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Corpi indocili. Pratiche ed esperienze della sessualità in Antico Regime

«Con parole sporche e dissoneste»

Violenza verbale, genere e indisciplina ecclesiastica nella tarda età moderna
Roberta Falcetta
p. 197-211

Résumés

Cet article analyse les dynamiques relatives à l’emploi de la violence verbale entre le XVIIe et le XVIIIe siècle, en accordant une attention particulière à l’interaction verbale utilisée à des fins d’agression ou de diffamation. Parfois sous-estimée par l’historiographie, l’étude de l’agression verbale peut révéler le développement de stratégies de défense de l’honneur et de la respectabilité des interlocuteurs, liées à leur appartenance sociale et à leur genre. En interrogeant le langage injurieux par rapport aux catégories de « masculinité » et de « féminité », il semble utile de se demander, à cet égard, quel rôle l’oralité et la performativité du corps jouent dans la définition quotidienne de la sexualité. L’objet de l’analyse sont les procès pour injure verbale de certains tribunaux ecclésiastiques du sud de l’Italie moderne, qui traduisent en justice des hommes et des femmes de la société civile, ainsi que des clercs et des religieuses accusés d’actes d’injure et d’indiscipline.

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Texte intégral

Introduzione

  • 1 Si sottolinea, in questa sede, la valenza ordinaria dell’aggressione verbale, ben distinta dalla vi (...)
  • 2 Questa riflessione si è sviluppata in seno a una ricerca dottorale svolta all’Università di Bari, i (...)
  • 3 Burke 1988.
  • 4 Si tratta di una forma di turpiloquio che esula da questo studio, in quanto si manifesta più come i (...)

1Questo contributo si propone di indagare le dinamiche che si sviluppano attorno all’impiego ordinario1 della parola violenta tra Sei e Settecento,2 con particolare attenzione al susseguirsi di improperi e parole offensive all’interno dei contesti ecclesiastici. Le molteplici forme di questo “controlinguaggio”3 quotidiano si esplicitano soprattutto nel rapido susseguirsi di insulti e bestemmie4 che frastornano strade, cortili e spazi domestici: la capacità che l’ingiuria detiene nel ferire, insinuare, diffamare e disgregare gruppi e reti sociali dilaga con vivacità anche negli spazi sacri, come chiese e monasteri, arrecando grande scandalo tra le autorità e le comunità religiose che li animano.

  • 5 Burke 1986.
  • 6 Il riferimento è alla storiografia sulla sessualità, in cui costituisce uno snodo rilevante Foucaul (...)
  • 7 Wiesner-Hanks 2000.
  • 8 Madero 1992; Nada Patrone 1993; Raveggi 2018; Tardivel 2021a.
  • 9 Spierenburg 2009.
  • 10 Gowing 1998.
  • 11 Regina 2017.
  • 12 Krampl 2024.

2Al centro delle relazioni che l’interazione verbale violenta è in grado di tessere e disfare persistono perpetui movimenti di onore e disonore;5 una parola offensiva è in grado di far precipitare con rapidità la fama e la reputazione di uomini e donne, che appaiono estremamente vulnerabili nella difesa dell’integrità morale e, nel caso specifico delle donne, della sfera sessuale. L’oralità e la performatività del corpo detengono un peso notevole nella definizione quotidiana della sessualità e, nello specifico, nella veicolazione di stereotipi e paradigmi che hanno un ruolo di primo piano nella conservazione o, al contrario, nel danneggiamento dell’onore sessuale. In questo orizzonte, emerge la questione del rapporto tra sessualità e genere in relazione al linguaggio, così come si è delineata attraverso gli studi sul controllo della sessualità e sulla sua trasformazione da atto a discorso:6 in che modo le definizioni culturali di mascolinità o femminilità si intrecciano con dimensioni quali l’identità sessuale, il desiderio e le pratiche erotiche, trovando nel linguaggio uno spazio di espressione, negoziazione o trasgressione?7 Si tratta di una questione ancora largamente inesplorata, se si considera che le forme di trasgressione verbale – soprattutto quando agite da donne – hanno faticato a ottenere piena legittimità, al punto da non essere riconosciute, per lungo tempo, tra le manifestazioni di violenza quotidiana in antico regime.8 A dimostrarlo è anche il peso storiografico della posizione di Paul Spierenburg, ben sintetizzata nell’affermazione per cui «words are words and bullets are bullets»;9 tuttavia, diversi studi recenti, oltre a superare la netta separazione fra violenza verbale e violenza fisica, hanno messo in rilievo il ruolo della parola come dispositivo di conflitto, negoziazione e affermazione sociale fuori e dentro l’arena giudiziaria,10 oltre che la sua funzione di privilegiato osservatorio sociale.11 L’impiego della parola violenta, oltre a incidere concretamente sulle dinamiche relazionali, si rivela tutt’altro che neutro, definendosi in modo specifico in base al genere degli interlocutori.12

  • 13 Ne costituiscono un esempio i casi studiati in Falcetta 2023.
  • 14 Tardivel 2021b.
  • 15 Non si rileva, allo stato attuale, alcuno studio sistematico sul reato di ingiuria in età moderna.

3Uomini e donne d’Ancien Régime si dimostrano ben consapevoli della portata violenta e distruttrice del linguaggio ingiurioso; mentre gli Stati tentano di regolare il fenomeno in un marasma di norme e pratiche giudiziarie,13 gli strumenti di formazione cristiana, primi fra tutti, si assumono il compito di invitare i fedeli alla moderazione del linguaggio, di mettere le briglie alla lingua sfrenata, un peccato ancor prima che un reato. I dettami impartiti dalla Chiesa non impediscono di certo che queste pratiche infamanti si diffondano finanche tra religiose e religiosi. Anche per costoro, il disciplinamento della parola violenta non resta circoscritto al confessionale: esso è, difatti, fulcro delle attività dei fori ecclesiastici, che sovente giudicano laici e chierici resisi colpevoli di atti di violenza verbale sia nei luoghi sacri, sia negli spazi laici della sociabilità quotidiana. È di queste manifestazioni violente che andremo a occuparci, analizzando l’attività giudiziaria di alcuni tribunali diocesani, che sovente si ritrovano a raccogliere varie denunce per il reato di verba iniuriosa (talvolta etichettato sotto la fattispecie di ingiurie e insulti), che già nel diritto medievale comprende «qualsiasi atto diretto ad offendere il prossimo tramite le parole, che potevano essere orali o scritte»14 e che permane nella scena giudiziaria lungo tutto il corso dell’età moderna.15

  • 16 Farge 2009, p. 10.  

4L’indagine consente, nello specifico, di interrogarci sul ruolo che il genere detiene nel processo di interiorizzazione dell’interazione verbale violenta, con l’obiettivo di ricostruire il significato che le aggressioni verbali assumono per la reputazione dell’onore sessuale degli interlocutori. L’appartenenza alla sfera dell’oralità rende tuttavia le violenze verbali non di rado inafferrabili e dai contorni vaghi, la loro condizione effimera sfugge agli storici «comme la savon sur la paume»,16 così come non sempre chiara è la definizione stessa di “parola violenta” e la sua regolamentazione giuridica, che appare assai mutevole in base al senso che assume per gli interlocutori, all’ambito nel quale viene formulata e alla tipologia di relazioni conflittuali che è in grado di innescare. Se solo una parte delle ingiurie commesse sfocia in un processo, la narrazione giudiziaria dell'interazione violenta rimane una traccia preziosa. Essa permette di penetrare nelle dinamiche di vicinato e negli spazi del quotidiano, dove la parola ingiuriosa rivela il suo pieno valore sociale e culturale, capace di consolidare o minare la tenuta delle reti sociali.

  • 17 Nello specifico, il fondo Curia vescovile conservato presso l’Archivio diocesano di Conversano racc (...)
  • 18 Consultabile online sul sito dell’Archivio diocesano di Conversano.
  • 19 Ne costituisce un esempio vistoso il patrimonio documentario dell’Archivio diocesano di Terlizzi (P (...)
  • 20 I fondi conservano generalmente l’attività dei tribunali dal XVI a metà del XIX secolo, periodo in (...)

5Sotto la nostra lente d’ingrandimento sono le procedure giudiziarie della Curia vescovile di Conversano e della Curia arcivescovile di Trani tra Seicento e Settecento. Si tratta di due fori ecclesiastici della provincia pugliese di Terra di Bari, i cui complessi archivistici conservano oggi la documentazione relativa a una pluralità di insediamenti, gravitanti rispettivamente sull’area del sud-est barese e sul comparto costiero nord-adriatico con il suo entroterra.17 Sotto il profilo metodologico, la ricognizione documentaria ha privilegiato una selezione mirata di casi identificati attraverso gli strumenti di corredo – l’inventario analitico per l’Archivio Diocesano di Trani e la base dati digitale per quello di Conversano18 – in luogo di uno spoglio seriale dell’intero patrimonio superstite. Questa impostazione ha permesso di interrogare i fori di due poli strategici della Terra di Bari secondo un approccio multipolare, volto a restituire la complessità del trattamento dell’ingiuria attraverso lo studio di due realtà distinte, ma caratterizzate da significative convergenze. A differenza di altre serie documentarie edite nel panorama pugliese, spesso limitate a una casistica di genere asimmetrica e polarizzata sulle offese dei chierici alle laiche,19 i fondi di Trani e Conversano offrono, per la ricchezza dei loro inventari, una prospettiva d’indagine decisamente più articolata. Consentono, infatti, di analizzare la dialettica tra onore e ingiuria nella sua interezza, coinvolgendo attori di entrambi i sessi e attraversando i diversi scenari della quotidianità religiosa e laica. Il materiale d’archivio rivela una presenza pervasiva di processi per violenze verbali, ripartiti tra gli Acta criminalia e gli Acta civilia,20 a testimoniare la scarna regolamentazione giuridica e, di conseguenza, la difficile collocazione giudiziaria di questo reato, come spesso accade per i reati minori.

  • 21 Il superamento del paradigma quantitativo come unico indicatore della realtà giudiziaria trova auto (...)

6Su un corpus iniziale di 25 fascicoli, sono stati selezionati i dieci procedimenti dotati di maggiore densità narrativa, tralasciando gli incartamenti frammentari (notizie e informazioni) che non avrebbero permesso di ricostruire appieno le dinamiche dell’atto violento e le strategie difensive degli attori processuali. Tale selezione risponde a un preciso intento interpretativo: più che l’incidenza statistica del crimine, si è inteso indagare le modalità qualitative della sua manifestazione e la sua portata relazionale.21 Il campione è stato infine ulteriormente calibrato ricercando un’omogeneità cronologica tra i due ambiti della ricerca e privilegiando, laddove possibile, le vicende caratterizzate dalla reiterazione del reato.

  • 22 Per quanto concerne il clero locale e il laicato, sono stati selezionati sei procedimenti istruiti (...)
  • 23 Per quanto riguarda i contesti monastici, sono stati selezionati quattro processi compresi tra il 1 (...)
  • 24 L’impossibilità di fornire una statistica univoca deriva non solo dall’indeterminatezza di alcuni f (...)
  • 25 Sierra 2016.

7Oggetto della prima parte dell’indagine sono i capi di imputazione indirizzati a esponenti della società civile e del clero secolare, attraverso l’analisi di un corpus di sei fascicoli che vede coinvolti, in egual misura, dieci soggetti di entrambi i sessi.22 L’indagine si estende, inoltre, ad alcuni casi di indisciplina verificatisi nei contesti claustrali nella seconda metà del Seicento.23 A presentarsi alla sbarra sono alcune monache novizie e professe di due monasteri e un convento di Terra di Bari,24 accusate di violenza verbale, «eccessi» e aggressione fisica. Si tratta di episodi che possono essere compresi solo se inseriti in un contesto più ampio, in cui la ripetitività della vita claustrale, unita alla costrizione spaziale, contribuiva a generare attriti latenti e conflitti interni. Queste dinamiche tendevano a manifestarsi con maggiore frequenza nei casi di monache costrette alla professione religiosa o in comunità segnate da profonde lacerazioni. Le autorità ecclesiastiche cercavano spesso di celare questi episodi, nel tentativo di preservare l’immagine idealizzata dei monasteri come luoghi di armonia e contemplazione.25

  • 26 Per una panoramica (non esaustiva) sulla rottura dell’ideale del “sacro recinto” e sulle sue trasgr (...)
  • 27 Zarri 2004, p. 149-173.

8Negli ultimi anni, la storiografia ha portato alla luce numerosi casi di abusi, violazioni della clausura e crimini gravi nei monasteri italiani. Particolarmente delicati risultano, in tal senso, i casi di trasgressione sessuale, che minavano l’ideale del convento come «sacro recinto»,26 mentre meno indagate restano le forme di violenza quotidiana, spesso prive di esiti eclatanti e dunque difficili da documentare. Proprio queste manifestazioni, apparentemente marginali, aprono prospettive nuove sull’interazione verbale violenta come forma inedita di costruzione del femminile nei monasteri. Se quest’ultimo tema risulta in Italia, per utilizzare le parole della storica Gabriella Zarri, un «innesto riuscito»27 per ciò che concerne le domande relative alla sfera istituzionale, politica e culturale, vale la pena dedicare un’attenzione specifica al ruolo che detengono gli atti violenti nell’erosione e/o ricomposizione degli equilibri, tra il chiostro e la strada.

«Indegno di esser sacerdote». Clero secolare e pratiche ingiuriose nelle carte giudiziarie del Settecento conversanese

  • 28 Taddia 2011.

9Se l’impiego del linguaggio a scopo offensivo sembra avere un posto chiaro e definito nella sfera del peccato, lo stesso non può dirsi per la dimensione penale dei casi di ingiuria affrontati dai fori ecclesiastici, competenti per i delitti di misto foro nel caso di chierici implicati in affari criminali o di laici che hanno la possibilità di ricorrere alla giustizia del vescovo per questioni di natura “morale”.28

  • 29 Nel Mezzogiorno seicentesco l’attività inquisitoria dei fori ecclesiastici non ha conosciuto soste, (...)
  • 30 Per un recente recupero storiografico sul tema si veda Deniel-Ternant 2023, p. 215-230.
  • 31 Mancino – Romeo 2013.

10Gli inventari criminali delle diocesi del Mezzogiorno testimoniano come, lungo tutta l’età moderna, l’azione dei tribunali diocesani contro le intemperanze del clero abbia mantenuto una fitta e costante operatività,29 con una particolare incidenza di procedimenti legati alla sfera della sessualità;30 all’interno di questo quadro giudiziario, i reati lievi, come l’aggressione verbale, occupano un posto di rilievo, e ovunque i giudici diocesani si adoperano per risolverli rapidamente con pene leggere – multe, malleverie, precetti – privilegiando, soprattutto nei casi di ferite, ingiurie, risse o piccoli furti, una composizione bonaria delle vertenze31.

11Il tribunale vescovile di Conversano si ritrova, specialmente nel secondo Settecento, a dirimere svariate cause che vedono coinvolti esponenti del clero locale attivi nei territori della diocesi: si tratta principalmente di alcuni sacerdoti della città vescovile di Conversano e della vicina città baronale di Rutigliano, accusati di «ingiurie verbali» / «parole ingiuriose», accompagnate talvolta da «minacce» e «percosse». Molto più che un semplice scenario, lo spazio urbano si rivela un protagonista dinamico dell’interazione violenta; l’ingresso della bottega, l’uscio dello spazio domestico, l’affaccio da un balcone disegnano una geografia della sociabilità violenta all’interno della quale è possibile comporre e rinegoziare rapporti sociali e relazioni di genere, alla presenza di un vicinato sorvegliante e attento che occupa lo spazio fisico e, allo stesso tempo, ne ridisegna il significato.

  • 32 Archivio Diocesano di Conversano (da qui in avanti ADC), Conversano, Acta criminalia, fasc. 4/2.32.
  • 33 ADC, Conversano, Acta criminalia, fasc. 4/2.47. Tutte le citazioni archivistiche, sino a nuovo rife (...)

12Tra le numerose procedure giudiziarie conservate nel fondo analizzato, attirano la nostra attenzione alcuni incartamenti privi di sentenza che, tra il 1750 e il 1765, vedono accusato il sacerdote conversanese Gregorio Lazazzera di atti di violenza fisica e verbale nei confronti di alcuni compaesani. Non si tratta di una figura nuova per la Curia di Conversano, che già nel 1744 aveva raccolto su di lui alcune informazioni, essendosi probabilmente avvalso «arbitrariamente del nome di monsignore».32 Il tribunale è nuovamente sollecitato a intervenire il 23 luglio 1750, in seguito a «querela exposita» da Vito Antonio Susca per denunciare le offese ricevute il giorno precedente da sua figlia «zitella» Maria Susca, «figliuola onestissima e di buon parentado».33 Raccolta la querela, la macchina giudiziaria si mette immediatamente in moto alla ricerca dei testimoni – principalmente vicine e vicini di casa che dimorano nei pressi della «strada del forno di S. Nicolò» – i quali vengono interrogati in relazione alla «rixam, vel verba contumeliosa» di cui, a sentire le deposizioni, Maria Susca e Gregorio Lazzazzera sono i soli protagonisti, l’una in quanto vittima – perché senza reagire, «a tali parole non rispose cosa veruna […] ma solamente si pose a piangere dirottamente» – l’altro in quanto imputato colpevole di gravi offese all’onore della donna e, per conseguenza, della sua famiglia. La motivazione dell’aggressione pare rientrare in una casistica abbastanza tipica della conflittualità quotidiana: il sacerdote, «con animo risoluto» attacca la sua compaesana mentre «stava facendosi al mortaio un poco di farinella per cibbarsi a mezzo giorno», e comincia a insultarla «con parole sporche e dissoneste», in quanto disturbato dalla sua attività («perché stai facendo romore e non posso riposarmi a casa mia», riferisce la prima vicina di casa chiamata a testimoniare). Come di sovente accade, il ruolo del vicinato appare fondamentale per evitare che il conflitto degeneri in violenze di più grave entità.

  • 34 Abel 2018; Bayle 2018.
  • 35 Regina 2015.
  • 36 Sul tema della reiterazione del crimine: Briegel – Porret 2006.
  • 37 ADC, Conversano, Acta criminalia, fasc. 4/2.57. Tutte le citazioni archivistiche, sino a nuovo rife (...)

13A interessarci sono, però, le ingiurie proferite nei confronti della donna, apostrofata dal sacerdote come «puttana, bazzarata, fottuta», e finanche minacciata di essere mutilata («io ti ho da tagliare il naso, o un orecchio»). A questi insulti, che appartengono a un tradizionale repertorio di ingiurie indirizzate al mondo femminile, si aggiunge il ben più grave invito a farsi risanare dal «mal franzese», affibbiando alla nubile un marchio infamante – quello della sifilide – dalle numerose appellazioni,34 ma da un significato inequivocabile da cui è difficile smarcarsi. Come spesso accade in relazione alle ingiurie rivolte alle donne, gli improperi pronunciati dal sacerdote appartengono alla sfera dell’immoralità sessuale e dell’igiene personale: si tratta di un vocabolario dello spregio che porta alla luce una serie di criteri interiorizzati che assumono una loro specificità in base ai destinatari a cui è indirizzata l’offesa.35 L’aggressione verbale, in questo caso, lede ulteriormente l’onore e l’integrità della vittima, resa ancor più vulnerabile dallo status di «zitella» e, dunque, dalla necessità di non svalutare la sua dote morale e la reputazione familiare. Don Gregorio Lazzazzera, inoltre, non è nuovo alle cronache giudiziarie36 per l’espressione di atti verbali osceni e altri «eccessi» che disturbano la quiete pubblica della città; quindici anni dopo, infatti, nel 1765, lo ritroviamo accusato di aver ingiuriato «senza verun motivo ed occasione»37 i coniugi Domenico Andrea Murro e Isabella Lofano, suoi compaesani. La reiterazione dell’atto violento è confermata proprio dalla Curia vescovile, secondo cui «il ridetto sacerdote la zazzera è solito commettere simili eccessi, com’è ben noto ad essa predetta curia, che l’ave avuto più e più volte inquisito».

  • 38 Briganti, la cui Pratica criminale è uno tra i testi giuridici di riferimento per l’attività giudiz (...)

14Dell’intera procedura ci rimangono solo poche carte, e nello specifico la testimonianza della fase ad informandum della Curia conversanese, motivo per cui non conosciamo il lessico ingiurioso impiegato a scopo offensivo, solitamente restituito dalle deposizioni dei testimoni convocati dal cursore. La sola informazione in nostro possesso ci comunica che il sacerdote si è rivolto ai coniugi «con parole indecenti al suo stato ecclesiastico a prorompere in mille ingiurie, ed oltraggi anche contro la propria stima, e riputazione di essi predetti comparenti, sino a minacciarli e fare atti di offenderli con ingiurie reale».38 L’atto, oltre a generare scandalo tra i presenti, ricalca un elemento certamente non nuovo, ma che vale la pena rimarcare: se è vero che l’aggressione verbale è frequentemente praticata negli spazi di sociabilità d’antico regime, le tracce della sua presenza divengono evidenti solo se la parte offesa decide di denunciarne la gravità alle istituzioni; questo, nello specifico, accade quando l’offesa lede l’onore e la rispettabilità personali e familiari, che nel caso delle donne sono tutelati dalle figure maschili che appartengono alla loro sfera parentale (si tratta sempre dei rispettivi mariti o, nel caso di nubili, di padri, fratelli oppure cognati). A questi ultimi, dunque, spetta richiedere l’intervento dell’autorità giudiziaria, dalla quale si pretende che sia fatta giustizia per risanare la frattura causata dallo scandalo che le ingiurie hanno provocato all’interno della cellula di sociabilità che ne è testimone: sia essa il vicinato, la comunità cittadina o il gruppo sociale d’appartenenza.

  • 39 Il riferimento è ad ADC, Conversano, Acta criminalia, fasc. 4/2.41, e 4/2.43.
  • 40 ADC, Conversano, Acta criminalia, fasc. 4/2.42. Tutte le citazioni archivistiche, sino a nuovo rife (...)

15Le ingiurie fin qui mostrate hanno carattere allusivo o, a ogni modo, attingono a un bagaglio valoriale comune volto a screditare l’onore sessuale, soprattutto se si tratta di soggetti femminili. Differenti sono, invece, quegli atti linguistici volti a screditare gli interlocutori, mettendone in discussione la sfera sessuale con accuse esplicite e diffamatorie. Emblematico è il processo formato dalla Curia conversanese il 20 luglio 1749, a danno del sacerdote Oronzo Gigante, già noto al foro per alcuni illeciti amministrativi.39 Pur essendo l’imputato principale di questo processo, la sua figura si inserisce all’interno di una microconflittualità più ampia che coinvolge più gruppi parentali. A originare la lite è, nello specifico, uno scambio di «parole assai pungenti»40 tra Lorenza Magistà, cognata di Oronzo e Maria Antonia Tricaso, madre di Michele Lopriore, responsabile di aver portato Oronzo alla sbarra. Una testimone, a tal proposito, racconta di aver visto le donne «contrastare, e gridare tra di loro», fino a quando «accesesi con parole ingiuriose fra di loro», è sollecitato l’intervento del rispettivo cognato e figlio, entrambi sacerdoti, per sedare la rissa. Il motivo del coinvolgimento di Oronzo Gigante, però, non è casuale. Dalle deposizioni, infatti, emerge come a provocare il suo intervento sia l’accusa diffamatoria, ripetuta più volte alla cognata Lorenza, di immoralità sessuale: non solo viene appellata come «porca» e «scrofa», ma è accusata di aver «tenuto in casa» Oronzo Gigante per praticarvi «commercio carnale». Si tratta di un’insinuazione che, oltre a denigrare la donna, di cui non conosciamo lo status civile, lede anzitutto la rispettabilità di Oronzo, il suo onore di uomo e di chierico, il che lo spinge ad aggredire Michele Lopriore. È dunque non la zuffa tra donne, bensì la rissa che coinvolge i due uomini, che si depone si siano «attaccati fra di loro anche con venire alle mani», a portare il caso in tribunale.

  • 41 ADC, Conversano, Acta criminalia, fasc. 4/2.37.

16La scelta di tirare in ballo il compimento di pratiche sessuali poco chiare e non lecite (in quanto extraconiugali) riguarda, invero, l’elaborazione di una precisa strategia narrativa, non di rado impiegata sia nell’interazione violenta, sia nell’arena giudiziaria, con l’obiettivo di indebolire la posizione dell’imputato o, al contrario, di sminuire la vittima per lederne la buona fama, il cui mantenimento è imprescindibile affinché non venga a mancare la credibilità dell’accusa. Rintracciamo una simile dinamica nella querela esposta alla Curia vescovile dalla conversanese Vitantonia Giannuzzi, che il 4 maggio 1747 accusa il sacerdote Domenico D’Attoma di averla aggredita verbalmente e fisicamente «senza veruna ragione».41

  • 42 Toledo 1657, p. 132.
  • 43 Nella parte finale della supplica, Vitantonia Giannuzzi chiama in causa il Procuratore fiscale, «il (...)

17La vittima racconta come sia stata raggiunta in casa sua – il che parrebbe confermato dal fatto che le due vicine di casa chiamate a testimoniare raccontano ciò che hanno udito, più che visto con i loro occhi – mentre stava «facendo un poco di farinella». Dopo esser stata insultata, «dal ingiurie verbali si avanzò in percuoterla con un pistello di pietra che stava in casa sin all’effusione di sangue, e poi avendola buttata a terra la calpestò». Si tratta senza dubbio di un’accusa pesante per il sacerdote conversanese, che deve rispondere di violenza verbale e di un’aggressione fisica dai tratti particolarmente violenti. Le informazioni che ricaviamo dal resto del piccolo incartamento a nostra disposizione, tuttavia, non paiono confermare la versione dell’accusa. Le donne chiamate a testimoniare, infatti, ignorano l’aggressione del D’Attoma, ma ben ricordano di aver udito, al contrario, proprio la donna ingiuriare il sacerdote con improperi quali «collo storto», «malandrino», «assassino». A tali parole ingiuriose si aggiunge l’accusa di essere un «concupinaro», vale a dire un uomo accusato di concubinato, «che malamente pratica, che si serve d’alcuna certa donna, o soluta, o non soluta, tenendola ad uso venereo in vece di moglie».42 L’accusa, però, non è in questo caso generica. Nella supplica presentata circa dieci giorni dopo dalla stessa Vitantonia, la donna fa presente un elemento precedentemente non esposto: racconta che il sacerdote l’avrebbe aggredita per difendere un uomo che abita nei pressi della sua abitazione e con la quale la donna avrebbe avuto una discussione. L’elemento problematico è proprio la presenza del sacerdote nel quartiere, in quanto egli «dal cantinaro viene in casa della sua concubina, la quale abita vicino la casa della supplicante, non potendo subire pubblico scandalo da a tutto il vicinato, siccome a tutta la città, che la notte sta con quella, e poi la mattina va a celebrar Messa». Questa mutazione discorsiva della parte lesa ha tutta l’aria di essere una strategia volta a spostare il focus del processo dalle ingiurie all’accusa di concubinato, particolarmente grave in quanto si tratta di un atto, oltre che moralmente scandaloso, anche spalleggiato e nascosto finanche dal procuratore fiscale della Curia, accusato di non essere un degno amministratore della giustizia.43 In questo modo si interrompe bruscamente la procedura, con un memoriale nel quale un’incriminazione sembra tirarne dietro un’altra, quasi a volersi indirettamente difendere dalla narrazione emersa dalle deposizioni, che vedrebbe la donna oscillare da parte lesa a imputata, considerati i pesanti insulti rivolti al parroco che evidentemente ne minano la credibilità.

  • 44 Si tratta di un elemento di lungo periodo, come osservato per gli usi della giustizia nel Medioevo (...)

18Senza indulgere in letture che tendono a dissolvere l’ossatura giuridica del processo nella sua dimensione emozionale, è utile osservare come il momento giudiziario, pur con le sue ambiguità, sia radicato con chiarezza nella realtà sociale: esso consente alle parti di intervenire indirettamente, di riformulare l’oggetto della lite rispetto all’accusa iniziale e, soprattutto, di attivare strategie discorsive volte a ricostruire la propria immagine e reputazione. Ne risulta uno spostamento del baricentro processuale, che lascia emergere un intreccio più ampio di interessi e dinamiche relazionali.44 Andando oltre lo steccato dell’arena giudiziaria, è possibile notare un elemento proprio del conflitto verbale che non sempre emerge dalla fonte scritta: il crimine di verba contumeliosa nasconde una forma di violenza che, nel concreto, non si manifesta in modo passivo e unilaterale, ma quasi sempre provoca una risposta, generando un’intensa interazione che scombina il tradizionale binomio incasellato nelle griglie dell’accusa e della difesa, presentando l’atto violento in tutta la sua pluralità e complessità. Si tratta di uno schema difficile da ridurre o ricomporre, in un contesto di sociabilità violenta in cui atti linguistici e ingiurie “reali” divengono parte integrante del linguaggio ordinario.

«Queste sono peggiore di Lucifero». Indisciplina monastica e violenza verbale nei chiostri femminili pugliesi (XVII sec.)

  • 45 Nelle opere morali sul tema, si rileva anche come i luoghi sacri non fossero in alcun modo esenti d (...)

19I tribunali ecclesiastici si trovano ad accogliere, seppur con minor frequenza, anche le denunce provenienti da monasteri e conventi, non esenti dal commettere reati e illeciti di varia natura. Di particolare interesse per questo studio è la violenza verbale che si consuma all’interno dei luoghi claustrali femminili: risse per la gestione delle risorse, contese per la difesa del proprio ruolo nella gerarchia monastica, scontri verbali per motivazioni apparentemente banali animano non di rado il quotidiano di questi luoghi, portando alla luce la complessità del vivere in comunità per le religiose d’età moderna.45

  • 46 Perrot 2017.

20Si tratta con tutta evidenza di spazi tutt’altro che inviolabili, caratterizzati da molteplici porosità, in cui il confine tra il “dentro” e il “fuori” è attraversato da un gioco complesso di scambi e transazioni, materiali e sociali.46 Qui la violenza – fisica e verbale – perpetrata a danni di membri interni ed esterni al monastero non sempre arriva in tribunale, in quanto le maglie della giustizia penale ecclesiastica faticano a includere gli ordini regolari. Se questi si rivolgono abitualmente alla curia per risolvere questioni relative a fondazioni e controversie civili come liti giurisdizionali, debiti non pagati e problemi di vicinato, non si può dire lo stesso del trattamento degli acta criminalia.

  • 47 Si rintraccia sul tema una ricca produzione teorica, e nello specifico una produzione libraria post (...)
  • 48 Mancino – Romeo 2013.
  • 49 In relazione a un monastero le cui vicende incontreremo a breve, quello delle Clarisse di Rutiglian (...)

21In questi ambiti, il perseguimento dell’indisciplina ecclesiastica47 è solitamente affidato ai vertici e alle cariche interne,48 soprattutto nel caso dei conventi; la presenza di processi che coinvolgono membri degli ordini religiosi è, dunque, particolarmente rilevante, perché ci permette di portare alla luce svariate dinamiche relative ai rapporti di genere e di potere trasversali a questi contesti che, diversamente, sarebbe più difficile riscoprire e indagare.49

  • 50 Il riferimento è al noto Decretum de Regularibus et Monialibus, emanato durante la sessione XXV del (...)
  • 51 Calò Mariani 1980, p. 133.
  • 52 Donvito 1987.
  • 53 Questo diventa ancora più marcato dopo il Concilio di Trento. Il capitolo V del già citato Decretum (...)

22A scandire la vita monacale, dunque, non è solo l’equilibrio tra il raccoglimento spirituale e il lavoro manuale, ma anche episodi di violenza fisica e verbale, spesso manifestazioni di lieve entità che si tenta di contenere nelle mura claustrali, onde evitare che sia compromessa la rispettabilità degli Ordini in città e, ancor più, il prestigio delle famiglie patrizie alle quali, nella maggioranza dei casi, le suore appartengono. Bisogna tuttavia considerare che il ruolo disciplinante di badesse e confessori, che in questi spazi rivestono un ruolo cardine nella gestione delle relazioni sociali, trova dei forti limiti non solo nell’ascendente delle influenti famiglie delle claustrate, ma anche nell’incapacità di contenere e controllare i rapporti, intra ed extramoenia, intessuti a vari livelli da queste ultime. Ciò appare ancor più evidente nel contesto pugliese, dove i monasteri − nonostante i rigidi obblighi della clausura tridentina50 − sorgono nel cuore dei centri abitati51, risultandone profondamente integrati52. Al riparo dai pericoli delle aree extraurbane53, religiose e religiosi rimangono tuttavia esposti alla quotidianità dei secolari, assimilandone frequentemente i linguaggi della violenza.

23Un primo caso di studio ci fornisce già degli elementi importanti sui diversi livelli di interazione che si instaurano tra il “dentro” e il “fuori”, in quanto molteplici sono i punti di incontro – istituzionalizzati e non – tra i due mondi, in base all’organizzazione e alla posizione dei luoghi sacri.

  • 54 ADC, Rutigliano. Atti criminali, fasc. 062. Tutte le citazioni archivistiche, sino a nuovo riferime (...)

24La sera del 19 marzo 1688, nella città di Rutigliano, si sentono tirare dei colpi d’archibugio contro le mura del monastero di Santa Chiara. A tirarle è, secondo l’informatio criminalis in nostro possesso, Isabella Ceraselli «alias la Zitolla»,54 residente in un’abitazione dirimpetto, con l’intento di colpire Donato Antonio Vavalle, che lì vi svolge servizio. Il foro ecclesiastico della Curia di Conversano, però, non si ritrova a valutare l’accusa di un tentato omicidio: il racconto di questa violenza giunge, infatti, in tribunale in seguito a un «eccesso di parole scandalose» avvenute proprio nei confronti dell’audace tiratrice da parte di due suore del convento, suor Paola Vavalle, sorella del mittente delle archibugiate, e suor Giuseppa Evangelista sua cugina, che la sera stessa

  • 55 Termine ingiurioso che rimanda verosimilmente alla «padeata», parola impiegata nel Sud Italia per i (...)
  • 56 ADC, Rutigliano. Atti criminali, fasc. 062.

andate ad una finestra di d. monastero, che corrisponde alla finestra di Isabella Ceraselli alias la Zitolla, con forti gride havessero ingiuriata d. Isabella […] di scrofa, puttana, pedeia cacata,55 per causa tua è stata tirata d. archibuggiate […] e fu dato scandalo a tutto questo monastero e a tutte le vicine di questa strada.56

25Tra i casi di violenza verbale giudicati dalla Curia di Conversano e giunti fino a noi, il processo a carico di Giuseppa Evangelista, in cui essa figura come unica accusata, è tra i più rilevanti. Stando alle deposizioni delle monache con cui condivide l’esperienza nel monastero delle Clarisse, la donna si distingue dalle sue consorelle, di cui viene a più riprese ribadita la condotta esemplare, in quanto insieme a sua sorella Costanza, anch’essa monaca professa, ha commesso diversi «eccessi» a danno delle consorelle e della madre badessa, «con scandalo di tutto il monastero». A essere rimarcati più e più volte sono anche i tentativi di contenimento da parte della madre badessa, che tenta di frenare l’«alterigia grande e superbia» con cui Giuseppa Evangelista vive anche i momenti comunitari della vita monacale; in seguito a questo episodio, ad esempio, si arroga il diritto di pretendere una quantità maggiore di derrate alimentari rispetto alle consorelle, maltrattandole «con minacce e grida» e arrivando in disaccordo proprio con sua sorella Costanza, con la quale vive un rapporto di complicità e contrasto. In questa occasione, difatti, sentendosi dire da Costanza che non aveva ragione di commettere tali eccessi, «s’avventò come una furia sopra d. suor Costanza sua sorella, e si diedero molti pugni da parte a parte, che se non erano separate si havessero stroppiate». Minacciate di essere scomunicate entrambe, maltrattano «con parole gravi e ingiuriose» anche Donato Cacciapaglia, confessore ordinario del monastero. La minaccia di scomunica rompe i legami con le due figure autoritarie di riferimento del monastero, e in particolare con la Superiora, alla quale cessano di portare obbedienza e rispetto, «dicendo che essa non dovrebbe più fare la Badessa in quel convento». I ripetuti atti di violenza, fisici e verbali, compiuti dall’imputata e da sua sorella Costanza portano all’esasperazione non solo la madre badessa, ma anche le consorelle, che alla Curia riferiscono che le due donne «sono peggiore di Lucifero, e sono così superbe che non fanno conto di niuno».

  • 57 ADT, Acta criminalia, fasc. 1203/MSS-C. Tutte le citazioni archivistiche, sino a nuovo riferimento, (...)

26Non dissimile è l’esperienza vissuta nel monastero benedettino di Corato consacrato a S. Maria Annunziata, nella diocesi di Trani, dove Agata Collicelli e Caterina Tota, entrambe monache professe, sono portate alla sbarra per aver proferito ingiurie nei confronti della badessa e del confessore del monastero. La prima in particolare, salita sul tetto del monastero «scoverta da mezzo petto»57 e con «le mani armate di pietra» – raccontano le consorelle davanti al giudice – avrebbe cominciato a gridare parole ingiuriose contro il confessore, minacciando anche di aggredirlo, volendo «fare una petriata» contro di lui. Questo atto, vissuto come un «grandissimo scandalo del Popolo», non è un unicum nell’esperienza monastica di suor Agata: se è vero che entrambe le donne, come testimonia la madre badessa Iacinta Patroni in un memoriale indirizzato alla Curia, «tengono inquieto questo monastero», la figura di suor Agata risulta essere ancor più problematica. Nota per esser stata «sempre ostinata alla disubidienza persistendo nella sua pertinacia», già in precedenza era stata «castigata di no scendere alla grada per un mese», avendo mancato di rispetto – non sappiamo bene in quali termini – a Laudonia Andrisano, precedente badessa del monastero benedettino.

  • 58 «non arriva tutto l’anno a venirci trenta volte, et quella volta che ci viene, sempre viene dopo co (...)
  • 59 Muzzarelli 2018.

27L’impiego di parole «poco riverenti e pregiudicate» nei confronti della badessa pare essere un atteggiamento ricorrente, e segna un’esperienza claustrale disordinata e poco esemplare, durante la quale suor Agata sembra non voler affatto disciplinare l’uso della parola, che la norma vorrebbe ripiegata agli obblighi della vita monastica: mentre le altre monache non fanno passare più di 15 giorni da una confessione all’altra – racconta la badessa – lei non si confessa per mesi e mesi, e allo stesso modo partecipa in maniera discontinua e indisciplinata alle attività del coro.58 Se la confessione e il coro non sembrano essere attività gradite alla claustrata, non si può dire lo stesso del turpiloquio, tanto che finanche in un memoriale datato 1° settembre 1660, la badessa denuncia come qualche giorno prima, il 28 agosto, suor Agata «si pose a giuriarmi e maltrattarmi, in modo tale che se io l’avesse risposto una parola l’avrebbero dette peggio». Entrambe le donne vengono punite dalla Curia: oltre alla privazione del «velo negro» − copricapo caratteristico delle monache professe benedettine e simbolo di una permanente condizione di devozione e appartenenza a Dio,59 la cui sottrazione rappresentava una pena riservata alle monache considerate ‘incorreggibili’ dopo ripetuti atti di indisciplina − si stabilisce che

  • 60 ADT, Acta criminalia, fasc. 1203/MSS-C.

non possano ne debbono perduto tempo d’un anno decurrendo, ut superioris scendere alli Parlatoris, et Loci di detto monasterio, privandole per detto tempo di voce attiva, et passiva negli atti capitolari di quello, come anco che per d. tempo non possano ne debbano etiam per intermedia persona tener commercio ne corrisponderlo con persona veruna esteriora, ne a quelli possano apparecchiare cose commestibili di nessuna fatta maniera, etiam per intermedia persona.60

  • 61 Il termine potrebbe derivare da «padeata», cioè budello. Il riferimento alle interiora è ancora ogg (...)
  • 62 «supponendo falsamente che io teneva corrispondenza con quello». Questo elemento emerge anche nel c (...)
  • 63 Pomata – Zarri 2005.
  • 64 Lirosi 2023.

28Nell’analisi della documentazione processuale fin qui considerata, un primo elemento di attenzione riguarda certamente il linguaggio violento impiegato dalle imputate, nel quale un ruolo fondamentale gioca il genere degli interlocutori, più che il loro ruolo religioso. Nell’apostrofare la Madre superiora e le consorelle, le monache tendono a screditarle alludendo a una condotta sessuale immorale: a ingiurie come «scrofa», «puttana», «pedeia cacata»,61 epiteti ampiamente utilizzati nel corso dell’età moderna, nonché particolarmente ricorrenti nel vocabolario dello spregio al femminile, si aggiungono talvolta accuse dirette di una moralità corrotta da costumi sessuali inappropriati. A raccontarcelo è, ad esempio, la madre badessa del monastero dell’Annunziata di Corato: in un memoriale in cui relaziona sulla condotta indisciplinata di suor Agata Collicelli, racconta che qualche giorno prima la stessa l’aveva maltrattata e ingiuriata di «ruffiana, sfacciata, cannaruta, et svergognata, etiam toccando l’honore», accusandola finanche di aver avuto una «corrispondenza» con il confessore Girolamo Tonto, anch’egli bersaglio delle parole ingiuriose.62 All’interno delle mura claustrali un bersaglio prossimo è costituito proprio dalla figura del confessore ordinario, garante dell’obbedienza delle claustrali.63 L’attacco violento di Agata Collicelli ha come obiettivo principale screditare il ruolo del confessore Tonto, configurandolo come elemento di corruzione all’interno del monastero (oltre a essere definito «porco», è anche appellato «assassina convento», proprio per la presunta attività immorale condotta all’interno di esso): si tratta di un’accusa plausibile, considerando che i confessori erano tra i pochi uomini in contatto regolare con le monache professe; non sorprende, dunque, che potessero svilupparsi legami particolari, non necessariamente immorali, ma talvolta fondati su stima e affetto reciproco.64 Non più fortunato è Donato Cacciapaglia, confessore ordinario del monastero delle Clarisse di Rutigliano, che in seguito all’accusa di scomunica nei confronti delle sorelle Evangelista, durante i fatti del 1688, viene accusato di «pischione villano» e altre ingiurie non definite, per essersi rifiutato di concedere l’assoluzione alle consorelle senza la licenza del vescovo.

  • 65 «alcune monache dalla parte di sopra di d. monastero hanno cominciato a tirare alcune sassate verso (...)
  • 66 Ivi.

29Passando in rassegna il vocabolario della trasgressione verbale impiegato nei contesti osservati, possiamo inoltre notare come nessuna fra le monache imputate pare macchiarsi di blasfemia. Oltre alle ingiurie ad personam, proferite nel corso di diverbi quotidiani interni ai monasteri, può capitare di rintracciare fascicoli processuali nei quali le imputate sono collettivamente accusate di azioni di indisciplina che si configurano come manifestazioni di autodifesa dell’assetto monastico. L’accusa è mossa ancora una volta nei confronti delle monache del monastero dell’Annunziata della città di Corato, imputate di aver commesso un “atto di indisciplina” nei confronti di alcuni sacerdoti, inviati insieme al Cursore curiale per notificare un interdetto in valvis, del quale non conosciamo né i prodromi, né il contenuto. Stando alle deposizioni, i sacerdoti vengono contestualmente aggrediti sia fisicamente,65 sia verbalmente. Le monache, difatti, li accolgono a suon di insulti, maledicendoli e intimandoli di andar via, gridando loro: «sfrattate d’acquì svergognati senza timore di Dio, che vi venga il malanno a voi, et a chi v’ha fatto».66

  • 67 Interrogate le consorelle e testimoni oculari sugli atti di indisciplina di suor Agata Collicelli, (...)

30Un elemento centrale della nostra riflessione sul rapporto che emerge tra sessualità e cultura dell’onore nei casi di violenza verbale va rintracciato anche nelle circostanze con cui queste violenze vengono riportate in tribunale. La difesa della reputazione e la denuncia del pubblico scandalo emergono su vari livelli e con modalità diverse. La facoltà di uscire dal luogo di clausura per deporre in tribunale diviene, per le religiose, possibilità e rischio. In primo luogo, si tratta certamente di una possibilità di denunciare atti di violenza e indisciplina che, quando non colpiscono in prima persona il denunciante, ledono l’onore della collettività claustrale. Deporre testimonianza vuol dire, dunque, tentare di riportare lo stato di sicurezza nelle mura del monastero. È il motivo per il quale, nel corso delle deposizioni, alle monache che hanno accettato di fornire la loro testimonianza venga regolarmente chiesto «se di queste cose ne fu scandalo, e se essa se ne sia scandalizzata», occasione per ribadire la necessità di porre rimedio, per mezzo della giustizia, all’ombra del pubblico scandalo piombata sui monasteri in seguito agli atti di ingiuria e aggressione fisica.67

  • 68 ADC, Rutigliano. Atti criminali, fasc. 062.

31D’altro canto, però, esporsi nel pronunciare parole «sporche e dissoneste» nell’arena giudiziaria può facilmente ledere l’integrità morale di queste donne e delle loro famiglie, e dunque dello status sociale di cui si fanno portatrici. Ne sono un esempio i ripetuti maltrattamenti, fisici e verbali, a danno delle Clarisse di Rutigliano e l’ostinazione di suor Giuseppa Evangelista nel condurre una vita monacale all’insegna dell’arroganza violenta, che portano i giudici della Curia conversanese a servirsi di numerose deposizioni di monache maltrattate o testimoni delle violenze denunciate. In diversi casi, il senso del pudore ostacola le monache nell’esporre dichiarazioni chiare ed esplicite sulle violenze fisiche e verbali ricevute: alcune di loro, ad esempio, ritengono le ingiurie impronunciabili, in quanto «indecenti a bocca di religiosa», e allo stesso modo suor Antonia Aromata, «monaca esemplare», denuncia di aver subito «improperis che non comporta il mio sesso femminile, ne il mio stato da Religiosa a deponerle in carta con molta mia vergogna et rossore».68

32Ben diverso è invece l’approccio dell’unico uomo interrogato: il già citato cappellano e confessore ordinario del monastero. Egli è l’unico a descrivere minuziosamente l’aggressione ai danni di suor Aromata, l’episodio forse più grave dell’intera vicenda. Nella sua testimonianza, l’evento viene così rievocato:

  • 69 Ivi.

la buttò in terra dentro il cellaro di d. Convento, spalleggiata da d. suor Costanza sua sorella, la quale teneva le braccia di d. suor Antonia raccolte dietro le spalle acciò non scappasse et la d. suor M. Giuseppa l’alzò l’habito e le strappava lo pelo del pettinicchio ch’era una compassione grande a sentirla gridare.69

33Si tratta certamente di un gesto violento e trasgressivo – l’aggressione fisica fino allo strappo dei peli pubici della consorella – che, al sol ricordo, genera vergogna nei confronti delle monache, e ancor di più nella vittima. Gli atti di violenza e indisciplina, così come la stessa volontà di attenzionare tali avvenimenti ad autorità esterne ai conventi, nascondono talvolta strategie più generali, promosse e incoraggiate dalle famiglie delle claustrate per indirizzare spostamenti e declassamenti e, dunque, controllare direttamente i luoghi sacri.

34Non siamo in grado di stabilire, tramite la documentazione in nostro possesso, quale sia la qualità dei legami sociali intessuti tra le famiglie delle monache coinvolte; emerge, tuttavia, come la violenza fisica e verbale assuma un forte valore sociale, fungendo essa stessa da strumento regolatore di tali rapporti. Lo testimonia proprio il caso di suor Aromata, che emerge indirettamente dalle deposizioni, pur non essendo mai stato denunciato alle autorità. La stessa, infatti, dichiara che suo fratello Francesco, in seguito alla violenza subita, esprime la volontà di non portare la questione in iudicio per non rovinare la sua reputazione: pretendendo di «levarli lo marchio col sangue de’ parenti», egli allude a una risoluzione del conflitto che passa essenzialmente per la vendetta privata, di modo da non ledere l’onore di sua sorella, donna prima che suora.

  • 70 Vecchi 2002.
  • 71 ADT, Acta criminalia, fasc. 1203/MSS-C.

35Il rapporto con il mondo esterno, con quei secolari talvolta intrusi in un contesto non così chiuso e isolato come le regole di clausura avrebbero voluto imporre, non riguarda solo i legami familiari, ma anche quelle relazioni dai caratteri spesso ambigui: la loro sussistenza, oltre a insinuare il coinvolgimento della sfera del peccato carnale,70 si rivela profondamente politica, nella misura in cui si configura come strumento di protezione e di conflitto col monastero stesso. L’esasperazione della madre badessa nei confronti di suor Agata e suor Caterina, ad esempio, deriva anche da alcune influenze esterne che in parte rendono faticoso il loro controllo; infatti, mentre Agata «tiene amicitia con l’odierno Governatore di detta terra et con Mauro Gioseppe Maggiullo», Caterina ha intrecciato una relazione particolare «con il Reverendo D. Donato Franco […] e sempre va publicando di voler continuare d. amicitia per schiattar ognuno».71 Anche i monasteri si rivelano, dunque, luoghi in cui una parola fuori posto, uno sfogo iracondo, possono mostrare il volto di una sessualità indocile, che si manifesta anche con la trasgressione verbale, col suo carattere interattivo e il bagaglio di stereotipi dalla marcata impronta patriarcale che questa veicola.

Considerazioni conclusive

36Nonostante l’esortazione teologica a rifuggire dai peccati di lingua e i tentativi di disciplina extragiudiziaria ai vertici, la violenza verbale si conferma come forma di linguaggio ordinario non solo negli spazi di socialità laica, ma anche negli ambienti ecclesiastici. Il chiostro e la strada, apparentemente opposti, rivelano con tutta evidenza alcuni aspetti di continuità: religiosi e religiose sono non di rado protagonisti di una vasta gamma di «eccessi», che spaziano dall’aggressione fisica, compiuta a mano libera con pugni e percosse o con strumenti dall’uso quotidiano come pestelli e sassi, all’esercizio della violenza verbale, perpetrato attraverso minacce, insulti e insinuazioni diffamanti.

37Nell’interazione conflittuale trova un posto rilevante l’accusa, esplicita o insinuata, dell’esercizio di costumi sessuali inappropriati, la quale genera un clamore che, oltre le testimonianze, si propaga con rapidità negli spazi urbani, attraverso le reti sociali e di potere. L’elemento dello scandalo, che via via si rincorre nelle deposizioni, si manifesta su vari piani: l’onta dell’immoralità oscena non getta solo discredito sui singoli protagonisti coinvolti nelle vicende, ma assume anche una dimensione collettiva, soprattutto nel caso delle monache qui accusate, dove il pubblico scandalo getta disonore sull’intero monastero, che potrebbe perdere di credibilità all’interno del tessuto urbano e minarne i rapporti con i poteri cittadini, tra cui lo stesso patriziato, che foraggia i monasteri in primis attraverso gli ingressi. Oltre ad essere una conseguenza degli atti indecorosi, il pubblico scandalo si pone talvolta come obiettivo stesso dell’atto violento, come sintomo e arma di denuncia di un disfunzionamento nel mantenimento degli equilibri sociali: la violenza verbale, infatti, si pone al centro dell’attenzione giudiziaria in special modo quando lede pubblicamente l’onore degli attori sociali coinvolti o, come in alcuni casi di indisciplina monastica, quando il disciplinamento interno non ha sortito gli effetti sperati, e dunque si richiede l’intervento della Curia. Religiosi e religiose avvertono dunque, in questi casi, l’esigenza di rivolgersi alla giustizia per difendere il proprio onore sessuale dalle accuse relative all’esercizio di una condotta moralmente scandalosa. Ben si comprende, dunque, l’inquietudine delle autorità nei confronti dell’indisciplina religiosa, che emerge in maniera particolarmente vivace nei contesti claustrali.

38Un ulteriore elemento di riflessione riguarda le modalità impiegate per esprimere la parola ingiuriosa. A voler rintracciare un topos dell’aggressione violenta qui manifesta, emerge come questa sia basata su un vocabolario dello spregio comune e trasversale a gruppi e ceti, in cui si denota una chiara consapevolezza, da parte dei parlanti, che il pubblico discredito della sfera sessuale dell’interlocutore risulta un’arma particolarmente potente. È proprio in relazione a questa consapevolezza che il genere degli interlocutori gioca un ruolo rilevante: l’interazione verbale, impiegata a scopo offensivo e/o diffamante, attinge a un vocabolario dello spregio imperniato sulla credibilità dell’onore sessuale e, nello specifico, su quello femminile. È il caso, ad esempio, delle accuse di concubinato che ledono più le donne che gli uomini, il che è ancor più evidente nei contesti claustrali, dove un’accusa di questo tipo è più grave per le badesse che per i confessori.

  • 72 Nel caso specifico degli archivi diocesani, sulla perdita della documentazione ha probabilmente avu (...)

39Merita attenzione, infine, il ruolo della fonte giudiziaria nello sviluppo di chiavi interpretative volte a comprendere il rapporto tra sessualità, cultura dell’onore e interazione verbale violenta. L’istruzione del processo e, laddove sia giunta a noi, la sentenza emanata dal giudice,72 sono quasi del tutto privi di riferimenti giuridici. Gli atti di violenza verbale, dunque, vengono quasi sempre classificati come generici atti di ingiuria, «eccessi» o atti di indisciplina. Nel suo essere sfuggente, l’oralità ha un peso di tutto rispetto nell’aula di tribunale, sebbene le istituzioni non sembrino giungere a una severa risoluzione per i casi qui studiati. È principalmente sulla narrazione orale che si tengono le fila del processo, la cui architettura è costruita sul sentito dire di vicini e passanti attirati da grida e rumori, e che a loro modo riportano queste interazioni in aula, ulteriormente filtrate dalla scrittura giudiziaria, di cui altrimenti non resterebbe alcuna traccia. Una più approfondita lettura degli incartamenti ha messo in evidenza come l’apparente separazione delle parti in causa, operata nella pratica giudiziaria, non corrisponde alla reale complessità dell’atto violento, il che ci spinge a considerare il valore d’insieme dell’interazione verbale, necessaria per una valutazione dell’importanza sociale del delitto e della sua percezione sociale. Questo emerge attraverso molteplici livelli rivelati dalla fonte giudiziaria, che anche in questo caso si dimostra uno straordinario palinsesto narrativo.

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Bibliographie

Archivi

ADC = Archivio Diocesano di Conversano.

ADT = Archivio Diocesano di Trani.

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Zarri 1994 = G. Zarri, Disciplina regolare e pratica di coscienza: le virtù e i comportamenti sociali in comunità femminili (seccXVI-XVIII), in P. Prodi (a cura di), Disciplina dell’anima, disciplina del corpo e disciplina della società tra medioevo ed età moderna, Bologna, 1994, p. 257-278. 

Zarri 2004 = G. Zarri, Storia delle donne e storia religiosa: un innesto riuscito, in G. Calvi (a cura di), Innesti. Donne e genere nella storia sociale, Roma, 2004, p. 149-173.

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Notes

1 Si sottolinea, in questa sede, la valenza ordinaria dell’aggressione verbale, ben distinta dalla violenza intellettuale (su cui si veda Boucheron – Azoulay 2009) e dall’impiego della parola come strumento politico efficace. Su questo tema resta fondamentale la riflessione in Cressy 2010; sul ruolo della parola femminile nello spazio politico si veda per la Rivoluzione inglese: Boswell 2021, p. 119-140; per la Rivoluzione francese, Fauré 2006.

2 Questa riflessione si è sviluppata in seno a una ricerca dottorale svolta all’Università di Bari, in codirection con l’Université d’Aix-Marseille (Falcetta 2025).

3 Burke 1988.

4 Si tratta di una forma di turpiloquio che esula da questo studio, in quanto si manifesta più come imprecazione contro il sacro che come forma di aggressione quotidiana, per cui rimandiamo a Biasiori 2018; Nash 2007; Cabantous 2002.

5 Burke 1986.

6 Il riferimento è alla storiografia sulla sessualità, in cui costituisce uno snodo rilevante Foucault 1978.

7 Wiesner-Hanks 2000.

8 Madero 1992; Nada Patrone 1993; Raveggi 2018; Tardivel 2021a.

9 Spierenburg 2009.

10 Gowing 1998.

11 Regina 2017.

12 Krampl 2024.

13 Ne costituiscono un esempio i casi studiati in Falcetta 2023.

14 Tardivel 2021b.

15 Non si rileva, allo stato attuale, alcuno studio sistematico sul reato di ingiuria in età moderna.

16 Farge 2009, p. 10.  

17 Nello specifico, il fondo Curia vescovile conservato presso l’Archivio diocesano di Conversano raccoglie le carte relative ai centri di Alberobello, Castellana, Conversano, Noci, Putignano, Rutigliano e Turi (Guarnieri – Caprio 2008), mentre quello dell’Archivio diocesano di Trani riflette l’attività giudiziaria espletata su Trani, Corato e Trinitapoli (Di Biase 2001). I restanti centri che afferiscono alla diocesi (in particolare Barletta e Bisceglie) possiedono archivi diocesani in loco.

18 Consultabile online sul sito dell’Archivio diocesano di Conversano.

19 Ne costituisce un esempio vistoso il patrimonio documentario dell’Archivio diocesano di Terlizzi (Porcaro Massafra 1994).

20 I fondi conservano generalmente l’attività dei tribunali dal XVI a metà del XIX secolo, periodo in cui è rimasto in vigore il fondo ecclesiastico.

21 Il superamento del paradigma quantitativo come unico indicatore della realtà giudiziaria trova autorevoli sponde nei lavori di Christophe Regina (Regina 2017) e Sanne Muurling (Muurling 2021). Quest’ultima, analizzando il contesto bolognese, ha rimarcato la necessità di un’ermeneutica del crimine che non si esaurisca nel dato numerico, ma ne indaghi la portata relazionale e l’impatto sulla storiografia della violenza.

22 Per quanto concerne il clero locale e il laicato, sono stati selezionati sei procedimenti istruiti dalla Curia di Conversano nel decennio 1747-1756. Sono stati invece esclusi circa dodici fascicoli, poiché cronologicamente distanti dall’arco temporale considerato o per l’eccessiva esiguità della documentazione superstite.

23 Per quanto riguarda i contesti monastici, sono stati selezionati quattro processi compresi tra il 1660 e il 1696. Si è scelto di tralasciare un unico caso, risalente al 1775, per ragioni di omogeneità temporale con il resto del campione.

24 L’impossibilità di fornire una statistica univoca deriva non solo dall’indeterminatezza di alcuni fascicoli (come il caso presente in Archivio Diocesano di Trani, da qui in avanti ADT, Acta criminalia, fasc. 1834), ma soprattutto dalla natura relazionale dell’ingiuria. Poiché la violenza verbale attiva reti di complicità e risonanze sociali ampie, il novero dei partecipanti non coincide quasi mai con la ristretta cerchia di querelanti e di imputati/e. Questa riflessione metodologica costituisce la premessa necessaria per l’interpretazione di tutto il campione documentario.

25 Sierra 2016.

26 Per una panoramica (non esaustiva) sulla rottura dell’ideale del “sacro recinto” e sulle sue trasgressioni nel contesto italiano: Rai 2024; Lirosi 2017; Wolf 2015; Brown 1986.

27 Zarri 2004, p. 149-173.

28 Taddia 2011.

29 Nel Mezzogiorno seicentesco l’attività inquisitoria dei fori ecclesiastici non ha conosciuto soste, avviandosi a un declino solo estremamente lento e graduale a partire dal secondo decennio del Settecento (Mancino – Romeo 2013, p. 190).

30 Per un recente recupero storiografico sul tema si veda Deniel-Ternant 2023, p. 215-230.

31 Mancino – Romeo 2013.

32 Archivio Diocesano di Conversano (da qui in avanti ADC), Conversano, Acta criminalia, fasc. 4/2.32.

33 ADC, Conversano, Acta criminalia, fasc. 4/2.47. Tutte le citazioni archivistiche, sino a nuovo riferimento, appartengono allo stesso fascicolo.

34 Abel 2018; Bayle 2018.

35 Regina 2015.

36 Sul tema della reiterazione del crimine: Briegel – Porret 2006.

37 ADC, Conversano, Acta criminalia, fasc. 4/2.57. Tutte le citazioni archivistiche, sino a nuovo riferimento, appartengono allo stesso fascicolo.

38 Briganti, la cui Pratica criminale è uno tra i testi giuridici di riferimento per l’attività giudiziaria del Regno di Napoli, definisce le ingiurie reali come «le percussioni, che si commettono col fatto, ed in persona dell’offeso» (Briganti 1770, p. 270).

39 Il riferimento è ad ADC, Conversano, Acta criminalia, fasc. 4/2.41, e 4/2.43.

40 ADC, Conversano, Acta criminalia, fasc. 4/2.42. Tutte le citazioni archivistiche, sino a nuovo riferimento, appartengono allo stesso fascicolo.

41 ADC, Conversano, Acta criminalia, fasc. 4/2.37.

42 Toledo 1657, p. 132.

43 Nella parte finale della supplica, Vitantonia Giannuzzi chiama in causa il Procuratore fiscale, «il quale sta impasciato dell’istessa pace […] ed impedisce la giustizia».

44 Si tratta di un elemento di lungo periodo, come osservato per gli usi della giustizia nel Medioevo in Vallerani 2021.

45 Nelle opere morali sul tema, si rileva anche come i luoghi sacri non fossero in alcun modo esenti dall’uso errato e smodato delle parole, in quanto «molti sono, che se bene vestono l’habito Religioso, se alcuna volta tacciono, si può dir loro muta Cicada, perche non cicalano tanto le cicale stesse nella està, come alcune Monache, che sino i secolari nella Chiesa odono le loro ciarle» (Gracián 1660, p. 259).

46 Perrot 2017.

47 Si rintraccia sul tema una ricca produzione teorica, e nello specifico una produzione libraria post tridentina volta a trasmettere buone pratiche di comportamento all’interno della vita comunitaria, nonché statuti, regolamenti e capitolazioni redatte per disciplinare specifici contesti claustrali (Zarri 1994).

48 Mancino – Romeo 2013.

49 In relazione a un monastero le cui vicende incontreremo a breve, quello delle Clarisse di Rutigliano di Terra di Bari, nella nota cronaca locale, Lorenzo Cardassi ci racconta che «nel lungo giro di parecchi secoli di esistenza di questa Casa religiosa non si ebbe mai a lamentare alcun disordine, o fatto spiacevole: anzi non poche suore sono ricordate per la santità della loro vita» (Cardassi 1877, p. 290). I processi giudiziari, come vedremo, ci raccontano però di una realtà ben diversa.

50 Il riferimento è al noto Decretum de Regularibus et Monialibus, emanato durante la sessione XXV del Concilio di Trento.

51 Calò Mariani 1980, p. 133.

52 Donvito 1987.

53 Questo diventa ancora più marcato dopo il Concilio di Trento. Il capitolo V del già citato Decretum obbliga, infatti, Superiori e vescovi a non ignorare i pericoli della gestione di un monastero extramoenia, obbligandone il trasferimento nei centri urbani «quia monasteria sanctimonialium extra moenia urbis vel oppidi constituta malorum hominum praedae et aliis facinoribus sine ulla saepe custodia sunt exposita: curent episcopi et alii superiores si ita videbitur expedire ut sanctimoniales ex eis ad nova vel antiqua monasteria intra urbes vel oppida frequentia reducantur invocato etiam auxilio si opus fuerit brachii saecularis» (cf. G. Alberigo 1991, Concilium Tridentinum, Decretum de regularibus et monialibus, sessio XXV, caput V, in Conciliorum Oecumenicorum Decreta, p. 777- 778).

54 ADC, Rutigliano. Atti criminali, fasc. 062. Tutte le citazioni archivistiche, sino a nuovo riferimento, appartengono allo stesso fascicolo.

55 Termine ingiurioso che rimanda verosimilmente alla «padeata», parola impiegata nel Sud Italia per indicare l’«intestino tenue, budello» (D’Ambra 1873, p. 273). Il termine è qui impiegato nel significato infamante di persona vile, di scarto, insignificante.

56 ADC, Rutigliano. Atti criminali, fasc. 062.

57 ADT, Acta criminalia, fasc. 1203/MSS-C. Tutte le citazioni archivistiche, sino a nuovo riferimento, appartengono allo stesso fascicolo.

58 «non arriva tutto l’anno a venirci trenta volte, et quella volta che ci viene, sempre viene dopo cominciato l’officio da d. Choro».

59 Muzzarelli 2018.

60 ADT, Acta criminalia, fasc. 1203/MSS-C.

61 Il termine potrebbe derivare da «padeata», cioè budello. Il riferimento alle interiora è ancora oggi ricorrente in diversi lemmari regionali italiani, e sta a indicare una persona di vile condizione (D’Ambra 1873, p. 496).

62 «supponendo falsamente che io teneva corrispondenza con quello». Questo elemento emerge anche nel corso dell’interrogatorio a una donna che abita nei pressi del monastero, che raccontando delle ingiurie proferite ad alta voce dalla Collicelli, dice di averla sentita diffamare il confessore, nel dirgli che «se la tiene con l’abbadessa» (ADT, Acta criminalia, fasc. 1203/MSS-C).

63 Pomata – Zarri 2005.

64 Lirosi 2023.

65 «alcune monache dalla parte di sopra di d. monastero hanno cominciato a tirare alcune sassate verso di noi» (ADT, Acta criminalia, fasc. 1834).

66 Ivi.

67 Interrogate le consorelle e testimoni oculari sugli atti di indisciplina di suor Agata Collicelli, una di loro dichiara «si, che io me ne scandalizai, et giudico che ancora se ne siano scandalizate tutte le genti che accorsero e vicine»; le donne del vicinato, invece, dichiarano che «tutte le genti ne mormoravano contro d. Agata di questo motivo e io in particolare me ne sono scandalizata», riportando al centro il ruolo della fama nei rapporti tra comunità e gruppi sociali.

68 ADC, Rutigliano. Atti criminali, fasc. 062.

69 Ivi.

70 Vecchi 2002.

71 ADT, Acta criminalia, fasc. 1203/MSS-C.

72 Nel caso specifico degli archivi diocesani, sulla perdita della documentazione ha probabilmente avuto un’influenza notevole la normativa canonica, che stabilisce che «Ogni anno si distruggano i documenti che riguardano le cause criminali in materia di costumi, se i rei sono morti oppure se tali cause si sono concluse da un decennio con una sentenza di condanna, conservando un breve sommario del fatto con il testo della sentenza definitiva» (Can. 489 § 2). Questo spiegherebbe anche il motivo per il quale la gran parte dei processi conservati siano privi di sentenza.

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Pour citer cet article

Référence papier

Roberta Falcetta, « «Con parole sporche e dissoneste» »Mélanges de l’École française de Rome - Italie et Méditerranée modernes et contemporaines, 137-2 | 2025, 197-211.

Référence électronique

Roberta Falcetta, « «Con parole sporche e dissoneste» »Mélanges de l’École française de Rome - Italie et Méditerranée modernes et contemporaines [En ligne], 137-2 | 2025, mis en ligne le 15 mai 2026, consulté le 22 juillet 2026. URL : http://journals.openedition.org/mefrim/16651 ; DOI : https://doi.org/10.4000/168n6

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Roberta Falcetta

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