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Corpi indocili. Pratiche ed esperienze della sessualità in Antico Regime

Prostituzione informale e ruolo dei miti dello stupro nelle assoluzioni per violenza sessuale

Il caso di Maria Antonia (Venezia 1794)
Umberto Cecchinato
p. 227-240

Résumés

Le soir du 1er juin 1794, à Venise, Maria Antonia est accompagnée par sa grand-mère à un bal non loin de chez elle. Sur le chemin du retour, les deux femmes sont encerclées par un groupe de jeunes hommes. La grand-mère est contrainte de s’éloigner et Maria est traînée de force dans deux tavernes, où elle sera violée jusqu’au lendemain matin. La nouvelle se répand rapidement et son père porte plainte. Les « Esecutori alla Bestemmia » (les exécuteurs chargés des blasphèmes) ouvrent un procès et font arrêter six jeunes hommes pour viol violent. Bien que les expertises médicales pratiquées sur le corps de la jeune fille prouvent les violences subies, les accusés sont acquittés. L’article met en évidence le rôle joué par les stéréotypes et les mythes liés au viol dans l’acquittement des violeurs et met en lumière les violences auxquelles étaient exposées les femmes comme Maria, qui utilisaient les espaces de transgression pour faire face à la pauvreté économique.

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Texte intégral

1La sera del primo giugno 1794, a Venezia, Maria Antonia Signoretti, figlia diciottenne di un barcaiolo, è accompagnata dalla nonna a una festa da ballo poco distante da casa. Sulla via del ritorno le due donne sono accerchiate da un gruppo di giovani. La nonna è costretta ad allontanarsi e Maria è trascinata a forza in due osterie, dove sarà stuprata fino alla mattina successiva. La notizia si diffonde velocemente e, in seguito alla denuncia del padre di Maria, gli Esecutori alla Bestemmia formano un processo e fanno arrestare sei giovani per stupro violento. Nonostante le perizie mediche sul corpo della ragazza accertino le violenze, dopo aver ascoltato i testimoni e le difese, gli Esecutori decidono di assolvere gli imputati.

  • 1 Per un sunto delle due posizioni, si veda Walker 2013, p. 115-118.
  • 2 Lombardi 2004, p. 351-352.
  • 3 Anche il consenso della vittima – sebbene strettamente connesso con il concetto di onestà – rimanev (...)
  • 4 Walker 2013, 127.

2Il caso di Maria Antonia è uno dei molti processi per violenza sessuale che terminarono con un’assoluzione o senza sentenza in Europa in età moderna. Molti studi spiegano il fenomeno come un prodotto della cultura patriarcale e della misoginia che caratterizzavano l’epoca, altri sottolineano che la legge stessa poneva ostacoli alla condanna del reo e considerava lo stupro primariamente come un delitto contro il patrimonio.1 Sul piano legale, il termine stupro designava infatti un qualsiasi rapporto sessuale illecito con una donna onesta – ovvero vergine, sposata o vedova – o un fanciullo – in quest’ultimo caso il delitto si definiva sodomia.2 Poteva verificarsi con il consenso della vittima (“stupro semplice”), oppure senza, con uso della forza da parte dell’aggressore (“stupro violento”). In caso di stupro semplice, la legge si limitava a retribuire la famiglia della vittima e restaurare l’onore maschile, applicando una pena pecuniaria o condannando lo stupratore a sposare la vittima o a dotarla. Il reato non si configurava in casi di violenza contro donne “inhoneste”, ovvero coloro che intrattenevano rapporti sessuali extramatrimoniali. Lo stupro violento, invece, era punibile con la morte e alcuni giuristi lasciavano la possibilità ai giudici di punire ad arbitrio anche le violenze sessuali subite dalle meretrici.3 Tuttavia, la legge forniva agli stupratori innumerevoli appigli per farla franca. La condotta morale della vittima determinava l’andamento del processo e l’attenzione dei giudici era rivolta alla dimostrazione della sua onestà piuttosto che alla effettiva violenza subita. Il fatto che non esistessero pene intermedie, come per altri delitti gravi, rendeva i giudici più propensi ad assolvere piuttosto che condannare i rei.4

  • 5 Geoghegan-Fittall – Skinner – Stanko 2023, p. 179-180.
  • 6 Cit. in Hayes 2024, p. 158. Qui e altrove, quando non specificato diversamente, le traduzioni sono (...)
  • 7 Per la storia delle arti si veda Wolfthal 1999; per la letteratura Appelbaum 2022, Blyth – Colgan – (...)
  • 8 Si veda anche quanto detto da Appelbaum 2022, p. 16-17. Pochi studi sull’epoca moderna si sono conc (...)
  • 9 Bohner – Eyssel – Pina et al. 1998, p. 14, traduzione dell’autore. Su questi aspetti si veda Smith  (...)
  • 10 Hayes 2024, p. 156-158.
  • 11 Daly 2022, p. 15-16.
  • 12 Simpson 1986, p. 102.
  • 13 Secondo Gambier 1980, i casi di deflorazione e stupro conservati nell’archivio degli Esecutori alla (...)

3Il problema delle assoluzioni merita di essere approfondito perché ancora oggi molti stupri rimangono impuniti.5 Questo articolo sottolinea il ruolo svolto dalla cultura dello stupro, ovvero un sistema culturale che normalizza, sminuisce e incoraggia le violenze sessuali attraverso un «insieme di aspettative sociali secondo cui gli uomini sono sessualmente aggressivi, incontrollabili e pericolosi, mentre le donne sono passive, compiacenti e vulnerabili».6 Questo concetto è stato utilizzato nella storia della letteratura e delle arti di epoca moderna,7 ma ha avuto poca applicazione nella storia legale e non è quasi mai citato dalla storiografia italiana.8 La cultura dello stupro è caratterizzata dalla diffusa accettazione dei «miti dello stupro», generalmente definiti come «credenze descrittive o prescrittive [...] che servono a negare, minimizzare o giustificare la violenza sessuale contro le donne» incolpando la vittima e mettendo in dubbio la sua versione dei fatti.9 Concettualizzati dalla teoria femminista negli anni Ottanta, questi miti sono da tempo oggetto di attenzione da parte di psicologi sociali e giuristi, in particolare per le loro implicazioni legali, in quanto ostacolano le indagini, la persecuzione e la condanna dei reati sessuali.10 Nonostante abbiano una lunga tradizione e il modo in cui sono espressi sia cambiato nel tempo,11 essi hanno trovato poco spazio nella storiografia dello stupro. Tuttavia, è importante verificare la loro presenza nel passato, perché, come è stato notato, nel XVIII secolo questi miti ostacolavano la persecuzione del reato di stupro in modo simile a quanto accade oggi.12 Questo articolo dimostra la loro presenza nel fascicolo processuale di Maria Antonia, uno dei tanti conservati nel fondo degli Esecutori alla Bestemmia, magistratura veneziana che si occupava di crimini morali. La vicenda è ben documentata e presenta diversi aspetti di notevole interesse.13 La giovane donna, di umile condizione, orfana di madre, è violentata da un gruppo di ragazzi della sua contrada. Il suo caso, purtroppo pieno di analogie con eventi attuali, offre l’occasione di riflettere sul fenomeno spostando lo sguardo dal piano legale a quello del contesto culturale in cui il reato si compie.

  • 14 Feci – Schettini 2017, p. 11-16; Walker 2013, p. 115; Cazzetta 1999, p. 15-18 sq. Per la Francia si (...)
  • 15 Lombardi 2020, p. 311; Feci – Schettini 2017, p. 12. Per gli intrecci tra cultura tradizionale e in (...)
  • 16 Ferro 1778-1781, p. 756-757. Il suo Dizionario si configurava come un compendio di leggi pensato pe (...)
  • 17 Simpson 1986.

4La microstoria di Maria Antonia è significativa anche perché si svolge in un periodo caratterizzato da importanti cambiamenti che hanno definito parte delle odierne attitudini verso lo stupro.14 Alcuni ostacoli alla persecuzione degli stupratori hanno origine nel XVIII secolo: sebbene la prassi abbia iniziato a considerare come stupro esclusivamente la violenza sessuale, escludendo le relazioni consensuali extra matrimoniali e definendo il reato in termini che appaiono più moderni, l’innovazione illuminista si intrecciò ai tradizionali pregiudizi sulla condotta sessuale femminile, rendendo più difficile punire i colpevoli.15 Secondo il giurista settecentesco Marco Ferro, per esempio, lo stupro si verificava quando un uomo esercitava l’uso «della forza e della violenza sulla persona di una fanciulla, della donna maritata, o di una vedova per conoscerla carnalmente». Tuttavia, il reato si configurava solamente in presenza di precise condizioni che, di fatto, restringevano gli stretti spazi di tutela prima concessi alle donne che si prostituivano. Il delitto era punito con la morte se commesso contro una donna sposata, anche se di «cattiva vita», a condizione che «il marito non abbia avuto parte nella prostituzione della moglie». La donna che si fosse «prostituita in un luogo di dissolutezza non viene ascoltata». Inoltre, l’accusa doveva dimostrare che la donna aveva opposto resistenza, ovvero che quest’ultima «abbia mandato delle grida forti, che abbia chiamati in soccorso i vicini, o che sia rimasta qualche traccia della violenza sopra la persona, cioè contusioni o ferite fatte con armi offensive».16 Alla radice di questi cavilli c’era il mito del ricatto,17 ovvero la convinzione che la donna inventasse le accuse per vendicarsi: come si vedrà, esso giocherà un ruolo importante anche nel caso di Maria.

  • 18 Barbagli – Kertzer 2001; Ferraro 2018, p. 33; Palazzi 1997.
  • 19 Fanno eccezione Ferrante 1987, sulla Bologna del Seicento e Ferraro 2018, su Venezia in epoca moder (...)
  • 20 Ferraro 2018, p. 38.

5L’articolo ha due obiettivi. Il primo è gettare nuova luce sulle violenze quotidiane a cui erano esposte le donne che, sfruttando gli “spazi di trasgressione” utilizzavano il sesso per affrontare situazioni economiche avverse. Nell’immaginario comune, la prostituzione è ancora considerata un commercio esterno e opposto all’unità famigliare, dove le donne “oneste” trovavano rifugio sicuro. Tuttavia, la famiglia del passato era una realtà mutevole e molte donne, a causa di eventi avversi come la morte del marito, finivano in miseria.18 La precarietà spingeva alcune di loro a prostituirsi in modo saltuario, senza essere registrate negli elenchi delle autorità. Nonostante rappresentassero la maggior parte delle lavoratrici nel mercato del sesso,19 questa categoria non ha ancora ricevuto l’attenzione storiografica che merita. Eppure, rappresentava la maggior parte delle lavoratrici nel mercato del sesso.20 Maria era probabilmente una di queste donne, come affermano a processo i suoi detrattori.

  • 21 La bibliografia sull’argomento è molto vasta, si veda nello specifico il recente volume curato da L (...)
  • 22 «Violence is an act of physical hurt deemed legitimate by the performer and illegitimate by [some] (...)
  • 23 Casanova 2020, p. 147-148.

6Il secondo obiettivo dell’articolo è mettere in risalto il ruolo giocato dai miti dello stupro nell’assoluzione degli imputati. Molti studi trattano il problema della fama e del suo peso nei processi criminali in età moderna,21 senza però citare il ruolo dei miti nella stigmatizzazione del genere femminile. Per studiare la loro funzione, l’articolo si rifà alla definizione dell’antropologo David Riches, secondo il quale un atto violento è un atto «ritenuto legittimo dal perpetratore e illegittimo da alcuni testimoni».22 L’opinione pubblica era determinante nel giudizio di qualsiasi violenza e aveva un particolare peso quando era in gioco la reputazione di una donna.23 Come si vedrà, l’assoluzione degli stupratori di Maria fu favorita dall’accettazione o dall’indifferenza della comunità nei confronti dell’aggressione subita dalla ragazza. I miti dello stupro legittimavano le violenze sessuali fornendo agli aggressori una giustificazione morale basata su una supposta trasgressione del modello comportamentale femminile imposto dalla cultura patriarcale. In tal senso, essi erano determinanti nella stigmatizzazione di alcune categorie di donne come “infami”.

  • 24 Vigarello 2001, per esempio, considera la violenza sessuale un «effetto della brutalità» dell’epoca (...)
  • 25 Secondo Lee, 2013, p. 89, lo stupro era «a distressingly common feature of everyday life», commesso (...)
  • 26 Si vedano per esempio Carroll 2017 e Dwyer – Micale 2021. Si veda anche quanto scritto da Bourke 20 (...)

7L’analisi di questi miti in prospettiva storica è importante per contrastare la loro diffusione odierna. Alcuni di essi sono talmente radicati da comparire nelle prime sintesi storiche sulla violenza sessuale24 e continuano a fornire le cornici analitiche agli studi che offrono una visione semplificata e drammatizzata del fenomeno, descrivendolo come un normale avvenimento in un’epoca dominata da uomini violenti e liquidandolo come una delle forme di violenza soppresse nel processo di civilizzazione.25 Un modello ad oggi inaccettabile anche alla luce delle critiche mosse da storiche e storici della violenza e delle emozioni.26 La violenza sessuale non era un fatto normale nelle società del passato e non era commessa solamente da uomini sanguinari, avvinazzati o da giovani rampolli perversi. Era una grave violazione delle norme morali e sociali, punibile con la pena di morte, perpetrata, come si vedrà tra poco, da gente comune, membri della comunità con legami più o meno stretti con la vittima. Tuttavia, spesso gli stupratori la facevano franca e ciò era in parte dovuto, allora come oggi, ai miti dello stupro. Diffusi nella comunità, essi legittimavano la violenza sessuale trasformandola in un meccanismo di controllo sul corpo femminile, in particolare su quello delle donne emarginate.

Le «pute publiche»

  • 27 Cit. in Scarabello 2006, p. 133, ripreso da Ferraro 2018, p. 54.
  • 28 Ferraro 2018, p. 30-31.
  • 29 BMC, Provenienze Diverse, 171, cc. 255-257. Il conteggio non tiene conto delle voci che riportano u (...)

8Per tutta l’epoca moderna, in molte città europee, la maggior parte del mercato del sesso era informale. A Venezia, molte donne come Maria Antonia versavano in condizioni economiche precarie a causa di eventi avversi – per esempio la morte di un marito – e occasionalmente ricorrevano alla prostituzione per mantenersi, affiancandola ad altre attività lavorative. Queste donne non rientravano nelle categorie di meretrici o cortigiane e sono state definite in molti modi, prevalentemente con i nomignoli affibbiati loro dai contemporanei: «venturiere», «donne di mondo», «bagattine» – dalla moneta con la quale si poteva comprare i loro favori.27 Talvolta, esse rifiutavano la definizione di prostitute e si proclamavano «donne libere»,28 termine che faceva riferimento alla loro condizione di nubili o vedove e che denotava la loro consapevolezza dello status sociale. A questi termini si può aggiungere quello di «pute publiche»: un anonimo Rollo e nota delle puttine publiche di Venezia, l’anno 1717, con ogni probabilità scritto per uso personale e conservato presso la biblioteca del Museo Correr, getta nuova luce su queste donne. Elenca 168 nomi suddivisi in tre «ranghi», affiancati da indicazioni di luogo e da soprannomi sessisti – «la sporca», «bocchin d’oro», «fa de tutto», «scavezza cazzi», «tutto buso» e arricchisce il quadro ricostruito finora. Le puttine publiche popolavano soprattutto il sestiere di San Marco (45), e a seguire Cannaregio, Castello e San Polo (24); poche abitavano a Dorsoduro e Santa Croce (9). Alcune annotazioni indicano i luoghi all’aperto dove forse era possibile trovarle – «giù dal ponte de San Polo» o «sotoportego del ponte ca’ Balbi». Altre citano abitazioni o camere in affitto dove alloggiavano – una «camera locante a San Paternian», «appresso il Baron Tassis» o «a casa di Lucietta Bolognese».29

  • 30 Ferrante 1987, p. 1000-1001.
  • 31 Ferraro 2018, p. 41.

9In molti casi, i cognomi o i soprannomi indicano che alcune donne provenivano dalle città del dominio da terra e da mar – «padovana», «trevisana», «schiavona», «greca» etc. – dall’Europa settentrionale – «olandese», «todesca», «inglese» – da altri stati italiani – «romana», «bolognese» – o da remote regioni dell’Europa orientale – «tartaricha». Probabilmente erano arrivate con le crescenti ondate migratorie che interessarono Venezia dalla seconda metà del Quattrocento, anche se non è chiaro da quanto tempo fossero in città. Talvolta, i soprannomi o le indicazioni dirette specificano anche i mestieri, tra i quali compaiono attività generalmente praticate in strada – «furatola», «specchiera», «scalettera» – o arti più raffinate, per le quali era necessario un certo grado di educazione – «musica», «ballarina», «pittora», «lautera». Quando questo dato è trasmesso dal cognome – «Cecilia Caleghera» – potrebbe indicare la condizione sociale della famiglia di provenienza della donna. Questi mestieri rispecchiano le attività svolte in parallelo al meretricio anche in altre città di epoca moderna, per esempio a Bologna.30 Il Rollo menziona anche alcuni nuclei famigliari interamente femminili – «Contessina Gambara, e le tre sue putte», «Paulina e Lucietta, madre e figlia Avanzi» – lasciando intendere che le donne si prostituissero insieme alle figlie.31 In altri casi, il nome è seguito dall’annotazione «fu del», che denota una condizione di vedovanza, ma sono presenti anche un paio di «maridate».

  • 32 Weddle 2019, p. 96-98. Sulla prostituzione nelle chiese, Cecchinato 2024, p. 121-122; Ferraro 2018, (...)
  • 33 Saint-Didier 1680, p. 448-451.

10Queste «puttine pubbliche» agivano informalmente, approfittando degli “spazi di trasgressione” in cui intrattenere rapporti sessuali extraconiugali. Oltre ai casini, alle chiese, alle bettole e alle aree in cui il meretricio era praticato lecitamente,32 anche le strade offrivano l’opportunità di attirare l’attenzione di potenziali clienti. Nel 1680, il viaggiatore francese Saint-Didier cita alcune danze di strada delle «filles du peuple», accompagnate dal ritmo di tamburo e da una monodia. A questi balli, che incantavano il visitatore per la leggiadria e la vorticosità dei movimenti, partecipavano numerosi nobili veneziani, i quali «ne s’arrestent pas seulement à ces danses pour le divertissement qu’ils y trouvent, mais ils le recherchent aussi comme le plus facile moyen qu’ils ayent de se familiariser avec ces filles, et de choisir celles qui leur plaisent davantage».33 Altre donne venivano avvicinate spontaneamente mentre svolgevano le loro faccende quotidiane. Alcuni testimoni del processo di Maria illustrano le dinamiche con cui era possibile ingaggiare una «puta publica». Giovanni Maria Marchi, uno scrivano delle pubbliche carceri abitante poco distante dalla contrada di Maria, conosce la ragazza in «un incontro» fortuito durante una passeggiata mattiniera:

  • 34 Processo, cc. 76v-77r.

Trovandomi in Rio Marin, m’imbattei in una giovine, che postasi a guardarmi mi salutò con qualche affettazione. Allora io corrisposi al saluto, e le dissi se voleva venir meco a bere il caffè. Essa mi rispose di no, perché in quelle situazioni era conosciuta. Le proposi di andare a San Stin, e pur essa a ciò recredé. Ge dissi dunque, che mi seguisse, e passai al bastion a San Barnaba, ed introdottomi con essa in una stanza, ove dopo fatta con essa una breve merenda, ritrassi dalla medesima carnali compiacenze.34

11Pietro Lucchesi, sarto, abitante nella contrada della Croce, è vicino di casa di Maria. Anche lui afferma di aver avuto rapporti con la ragazza dopo un incontro fortuito:

  • 35 Processo, c. 78v.

Passando io verso le ore tre per la fondamenta della Croce, m’incontrai in una giovine che prima non era da me conosciuta, ed avicinatomi ad essa la ricercai se voleva bere meco un gotto di vino. Essa mi disse di sì, e condottala nel posto da vino di San Marco in campiel dei Squelini, e dopo aver fatta con essa una picciola reffezione, ed ella ebbe a confidarmi ch’era Maria Antonia Signoretti, cercai di avere con essa carnali compiacenze, ma avendomi la medesima detto che non si fidava, io sospesi ulteriori tentativi, tanto che osservai che nelle mani avea molti bruffoli, per li quali entrai in sospetto che avesse del male attaccatizio.35

  • 36 Fisher 2016.

12Le ragazze come Maria erano dunque continuamente esposte alle voglie dei passanti. L’approccio seguiva una ritualità gestuale: uno scambio di sguardi e l’offerta di una breve refezione anticipavano il rapporto e rendevano palesi le intenzioni delle due parti, in modo non diverso dalle modalità di corteggiamento odierne.36 Dopo gli accordi preliminari, il rapporto poteva essere consumato in magazzini da vin, osterie, o nelle case private. La naturalezza con cui i testimoni raccontano i propri incontri dimostra la normalità di queste prassi e la tolleranza verso atteggiamenti che oggi considereremmo predatori.

  • 37 Processo, c. 76v.

13Da queste testimonianze Maria non sembra offrire apertamente dei servizi sessuali, ma piuttosto cedere all’insistenza degli uomini che incontra. Lucchesi non la conosce, approccia per primo e le offre un pranzo allo scopo di ottenere un rapporto carnale. Arrivati al dunque, la ragazza si rifiuta. Si stava dunque prostituendo, o era intimidita dalle attenzioni insistenti di un uomo adulto? Rapporti simili potevano essere intrattenuti anche per piacere personale. Un testimone afferma che desiderava costruire con Maria una relazione duratura, ma aveva abbandonato il progetto perché la ragazza «si addomesticava or con l’uno or con l’altro sopra le bettole», in momenti in cui la ragazza appare semplicemente divertirsi.37 Tuttavia, questi “spazi di trasgressione” appaiono dominati dalla presenza maschile. Le donne, infatti, pagavano a caro prezzo queste libertà sessuali. Il loro comportamento era stigmatizzato socialmente attraverso miti e stereotipi che emergono dall’analisi del processo di Maria.

Il mito del ricatto nell’accusa

  • 38 In Toscana il disprezzo dei giuristi colpiva indiscriminatamente «tutte le donne del popolo, accomu (...)

14I miti dello stupro facevano parte della cultura giuridica settecentesca e influenzavano il modo in cui la legge veniva applicata.38 Nel caso di Maria, essi emergono chiaramente sin dagli atti di accusa, dove le voci femminili – raccolte nelle deposizioni della ragazza, di sua nonna e di sua zia, e nel rapporto medico delle due ostetriche – si scontrano con l’atteggiamento sospettoso e insensibile che traspare dalle deposizioni del padre di Maria e dall’atteggiamento dei giudici che la interrogano.

  • 39 Processo, c. 2r.
  • 40 Processo, c. 2r-v.

15Maria depone venti giorni dopo l’accaduto. Ha diciassette anni – la fede del parroco che la battezza afferma che è nata l’8 settembre 1776. Orfana di madre, vive con la nonna Arianna da tre anni. La notte dello stupro sente i rumori della festa provenire da una casa vicina e convince la nonna ad accompagnarla. La dinamica del rapimento segue il copione generalmente usato per dimostrare la resistenza opposta dalla vittima agli stupratori: circondata da cinque uomini, è sollevata di peso, imbavagliata con un fazzoletto e trascinata in un magazzino ai Bari, dove è chiusa in una stanza e costretta a bere.39 Maria conosce gli aggressori e li nomina: Pietro Musin, i fratelli Giovanni Battista e Bortolo Pellegrini, Anzolo Bigolotto, e Michiel Peresin, tutti abitanti nella contrada o in quella limitrofa. Nella stanza del magazzino, la ragazza, «stanca e impossibilitata a maggior resistenza», è gettata a terra e stuprata a turno, a iniziare da Pietro Musin. A un certo punto, il gestore del magazzino entra nella stanza e impone al gruppo di uscire. La donna viene quindi trascinata fino all’osteria della Scimmia, a Rialto, «percuottendola di tratto in tratto perché non gridasse».40 Qui la scena si ripete, ma al gruppo si è aggiunto un sesto individuo. Dopo le violenze, la ragazza è ricondotta a casa, stremata e senza voce.

  • 41 Feci – Schettini 2017, p. 25-26; Cohen 2000, p. 56; Walker 1998, p. 4.
  • 42 Le due testimonianze sono rispettivamente in Processo, cc. 3r-4r e cc. 14v-15r.
  • 43 Casanova 2020, p. 149, nota come le ricostruzioni tratte dai fascicoli seicenteschi del tribunale b (...)
  • 44 Boakye 2009, p. 1635. Temkin 1989, p. 16-18.
  • 45 «Victims had other languages to communicate their pain. When the after-effects of rape were discuss (...)
  • 46 Processo, c. 3r.
  • 47 Processo, c. 10r. In questo caso non sembra valere ciò che è stato osservato per alcuni casi bologn (...)

16Sebbene la deposizione rispetti le formalità retoriche comuni nei processi per stupro,41 le due donne che vedono Maria subito dopo l’accaduto forniscono dettagli che rendono ingiustificato dubitare che la violenza sia realmente avvenuta. La nonna, Arianna Scarella, vede Maria rincasare e le appare «del tutto diformata nella faccia, sbigottita, piangente, disperata […] piena di vergogna». Allora insiste per sapere cosa è successo, ma la ragazza si rifiuta di rispondere e si chiude in «un cupo silenzio». Solo in tarda mattinata si confiderà con una zia, accorsa dopo aver appreso dello stupro, alla quale Maria appare «abbattuta di forze», «smarita e piangente».42 Questi dettagli sulle condizioni fisiche ed emotive solitamente non compaiono nei processi per stupro perché considerate irrilevanti dalla tradizione criminalistica dell’epoca.43 Inoltre, il comportamento di Maria, che si confida solo dopo continue insistenze, rispecchia il trauma vissuto oggi da molte vittime di stupro, che sono reticenti a parlare dell’accaduto per lunghi periodi e sono fisicamente provate.44 Sebbene il termine “trauma” cominci a essere usato molto più tardi, è risaputo che anche all’epoca di Maria le donne violate esprimevano in modo simile il dolore che provavano.45 Se questi dettagli sembrano confermare la veridicità delle testimonianze, la prova definitiva arriva con la perizia medica. Dopo le disposizioni, l’organo genitale di Maria è fatto esaminare da due ostetriche nominate dal tribunale, che rilasciano un giudizio concorde: la ragazza è stata «deflorata in modo estraordinario, con osservabile sbregolatura e laceratione della interna tunica del vaso femmineo, con osservabile gonfiezza ed efrazione delle parti esterne del medesimo, coperte in aggiunta di pustole, ossia porifichi, ed infetta la parte stessa da male celtico».46 Poiché la deposizione e l’analisi medica sono effettuate una ventina di giorni dopo la violenza, è possibile che Maria abbia contratto la sifilide da uno dei suoi stupratori. Nonostante il tempo trascorso, i segni della violenza sono ancora evidenti, come osservano le stesse ostetriche: «dalla enfiazzione della parte pare che di recente abbia la parte stessa sofferta grave violenza ed estraordinaria confricattione».47

  • 48 Simpson 1986, p. 106, traduzione dell’autore. Per i dubbi sulle denunce per stupro violento present (...)
  • 49 Processo, cc. 8v-9r.
  • 50 Cazzetta 1999. Per Simpson 1986, p. 107, «these attitudes are not just those taken in the prosecuti (...)
  • 51 Processo, c. 1v.
  • 52 Processo, c. 3r.
  • 53 Processo, cc. 1r-v e 3v.
  • 54 Lombardi 2004, p. 356-357.

17Le prove fisiche della violenza sono tuttavia sminuite dall’atteggiamento sospettoso degli uomini in questa prima fase del processo, aderente al «mito del ricatto», definito da Anthony Simpson come «l’ipotesi che la denunciante in un procedimento per stupro abbia con ogni probabilità formulato la sua accusa per motivi corrotti, vendicativi o comunque disonesti».48 Durante la fase investigativa i giudici sottopongono Maria a domande pressanti, vagliando le sue dichiarazioni in modo minuzioso. Conosceva i suoi stupratori? Maria risponde di no. E allora come poteva conoscerne il nome? Glieli aveva detti suo padre. Può nominare alcune persone che l’hanno vista passare in strada dalla festa da ballo al magazzino ai Bari, da lì all’osteria della Scimmia, e dall’osteria alla propria abitazione? Maria risponde di non sapere, anche perché, sulla via del ritorno, per proteggersi dalla pioggia si era coperta la testa con «il cottolo di sopra» ed era «sbigottita, stremata e piangente».49 Questo atteggiamento inquisitorio rispecchia quello che le autorità assumono ancora oggi nei confronti di molte donne stuprate, e all’epoca non era eccezionale, anche perché la legge stessa prescriveva ai giudici di agire in tal modo.50 È invece significativo trovare gli stessi dubbi in alcuni passi delle deposizioni del padre di Maria. Gaetano è un peater – un barcaiolo delle chiatte usate a Venezia per il trasporto delle merci pesanti. A causa della sua condizione umile e del continuo impegno lavorativo, dopo la morte della moglie è costretto ad affidare Maria alle cure della suocera. Nella denuncia presentata agli Esecutori il 6 giugno 1794, pochi giorni dopo lo stupro, Gaetano sostiene di aver saputo quanto accaduto per «confessione» della figlia e racconta la vicenda utilizzando i classici espedienti: Maria è imbavagliata con un fazzoletto per impedirle di urlare e si oppone ai tentativi di stupro tenacemente, ma i cinque le bloccano gli arti e la testa.51 In un secondo interrogatorio, tuttavia, egli cambia leggermente versione. Afferma di aver appreso la notizia nella mattina del giorno successivo al fatto, mentre lavorava sulla riva del Vin a Rialto, da un altro barcaiolo, abitante nella contrada di Maria, e di essersi in un primo momento infuriato, pensando che la figlia fosse andata al magazzino per divertimento. Recatosi a casa della suocera, aveva trovato Maria sul letto e, poiché non rispondeva alle sue domande, l’aveva picchiata. Solamente in seguito, informato dal fratello sulle violenze, si era convinto dell’onestà della figlia.52 Questo modo di agire rispecchia non solo l’insensibilità nei confronti del trauma vissuto dalla ragazza, ma anche l’interiorizzazione del mito del ricatto, perché Gaetano, dubitando della condotta morale dalla figlia, di fatto nega che essa abbia subito violenza. Ciò traspare anche dalla risoluzione richiesta al tribunale. Per «conforto di un infelice padre» e «reintegro della svergognata figlia», Gaetano chiede che Pietro Musin sia costretto a sposare Maria, «onde renderle il perduto onore, o almeno dottarla».53 Il matrimonio riparatore era la risoluzione giudiziaria prevista per lo stupro semplice, ovvero per un rapporto extra matrimoniale illecito.54 Scegliendo di impostare il processo in tal modo, Gaetano sembra convinto che la figlia abbia intrattenuto rapporti consenzienti con i suoi stupratori, e in seguito li abbia accusati falsamente.

  • 55 Processo, c. 9v.
  • 56 In queste richieste traspare la volontà di vendicarsi, al contrario di quanto accadeva solitamente (...)

18Anche in questa richiesta emerge la differenza tra la percezione maschile e quella femminile. Al termine del costituto, Maria dichiara di non voler sposare il suo stupratore, «considerando tutti li nominati sudetti, per la turpissima azione commessa, empi e scelerati». Chiede invece di recuperare il proprio onore con «il castigo esemplare de’ medesimi, e con l’obbligarli a dotarla corrispondentemente al di essa stato».55 Questa è la vera volontà della vittima: che i suoi aguzzini siano puniti e che lei sia risarcita per la violenza subita.56

Il mito del ricatto nella difesa

  • 57 Processo, c. 29r.

19Dopo l’indagine informativa, i giudici sembrano credere alla versione di Maria e riconoscere la violenza subita: decidono all’unanimità di procedere contro sei persone ed emettono un mandato di arresto «per violenta deflorazione».57 Gli imputati sono descritti come “giovani” scapoli: la fonte registra solo l’età di uno di loro, 23 anni. Alcuni svolgono mestieri artigianali – uno è fabbro, un altro falegname – mentre altri lavorano come barcaioli o trasportatori. Tutti abitano nella contrada di Maria o in parrocchie limitrofe.

  • 58 Lett 2015, p. 206; Walker 2013, p. 124; Simpson 2004; Ruggero 1975.
  • 59 Processo, c. 81r-v.
  • 60 Processo, cc. 30r e 31r.

20Sebbene la storiografia abbia finora descritto le assoluzioni come una risoluzione comune nei casi che coinvolgevano stupratori aristocratici,58 il caso dimostra che anche le persone di umile condizione potevano facilmente scagionarsi. Gli accusati dimostrano una certa dimestichezza con la prassi processuale. Inizialmente, avevano ricevuto notizia dell’indagine sul loro conto e cercato di risolvere la questione in via extragiudiziale, offrendo un risarcimento di due ducati a testa tramite un mediatore, ma la parte lesa aveva rifiutato l’offerta.59 Quando vengono emanati i mandati di cattura, gli sbirri scoprono che gli imputati si erano già «absentati dalle loro case» e posti al riparo in luoghi franchi, interdetti alle mani della giustizia. Solo uno di loro viene sorpreso, mentre festeggia in un’osteria.60 I cinque fuggitivi si presentano spontaneamente dopo essere stati proclamati con bando pubblico. Grazie al periodo trascorso nelle zone franche, hanno avuto la possibilità di concordare una versione comune dei fatti e reperire dei testimoni a loro favore.

  • 61 Cowan 2021, p. 87-89.
  • 62 Arrigo 2006, p. 109.
  • 63 Per un caso toscano in cui non si riuscì a provare la resistenza opposta dalla vittima, cf. Arrigo (...)
  • 64 Daly, 2022, p. 17; Cowan 2021, p. 88-89; Frese – Moya – Megías 2004, p. 145.
  • 65 Cowan 2021, p. 90; «There was a strong link between popular, and male-biased, cultural beliefs of t (...)
  • 66 «Conosciuti gl’inganni, e le frodi che dalla malizia delle femmine venivano posti a campo a delusio (...)
  • 67 Processo, c. 100v.

21Quando il racconto della vittima presenta delle ambiguità, gli ascoltatori tendono a colmare i vuoti con i miti e le credenze sullo stupro.61 Nel caso di Maria, la difesa sfruttò abilmente le aree grigie e la condizione sociale della vittima, imperniando la propria narrazione sull’argomento più usato dagli imputati per scagionarsi dalle accuse di stupro: negare l’onestà della querelante.62 Gli imputati dichiararono che la ragazza era solita prostituirsi per sostenere economicamente il padre e la nonna, che le organizzavano gli incontri. La prestazione sessuale era stata contrattata durante il ballo, ma alla fine del rapporto la ragazza aveva preteso una somma maggiore. Loro si erano rifiutati di pagare e l’accusa di stupro era un modo per vendicarsi e ottenere la somma desiderata. La difesa mise in dubbio le resistenze che Maria avrebbe opposto durante il rapimento e lo stupro, sostenendo che non vi erano testimoni diretti. Questa strategia, utilizzata in molti processi dell’epoca,63 si basa su alcuni pregiudizi ancora oggi diffusi: le donne accusano gli uomini falsamente perché insoddisfatte del rapporto o per vendicarsi; alcune meritano di essere stuprate per via di comportamenti inappropriati e provocatori.64 Tali miti erano efficaci perché facevano parte della tradizione giuridica e informavano le leggi stesse.65 Ciò emerge chiaramente nelle allegazioni dell’avvocato difensore, che fin da subito ricorda ai giudici che la prassi legale veneta, per evitare «gl’inganni e le frodi che dalla malizia delle femmine venivano posti a delusione della giustizia et in aggravio degli innocenti», da tempo proibiva di prestare fede alla voce della «sola femmina deponente in proprio vantaggio».66 Maria era delusa dall’affare che aveva concluso con i giovani e aveva architettato «l’esperimento di procurarsi un vantaggio»: immaginandosi «di esser offesa nella virginità, configurò una sognata violenza».67

  • 68 Arcangeli 2018.
  • 69 Processo, p. 101r.
  • 70 Era successo pochi anni prima a Napoli, dove nel 1774 è messa a stampa un’arringa difensiva intitol (...)
  • 71 Ferrante 1987, p. 999.
  • 72 Processo, c. 76v.
  • 73 Arrivo 2006, p. 43-46.
  • 74 Arrivo 2006, p. 46-49.

22Per dimostrare la cattiva condotta di Maria, la difesa fa abilmente leva sui pregiudizi diffusi da secoli dai moralisti riguardo le feste da ballo e, in particolare, sulle donne che vi partecipavano, colpevoli di attirare gli uomini e spingerli al peccato carnale:68 «una figlia che, lungi dal proprio genitore e famiglia, convive con una vecchia, che le fa scorta in ore notturne alle feste da ballo […] non potrà dirsi certamente che vivesse né con riserve, né con ritiratezza».69 In caso di stupro, le donne che frequentavano le feste perdevano la tutela legale perché ritenute inhoneste.70 Nel raffigurare Maria come una prostituta, la difesa sfrutta anche gli stereotipi sui nuclei familiari composti da sole donne:71 «si affaccia il giusto riflesso che un’oggetto di libertà la facesse star lungi dalla casa paterna, per approfittare delle condiscendenze e facilità di una vecchia». Abitando con la nonna, era facile dissimulare comportamenti licenziosi, perché «o gl’incomodi dell’età, o il pregiudizio della vista, o li bisogni di aver dei soccorsi può far in apparenza coprire la libera uscita di casa e l’introito di gente a seconda delle supposte occorrenze». La disonestà di Maria era effetto anche delle condizioni precarie in cui viveva Gaetano Signoretti, che non gli permettevano di provvedere al mantenimento della figlia e costringevano quest’ultima «a fare la vita rilasciata per sostenersi e per suffragare Gaetano suo padre, che frequentemente la molestava per dinari».72 In ciò, si può scorgere anche lo stigma portato dalle donne di condizione servile, considerate sempre disponibili alle voglie predatorie maschili e pertanto non tutelate dalla legge.73 Una difesa improntata su questi miti avrebbe protetto efficacemente contro un’accusa di stupro semplice, in cui vi era il consenso della donna, poiché con le prostitute il crimine non si verificava. Tuttavia, i sei giovani erano accusati di stupro violento, un crimine che i tribunali tendevano a punire anche quando inferto alle meretrici, anche se con pene ridotte.74 Cosa spinse dunque i giudici ad assolverli pienamente?

I miti nella comunità: i testimoni

  • 75 Che in questi casi diveniva uno strumento di controllo sociale influenzato dai rapporti intercorren (...)
  • 76 Nella Francia post-rivoluzionaria, per esempio, il pubblico interviene spesso in favore della vitti (...)
  • 77 Ferraro 2018, p. 30. Per il controllo del vicinato sul gioco d’azzardo, cf. Cecchinato 2025.
  • 78 L’unica voce femminile ad aggiungersi a quelle di Maria e delle sue famigliari è di una priora, chi (...)

23Le argomentazioni della difesa fecero vacillare la convinzione dei giudici riguardo alla fondatezza dell’accusa di stupro violento, che doveva essere sostenuta da prove evidenti. Come in molti altri casi, i giudici ignorarono le ferite fisiche e lo stato psicologico della vittima e cercarono la prova delle resistenze interrogando le persone che conoscevano la ragazza e che potevano aver assistito ai fatti. La parola passò dunque a un pubblico formato da alcuni membri della comunità dove Maria viveva, il cui parere si esprimeva primariamente attraverso il pettegolezzo.75 Le voci che circolavano nel vicinato fornivano alle autorità informazioni sulla fama delle persone coinvolte e avevano forte influenza sulle sorti del processo, in particolare nei casi di stupro, in cui molto dipendeva dalla reputazione della vittima.76 Per donne come Maria Antonia avere buone o cattive relazioni con il vicinato era dunque determinante. Il meretricio in sé non era una pratica illegale, ma era pubblicamente condannato e dava fastidio a causa del continuo via vai di persone di ogni condizione. Talvolta, i vicini agivano di propria iniziativa, sorvegliando la contrada e denunciando le attività considerate illecite o indecorose. Pertanto, spesso sul tavolo degli Esecutori arrivano denunce contro prostitute o presunte tali.77 Le opinioni della comunità filtravano attraverso le voci di mediatori, informatori e agenti informali, solitamente i primi a essere interpellati dai giudici nei processi o a sporgere denuncia. Nel caso di Maria, sia l’accusa che la difesa chiamano a processo diversi informatori coinvolti più o meno direttamente nella vicenda. Sebbene sostengano parti opposte, questi testimoni, prevalentemente uomini,78 fanno trasparire miti sulla condotta sessuale di Maria, di fatto legittimando l’atto degli stupratori.

  • 79 Judde de Larivière 2020, p. 78-80; Arrivo 2006, p. 140-144.
  • 80 Le tre fedi sono inserite sciolte nel fascicolo processuale. In altre città italiane, le fedi di bu (...)
  • 81 Processo, cc. 26v-27r.
  • 82 Processo, c. 79v.
  • 83 Processo, c. 77v.

24I preti svolgevano attività di controllo sulla condotta dei propri parrocchiani e spesso la loro deposizione risultava decisiva.79 Nel caso di Maria sono chiamati in causa da entrambe le parti. Gaetano, per attestare l’onestà della figlia, presenta a processo le fedi di tre religiosi.80 I documenti presentati giocarono però a sfavore dell’accusa, poiché i religiosi, chiamati a processo, non si sbilanciarono sui costumi di Maria. Il confessore, per esempio, ammette di aver scritto la fede di buoni costumi di proprio pugno, ma di conoscere Maria solo «a voce».81 I religiosi chiamati dalla difesa, al contrario, descrivono la ragazza come usa al malcostume. Il parroco di San Simeon Piccolo sostiene di conoscere bene Maria perché aveva abitato nella stessa contrada. Afferma che «morta la madre, d’allora incominciò Maria Antonia a far la mattarella e rendersi scandalosa al vicinato, a tal segno che essendo più volte da me ricorsi li vicini, fui costretto a rivolgermi al nobilhuomo ser Marco Foscari, padrone dello stabile […] perché la facesse sloggiare da detta casa, come anco seguì». Allora Maria era andata a vivere dalla nonna. Secondo quello che aveva sentito dire il parroco, era stata scacciata anche da lì, e si era trasferita in un terzo luogo – ma questo non risulta da altre testimonianze. Anche lui era stato avvicinato dal padre, ma aveva rifiutato di rilasciare la fede.82 Don Giovanni Zerbin, diacono della chiesa ducale di San Marco, afferma di conoscere Maria «di fama, perché essendo io solito praticar con frequenza in Bari, ebbi colà motivo di udire li discorsi da più persone del mal contegno di questa femmina». Prima dello stupro – «caso clamoroso» – si diceva «pubblicamente ch’essa Maria Antonia era una giovane di pessimo concetto, e ch’era stata fatta allontanare anco dalla contrada di San Simeon Piccolo […] talché in tutte quelle vicine contrade la fama del mal costume, di sensualità di questa giovine, era comune».83 Le ritrosie dei religiosi chiamati dall’accusa e l’aperto disprezzo di quelli della difesa fanno trasparire l’astio che la comunità doveva provare nei confronti della ragazza e della sua libertà sessuale. Descrivendola come una donna licenziosa, i religiosi si allineavano ai miti dello stupro impiegati dalla difesa.

  • 84 Processo, cc. 15v-16r.
  • 85 Processo, c. 19r.
  • 86 Processo, cc. 16r-17v.

25Anche i camerieri, i proprietari delle locande, e i gestori delle case da gioco e da ballo svolgevano attività di sorveglianza e, in alcuni casi, erano obbligati per legge a denunciare gli atti di violenza. Gaetano li chiama in causa per dimostrare le resistenze della figlia. Tuttavia, questi testimoni si dichiarano estranei ai fatti e fanno intendere di aver saputo delle violenze solo indirettamente. Michele Viffirner, tedesco, gestiva il casino ai Teatini dove si era tenuta la festa da ballo in cui Maria era stata adescata. Afferma di conoscere la ragazza e sua nonna in quanto frequentatrici abituali del suo casino, e di averle viste la notte dello stupro, ma di non sapere nulla dell’accaduto.84 In tal modo, egli suggerisce ai giudici che la ragazza era solita frequentare le feste da ballo, condotta che porta, come visto in precedenza, all’invalidità della testimonianza. I lavoratori e i gestori delle bettole in cui avvenne lo stupro dichiarano di aver sentito dire che Maria era stata violentata, ma negano di averla vista resistere e sostengono che il fatto era accaduto nell’altra locanda. In alcune loro testimonianze compaiono dettagli inverosimili, che avrebbero dovuto perlomeno destare sospetti: il capo del magazzino dei Bari, per esempio, afferma di aver visto i sei entrare al bastione, ordinare il vino e il pane, entrare nella stanza, ma di non aver riconosciuto Maria perché aveva il capo «coperto con una cottola».85 Il cameriere dichiara invece di aver riconosciuto gli accusati perché spesso andavano a bere nel magazzino: quella notte avevano ordinato vino e pane, e si erano diretti con la ragazza in una stanza al piano superiore. Egli aveva consegnato i viveri ai piedi della scala: non sapeva cosa fosse accaduto nella stanza, ma la mattina dopo, pulendola, aveva ritrovato un orecchino di Maria.86 Il cameriere dell’osteria della Scimmia a Rialto fornisce una versione simile, aggiungendo di non sapere cosa fosse successo, ma di aver sentito dire «publicamente, da più persone nella mia osteria» che la giovane era stata stuprata nel magazzino dei Bari. Non è chiaro in che misura i miti dello stupro abbiano influito su queste ricostruzioni; tuttavia, la loro ambiguità gioca ancora una volta a favore della versione della difesa e del mito del ricatto, perché, negando le resistenze, suggeriscono il consenso di Maria, e dunque la falsità delle accuse.

Un trentuno della Zaffetta?

  • 87 Processo, cc. 13v-14r.
  • 88 Processo, c. 24v.
  • 89 Processo, c. 21r.
  • 90 Processo, cc. 19v-20r.

26Queste voci fanno pensare che le azioni dei giovani accusati godessero di un certo appoggio nella comunità. Anche coloro che avrebbero dovuto sostenere l’accusa non si schierano apertamente dalla parte di Maria e preferiscono assumere un atteggiamento omertoso. Forse volevano tutelarsi dalle ritorsioni, ma potrebbero anche aver voluto coprire il crimine degli accusati. Questa ipotesi è avvalorata dal modo in cui la notizia dello stupro si diffuse, circolando in modo sorprendentemente veloce oltre ai confini della contrada dove viveva la ragazza. A spargere per primi la voce furono gli stessi stupratori. Il fratello di Gaetano, Beppo Signoretti, intende «vociferar a Rialto» sullo stupro della nipote da un altro barcaiolo, Antonio Pizzoni, abitante nella contrada della ragazza,87 il quale è informato del fatto direttamente da uno degli stupratori, Bortolo Cucco: «nella notte precedente […] erano andati con una giovine di nome Maria al magazino dei Bari, et ivi con essa tutti si erano divertiti, e che poscia si erano ridotti, non bene intesi in quanti, nella osteria della Simia, ed ivi pure con la ragazza si erano divertiti».88 Il fatto «era in voce di molti perché in que’ giorni da tutte le persone sopra la riva del vino si racontava».89 Bortolo non era l’unico a vantarsi pubblicamente dell’impresa. Il giorno dopo il fatto, Michiel Chieresin e Pedrocco erano tornati al magazzino dei Bari e avevano raccontato che la notte precedente «avevano tentato di deflorare la giovine figlia del peater […] ma che tanti sforzi e tante difese avea essa fatte, che non fu possibile a veruno di essi di poterla vincere». I due si erano anche vantati di aver rapito la ragazza dalla festa, allontanandola a forza dalla nonna. Secondo il padrone del magazzino, questi giovani raccontavano le loro gesta così pubblicamente «per ostentazione e bravura» perché erano «giovinastri di vita scorretta e malgoverni». La scena si era ripetuta anche nei giorni seguenti: quando il gruppo andava a bere al magazzino raccontava le proprie gesta ai presenti.90

  • 91 Sul trentuno della Zaffetta come forma di vendetta e punizione si vedano Mantioni 2019 e Rossi 2009 (...)

27Gli stupratori si vantavano di ciò che avevano fatto perché erano sicuri di ottenere il consenso della comunità. In effetti, come si è visto, nessun testimone chiamato al processo condanna nettamente il fatto, anzi, i più sembrano suggerire che i giovani, in fin dei conti, volevano solo divertirsi. È possibile che su queste opinioni abbia influito la legittimazione goduta dagli stupri di gruppo rituali, con cui si punivano le donne che trasgredivano le norme morali, tristemente noti grazie a poemi satirici come Il trentuno della Zaffetta (1531) di Lorenzo Venier o il Ragionamento (1534) di Pietro Aretino. In questi rituali di umiliazione, le vittime erano stuprate a turno da molti uomini fino a contrarre la sifilide, che si manifestava attraverso brufoli e cicatrici, rivelando la loro condotta sessuale.91 Maria non era benvoluta nella comunità di appartenenza e fu costretta a cambiare contrada in numerose occasioni. La condanna dei testimoni della difesa e il silenzio di quelli dell’accusa potrebbero indicare che le violenze commesse dai giovani fossero tacitamente appoggiate da molti.

Conclusioni

  • 92 Processo, cc. 112r-113r.

28Dopo aver vagliato le deposizioni, i giudici si riunirono per votare la sentenza finale: libera assoluzione per tutti gli imputati, con due voti contro uno.92 Cosa convinse i giudici a far cadere l’accusa di stupro violento? Anche se nel processo non sono allegate le motivazioni della sentenza, l’analisi del caso ha confermato il peso determinante esercitato dai miti dello stupro, mostrando come questi agissero non solo nella retorica giuridica, ma anche nelle dinamiche comunitarie. Grazie al mito del ricatto, nonostante prove fisiche schiaccianti, il procedimento si trasformò in un’indagine sulla condotta della vittima, volta a dimostrare l’infondatezza delle accuse. A celebrare il processo è la comunità in cui vive Maria, che gioca un ruolo fondamentale nella sentenza di assoluzione. Nessuno di coloro che conosce i fatti per sentito dire o perché li ha visti di persona, nemmeno i testimoni chiamati dall’accusa, sembra percepire lo stupro subito dalla ragazza come una violenza. In questo senso, non solo i giudici, ma l’intera comunità finisce per mettere in dubbio la versione della ragazza. I miti dello stupro avevano un ruolo anche nelle violenze quotidiane subite dalle donne che usavano gli “spazi di trasgressione” per prostituirsi. Facilitando le assoluzioni e promuovendo la stigmatizzazione delle ragazze come Maria Antonia, essi impedivano loro di essere tutelate dalla legge, anche in caso di stupro violento. La prassi legale del Settecento, profondamente influenzata da questi miti, appare offrire meno tutele alle vittime rispetto ai secoli precedenti.

29Lo sguardo retrospettivo su casi come quello di Maria consente di problematizzare letture storiografiche semplicistiche o evoluzioniste del fenomeno della violenza sessuale. La sua impunità non era (e non è) effetto di arretratezza culturale o assenza di norme, bensì prodotto di una cultura che, allora come oggi, tende a porre sotto accusa la vittima più che il reo.

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Bibliographie

Archivi

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Notes

1 Per un sunto delle due posizioni, si veda Walker 2013, p. 115-118.

2 Lombardi 2004, p. 351-352.

3 Anche il consenso della vittima – sebbene strettamente connesso con il concetto di onestà – rimaneva centrale per la definizione del reato. Su questo aspetto e sulle tutele alle meretrici, Cazzetta 1999, p. 15-43.

4 Walker 2013, 127.

5 Geoghegan-Fittall – Skinner – Stanko 2023, p. 179-180.

6 Cit. in Hayes 2024, p. 158. Qui e altrove, quando non specificato diversamente, le traduzioni sono dell’autore. Fanghanel 2019, p. 8-13.

7 Per la storia delle arti si veda Wolfthal 1999; per la letteratura Appelbaum 2022, Blyth – Colgan – Edwards 2018, Robertson-Rose 2001; per il teatro Solga 2006, Baines 1998. Recentemente, nell’ambito degli studi letterari, è stata proposta la creazione di un nuovo campo di ricerca, lo humanistic rape studies: Spampinato – Thierauf 2023.

8 Si veda anche quanto detto da Appelbaum 2022, p. 16-17. Pochi studi sull’epoca moderna si sono concentrati sul ruolo giocato dagli stereotipi nella retorica processuale, con eccezione Walker 2013, che si focalizza sulla percezione popolare dello stupro al di fuori dei processi, ma non indaga come gli stereotipi rientrino o influiscano sulle decisioni dei giudici, e Simpson 1986, che si focalizza sul mito del ricatto.

9 Bohner – Eyssel – Pina et al. 1998, p. 14, traduzione dell’autore. Su questi aspetti si veda Smith – Skinner 2017, p. 442-443. Hayes 2024, p. 171, propone di sottolineare le radici patriarcali dei miti dello stupro, ribattezzandoli «patriarchal rape myths» per evitare l’approccio denigratorio diffuso nella cultura generale, che considera il mito come un elemento negativo e un ostacolo al sapere scientifico.

10 Hayes 2024, p. 156-158.

11 Daly 2022, p. 15-16.

12 Simpson 1986, p. 102.

13 Secondo Gambier 1980, i casi di deflorazione e stupro conservati nell’archivio degli Esecutori alla bestemmia sono 81. Il processo conta più di cento carte ed è conservato in ASVe, Esecutori alla Bestemmia, b. 46, fasc. 48. Processo sopra memoriale di Gaetano Signoretti, peater, per violento rato e violenta deflorazione con successive copule carnali in Maria Antonia, figlia nubile del sudetto [d’ora in avanti, Processo]

14 Feci – Schettini 2017, p. 11-16; Walker 2013, p. 115; Cazzetta 1999, p. 15-18 sq. Per la Francia si veda Vigarello 2001, p. 100-117.

15 Lombardi 2020, p. 311; Feci – Schettini 2017, p. 12. Per gli intrecci tra cultura tradizionale e innovazione illuminista e la difficoltà a punire per stupro in Inghilterra, cf. Simpson 1986, p. 102-103. Ciò accadde anche in relazione al reato di stupro semplice, sul quale, per esempio, ebbe luogo un vivace dibattito nella toscana Leopoldina: vedi Alessi 1989, p. 129-142.

16 Ferro 1778-1781, p. 756-757. Il suo Dizionario si configurava come un compendio di leggi pensato per la formazione dei giovani della «veneta advocatura».

17 Simpson 1986.

18 Barbagli – Kertzer 2001; Ferraro 2018, p. 33; Palazzi 1997.

19 Fanno eccezione Ferrante 1987, sulla Bologna del Seicento e Ferraro 2018, su Venezia in epoca moderna. Tra i più recenti approcci di studio sulla prostituzione, si vedano Weddle 2019; Clarke 2015.

20 Ferraro 2018, p. 38.

21 La bibliografia sull’argomento è molto vasta, si veda nello specifico il recente volume curato da Lagioia – Paoli – Rinaldi 2020.

22 «Violence is an act of physical hurt deemed legitimate by the performer and illegitimate by [some] witnesses». Riches 1986, p. 8.

23 Casanova 2020, p. 147-148.

24 Vigarello 2001, per esempio, considera la violenza sessuale un «effetto della brutalità» dell’epoca moderna, un evento normale in antico regime. Corbin 1992, p. V-VI definisce la violenza sessuale come prodotto di «desiderio irrefrenabile» e tipico, nel XV secolo, delle «frustrazioni sessuali della gioventù maschile sfaccendata avvinazzata». Entrambe queste visioni ricalcano il mito secondo il quale «only deviant men are rapists», cf. Daly 2022, p. 17.

25 Secondo Lee, 2013, p. 89, lo stupro era «a distressingly common feature of everyday life», commesso da branchi di giovani o soldati mossi da uno spirito selvaggio e inclini a commettere atrocità. Questa visione è adottata anche da Pinker 2011, p. 266-273.

26 Si vedano per esempio Carroll 2017 e Dwyer – Micale 2021. Si veda anche quanto scritto da Bourke 2021 in un saggio di critica a Pinker 2011. Sul processo di civilizzazione in riferimento allo stupro, Tomaselli – Porter 1986, p. 6-7; su violenza e processo di civilizzazione, si veda Caroll 2020; su civilizzazione ed emozioni, Rosenwein 2001.

27 Cit. in Scarabello 2006, p. 133, ripreso da Ferraro 2018, p. 54.

28 Ferraro 2018, p. 30-31.

29 BMC, Provenienze Diverse, 171, cc. 255-257. Il conteggio non tiene conto delle voci che riportano un numero indefinito di donne, come per es. «sorelle Zamparuta». Per una mappatura della prostituzione a Venezia si veda Weddle 2019.

30 Ferrante 1987, p. 1000-1001.

31 Ferraro 2018, p. 41.

32 Weddle 2019, p. 96-98. Sulla prostituzione nelle chiese, Cecchinato 2024, p. 121-122; Ferraro 2018, p. 30-59.

33 Saint-Didier 1680, p. 448-451.

34 Processo, cc. 76v-77r.

35 Processo, c. 78v.

36 Fisher 2016.

37 Processo, c. 76v.

38 In Toscana il disprezzo dei giuristi colpiva indiscriminatamente «tutte le donne del popolo, accomunate dalla cattiva reputazione di persone disoneste e astute, pronte a usare sfacciatamente il proprio corpo per adescare giovani di buona famiglia e accusarli di stupro al fine di trarne vantaggi personali.» Lombardi 2020, p. 312.

39 Processo, c. 2r.

40 Processo, c. 2r-v.

41 Feci – Schettini 2017, p. 25-26; Cohen 2000, p. 56; Walker 1998, p. 4.

42 Le due testimonianze sono rispettivamente in Processo, cc. 3r-4r e cc. 14v-15r.

43 Casanova 2020, p. 149, nota come le ricostruzioni tratte dai fascicoli seicenteschi del tribunale bolognese del Torrone le ragazze non fornissero quasi mai particolari che qualificassero la violenza subita, ma descrivessero i fatti con «termini crudi privi di qualsiasi coinvolgimento». Anche nella Svizzera del XVII-XVIII secolo le corti non dimostrano alcun interesse per i traumi psicologici subiti dalle vittime di stupro, e appaiono interessati unicamente a stabilire l’entità del danno fisico: Loetz 2015, p. 115-140.

44 Boakye 2009, p. 1635. Temkin 1989, p. 16-18.

45 «Victims had other languages to communicate their pain. When the after-effects of rape were discussed, attention was paid to physical and moral realms. Women would ‘mysteriously waste away, sicken, grow pale, thin, waxen, and finally quit the earth, and send their forms to early graves, – like blasted fruit falling before half ripened’ (as one author explained the aftermath of ‘forced love’ or marital rape in 1869).» Bourke, 2021. Si veda anche quanto scritto da Walker 1998, che però sosteneva non si potessero applicare categorie psicologiche odierne alle fonti storiche.

46 Processo, c. 3r.

47 Processo, c. 10r. In questo caso non sembra valere ciò che è stato osservato per alcuni casi bolognesi, ovvero che l’analisi degli organi genitali non desse mai risultati certi perché moltissime denunce erano sporte a distanza di mesi dall’accaduto. Si veda Casanova 2020, p. 151.

48 Simpson 1986, p. 106, traduzione dell’autore. Per i dubbi sulle denunce per stupro violento presentate dalle donne, si veda anche Arrivo 2006, p. 49-61, che però non usa la categoria analitica del mito dello stupro.

49 Processo, cc. 8v-9r.

50 Cazzetta 1999. Per Simpson 1986, p. 107, «these attitudes are not just those taken in the prosecution of the law, they are actually embedded in legal tradition».

51 Processo, c. 1v.

52 Processo, c. 3r.

53 Processo, cc. 1r-v e 3v.

54 Lombardi 2004, p. 356-357.

55 Processo, c. 9v.

56 In queste richieste traspare la volontà di vendicarsi, al contrario di quanto accadeva solitamente in casi simili: Feci – Schettini, p. 21.

57 Processo, c. 29r.

58 Lett 2015, p. 206; Walker 2013, p. 124; Simpson 2004; Ruggero 1975.

59 Processo, c. 81r-v.

60 Processo, cc. 30r e 31r.

61 Cowan 2021, p. 87-89.

62 Arrigo 2006, p. 109.

63 Per un caso toscano in cui non si riuscì a provare la resistenza opposta dalla vittima, cf. Arrigo 2006, p. 53-58.

64 Daly, 2022, p. 17; Cowan 2021, p. 88-89; Frese – Moya – Megías 2004, p. 145.

65 Cowan 2021, p. 90; «There was a strong link between popular, and male-biased, cultural beliefs of the eighteenth century and the law of rape» (Simpson 1986, p. 104-106).

66 «Conosciuti gl’inganni, e le frodi che dalla malizia delle femmine venivano posti a campo a delusione della giustizia ed in aggravio degli innocenti, e fatta certa la sapienza de’ progenitori di Vostre eccellenze delli disordini e degli inconvenienti che da ciò derivavano, fu stabilito con santissime leggi che non fossero più ascoltate le ricorrenti le quali con valide prove e con l’ordine giudiziario non provassero in faccia alla giustizia le loro accuse. Per le volontarie fu determinato che non avesse nemmeno a procedersi, e per quelle che dicessero di esser state sforzate o ingannate fu prescritto che con le solide prove avessero a far constare le cose introdotte, restando intieramente proscritta la in allora invalsa consuetudine di prestarsi fede alle voci della sola femmina deponente in proprio vantaggio». Processo, c. 100r.

67 Processo, c. 100v.

68 Arcangeli 2018.

69 Processo, p. 101r.

70 Era successo pochi anni prima a Napoli, dove nel 1774 è messa a stampa un’arringa difensiva intitolata Su di un’accusa di stupro data da una pubblica figurante ballerina, vale il dire, da una prostituita, come dalle leggi viene caratterizzata, probabilmente come utile modello da seguire in casi simili. Vernieri 1774.

71 Ferrante 1987, p. 999.

72 Processo, c. 76v.

73 Arrivo 2006, p. 43-46.

74 Arrivo 2006, p. 46-49.

75 Che in questi casi diveniva uno strumento di controllo sociale influenzato dai rapporti intercorrenti tra i membri della comunità stessa. Cf. Fenster – Smail 2003 e, per Venezia, Cowan 2008.

76 Nella Francia post-rivoluzionaria, per esempio, il pubblico interviene spesso in favore della vittima o dell’accusato, influenzando le sorti del processo. Vigarello 2001, p. 114-117.

77 Ferraro 2018, p. 30. Per il controllo del vicinato sul gioco d’azzardo, cf. Cecchinato 2025.

78 L’unica voce femminile ad aggiungersi a quelle di Maria e delle sue famigliari è di una priora, chiamata al solo scopo di certificare la fede da lei fornita. Processo, c. 26r.

79 Judde de Larivière 2020, p. 78-80; Arrivo 2006, p. 140-144.

80 Le tre fedi sono inserite sciolte nel fascicolo processuale. In altre città italiane, le fedi di buon costume servivano a distinguere le donne oneste da quelle che praticavano il meretricio e dovevano una tassa al comune: Ferrante 1987, p. 990-991.

81 Processo, cc. 26v-27r.

82 Processo, c. 79v.

83 Processo, c. 77v.

84 Processo, cc. 15v-16r.

85 Processo, c. 19r.

86 Processo, cc. 16r-17v.

87 Processo, cc. 13v-14r.

88 Processo, c. 24v.

89 Processo, c. 21r.

90 Processo, cc. 19v-20r.

91 Sul trentuno della Zaffetta come forma di vendetta e punizione si vedano Mantioni 2019 e Rossi 2009. Sui riti di umiliazione come atto di potere si veda Frevert 2022, p. 25-29. Nei tre quarti dei casi, le umiliazioni e offese pubbliche rivolte a donne a Roma nel Cinquecento riguardavano prostitute. Cohen 1992, 609-615.

92 Processo, cc. 112r-113r.

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Pour citer cet article

Référence papier

Umberto Cecchinato, « Prostituzione informale e ruolo dei miti dello stupro nelle assoluzioni per violenza sessuale »Mélanges de l’École française de Rome - Italie et Méditerranée modernes et contemporaines, 137-2 | 2025, 227-240.

Référence électronique

Umberto Cecchinato, « Prostituzione informale e ruolo dei miti dello stupro nelle assoluzioni per violenza sessuale »Mélanges de l’École française de Rome - Italie et Méditerranée modernes et contemporaines [En ligne], 137-2 | 2025, mis en ligne le 11 mai 2026, consulté le 22 juillet 2026. URL : http://journals.openedition.org/mefrim/16782 ; DOI : https://doi.org/10.4000/168n8

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Umberto Cecchinato

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