : Δαυνίου δ' ἀποθανόντος ἐπεβούλευσαν Ἰλλυριοὶ βάρβαροι κατὰ φθόνον αὐτῶν τῆς γῆς καὶ ἀνεῖλον ἐν τῇ νήσῳ πάντας ἔντομα θύοντας ἐπιφανέντες οἱ Ἰλλυριοὶ τοὺς Δωριεῖς. Διὸς δὲ βουλῇ τὰ σώματα μὲν ἠφανίσθη τῶν Ἑλλήνων, αἱ ψυχαὶ δὲ μετέβαλον εἰς ὄρνιτἁς. 6. Καὶ ἔτι νῦν Ἑλληνικὴ μὲν ἐπὰν καθορμίζεται ναῦς, φοιτῶσι πρὸς αὐτοὺς οἱ ὄρνιθες, Ἰλλυρικὴν δὲ φεύγουσι ναῦν καὶ ἀφανίζονται πάντες ἐκ τῆς νήσου.
A Roma, la stessa cronologia relativa doveva essere stata seguita da Varrone, ma non possiamo apprezzarne esattamente i dettagli, perché il racconto è conosciuto solo tramite Agostino (Ciu., 18, 16, 276, 12 DK),, che insiste sull’apoteosi dell’eroe a solo scopo di sottolineare la sua impotenza, benché divenuto dio, a salvare i suoi compagni, sia da se stesso, sia chiedendo l’intervento di Giove : … et tamen ex eis (sc. Graecis uictoribus Troiam relinquentibus) deorum suorum numerum auxerunt. Nam et Diomeden fecerunt deum, quem poena diuinitus inrogata perhibent ad suos non reuertisse ; eiusque socios in uolucres fuisse conuersos non fabuloso poeticoque mendacio, sed historica adtestatione confirmant ; quibus nec deus, ut putant, factus humanam reuocare naturam uel ipse potuit uel certe a Ioue suo rege tamquam caelicola nouicius impetrauit. Quin etiam templum eius esse aiunt in insula Diomedea, non longe a monte Gargano, qui est in Apulia, et hoc templum circumuolare atque incolere has alites tam mirabili obsequio, ut aquam impleant et aspergant ; et eo si Graeci uenerint uel Graecorum stirpe prognati, non solum quietas esse, uerum et insuper adulare ; si autem alienigenas uiderint, subuolare ad capita tamque grauibus ictibus, ut etiam perimant, uulnerare. Nam duris et grandibus rostris satis ad haec proelia perhibentur armatae. 17. Hoc Varro ut astruat, commemorat alia non minus incredebilia … Vedi Geffcken 1892, p. 5-9 ; Marin 1978.
Una versione diversa viene fornita da uno scoliaste di Omero (Schol. D, in Hom., Il., 5, 412), che attribuisce ad Atena l’apoteosi di Diomede ucciso da Dauno e la metamorfosi dei suoi compagni in aironi, mentre soffrivano la fame : … ὅθεν αὐτὸν μὲν ἀπεθέωσεν Ἀθηνᾶ, τοὺς δὲ ἑταίρους εἰς ἐρωδιοὺς μετέβαλεν. È probabilmente al ruolo di Atena vicino a Diomede che Ovidio accenna nel suo indirizzo a Vario (Od., 1, 6 15-16) : … ope Palladis / Tydiden superis parem.
In Licofrone (Alex., 592-609), che segue Timeo, Diomede piange in Daunia la metamorfosi dei suoi compagni. West 1983, p. 132-135, osserva (p. 133) che il racconto della metamorfosi (Alex., 594-609) è « one of the most attractive part of the poem » e che « We know of no poet apart from Lycophron, who told the story before Virgil », del quale è certamente una fonte (Aen., 271-274): il discorso di Diomede, « remarkably close in spirit to the central section of Cassandra’s prophecy » (Alex., 365-1282). Cfr. Lasserre, nota a Str., 6, 3, 9/284C, p. 238, n. 4 ; Coppola 1990, p. 135 e nota 46.
Secondo Servio (Aen., 11, 271), Virgilio avrebbe modificato l’ordine degli eventi, giacché i compagni di Diomede avrebbero subito la loro metamorfosi dopo la morte di quest’ultimo, vittima degli Illiri, mentre stavano piangendolo : NVNC ETIAM HORRIBILI VISV P. S. hoc loco nullus dubitat fabulae huius ordinem a Vergilio esse conuersum ; nam Diomedis socios constat in aues esse conuersos post ducis sui interitum, quem extinctum inpatienter dolebant. Hae aues hodie que latine Diomedeae uocantur, Graeci eas ἐρωδίους dicunt. Habitant autem in insula, quae est haud longe a Calabria, in conspectu Tarentinae ciuitatis. Quin etiam de his auibus dicitur quod Graecis nauibus laetae occurrant, alienas uehementer fugiant, memores et originis suae et quod Diomedes ab Illyriis interemptus est. Il testo di Servio viene riprodotto da uno dei Mitografi del Vaticano (1, 143 Mai / 1, 140 Kulcsár / 1, 2, 41 Zorzetti-Berlioz), che per la terza frase scrive Habitant autem insulam Electridem* siue Febram**, quae…, sostituisce curiosamente aliena con Latinas – e sopprime di conseguenza l’ultimo membro delle frase. [*cfr. Plin., N.H., 3, 30, 152 ; **hapax]
Il plurale designa Venere/Afrodite e Marte/Ares, poiché anche questo fu ferito da Diomede come narra Omero (Il., 5, 855-861 ; cfr. Serv., Aen., 11, 276).
Come osserva Coppola 1990, p. 130 : « È comunque difficile precisare quale fosse l’attegiamento rivolto verso Diomede in età augustea. Un dato è certo : non se ne parla molto. » Tutt’al più si può rilevare che Orazio, in una ode indirizzata ad Agrippa (Od., 1, 6), incita il poeta L. Vario Rufo a celebrare omericamente le prodezze di questo e riconosce che lui stesso non è capace di cantare Achille, Ulisse, Merione o Diomede, ciò che può dare da pensare che il destinatario habbia già cantato questi eroe. Del resto Vario, uno degli editori dell’Eneide di Virgilio, era pure lui un poeta epico di fama – autore di un Thyestes (Quint., Inst., 10, 1, 98 ; Tac., Dial., 12, 6) –, come testimonia esplicitamente lo stesso Orazio (Sat., 1, 10, 43-44 : … forte epos acer, / ut nemo, Varius ducit), che cita altrove (Epist., 1, 16, 28-29) un breve passo di un panegirico di Augusto che gli scoliasti gli attribuiscono (Ps. Acr., in Epist., 1, 16, 25 : Haec enim Varius de Augusto scripserat). Ma questo non consente di determinare la natura e l’ampiezza dell’eventuale partecipazione di Vario alla letteratura su Diomede : restano di lui 4 frammenti, per un totale di 12 versi, più 2 versi ed una parola per il panegerico (Fragmenta poetarum latinorum epicorum et lyricorum praetere Ennium et Lucilium, post W. Morel … curavit, Blänsdorf, Bibl. Teubneriana, 2011, p. 254-257). Su questo personaggio : Wimmel 1983 ; Nisbet – Hubbard 1970, p. 81 (nel commento dell’ode 1, 6, p. 80-90).
Per la metamorfosi e il nome dei compagni, la fonte potrebbe non essere Nicandro (Ἑτεροιούμενα) che è l’inspiratore più frequente di Antonino Liberale (Met., 37) e doveva dunque situare il prodigio dopo la morte dell’eroe, ma forse Boío, autore di una Ornithogonia – utilizzata anche da Antonino in altre occasioni (Met., 3. 5. 7. 11. 15. 16. 18. 19. 20. 21) –, che era stata tradotta in latino da Emilio Macro (Aemilius Macer), amico di Virgilio e di Ovidio (vedi Bardon 1952-1956, 2, p. 44-47 ; e soprattutto Néraudeau 1983). Cfr. Coppola 1990, p. 137.
A proposito di Pisone, anche lui risparmiato su questo punto dal principe che ridusse la proposta di sentenza del console Aurelius Cotta : Multa ex ea sententia mitigata sunt a principe : ne nomen Pisonis eximeretur, quando M. Antonius, qui bellum patriae fecisset, Iulli Antonii, qui domum Augusti uiolasset, manerent. È stato ipotizzato che il carattere ufficialmente non politico della colpa di Iullo Antonio l’avesse fatto scapare alla damnatio memoriae, ma gli esempi di suo padre M. Antonio e di Pisone dimostrano di no.
L’uso di questo plurale è un processo retorico che non implica per niente l’esistenza di parecchie epopee sul personaggio (cfr. sopra Iullos in Tac., An., 1, 10, 4 [cit. nota 24]), malgrado ciò che scrive e.g. Coppola 1990, p. 134 fin : « Diomede ritorna nel mito, e addirittura le sue vicende diventano una moda letteraria alla fine del I secolo, se l’indignato Giovenale lamenta l’eccessiva produzione di Diomedee (1, 53) » (ma cfr. lo stesso cit. n. 99). Non seguiremo nemmeno Ripoll 2001, p. 356, che scrive : « On ne peut évidemment déterminer si cet épisode (sc. la restitution du Palladium) figurait dans l’une des nombreuses épopées consacrées à Diomède à Rome, et dont il ne nous reste plus rien : Juvénal cite les Diomedies parmi les thème mythologiques rebattus chers à la poésie de son temps (1, 53) et Horace mentionne celle de Jullus Antonius en douze livres comme l’Enéide et considérée comme une réussite, ainsi que celle d’un rival moins doué (Epist., 2, 3 [ = A. Poet.], 146) ». In più del controsenso su Giovenale, osserveremo che l’autore attribuisce ad Orazio una precisazione che s’incontra solo nel suo scoliaste e che il « rival moins doué » nell’Arte poetica non è un altro poeta romano, ma in realtà lo stesso Omero ! (cfr. Ps. Acr., in Hor., Epist., 2, 3= A. poet., 148: scilicet Homerus).
Sul personaggio : Oertel 1884-1890 ; Wagner 1894 ; Bermond Montanari 1958 ; v. Geisau 1964 ; Davies 1981 ; Wathelet 1988, s.u. 35. Antenor, 1, 284-293 (+ note 1219-1221). Vedi anche Scholz 1911 ; Thallon 1924 ; e soprattutto, per i diversi aspetti della leggenda, Braccesi 1984a-21997 ; riassunto in Braccesi 1984b, p. 191-193.
Questo accenno su un distico elegiaco completo è uno dei più estesi del poema.
La presentazione del personaggio è probabilmente dovuta ad una reminiscenza omerica di Ovidio – che troviamo illustrata particolarmente sul vaso François scoperto a Chiusi (SI) (oggi nel Museo archeologico di Firenze, n. inv. 4209 [ca. 570 a.C.]), dove Antenore va all’incontro di Priamo (registro centrale del corpo del vaso : Minto 1960, p. 112 e tav. XXIX : Zona IV – Faccia A, con gli epigrafi Antenor e Priamos, cfr. p. 174) o su una coppa attica a figure rosse proveniente da Spina (FE) ed attribuita al Pittore di Eretria (oggi nel Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, n. inv. T.128 [ca. 430 a.C.]), dove un’iscrizione che dà il nome di Antenore (A[N]TENOR) sembra riferirsi ad un personaggio anziano in mezzo ad un gruppo di giovani (Beazley 1963, 2, p. 1252, n. 52 ; Braccesi 1984, p. 106 e tav. 4 /2 1997, p. 94 ; Davies 1981, p. 813, con foto 2, p. 657) ; o su un vaso tardo, dove Antenore segue Enea (Alföldi 1963, p. 284 e tav. XXIV ; Schauenburg 1960, p. 176-191). Largo invece doveva mostrare un eroe in grado di impegnare battaglia (Braccesi 1984, p. 106 /2, p. 94) ; questa tradizione di un eroe nel pieno vigore dell’età è forse già illustrata su un cratere attico a figure rosse attribuito al Pittore di Altamura (BA) (oggi nel Museum of Fine Arts de Boston ; n. inv. 59.176 [ca. 450 a.C.]), dove un giovane guerriero precede Enea con Anchise sulle spalle (Beazley 1963, 1, p. 590, n. 11 ; Braccesi 1984, p. 47 ; 65, nota 1 ; 66, nota 3, e tav. 3 / 2 1997, p. 45 ; 141, nota 1 ; 144, nota 3 ; 145, nota 3 in fine) ; ma Davies 1981, n. 17, 1, p. 814 (senza illustrazione) rifiuta l’identificazione proprio perché il personaggio – anonimo – appare troppo giovane.
È dunque probabile che l’espressione s’incontrasse all’inizio del poema di Largo.
Bardon 1952-1956, 2, p. 66-67 ; Duret 1983, p. 1491 e nota 271.
(Pont., 4, 16, 6) : … Iliacusque Macer. Amico di Ovidio, che lo chiama sempre con questo solo nome, Macro aveva scritto degli Antehomerica (Ou., Am., 2, 18, 1-2), poi degli Posthomerica, evocati in un poema a lui dedicato (Ou., Pont., 2, 10, 13-14) ; sarebbe da identificare con Pompeius Macer, autore di due epigrammi raccolti nell’Anthologia Palatina (7, 219 [Πομπηΐου Νεωτέρου] ; 9, 28 [Πομπηΐου Μάκρου Νεωτέρου]). Vedi Bardon 1952-1956, p. 64-66 ; Duret, 1983, p. 1467-1472 (II. 3. Pompeius Macer). 1490.
(Pont., 4, 16, 19) : quique canit domito Camerinus ab Hectore Troiam. Camerino, anche lui autore di Posthomerica non è citato altrove. Vedi Bardon 1952-1956, 2, p. 66 (che evoca la possibilità di un’identificazione con Q. Sulpicius Camerinus, console nel 9 p.C.) ; Duret 1983, p. 1489 (cfr. p. 1468, nota 120).
(Pont., 4 16, 25-26) : … et auctor / Tantalidae reducis Tyndaridosque Lupus. Il poema di Lupo appartenava al genere dei Νόστοι, all’occorrenza quello di Menelao ed Elena. Vedi Bardon 1952-1956, 2, p. 67-68 ; Duret 1983, p. 1489.
(Pont., 4, 16, 27) : … et qui Meoniam Phaecida uertit. Questo poeta, rimasto qui anonimo, è Tuticanus, il cui nome non può entrare in un verso, come spiega in dettaglio Ovidio in un poema anteriore a lui dedicato (Pont., 4, 12), che inizia con (1-2) : Quo minus in nostris ponaris, amice, libellis / nominis eficitur condicione tui ed evoca in seguito la sua opera (4, 12, 27-28). Aveva dunque adattato in latino il racconto omerico del soggiorno di Ulisse dai Feaci. Vedi Bardon 1952-1956, 2, p. 66 ; Duret 1983, p. 1489 e nota 261. 1490
Sulle testimonianze antiche : Bérard 1941, p. 383-385 / 2 1957, p. 366-368.
La tragedia faceva parte di una quadrilogia, la Τρωἲκὴ πραγματεία, databile intorno alla metà del V sec. a.C. (ca. 468 secondo Braccesi 1984a, p. 62), i cui titoli sono ricordati nell’hypothesis dell’Aiace (Person 1963, 1, p. 123) : Ἑλένης ἁρπαγή (ὁ ἀπαίθσιϛ), Ἀντηνορίδαι, Αἰχμαλώτιδες, Μέμνων. Il titolo del dramma è attestato anche da Ateneo (9, 15 / 373 d), Esichio (s.u. ἀφεψιασάμην, A 8627 Latte ; s.u. ἐκβαβάξαι, E 1287 L [dopo correzione di εν τη νοριδες]).
Antenoridae può designare sia i figli di Antenore, sia più largamente le popolazioni che si appellano a lui ; così Virgilio (Aen., 1, 248) : (Antenor)… genti nomen, dedit …, ciò che Servio (ad loc.) commenta : Hi autem primis temporibus ab Antenore dicti sunt Antenoridae. Nella sua notizia, Radt (TrGE, 4, 1977) osserva (p. 161) che Sofocle parlava anche dello stesso eroe e che il titolo era forse Ἀντήνωρ καὶ Ἀντηνορίδαι.
Riprodotto da Eustazio (Comm. in Il., 3, 205-207 / 405, 29-34 / 1, 638, 1-7 Van der Valk), con leggere varianti, in particolare nell’ordine delle parole.
La scena era anche stata rappresentata dal pittore Polignoto sulla lesche dei Cnidi a Delfi, realizzata verso la metà del V sec. (461 secondo Braccesi 1984a, p. 62) evocata da Luciano (Im., 7) e minutamente descritta da Pausania (10 [Φωκικά, Λοκρῶν Ὀζολῶν], 25, 1 ; 10, 27, 3 per questa scena). Polignoto era legato a Sofocle e dipinse un suo ritratto per la Στοὰ ποικίλη di Atene, secondo la Vita Sophocli (cfr. Webster 1936, p. 9).
Gli Eneti avevano perso il loro capo, Pilemene [Πυλαιμένης] (Hom., Il., 2, 851-852), ucciso da Menelao (Hom., Il., 5, 576-579). Per la loro origine, l’indicazione più precisa viene da Cornelio Nepote, citato da Plinio (N.H., 6, 2, 5) : Vltra quem (sc. fluuium Billim) gens Paphlagonia …, dein Cromna, quo loco Enetos adicit Nepos Cornelius, a quibus in Italia ortos cognomines eorum Venetos credi debere putat … L’origine paflagoniana è ricordata da Livio (1, 1, 2) e da Strabone (5, 1, 4 / 212 C ; cfr. 12, 3, 8/543 C), mentre Catone (Or., 2, fr. 42 HRR2 Peter / 2, fr. 12 Chassignet [1986]), anche lui citato da Plinio (N.H., 3, 130) ritiene solo la provenienza troiana : Venetos Troiana stirpe ortos auctor est Cato. Cfr. Bérard2 1957, p. 366-368.
Questo testo è preceduto e seguito da frasi sulle peregrinazioni di Enea, con diverse varianti. Ma è difficile attribuire questi dati all’opera sugli Antenoridi e non esistono altri indizi di un lavoro di Sofocle eventualmente consacrato ad Enea ed agli Eneadi. La ripresa di questo testo in Eustazio non contiene i passi su Enea, ma una frase di più su Antenore (405, 33-34 / 1, 638, 5-7 Van der Valk) : Πιθανῶς δὲ Ἀντήνωρ ὡς ξενοδοχήσας ποτὲ καὶ ἰδὼν καὶ εὖ εἰδῶς ἐπιμαρτύρεται ἀλήθειαν τῇ Ἑλένῃ ἀναγνωρίζων τὸν Ὀδυσσέα, ἵνα μὴ ὑποπτευθῇ ἡ Ἑλένη, ἐφ' οἷς λέγει.
La pelle di pantera è chiamata qui σύμβολον, nome dell’oggetto che denota un vincolo di ospitalità. Da solo non può significare il tradimento di Antenore. Descrivendo la scena dipinta da Polignoto, Pausania usa invece la parola σύνθημα che potrebbe implicare un accordo specifico ; ma la scelta appartiene al periegeta del II sec. d.C. e lui stesso evoca il legame di ospitalità fra Antenore e Menelao o Odisseo, come fa Livio (1, 1, 1 : iure hospitii).
Cfr. Scuderi 1976.
È la datazione di F. Jacoby. Scuderi 1976, p. 39 lo colloca fra la fine del III e l’inizio del II sec. a.C.
Μενεκράτης δὲ ὁ Ξάνθιος προδοῦναι τοῖς Ἀχαιοῖς αὐτὸν ἀποφαίνει τὴν πόλιν τῆς πρὸς Ἀλέξανδρον ἔχθρας ἕνεκα, καὶ διὰ τὴν εὐεργεσίαν ταύτην Ἀχαιοὺς αὐτῷ συγχωρῆσαι διασώσασθαι τὸν Σἶκον. σύγκειται δὲ αὐτῷ ὁ λόγος ἀρξαμένῳ ἀπὸ [τῆς] Ἀχιλλέως ταφῆς τὸν τρόπον τόνδε· « Ἀχαιοὺς δ´ ἀνίη εἶχε καὶ ἐδόκεον τῆς στρατιῆς τὴν κεφαλὴν ἀπηράχθαι. Ὃμως δὲ τάφον αὐτῷ δαίσαντες ἐπολέμεον βίῃ πάσῃ, ἄχρις Ἴλιος ἑάλω Αἰνείεω ἐνδόντος. Αἰνείης γὰρ ἄτιτος ἐὼν ὑπὸ Ἀλεξάνδρου καὶ ἀπὸ γερέων ἱερῶν ἐξειργόμενος ἀνέτρεψε Πρίαμον· ἐργασάμενος δὲ ταῦτα εἷς Ἀχαιῶν ἐγεγόνει. » Notiamo la strana conclusione, secondo la quale Enea sarebbe divenuto Acheo ! In realtà è Antenore a portare un nome greco.
Forse in relazione con la spedizione sfortunata del principe spartano Cleonimo, nel 303-302 a.C. (su questo episodio : Braccesi 1990).
L’attenzione portata a Roma su Antenore risale probabilmente alla campagna del 129 a.C. contro gli Istri, condotta dal console Gaio Sempronio Tuditano, che eresse, vicino al Timavo, una sua propria statua, con un’iscrizione che ricordava il suo trionfo (CIL, 12, 652 = ILS, 8885 Dessau). Di questa epoca sono il dramma di Accio (oriundo di Pesaro), gli Antenoridi (TRF, fr. 120-124, p. 151-152 Ribbeck / Antenoridae, p. 156-157 Dangel) e l’epopea di Ostio (Hostius), Bellum Istricum (FPLEL4, p. 90-92 Blänsdorf [Teubner 2011]).
Stando a ciò che dice lo Ps. Aurelio Vittore (OGR, 9, 1-2), Antenore e altri principi avrebbero consegnato Troia ai Greci.
Cfr. Paratore 1975, p. 239-241. Per una vista più ampia sullo storico : Calboli 1975 (con una ricca bibliografia).
Si è nell’ambito della celebrazione delle origini troiane, intorno alla figura di Enea. Livio, discendente virtuale di Antenore (« il più appassionato testimone della leggenda dell’eroe » secondo Braccesi 1984, p. 99 /2, 1997, p. 87), celebra Augusto, discendente di Enea. Lo stesso Virgilio contribuisce a questo « revival » in Aen., 1, 242-249 (Antenore « “violatore” dei recessi liburnici », unicum nella letteratura / fondatore di Padova). Si collega ad una tradizione già formata, onde la controversia sulla precedenza in Italia, rivendicata per ognuno dei due eroi ; la soluzione è da riferirsi al periodo anteriore ad Augusto, quando il Veneto era al di fuori dell’Italia (cfr. p. 154-155 e nota 138).
Orazio (Carm. saec., 41) evoca la presa di Troia con una espressione che Servio (Aen., 1, 242) identifica bene con una confutazione delle accuse di tradimento : … et excusat Horatius dicens « ardentem sine fraude Troiam », hoc est sine proditione ; quae quidem excusatio non uacat : nemo enim excusat nisi rem plenam suspicionis. Lo stesso Virgilio attribuisce a Enea, nel corso del suo racconto a Didone, una rivendica di lealtà verso Troia (Aen., 2, 431-434), come riconosce giustamente l’interpolatore di Servio (Aen., 1, 488) : ut excusatur ab ipso in secondo « Iliaci cineres » et cetera. Dionigi di Alicarnasso (1, 46, 1) svaluta come non omerico il sospetto sugli Antenoridi : Ἰλίου κρατηθέντος ὑπ´ Ἀχαιῶν, εἴτε τοῦ δουρείου ἵππου τῇ ἀπάτῃ, ὡς Ὁμήρῳ πεποίηται, εἴτε τῇ προδοσίᾳ τῶν Ἀντηνοριδῶν εἴτε ἄλλως πως, (…).
Si notano comunque riprese più tardive : Ditti Cretese (Eph., 5, 8) narra come Antenore, con l’aiuto di Teano, sacerdotessa di Atena, fece consegnare il Palladio ad Ulisse e Diomede ; Darete Frigio (Excid., 41) rappresenta Antenore ed Enea, che approno le porte Scee ai nemici. Più tardi Tertulliano trova un argomento contro la cultura pagana nell’accusa contro i due eroi (Nat., 2, 9) : Sed et proditor patriae Aeneas inuenitur, tam Aeneas quam Antenor.
In particolare da Ulisse (Lesches, fr. 12 Bernabé = ap. Paus., 10, 26, 8 [cit. p. 156]), da Menelao (D. Seru., Aen., 1, 242 [cit p. 154]).
Questo desiderio di pace è particolarmente affermato per Antenore, e.g. in Orazio (Epist., 1, 2, 9) : Antenore censet belli praecidere causam ; Ovidio (F., 4, 75) : suasorem Antenora pacis.
Alla fine del commento su questo verso (Aen., 1, 242), Servio e il suo interpolatore riprendono gli argomenti di Livio per mostrare che possono essere interpretati nel senso del tradimento : Ob hoc autem creditur Graecis Antenor patriam prodidisse, quia {sicut superius dictum est, et auctor reddendae Helenae fuit} et legatos qui propter Helenam uenerant suscepit hospitio, et Vlixen in mendici habitu agnitum non prodidit. A proposito del terzo punto, Scuderi 1976, p. 47 e nota 96, cita un passo dell’Odissea (4, 244-260), nel quale Elena si vanta di non aver tradito Ulisse travestito da mendicante e osserva che Servio (Aen., 1, 647) associa Elena con Antenore come traditori di Troia : … Helenae, quam cum Antenore Troiam prodidisse manifestum est … L’interpolatore (Aen., 1, 242) ricorda inoltre che Antenore salvò Menelao ed Ulisse quando, venuti a richiedere Elena, furono attacati da Paride ed i suoi compagni (cfr. Apd., Epit., 3, 29).
Questo verso fa parte della descrizione delle scene della guerra di Troia rappresentate sulle porte del tempio di Giunone a Cartagine e viste attraverso gli occhi di Enea (Aen., 1, 453-493). Nel suo commento ad loc. (1, 488), lo scoliaste riprende la sua interpretazione oltraggiosa, ma riconosce la possibilità di una alternativa laudativa, appogiandosi stranamente sull’esempio storico di Catilina, poi cita un altro verso dell’epopea, che potrebbe fornire una soluzione neutra : SE QVOQVE PRINCIPIBVS PERMIXTVM AGNOVIT ACHIVIS aut latenter proditionem tangit, ut supra diximus ; aut uirtutem eius uult ostendere ; nimiae enim fortitudinis est inter hostium tela uersari, ut Sallustius* « Catilina longe a suis inter hostilia cadauera repertus est ». Cornutus tamen dicit uersu isto « uadimus inmixti Danais »** hoc esse soluendum. La situazione descritta nell’ultimo verso risulta dal caso della battaglia, non dal tradimento o dal coraggio. [*Sall., Cat., 61, 4 ; **Aen., 2, 396].
Anche Venere usa una formula vicina per Antenore (Aen., 1, 242) : mediis elapsus Achiuis – e l’interpolatore di Servio (ad loc.) osserva : inuidiose noluit dicere « dimissus », sed « elapsus ».
Cfr. il testo parallelo degli Scholia Veronensia (Aen., 1, 247), con l’interpretazione fonetica del cambio di nome : Antenor autem traditur comites suos Henetos, qui ex gente Paphlagonum secuti erant, amisso duce Poelaemene adposito digammate Venetos appellasse.
Su questo discorso : Wlosok 1967, p. 33-52.
Servio non fa nessun commento su questo verso.
Il passo completo di Lucano sul Rubicone comprende quattro versi (Phars., 1, 213-216) : Fonte cadit modico paruisque inpellitur undis / puniceus Rubicon, cum feruida canduit aestas, / perque imas serpit ualles et Gallica certus / limes ab Ausoniis disterminat arua colonis.
Su Antenore e la sua famiglia : Wathelet 1989, p. 89-95 (5. Anténor et les Anténorides).
Su Teano : Höfer 1916-1924 ; Gebhard 1934 ; v. Geisau 1975 ; Lezzi-Hafter 1994, ; Wathelet 1988, [103], s.u. 144. Θεανώ, p. 577-582 (+ note 1357-1359) ; Vathelet, 1989 [139], p. 90.
Su Elicaon: Stoll 1884-1890 ; Weicker 1912 ; v. Geisau 1967 ; Davies 1988 (cfr. Davies 1984, 2, p. 262); Wathelet 1988, s.u. 110. Ἑλικάων, 519-521 (+ nota 1353) ; Vathelet, 1989, p. 94.
Su Polidamante : Höfer 1897-1909 ; Scherling 1952 (cfr. nota 146).
L’espressione uictor rediret fa pensare all’associazione meno stretta di queste stesse due parole a proposito di Remo nell’episodio degli exta, dei quali questo s’impadronisce al momento dell’evento eziologico dei Lupercalia, narrato solo da Ovidio (F., 2, 361-380 [373-374]) : Vt rediit, ueribus stridentia detrahit exta / atque ait : « Haec certe non nisi uictor edet. » Su questa scena, vedi e.g. Meurant 2000, p. 89-97 (con una ricca bibliografia). Ma è difficile valutare esattamente il caso presente (vedi infra, p. 156-157).
In un’altra nota, Servio (Aen., 1, 247), propone un’etimologia tramite il nome del Po (Padus), poi riprende la spiegazione con il nome dell’uccello, ma distinguendo l’augurio dato dall’uccello in volo (con una forma verbale greca) e il segno dato dall’uccello colpito da una freccia : Vrbem Pataui, hoc est Patauium. Patauium autem dicunt uel a Padi uicinitate, quasi Padauium, vel ἀπὸ τοῦ πέτασθαι, quod captato augurio dicitur condita, uel quod auem telo petisse dicitur et eo loco condidisse ciuitatem. Cfr. la nota parallela degli Scholia Veronensia (Aen., 1, 247), la cui lacuna iniziale lascia subsistere l’oracolo dell’uccello : --------------- quas aues Antenor secutus traditur ex responso. Sunt qui Patauium a Patena palude dictum putent, quae prope urbem fuit. Alii eam a Pado flumine uocatam uolunt, ut littera una sit mutata postea ex Padauio.
Sugli Antenoridi a Cirene : Defradas 1952, p. 289-301 ; Vian 1955 ; Brunel 1964 ; Duchemin 1967, ad loc. [p. 160-165]. Cfr. Braccesi 1984, p. 69-76 (con bibliografia critica p. 77-78) /2 1997, p. 63-70 (bibl. p. 146-148) ; Wathelet 1989, p. 288.
Su Polidamante, figlio di Panto : Höper 1902-1909 ; Scherling 1952 ; Coarelli 1965 ; v. Geisau 1972 ; Wathelet 1988, s.u. 286. Polydamas, p. 901-906 ; Wathelet, 1989, p. 94 ; Zimmermann 1997 (allungamento metrico ionio in Omero). Citato più volte da Omero con la sua filiazione (Il., 13, 756 ; 14, 449-450 ; 453-454 ; 18, 249-250) o senza (Il., 12, 60 ; 80 ; 88 ; 196 ; 231 ; 13, 725 ; 748 ; 751 ; 14, 462 ; 470 ; 15, 339 ; 453 ; 17, 600 ; 18, 285) ; frequentemente compagno di Ettore (12, 196), evita una freccia, che colpisce Archeloco, un figlio di Antenore (Il., 14, 462), è vicino a Laodamante, altro figlio di Antenore, quando questo viene ucciso da Aiace (Il.,15, 518). È possibile che la sua prossimità con due figli di Antenore al momento della loro morte abbia ispirato l’uso del suo nome per creare un nuovo figlio di quest’ultimo. Potrebbe trattarsi anche di un incrocio fra Polibo e Laodamante, nomi di due figli di Antenore
È il primo nella lista dei consiglieri di Priamo, membro come Antenore del consiglio degli anziani, che si riunisce attorno al re vicino alle porte Scee (Hom., Il., 3, 146) ; secondo Virgilio (Aen., 2, 318-319), era sacerdote di Apollo e Servio (Aen., 2, 319), racconta come fu rapito a Delfi da un figlio – rimasto anonimo – di Antenore.
Lo stesso epiteto formulario viene ripetuto per lei in Il., 6, 252.
Non sappiamo né quando né come Elicaon si recò a Delfi.
Nelle linee che seguono (FGH, 1012 F 1, lin. 66-70), Fania attesta anche la presenza a Delfi di un tripode offerto da Diomede.
Vedi Torelli 1969, s.u. Caecinae, p. 295-298.
Vedi il nostro studio Capdeville 1997.
Vedi Torelli 1969, s.u. Anii, p. 301-302.
Il gentilizio è frequentemente attestato a Perugia sotto la forma etrusca (Aneis : CIE, 3548 ; 3555 ; Anes : CIE, 3325 ; 3390 ; 3414 ; 3563, ecc.). Portano fra altri il cognomen sotto la forma latina Largus : L. Annius Largus, cos. suff. 109, suo figlio L. Annius Largus, cos. ord. 147 e il suo possibile nipote L. Annius Largus, salius palatinus exauguratus nel 170 per diventare flamen ; uno dei due primi è citato in un’iscrizione frammentaria di Chiusi (CIL, 11, 7113). Un’altra iscrizione (CIL, 11, 1920 + nota Bormann = ILS, 3600 Dessau [Perugia, Museo dell’Università]) cita T. Annius L. f. Larg[us].
Le iscrizioni etrusche sono citate secondo il Corpus Inscriptionum Etruscarum, Lipsiae Florentiae Romae Pisis, 1893 [cit. CIE] e gli Etruskische Texte. Editio minor, herausgegeben von H. Rix in Zusammenarbeit mit G. Meiser (ScriptOralia, 23), 2 vol., Tübingen, Gunter Narr Verlag, 1991 / 2. Auflage, hrsg. von G. Meiser, 2 vol., Hamburg, Baar, 2014. Si riferisce anche ai due studi fondamentali : Schulze 1904 / 2. unveränderte Auflage, 1966 ; Rix 1963.
Vedi il nostro studio Capdeville 2006.
Cic., Fam., 6, 8 [ = Ep., 568 Beaujeu], 1 : Cum esset mecum Largus, homo tui studiosus…
È associato a A. Caecina A. f. Seuerus co(n)s(ul), probabilmente suo fratello maggiore, che fu console suffetto nel 1 av. J.-C., da una parte su due tegole frammentarie (CIL, 11, 6689, 54. 55), d’altra parte su una grande lastra trovata nel teatro, che ricorda questa costruzione (Fiumi 1955, p. 123 e nota 1, fig. 9 bis ; p. 143, n. 1 = AEpigr., 1957, n. 220).
Vedi Syme 1966.
Vedi Svetonio (Claud., 14, 1) e una iscrizione (CIL, 6, 2015, lin. 5).
Vedi un’iscrizione di « Banja prope Dubnica » (CIL, 3, 7418 + 12337 = IGR, 1, 741 [cfr. 1488]).
Cfr. Rix 1963, p. 221 ; 342. Altre unioni sono notevoli, come quella di A. Larcius Lepidus latina (che porta un cognomen nella forma corrente al femminile), forse figlia (o nipote : Torelli 1969, p. 349, nota 45) del console del 13 d.C. (CIL, 10, 6659 = ILS, 987 Dessau [Antium]). Cfr. Schulze 1904, p. 83, nota 5 ; p. 230. 340.
Un esempio come nome unico con gentilizio del patronus a Perugia (CIE, 3600 = ET, Pe 1.1121): Larce . Mete/lis . lautni (cfr. Rix 1963, p. 364 e), un altro a Chiusi (CIE, 4690 = ET, Cl 1.426): Larce / lautni / Se : Pa(tislanes’) (cfr. Rix 1963, p. 363).
Praenomen a Chiusi : CIE, 1812 = ET, Cl 7.4 (lin. 5) ; CIE, 2108 = ET, Cl 1.1604 ; CIE, 2233 = ET, Cl 1.1752 ; CIE, 2987 = ET, Cl 1.2580 (EC, 157) ; CIE, 2995 = ET, Cl 1.2590 (EC, 33. 58) ; NRIE, 335 = ET, Cl 7.4 ; a Volterra : App. , 905 = ET, Vt 2.18 ; a Siena : CIE, 301 = NRIE, 1158 = TLE, 739 = ET, AS 3,3 ; SE, 27, 294, 63 = TLE, 929 = ET, AS 1.214 ; a Perugia : CIE, 3595 = ET, Pe 1.448 ; CIE, 3935 = ET, Pe 1.481 ; a Arezzo : CIE, 413 = ET, Ar 1, 60 ; a Spina : REE, 46, 6 = SE, 52, 277 = ET, Sp 2.71. Prenome del padrone, a Chiusi : CIE, 2835 = ET, Cl 1.2404 (EC, p. 363).
Gentilizio a Chiusi : CIE, 1281 = ET, Cl 1.212 ; CIE, 1282 = ET, Cl 1.213 ; CIE, 1283 = ET, Cl 1.214 ; CIE 1637 add. = ET, Cl 1.686 (EC, 202. 353) ; CIE, 4853 = ET, Cl 1.695 ; CIE, 4855 = ET, Cl 1.697 ; CIE, 4857 = ET, Cl 1.699 ; CIE, 4865 = ET, Cl 1.707 ; CIE, 4886 = ET, Cl, 1.726 ; REE, 52, 5 = ET, Cl 1.1861 ; a Perugia : CIE, 3595 = ET, Pe 1.148
Cognomen a Chiusi : CIE, 170 = ET, Cl 1.2480 (EC, p. 118 : esempio unico). Matronimico a Chiusi : CIE, 1810-1811 = ET, Cl 1.1327-1328.
CIL, 5, 2548 [da Montagnaga, nel Museo di Este, n. 10] : VIA • PRIAVA/TA • C • Q • LAR/GIS • L • F • ET • C • / OLI . SALVI • ITER • DEBET/VR • FVNDO ENIANO ET / EXAV/E [le ultime lettere sono poco lisibili]. Schulze 1904 [156], p. 83, pone Largii, ma è anche possibile porre Largi. Il gentilizio Largius appare anche a Formiae (CIL, 10, 6158 [due liberti ed una liberta] : x • LARGIVS • P • L / SILA / P • LARGIVS • P • L / EROS / LARGIA • P • L) e Ostia (CIL, 14, 256 [lista di membri del Corpus fabrum naualium Ostiensium], lin. 78 : LARGIVS MAXIMUS).
Anche se non deve essere identificato con Valerio Largo, accusatore del poeta Gallo (Cass. D., 53, 23, 6) ; cfr. Helm 1955).
Secondo due note prese probabilmente al De uiris illustribus di Svetonio da Gerolamo, nato (Chron., a. 1958 = 59 a.C. : nascitur et T. Liuius Patauinus scriptor historicus) e morto (Chron., a. 2003 = 17 p.C. : Liuius historiographus Patauii moritur) a Padova, dove è stato forse scoperto il suo epitaffio (CIL, 5, 2975 = ILS, 2919). Alcuni critici gli rimproverano la sua patauinitas (Quint., 1, 5, 56 ; 8, 1, 3).
Nato a Andes, una località nel territorio di Mantova (Stat., Silu., 2, 7, 35 ; 4, 2, 9 ; 4, 7, 27-28 ; Mart., 1, 61, 2 ; 8, 73, 9 ; 14, 195, 2 ; Claud., Carm. min., 30, 146-147 ; cfr. Ou., Am., 3, 15, 7 ; Sil. Ital., 8, 593-594 ; Auson., Mosel., 374-375).
Il nome completo del poeta viene attestato in greco in un’iscrizione di Afrodisiade di Caria che riproduce un edito emesso da lui in qualità di proconsole d’Asia, in carica verso 77 p.C. (pubblicato da Calder 1935, 216-217 BEp, 1938, n. 395, p. 49 [REG, 51, 1938, p. 461]) : Τιβέριος Κάτιος Ἀσκῴ/νιος Σείλος Εἰταλικός, ciò che corrisponde in latino a Tiberius Catius Asconius Silius Italicus (cfr. CIL, 6, 1984 = ILS, 5025, lin. 9, una formula di datazione senza Asconius [68 p.C.]) ; egli appartiene dunque sia alla famiglia Catia, di origine etrusca e conosciuta a Chiusi (Catni : CIE, 1968 = ET, Cl 1.1419 ; Caθnis : CIE, 1926 = ET, Cl 1.1426 ; Catuśa : CIE, 2548 = ET, Cl 1.2083) che alla famiglia Asconia, di origine patavina (Asconius : CIL, 5, 2820. 2829. 2848. 2856, lin. 9-10 ; Asconia : 2837, lin. 14 e 15. 2899 [Padova] ; ramus … ex Pado …, qui fossa uocitatur Asconis : Iord., Get., 149). La seconda era già stata illustrata dall’erudito commentatore di Cicerone, Q. Asconius Pedianus (Hieron., Chron., a. 209 = 106 p.C.).
Il cognomen dell’erudito diventa il nome unico del giovane eroe. Vedi Sartori 1981, p. 105.
Neanche il nome è assicurato. Una notizia di Charisio (Inst. gram., p. 125, 23 GL Keil) riferisce una osservazione di Plinio (probabilmente nel suo trattato De dubio sermone, fr. 58 Semi [Pisa, 1977], secondo Mazzarino 1955) su una forma cetariis, incontrata in una lettera di Pomponio Secundo a Trasea, che sarebbe da correggere in cetaribus, poiché il nominativo (plurale) è cetaria. Una iscrizione ritrovata ad Abano (CIL, 5, 2787 = ILS, 5202 [vedi Manganaro 1970, p. 79-81 ; Lazzaro 1981, p. 158-161, n. 7 ; ]) attesta, fra le specialità di un giocoliere, la parola cetaes, che sarebbe da avvicinare a cetus e designerebbe un ruolo di belva marina assunto nello spettacolo. L’epiteto dei ludi deriverebbe da *cetae o *cetas con un suffisso sia -to, sia -yo (e rotacismo nel secondo caso). Schulze 1904, p. 47, giustifica così la forma cetasti, ma la considera incomprensibile e forse « illyrisch oder venetisch ». Cetarius designa in Terenzio (Eun., 257) un pescivendolo (Donat., ad loc.).
Su questi giochi : Koestermann 1965b (cfr. Koestermann 1965a, p. 173-174) ; Gasparotto 1966-1967, p. III. 132 (cfr. Gasparotto 1951, p. 52-55) ; Bassignano 1981, p. 223-224.
Il cognomen Paetus potrebbe significare « strabico, losco », ma è più probabilmente la trascrizione latina di un nome etrusco Peiθe, attestato come gentilizio a Chiusi (CIE, 575 = ET, Cl 1.543 : Vel Peiθe Arnθa(l)) ; anche al feminile Peiθi (CIE, 1364 = ET, Cl, 1. 273 ; CIE, 600 = ET, Cl 1.570 ; CIE, 1505 = ET, Cl 1.854 ; CIE, 915 = ET, Cl 1.1044 ; CIE, 1981 = ET, Cl 1.1091 ; CIE, 4764 = ET, Cl 1.2064) ; onde il matronimico Peiθial (CIE, 1365 = ET, Cl 1. 274 ; CIE,1982 = ET, Cl 1. 1092 ; CIE, 2063 = ET, Cl 1.1558) o Peiθna (CIE, 2531 = ET, Cl 1.2065). Difatti il latino Paetus appare come cognomen unicamente in due famiglie etrusche, la gens Caecina, di Volterra e la gens Caesennia di Tarquinia ; a quest’ultima apparteneva la prima sposa di A. Caecina, il cliente di Cicerone (Caec., 7, 17), summo loco nata[m] et probatissima[m] femina[m] (Caec., 4, 10) ; cfr. Torelli 1969, p. 295. Citiamo anche A. Caecina Paetus, console suffetto nel 37 p. C., compromesso nella congiura di Camillus Scribonianus e condannato al suicidio nel 42 (cfr. Plin. Ep., 3, 16 ; Cass. D. 60, 16) e C. Caecina Paetus, console suffetto alla fine dell’anno 70, suo figlio (CIL, 6, 200 [formula di datazione]).
Sul personaggio : Sartori 1981, p. 152-161.
Tacito (An., 16, 21, 1) : Trucidatis tot insignibus uiris, ad postremum Nero uirtutem ipsam excindere concupiuit interfecto Thrasea Paeto et Barea Sorano, olim utrisque infensus et accendentibus causis in Thraseam, quod… Iuuenalium ludicro parum spectabilem operam praebuerat ; eaque offensio altius penetrabat, quia idem Thrasea Pataui, unde ortus erat, ludis cetastis a Troiano Antenore institutis habitu tragico cecinerat.
Cfr. Koestermann 1965a, che suppone per lo storico una origine settentrionale (cfr. Koestermann 1965b, p. 6).
Cichorius 1922, p. 423-432 (Untersuchungen zu Pomponius Secundus), spec. p. 424-425 e nota 1 – seguito da Koestermann 1965b, p. 5-6 – suppone che Trasea avrebbe cantato dei poemi scritti apposta da Pomponio, ispirandosi forse agli Antenoridae di Accio. Ma si può anche pensare come fonte all’epopea di Largo.
L’opposizione Trasea / Nerone ricrea un’opposizione Padova / Roma, ma sul piano periferia / centro, libertà / tirannia (Braccesi, 1984, p. 110-111 /2 1997, p. 98). Come ultimo imperatore giulio-claudiano, Nerone è l’ultimo successore di Enea (Suet., Nero, 39, 1 ; cfr. Pascal 1920, p. 32)
Sappiamo da Livio (10, 2, 15), che Padova celebrava anche, ogni anno, un Certamen nauium, in ricordo della vittoria navale sullo spartano Cleonimo. Era una vittoria parallela alle vittorie dei Romani sui Greci.
Questa parentela passa per la comune origine troiana e suppone dunque il riferimento ad Antenore ; Largo si iscrive probabilmente in questo quadro.
Hinc dicunt Patauini gentiles se Romanorum. Tuttavia lo scoliaste aggiunge immediatamente : Sed haec intempestiua interpraetatio est – e Pomponius Mela (2, 4, 60) distingue fra la città di Antenore e le colonie romane : Vrbium quae procul a mari habitantur opulentissimae sunt, ad sinistram Patauium Antenoris, Mutina et Bononia, Romanorum coloniae... Vedi Sartori 1981, p.101 (ruolo preponderante di Padova).
Polibio (2, 23, 2) indica che i Veneti risposero favorevolmente alle sollecitazioni dei Romani, insieme con i Cenomani, Galli precocemente « venetizzati ». Più avanti (2, 24, 7), lo storico precisa che il contingente di questi due popoli comprendeva ventimila uomini, tanti quanti quello degli Umbri e dei Sarsinati venuti dall’Appennino.
L’unica fonte su questo punto, Polibio (2, 18, 3), menziona una incursione dei Veneti nel territorio dei Celti, ciò che avrebbe contribuito ad accelerare la ritirata di questi da Roma. Si tratta in realtà di una « nobilitante proiezione nel passato dell’intesa veneto-romana del 225 … in ottica nazionalistica e in una cornice eroica dai connotati epicizzanti » (Braccesi 1984, p. 81 /2 1997, p. 73). Se veramente ci fu un attacco dei Veneti contro i Galli all’epoca del sacco di Roma, poteva solo essere contro i Galli Boi, i loro vicini, e non contro i veri avversari dei Romani, i Galli Senoni, spinti verso sud proprio dai Boi. Braccesi 1984, p. 81-82 /2 1997 p. 73-74, sottolinea che questo antico legame sarà stato immaginato dai Veneti – e non dai Romani, per i quali tutto l’episodio era stato catastrofico –, e che Polibio era ben informato sull’Italia padana, alla quale consacra un lungo excursus (2, 14-17), grazie a fonti greche (cfr. Tozzi 1976).
Da qui parte la presenza in Silio Italico (Pun., 8, 602-604) dei Veneti fra gli alleati italici dei Romani, con un riferimento ad Antenore ed alla loro origine troiana : Tum Troia manus, tellure antiquitus orti / Euganea profugique sacris Antenoris oris. / Necnon cum Venetis Aquileia superfluit armis. Più avanti (12, 212-260), come abbiamo visto, esalta le prodezze del giovane Pediano, discendente di Antenore (12, 214. 257-258 [interpellazione da parte di Marcello] : … Macte, o uirtutis auitae, / macte Antenoride !) con le armi di Polydama (12, 212) – che non deve essere l’eroe omerico, come indicava Braccesi, 1984 p. 85, ma il secondo figlio attribuito ad Antenore, come l’autore corregge in Antenore2, 1997, p. 77. Silio deve mescolare una tradizione locale ed una tradizione familiare (Braccesi 1984, p. 87 /2 1997, p. 79). Per l’insieme : Venini 1977-1978.
All’occasione della spedizione di Cleonimo : Haec ubi Patauium sunt nuntiata – semper autem eos in armis accolae Galli habebant – in duas partes iuuentutem diuidunt.
Tuttavia le cose non dovevano essere perfettamente chiare, poiché Servio si contraddice alquanto ; afferma prima il sostegno dei Veneti ad Enea (Aen., 7, 715) : Et sciendum Turno dari auxilium a tractu Piceni, Samnii, Campaniae et pro parte Apuliae ; omnis uero Tuscia superior et Venetia Aeneae praestat auxilium. Ma più avanti, per prudenza, limita ad una parte minoritaria di questi l’aiuto portato ad Enea, in simmetria con la doppia posizione degli Etruschi (Aen., 9, 503) : namque pars aliqua Tusciae dat Turno auxilia, cum dixerimus Tuscos specialiter Aeneae fauere ; item e contra pars Venetiae auxilium praestat Aeneae, quam Turni fuisse superius diximus. Noteremo tuttavia che lo scoliaste non precisa quale è la parte del Veneto che sostiene Enea, mentre lo fa per l’Etruria nel primo passo (Tuscia superior). Osserviamo che Antenore non è citato in questo episodio : dobbiamo capire che fosse già morto (cfr. p. 44 e nota 135).
Per « continuità poetica », Silio Italico conserva il riferimento all’Ausonia (Pun., 4, 11) : … subitusque per omnem / Ausoniam Mauors strepit et ciet arma uirosque (anche 4, 1 ; 4, 219-220).
Iurauit in mea uerba tota Italia sponte sua et me be[lli], quo uici ad Actium, ducem depoposcit.
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