Un documento in cerca d’autore
Résumés
Il lavoro ha come principale obiettivo quello di rileggere e ricontestualizzare P.Ital. 3, un documento di papiro particolarmente discusso nella storiografia sull’economia fondiaria a cavallo tra tarda antichità e alto medioevo, dato che attesterebbe già nel VI secolo sistemi curtensi nella campagna di Padova. Una nuova interpretazione complessiva del pezzo, basata su un’analisi papirologica, topografica e storico-patrimoniale, riesce così a rischiarare alcuni punti problematici che esso ha finora comportato nel dibattito storiografico.
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Keywords:
manorial system, papyrus, polyptychs, Padua, Ravenna, Byzantine Italy, land economy, early Middle AgesParole chiave:
sistema curtense, papiro, polittici, Padova, Ravenna, Italia bizantina, economia fondiaria, alto medioevoPlan
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Storiografia e metodi. Dal dibattito sulla curtis ai beni pubblici altomedievali
- 1 P.Ital. 3 = ChLA XX 709 = Trismegistos 3282974. Tengo a ringraziare Sandro Carocci, Erika Cinello, (...)
- 2 Ruggini 1961, p. 406-466; Jones (A.) 1964, p. 773-774; Jones (P.) 1964, p. 329-331; Percival 1969; (...)
1P.Ital. 3 è un documento celebre nella storiografia sull’economia e sulla società nei secoli di transizione tra la tarda antichità e l’alto medioevo.1 Conservato oggi in Biblioteca Apostolica Vaticana ma proveniente dall’archivio arcivescovile di Ravenna, è stato infatti molto a lungo al centro del dibattito sulle origini del sistema curtense, discusso fra gli altri da Lelia Ruggini, Arnold H.M. Jones, Philip Jones, John Percival, Walter Goffart, Pierre Toubert, Adrian Verhulst, Bruno Andreolli, Massimo Montanari, Domenico Vera, Giusto Traina, Gianfranco Pasquali, Peter Sarris e Chris Wickham.2
2La sua centralità nel dibattito si deve a due motivi precisi. Il primo riguarda i contenuti: in una descrizione di terre, coloni e rendite dell’arcivescovo ravennate, nel documento si stagliano un dominicum, una serie di exenia e alcune operae, in altre parole un centro di raccolta, donativi in natura e corvées, i tre elementi che costituiscono l’idealtipo dell’azienda bipartita dell’alto medioevo, la curtis. Il secondo motivo riguarda invece la cronologia: datato dal suo ultimo editore, Jan-Olof Tjäder, agli anni centrali del VI secolo, esso anticiperebbe di un secolo abbondante le prime attestazioni europee di sistemi curtensi, che una consolidata grande narrazione vuole nati nelle regioni dominate dai Franchi tra VII e VIII secolo.
- 3 Cortonesi 2014, p. 100-103; Provero – Vallerani 2016, p. 87-93; Albertoni – Collavini – Lazzari 202 (...)
3Pezzo singolare, senza apparenti paralleli coevi, P.Ital. 3 ha così incarnato una scomoda obiezione a quella grande narrazione. Se la curtis nacque nell’Europa settentrionale di fine VII secolo, come è possibile che i suoi elementi costitutivi figurino già nell’Italia bizantina del VI? Diverse sono state le risposte fornite al quesito. Rimescolando le carte in tavola, qualcuno ha proposto una teoria continuista immaginando un sistema maturo già nell’epoca tardoantica (Jones, Percival, Goffart). Mostrando scetticismo, qualcun altro ha proposto di minimizzare la portata di una fonte assai singolare, rimettendone in discussione la datazione (Toubert, Andreolli) oppure rimarcandone l’assoluta eccezionalità, dunque relativizzandone la rappresentatività nel panorama del suo tempo (Vera). Accordandogli maggior fiducia e ben consapevoli delle lacune documentarie dei secoli VI-VIII, più di recente altri studiosi ancora lo hanno considerato come il vero trait-d’union tra le pratiche di gestione fondiaria tardoromane, solo occasionalmente accostabili al modello curtense, e le pratiche altomedievali, queste sì, sistematicamente inquadrabili nel medesimo modello (Pasquali, Sarris, Wickham). Tali ultime riflessioni, assestate attorno al 2005, hanno anche il merito di aver sopito il dibattito sulle origini del sistema curtense. Posto che P.Ital. 3 fa parte di un più che dinamico orizzonte tardoantico, i manuali universitari hanno potuto ribadire con maggior serenità il protagonismo franco nella genesi di quel sistema.3
- 4 Bougard – Loré 2019.
- 5 Vallerani 2021, con importanti implicazioni sul processo genetico dei comuni italiani.
- 6 Indicativi in tal senso Tomei 2020 ed Esders 2020, entrambi volti ad analizzare importanti document (...)
4Tuttavia, in tempi recenti il dibattito si è aperto nuovamente, ma stavolta con una prospettiva totalmente diversa. Guardando ai nuovi questionari della New Institutional Economics, molti studiosi dell’alto medioevo hanno inserito il parametro «pubblico» nelle problematiche sui sistemi di gestione agraria e sulle società rurali dei secoli di transizione, raggiungendo una più solida consapevolezza del ruolo attivo di autorità e istituzioni nella circolazione e nella redistribuzione della ricchezza, dunque anche nei processi di cambiamento sociale. Dopo aver meglio inquadrato i secoli VIII-X,4 le riflessioni stanno ora procedendo verso nuove direzioni cronologiche: da una parte si guarda in avanti, cercando gli esiti bassomedievali di usi e consumi dei beni pubblici – o di matrice pubblica – altomedievali;5 dall’altra parte si guarda all’indietro, cercando le radici antiche e tardoantiche dei sistemi di gestione e soprattutto di molte pratiche di redistribuzione della ricchezza fondiaria.6 Inutile dire che, in questa nuova prospettiva, anche il discorso sulla curtis può portare nuovi frutti, così come può portarli una nuova analisi di P.Ital. 3, sul quale, vale la pena di aggiungerlo, gravano ancora problemi di datazione e incertezze interpretative. Mentre il discorso sulla curtis verrà riaperto in questo dossier da Paolo Tomei, l’analisi di P.Ital. 3 è, precisamente, l’oggetto del presente lavoro. Essa è impostata su un questionario semplice, ma profondo: che cos’è P.Ital. 3 e qual è la sua funzione nel più ampio contesto politico e archivistico di riferimento? Cosa ci dice sulla redistribuzione della ricchezza da parte dei poteri pubblici nei secoli di transizione? Qual è il suo apporto alla comprensione della storia dei beni pubblici nel medioevo?
5La riflessione si articola in tre parti distinte, ciascuna con una funzione precisa. La prima parte (Il documento nella sua materialità) offre una nuova illustrazione testuale e materiale del documento, presentandone i contenuti, ricostruendo le sue dimensioni originali – si tratta infatti di un frammento – e proponendone una datazione più precisa. La seconda parte (Il documento nel suo contesto politico ed economico) cerca invece di offrire nuovi dati in merito al contesto politico ed economico cui il documento si riferisce, procedendo lungo un binario doppio che affronti sia la storia dell’attore politico di riferimento, l’arcivescovo di Ravenna, sia quella del territorio su cui il testo insiste, cioè la campagna meridionale della città di Padova. La terza parte, conclusiva (Aperture), formula infine alcune proposte interpretative per meglio inquadrare i territori bizantini e post-bizantini dispiegati attorno a Roma e a Ravenna nella storia dei beni pubblici. L’appendice finale propone una trascrizione diplomatica del documento sulla base di una nuova ispezione autoptica: questo con l’auspicio che il lavoro possa costituire anche una “scheda di servizio” utile ad approfondire ulteriormente il discorso e alcune questioni che, per forza di cose, saranno in questa sede soltanto abbozzate.
Il documento nella sua materialità: un’analisi diplomatistica, papirologica e paleografica
6Il Pap. Vat. Lat. 4 della Biblioteca Apostolica Vaticana, meglio noto come P.Ital. 3 per via del suo posto nell’edizione di Tjäder, proviene dall’archivio degli arcivescovi di Ravenna. Si trova oggi al di fuori della sua primigenia sede di conservazione, come la maggior parte degli altri documenti più antichi di quell’archivio, in ragione di un trafugamento promosso tra XV e XVI secolo dai Veneziani, responsabili di una dispersione dei documenti, in epoca successiva, in varie sedi europee e americane.
7Il frammento, lungo 88,7 cm e alto 29 cm, contiene due colonne di scrittura affiancate. La prima, a sinistra, pervenuta soltanto per metà; la seconda, a destra, pervenuta invece integra (o quasi, come spiegherò fra un momento). Sotto le due colonne si trova una linea di scrittura ingrandita (fig. 1).
8La colonna di destra è composta da 12 righe di scrittura. Nella prima, in alto, si trova un “titolo topografico”, il territorio di Padova o terr(itorio) Patavino. Nelle altre righe sono invece presentate, una dopo l’altra, 11 unità gestionali di terra, descritte secondo una formula tripartita che racchiude: a) la qualifica e il nome dell’unità gestionale, più alcune sue eventuali caratteristiche; b) i nomi delle persone che hanno in gestione l’unità e le loro qualifiche; c) i pagamenti, in denaro e in natura, che i gestori devono ogni anno al proprietario delle terre, secondo la seguente formula (tratta da col. II, rr. 4-5):
– col(onica) Novaciana pro medietate, p(er) Proiectum col(onum), pr(aestat) sol(idos) n(umero) III tre[m(issem)] I si[liq(uas) III], in xen(iis) ans(eres) II gal(linas) XII ova CXX mel(lis) p(ondo) LXXX;
– col(onica) s(upra)s(crip)ta pro parte alia pro medietate, p(er) Valerium col(onum), pr(aestat) sol(idos) n(umero) III tre[m(isse-) . ] sil[iq(uas) III], in xen(iis) ans(eres) II gal(linas) XII ova CXX mel(lis) p(ondo) LXX.
- 7 Sciolgo l’abbreviazione col. in colonica, e non colonia, semplicemente perché l’unico papiro dell’a (...)
9Per quanto riguarda le unità gestionali, la prima porta la qualifica di saltus, le altre sono colonie (colonicae) o paludi (paludes).7 Per quanto riguarda i gestori, al saltus è associato un vilicus, alle colonie diversi coloni o altre persone senza qualifica, a una delle due paludi un presbitero (praesbyter). Per quanto riguarda infine i pagamenti, tutte le unità sono tenute a pagare censi monetari in solidi, silique o tremissi; il saltus e le colonie anche censi in natura in oche (anseres), galline (gallinae), uova (ova) e libbre di miele (mellis pondo), le paludi invece soltanto oche e libbre di latte (lactis pondo).
10La colonna di sinistra, quella frammentaria, segue la stessa logica ma con alcune differenze: è composta di 11 righe, e non 12; per essa sono conservati solo i dati relativi ai pagamenti in denaro e in natura, questi ultimi con libbre di lardo (lardi pondo) al posto di miele e latte; nella decima riga compare la formula in domnico, assente nella colonna di destra; oltre i pagamenti in natura, sono esplicitate le prestazioni d’opera (operae) che i gestori devono effettuare alcuni giorni alla settimana, secondo la formula p(er) ebd(oma) oper(as) III. Al contrario di quanto sostenuto da tutti gli studiosi che si sono occupati del documento, ritengo che qui, cioè nella colonna di sinistra, la presenza aggiuntiva di prestazioni d’opera sia in realtà soltanto una differenza apparente rispetto alla colonna di destra. In quest’ultima, infatti, nella quale come ho detto le operae sono assenti, il frammento si interrompe proprio lì dove avrebbe dovuto incominciare l’elenco delle prestazioni. Non è dunque affatto escluso che il testo proseguisse oltre il bordo del papiro così come lo conosciamo oggi, e che dunque anche tale colonna ci sia giunta in forma frammentaria.
11Sotto le due colonne, vicino al margine inferiore del frammento, si trova un sommario ricognitivo di tutti i dati numerici del papiro, pervenuto anch’esso parzialmente e relativo a polli, uova, lardo e miele.
- 8 Per queste definizioni cf. Cammarosano 1991, p. 65; Gravela 2020, p. 7; Ghignoli 2022.
12Si tratta, come è evidente, di un documento in forma di lista, uno di quei documenti che, continuamente aggiornati e riscritti in ragione delle loro finalità ricognitive e amministrative, si conservano raramente negli archivi. Se Paolo Cammarosano li ha definiti «leggeri» in ragione della loro volatilità, Marta Gravela ha preferito parlare di «documenti viventi» (living documents) pensando ai continui processi di aggiornamento che li coinvolgono. In accordo alle recenti categorie d’analisi proposte da Antonella Ghignoli, P.Ital. 3 rientrerebbe poi anche nel gruppo delle «tabelle» (tables), arrangiate in «file e colonne» (rows and columns) in modo da agevolare la lettura su due livelli: orizzontale se ci fosse stata intenzione di soffermarsi sui dati di un intero item o fila, in questo caso l’unità gestionale (colonica) e tutto ciò che la riguarda; verticale invece se ci si fosse voluti concentrare su dati più specifici o micro-colonne, come ad esempio i soldi (solidos), le oche (anseres) o le prestazioni d’opera (operas).8
- 9 L’edizione di riferimento è Inventari altomedievali.
13Benché “leggeri”, documenti del genere non mancano negli archivi altomedievali. Appartengono infatti a questa categoria tutti quegli «inventari di terre, coloni e redditi» noti perlopiù come «polittici» e conservati a partire dalla fine dell’VIII secolo. Anche se le edizioni più importanti di questi inventari non hanno mai incluso P.Ital. 3,9 non serbo esitazione alcuna a considerare il documento come il più antico esemplare di polittico medievale dell’Europa latina, tante sono le somiglianze: forma tabellare, sommari ricognitivi, lessemi tecnici quali (e)xenia, operae, domnicum, praestare, ordinare e via dicendo. Del resto, lo stesso termine polyptychum (gr. πολύπτυχον) i medievisti l’hanno preso in prestito dalle modalità con cui, tra V e VI secolo, erano appellati alcuni documenti municipali e vescovili, testimoniati purtroppo soltanto in forma indiretta.
- 10 Internullo 2019. Per gli Apioni, cf. Sarris 2004.
14L’unica differenza tra il documento ravennate e i polittici altomedievali risiede nel materiale scrittorio, il papiro per P.Ital. 3, la pergamena per gli altri polittici. È un elemento da tener presente per almeno due motivi: primo, esso si inserisce in un contesto culturale ed economico, quello dell’uso del papiro, comune a molte città d’Europa prima degli ultimi anni del VII secolo; secondo, data la fragilità del materiale, esso spiega anche lo stato particolarmente frammentario del documento, che diviene così accostabile anche ai numerosi registri tabellari pervenuti su papiro dall’Egitto, come i famosi inventari degli Apioni del VI secolo.10
- 11 P.Ital. I, p. 187; Pasquali 2005, p. 455-460 [= Pasquali 2008, p. 100-107]; Eisenberg – Tedesco 202 (...)
15Rispetto ai documenti integri, lo stato frammentario di P.Ital. 3 richiede dunque una riflessione aggiuntiva che, almeno in via ipotetica e seguendo le metodologie dei papirologi, tenti di risalire alle dimensioni e al volume originari del documento. Siamo in questo caso fortunati, data la possibilità di incrociare alcuni dati del sommario finale con quelli di una singola colonna, operazione già avviata da Gianfranco Pasquali, Paolo Tedesco con Merle Eisenberg e, prima di loro, dallo stesso Tjäder.11 Poiché il sommario finale ricapitola in totale 8880 uova e le due colonne censiscono rispettivamente 830 (destra) e 840 (sinistra) uova, dividendo il totale per ciascuna delle due cifre si otterranno rispettivamente 10,7 (8880 : 830) e 10,6 (8880 : 840), cioè numeri vicini a 11. Tenendo conto sia delle misure del frammento e delle colonne di testo al suo interno, sia di un certo margine di approssimazione da arrotondare per eccesso, il calcolo consente di immaginare un rotolo lungo 7-8 metri e alto circa 30 cm che, nel suo stadio originale, doveva contenere almeno 11, forse 12 colonne (fig. 2).
- 12 Vera 1999. È anche interessante, per le riflessioni formulate di seguito, l’accostabilità di questo (...)
16Quest’ordine di grandezza è utilissimo anche per ricostruire, attraverso un procedimento inverso dal parziale al totale, il volume dei dati censiti soltanto nelle colonne, ma non nel sommario finale. Se infatti si moltiplicano per 11-12 le cifre relative alle unità gestionali, ai gestori e ai singoli pagamenti, si arriva alla seguente stima, utile non tanto per le cifre economiche specifiche quanto, piuttosto, per il loro ordine di grandezza: questo rotolo di 7-8 metri e di 11-12 colonne illustrava in tutto 100-120 unità gestionali (colonicae e simili). Le unità gestionali dovevano essere amministrate da un totale di 165-180 gestori, i quali, se considerati come capi di famiglie contadine, farebbero riferimento a una società rurale di circa 800-1.000 persone. Unità gestionali e gestori rendevano ogni anno un totale di circa 400-500 solidi, circa 150-200 oche, 888 galline, 8.880 uova, 3.450 libbre di miele, circa 1.000 libbre di latte, 3.760 libbre di lardo, 266 polli. Il volume monetario (400-500 solidi) risulta particolarmente interessante, data la sua perfetta accostabilità alle rendite delle massae fundorum di IV, V e VI secolo, espresse perlopiù in centinaia di solidi e illustrate anni or sono da Domenico Vera.12 Forse non è un caso se il primo item della colonna padovana è chiamato saltus, un termine che richiama alla mente le grandi proprietà imperiali, in alcuni casi simili alle massae. Molto probabilmente il saltus padovano comprendeva al suo interno tutte le altre unità gestionali schedate nella colonna di destra (colonicae e paludes) e in quelle successive, non pervenute.
- 13 Una possibile interpretazione alternativa (che ritengo poco meno probabile): il territorio cittadin (...)
- 14 Per la formula in domnico si vedano, ad esempio, Le carte ravennati, n. 8: redere debeamus in domni (...)
- 15 L’ipotesi che tutti i gestori – o quasi – fossero tenuti alla prestazione di corvées potrebbe trova (...)
17È impossibile dire quanti fossero i territori cittadini compresi nel rotolo: probabilmente erano almeno due, quello di Padova e quello che terminava alla fine della colonna di sinistra, né sarebbe azzardato pensare che fossero proprio due, tre oppure pochi di più.13 A tal proposito vale la pena di precisare un dato: la presenza di un domnicum, cioè di un centro gestionale e di raccolta/percezione di pagamenti e corvées,14 si trova molto probabilmente nel penultimo rigo di un territorio cittadino; poteva tranquillamente essere l’ultimo, se pensiamo che l’ultima riga della colonna è stata aggiunta in un secondo momento, esattamente come è accaduto nella colonna di destra. L’assenza di un domnicum nei primi item del territorio padovano non ha dunque alcun significato di per sé, visto che esso poteva ben trovarsi in una delle colonne successive, perdute; ciò rende altamente probabile anche che, lì dove la colonna di destra si interrompe, fossero presenti anche diverse prestazioni d’opera attribuite ai gestori delle terre padovane.15 Non si tratta dunque, come a lungo si è pensato, di un’ignota proprietà fondiaria di tipo curtense (sinistra) e di unità sparse a gestione indiretta nel Padovano (destra), ma di qualcosa di più complesso, su cui tornerò più avanti.
- 16 Tjäder 1982; Internullo 2018, p. 666-670; Internullo 2023a. Ipotizzo una differenza di mani pensan (...)
- 17 Paulus Diaconus, Historia Langobardorum, IV 23-25.
18Conviene adesso soffermarsi sulla paleografia del documento. Parliamo di un aspetto particolarmente importante sia perché, in assenza di elementi cronologici espliciti, è la base più solida per formulare una datazione, sia perché la scrittura può rivelare dati molto utili sul profilo dei compilatori. Orbene, P.Ital. 3 risulta stilato da due mani, una per il testo principale e l’altra, cronologicamente vicina alla prima ma di modulo più piccolo e di andamento più regolare, per le sue correzioni e aggiunte posteriori. Entrambe adoperano una corsiva nuova di tipo burocratico, piuttosto fluida e con la particolarità di mostrare sporadicamente una forma di lettera d che Tjäder ha individuato come forma “arcaica”, o meglio tipica della corsiva antica romana e persistente solo in alcuni documenti tardoantichi scritti in corsiva nuova. Da un punto di vista cronologico, la pratica di adoperare forme grafiche arcaizzanti – compreso il caso della d – risulta piuttosto diffusa nel VI secolo, per nulla invece nel VII, come già a suo tempo rilevato da Tjäder. Da un punto di vista sociale e culturale, essa risulta adoperata esclusivamente da due categorie di scrittori di carte: gli exceptores, cioè gli stenografi degli uffici tardoantichi (municipali, prefettizi etc.), e i notarii al servizio delle chiese vescovili, che del resto venivano reclutati dalle stesse file degli exceptores.16 Considerando che i migliori paralleli paleografici di P.Ital. 3 sono P.Ital. 2, compilato da un notarius arcivescovile ravennate negli anni 565-570, e P.Ital. 4-5, compilato da un exceptor prefettizio negli anni 555-562, è assai plausibile che anche il nostro documento fosse stato redatto nello stesso torno di anni da un notarius arcivescovile, poco meno probabilmente da un exceptor prefettizio. Che si tratti di una di queste figure ci è poi confermato anche da un ulteriore elemento paleografico, ovverosia la presenza della scrittura alta e stretta cosiddetta «grande allungata», anch’essa impiegata esclusivamente da exceptores e notarii. E ancora una conferma a tale datazione ci viene poi data da un ulteriore elemento, di natura politica: stando a Paolo Diacono, Padova e il suo territorio vennero conquistati dai Longobardi intorno al 602.17 Difficilmente avremmo trovato aziende padovane nell’archivio ravennate, se il papiro fosse stato compilato dopo questa data. E infatti in tutta la documentazione posteriore del medesimo archivio non si trova un solo cenno a Padova e al suo territorio. L’interruzione longobarda potrebbe spiegare anche la sopravvivenza di un «documento vivente» nell’archivio ravennate. Persa la sua linfa vitale, esso sarebbe stato in seguito “monumentalizzato”, conservato cioè come testimonianza di un diritto acquisito, poi perduto. Qualcosa di simile ai documenti «pesanti» o munimina.
- 18 A titolo comparativo, nel Lazio la massa Cesana, descritta in un privilegio papale del 905 ma basat (...)
19Abbiamo così potuto ricostruire la forma e il volume, materiale ed economico, di un imponente inventario, o meglio un breve, stilato negli ambienti arcivescovili ravennati nel tardo VI secolo, forse intorno agli anni 565-570, da alcuni notarii o exceptores vicini o interni all’arcivescovato. Accanto a una rendita economica complessiva di 400-500 solidi, il documento doveva censire al suo interno un cospicuo numero di unità gestionali come colonicae, paludes, forse anche fundi, a loro volta inquadrati all’interno di proprietà più grandi come i saltus o le massae.18 Sull’identità dei gestori, tra vilicus e coloni poco si può dire se non che il primo, di nome Massimo, è soggetto a pagamenti inferiori rispetto ai secondi, mentre questi ultimi sono affiancati da persone senza qualifica con elementi onomastici greci o vezzeggiativi che richiamano il mondo servile. I coloni si chiamano Proietto, Valerio, Riparato e Giustino, gli altri invece Giovanni, Vigilio, Basso, Quintolo, Sabinione, Vittorino, Severo, Leone e Achille. Si trattava realmente di un documento «vivente», più volte consultato e aggiornato, nei decenni successivi (570-602), ogni qual volta fosse stato necessario modificare i rapporti tra proprietario e gestori. È quanto mostrano, nella colonna padovana, le righe relative alle colonie Candidiana, Valeriaca e Severiaca e alla palude Pampiliana. La colonia Candidiana, prima affidata ai coloni Riparato e Giustino, è stata in un secondo momento depennata dall’inventario, per essere poi riproposta alla fine della colonna perché «da poco messa in ordine» (nuper ordenata). La colonia Valeriaca, inizialmente affidata a Quintolo, Vittorino e Severo, ha visto subentrare agli ultimi due gestori un altro personaggio, Sabinione, mentre Vittorino e Severo sono stati depennati e poi trasferiti nella Severiaca per lavorare a fianco di Leone e Achille. Della palude Pampiliana, infine, si riporta che «il prete Vittore dice essergli stata donata» (sibi dicet presbyter Victor donata). Probabilmente c’è un contenzioso in atto, riportato dal notarius sulla base di informazioni prese oralmente in loco da qualche intermediario dell’arcivescovo, forse il vilicus Massimo o forse qualcuno dei suoi actores e defensores.
- 19 Cf. Porena 2012, p. 239-240 (Cassiodoro), più in generale p. 265-267; Marazzi 1998, p. 85-91 (Greg (...)
20Il fatto che il documento sia “unico” non deve trarre in inganno. Da una parte, il supporto scrittorio dell’epoca non favoriva molto la conservazione di documenti, tantomeno di documenti leggeri come i brevia. Dall’altra parte, paralleli pervenuti in copia o in testimonianze indirette non mancano: basti pensare alle lettere di Cassiodoro (507-537) o di Gregorio Magno (590-604), esplicite sui brevia regi o papali, oppure, per i secoli successivi, ai brebi de omni territuria che nel 733 re Liutprando comandò di stilare per tutte le curtes pubbliche del regno longobardo, o ancora agli inventari papali di VIII e IX secolo schedati e riprodotti, nell’XI, dal cardinale Deusdedit nella sua Collectio Canonum. In una cronologia più estesa, P.Ital. 3 costituisce poi senz’altro uno degli antecedenti diretti del Breviarium Ecclesiae Ravennatis, il famoso registro di X secolo che (ri)censisce i beni dell’arcivescovo inquadrandoli anch’esso all’interno di territori cittadini, ma mettendo ora al centro della descrizione non più le unità gestionali, come in P.Ital. 3, bensì i tipi di documenti che avevano regolato alcuni rapporti politici ed economici sulle terre del patrimonio ravennate tra donazioni, enfiteusi e livelli.19 Anche il sommario finale di P.Ital. 3 possiede un importante valore euristico: esso consente infatti di immaginare almeno a titolo ipotetico che, quando nella documentazione “pesante” (praecepta, privilegia, chartulae) altomedievale venivano rese esplicite le rendite di grandi proprietà come massae, saltus, curtes o gualdi, tali rendite fossero recepite a partire da queste grandi ricognizioni che ricapitolavano una serie di più piccole unità gestionali come le colonie o le case massaricie.
Il documento nel suo contesto politico ed economico, fra Ravenna e Padova
21Se il polittico risulta databile intorno agli anni 565-570, quale fu, precisamente, l’occasione che indusse alla sua compilazione? Due fonti sono particolarmente esplicite in tal senso. Una è lo stesso comparandum paleografico del nostro inventario, cioè P.Ital. 2, l’altra è invece il Liber Pontificalis ravennate di Agnello.
- 20 Si tratta forse dell’attuale San Giovanni in Persiceto, tra Modena e Bologna, sul quale si veda San (...)
22P.Ital. 2, altro papiro dell’archivio ravennate confluito nella Biblioteca Vaticana, è un complesso verbale composto negli ambienti arcivescovili per registrare, verso gli anni 565-570, il trasferimento alla chiesa ravennate di un più che cospicuo complesso di beni fondiari, accordato inizialmente da Giustiniano e ora avallato da Giustino II e sua moglie Sofia. Come chiarisce il documento, quei beni erano composti da massae, fundi e coloni(c)ae appartenuti al «patrimonio che fu della chiesa degli Ariani» (patrimonium quod Arianorum quondam ecclesiae fuit), cioè delle chiese gote, e il trasferimento era stato accompagnato dalla compilazione di una serie di notitiae, presentate all’arcivescovo Agnello e ai suoi defensores e da costoro supervisionate, nelle quali si dava una descrizione delle suddette terre. Parte di queste notitiae, termine tecnico che si sovrappone a brevia, era stata riassunta nella sezione iniziale del documento, purtroppo anch’esso frammentario. Di questo riassunto rimangono solo gli item finali, coincidenti con una massa associata a una chiesa di S. Martino, un’altra massa tenuta in gestione da tal Giovanni capitularius nonché una terra qualificata dai termini Persicetum et Taberna.20
- 21 Agnellus, Liber Pontificalis, cap. 85-87 (p. 252-254).
23Il Liber Pontificalis, raccolta di biografie dei vescovi ravennati compilata nel IX secolo dal presbitero Agnello sulla base dell’archivio arcivescovile, fornisce un quadro leggermente più ampio del medesimo contesto: ai tempi dell’arcivescovo Agnello (557-570), scrive l’omonimo compilatore, Giustiniano aveva donato alla chiesa di Ravenna e al suo arcivescovo tutti i beni dei Goti (omnes substantias Gothorum), tanto nelle città (in urbibus) quanto nelle ville suburbane (in suburbanis villis) e nei villaggi rurali (in viculis), includendo in ciò templi, altari, servi, ancelle e tutto ciò che era risultato pertinente al diritto e al rito di quei pagani (ad eorum ius vel ritum paganorum pertinere potuit). Questo trasferimento, aggiunge, Giustiniano lo aveva corroborato con privilegi (per privilegia) formalizzati in un documento epistolare (per epistolam). Ulteriori dettagli poco più avanti: nel medesimo frangente l’imperatore aveva riconciliato alla fede cattolica tutte le chiese che, costruite ai tempi di Teodorico, risultavano sottoposte alla «perfidia Ariana», e cioè fuori Ravenna S. Eusebio in Campo Coriandro, S. Giorgio, S. Sergio di Classe e S. Zeno di Cesarea, dentro Ravenna S. Teodoro, S. Maria in Cosmedin e S. Martino in Ciel d’Oro, quest’ultima sontuosamente decorata e rifoderata ex novo.21
24Ora, dato che in fondo alle notitiae riassunte da P.Ital. 2 compare una massa fundorum associata a S. Martino, e dato che S. Martino, oggi S. Apollinare Nuovo, è l’ultima chiesa gota dell’elenco di Agnello, è assai probabile che i due elenchi di P.Ital. 2 e Agnello coincidessero almeno in parte. In altre parole è assai probabile che, mentre scriveva il brano, il compilatore del Liber Pontificalis avesse sotto gli occhi diversi documenti e fra di essi proprio la forma integra di P.Ital. 2, che non è altro se non la registrazione del completamento di quei passaggi iniziati con Giustiniano. Se le cose stanno così, come credo, il contesto di redazione di P.Ital. 3 coinciderebbe con il trasferimento di questi ingenti patrimoni ex-goti dal fisco imperiale bizantino alla curia arcivescovile ravennate.
- 22 A proposito delle fondazioni quae Gothorum temporibus vel regis Theuderici constructae sunt, S. Eus (...)
25Anche se rimane impossibile quantificare e identificare con esattezza tali beni, si può almeno dire che alcuni di essi erano schedati nelle notitiae di P.Ital. 2 e nel breve di P.Ital.3, mentre altri si celano ancora dietro a quei numerosi documenti di V e VI secolo tramandati dall’archivio arcivescovile, ma senza alcun nesso apparente con esso, spesso con Goti o con la prefettura al pretorio fra i loro attori principali. D’altro canto, Agnello e P.Ital. 2 sono espliciti nel riferire quei beni in generale ai Goti e in particolare alle loro chiese «ariane». Doveva trattarsi in entrambi i casi di terre afferenti in buona misura al fisco del re, visto che anche le chiese, alcune delle quali di sicura fondazione regia, avevano senz’altro ricevuto dotazioni patrimoniali dall’alto, come sarebbe stato il caso della massa di S. Martino. Similmente, Giovanni capitularius potrebbe rappresentare uno dei beneficiari di concessioni di terra fiscale, testimoniate anche dalle Variae di Cassiodoro.22
- 23 Oltre a P.Ital. 2 e ai brani del Liber Pontificalis or ora discussi (ai quali andrebbe aggiunta la (...)
26Una cosa comunque è certa: ferme restando singole donazioni pie effettuate da privati alla chiesa, fu proprio questa l’occasione in cui si formò, nella seconda metà del VI secolo, una gran parte del patrimonio fondiario di cui disporranno gli arcivescovi di Ravenna lungo il medioevo. Un patrimonio che in quel momento si estendeva a diverse zone d’Italia e che, in ragione delle sue radici fiscali, costituirà nei secoli successivi una delle basi su cui i presuli fonderanno il proprio dominio sulla Romania, facendo leva peraltro sugli stessi privilegi accordati da Giustiniano e dai suoi successori e più tardi, nei secoli VIII e IX, confermati da quei pontefici che intenderanno sostituirsi agli imperatori come nuove autorità supreme dell’Esarcato.23 E fu sempre questa l’occasione in cui si costituì il nucleo più importante dell’archivio di Ravenna, nel quale, non a caso, i documenti di VI secolo appaiono incredibilmente più numerosi per quantità e varietà rispetto a quelli di V, di VII e persino di VIII. Oltre che una base giuridica, quei documenti acquisiti, fra i quali rientravano privilegi imperiali, documenti regi e prefettizi, copie di gesta municipali, atti amministrativi e altro ancora, divennero nel tempo modelli di ispirazione per elaborare nuove forme documentarie e amministrative.
27P.Ital. 3 scaturirebbe dunque da un trasferimento di beni pubblici dal fisco imperiale bizantino all’arcivescovo, partendo dal fisco regio goto. Impossibile dire con certezza se si tratti di una delle notitiae riassunte in P.Ital. 2, oppure di un breve stilato poco dopo direttamente negli ambienti arcivescovili. Nel primo caso, esso sarebbe stato composto nella prefettura da un exceptor e poi consegnato agli arcivescovi, nel secondo invece direttamente nella curia vescovile da un notarius. Le riscritture riguardanti i coloni illustrate prima, indice di una stabilità archivistica del documento, come anche la sua grafia spingono una volta di più verso la seconda ipotesi. P.Ital. 3 sarebbe dunque, lo ripeto, un polittico o breve composto per volontà degli arcivescovi intorno agli anni 565-570 con il fine di gestire al meglio i nuovi patrimoni acquisiti, poi più volte aggiornato fino agli inizi del VII secolo, momento in cui le terre padovane vennero perse e il documento da leggero divenne pesante, da breve si trasformò in munimen.
28Chiarito il contesto macropolitico, cambiamo ora prospettiva e soffermiamoci sulle terre illustrate nell’inventario ravennate. Che io sappia, nessuno è mai riuscito a localizzare con cura tutte le unità gestionali schedate dal documento. Dopo i tentativi di Andrea Gloria, autore ottocentesco del Codice diplomatico padovano e anche di una pregevole sintesi sull’agro padovano, la sola certezza riguarda la colonia Candidiana, l’unica che apparentemente sembra aver lasciato tracce nei documenti seriori e nella toponomastica moderna. Essa coincide infatti con l’attuale Candiana, ubicata circa 25 km a sud di Padova, tra Conselve e Concadalbero. Le altre colonie, chiamate Novaciana, Simpliciaca, Valeriaca e Severiaca, come anche le due paludi Micauri e Pampiliana, non hanno lasciato traccia alcuna nel periodo successivo.
- 24 Per tutte queste letture Cf. P.Ital. I, p. 188 e P.Marini, p. 371. Ho verificato Grimaldi in BAV, V (...)
29Rimane tuttavia il saltus, seguito nel papiro da una colonia «soprascritta», cioè omonima. Il suo nome pone qualche problema, perché il frammento presenta guasti in prossimità di alcune vocali che lo componevano. Mentre risultano sicure le lettere Er[.]d[..]nus, meno sicure appaiono le vocali mancanti, che hanno lasciato soltanto esili tracce sulla superficie del documento. Nel Settecento, quando il papiro presentava probabilmente minori difficoltà di lettura, Giovanni Battista Doni aveva letto saltus Eridanus. Nell’Ottocento invece Gaetano Marini pensava a Erudianus, riconoscendo però che nel Seicento Giacomo Grimaldi aveva letto Eradianus. Nel Novecento Jan-Olof Tjäder non ha mostrato dubbi sulla lettura Erudianus. Per parte mia, le tracce d’inchiostro rilevate durante un’ispezione autoptica mi suggeriscono, con Tjäder, Erudianus, ma non escludo forme simili come Erodianus, altrettanto probabile, oppure ancora Eridianus, Erodanus, Erodaenus o Eridanus.24
- 25 Peretti 1994. Il passo di Venanzio (Vita sancti Martini IV, 672-677) discusso alle p. X-XI, recita: (...)
30Al lettore più pratico di pianura padana sarà senz’altro brillata in mente un’idea: non è che Erudianus, cioè Erydianus, cela un riferimento all’Eridano (Eridanus/Erydanus), uno degli antichi nomi del Po? Non esattamente, visto che P.Ital. 3 fa chiaramente riferimento al territorio di Padova, che non è attraversato dal Po. Sarei perfettamente d’accordo nell’individuare una consonanza tra l’Eridano e il nome del saltus, a patto però di pensare non al Po, bensì a un altro fiume un tempo associato a quell’antico idronimo. Si tratta di un corso d’acqua antichissimo, che nel secondo millennio a.C. aveva favorito lo sviluppo economico delle società paleovenete grazie a una serie di commerci con i Micenei, al centro dei quali vi era l’ambra. Benché tra medioevo ed età moderna, in parte già nell’antichità, il nome Eridano abbia finito per identificarsi con il Po, un accurato studio di Aurelio Peretti ha dimostrato come in realtà esso si riferisse inizialmente a quella che oggi è la convergenza dei fiumi Retrone e Bacchiglione. Un grande fiume che, partendo da Vicenza, in epoca antica e tardoantica passava immediatamente a sud di Padova e da lì, diramandosi in più direzioni, sfociava a sud nella Fossa Clodia, cioè l’attuale Chioggia, coprendo nel suo corso un’area estesa circa 120 km. Noto con diversi nomi, tra i quali Eridano, Ereteno, Reteno, esso viene menzionato come «Retenone» (Retenon) da Venanzio Fortunato nel resoconto di un viaggio compiuto attorno al 570, mentre poi, nei secoli successivi, andrà ad assumere i nomi di Retrone, Rodrone, Redenone, Rodano – la forma più vicina a Erud(i)anus –, Rodanone, Rodolone, Rotrone, Rodrone, per frazionarsi nel basso medioevo in due diversi microtoponimi, ancora oggi in uso: Retrone nella parte vicentina, Bacchiglione in quella padovana fino a Chioggia, dove peraltro oggi esiste una «via Eridano»25 (fig. 3).
- 26 Non escluderei, stante la sovrapposizione suddetta, che la colonia Novaciana, associata all’apicolt (...)
31La consonanza onomastica induce pertanto a ipotizzare che il saltus padovano comprendesse il territorio dispiegato lungo il fiume, almeno dal tratto che passa a nord dei Colli Euganei, tra Montegaldella e San Martino, fino alla Fossa Clodia. Si tratta certo di un’ipotesi, ma che io non sia totalmente fuori strada lo fanno pensare due elementi e cioè, da una parte, la stessa prossimità di Candiana al corso dell’attuale Bacchiglione, non più di 5 km; dall’altra, la successione, nel papiro, di prodotti corrispondenti a tre tipi diversi di paesaggio rurale: il lardo sembra corrispondere al bosco di querce, habitat adatto al pascolo dei maiali; il miele ad ambienti più miti, collinari o pianeggianti, che favorivano l’apicoltura; le paludi a pianure alluvionali più prossime a foci dei fiumi e/o al mare. Questi tre paesaggi sono perfettamente sovrapponibili al corso di quell’antico fiume che, infatti, lambiva i boschi dei Colli Euganei, passava per le pianure in corrispondenza di Candiana e terminava con le paludi in corrispondenza della Fossa Clodia. Se le cose stavano così, allora è del tutto probabile che, relativamente al saltus, le colonne perdute di P.Ital. 3 avrebbero censito, prima di quelle attualmente conservate, le terre del saltus afferenti al territorio vicentino; dopo la colonia Candidiana e le due paludi, invece, poche altre unità gestionali simili fino allo sbocco sul mare Adriatico.26
- 27 Una palude è del resto esplicitamente ricondotta al patrimonio di una chiesa gota, S. Anastasia di (...)
32A chi era appartenuto il saltus Erudianus? Una risposta certa è impossibile, dato il piano ipotetico su cui poggiano le stesse basi della sua localizzazione. Rimanendo sullo stesso piano, si può tuttavia riflettere sul fatto che nel papiro, tra un vilicus e diversi coloni, si menziona quasi inspiegabilmente un prete, Vittore, che reclama la palude Pampiliana come donazione ricevuta a titolo personale. Se ipotizzassimo, sulla linea ricostruita sopra, che il saltus sia giunto agli arcivescovi attraverso la redistribuzione imperiale dei beni delle chiese gote, quella menzione diverrebbe forse più limpida. Detto altrimenti, dopo il trasferimento di un patrimonio ecclesiastico alla chiesa ravennate, qualcosa di simile alla massa di S. Martino menzionata in P.Ital. 2, Vittore, un prete goto, stava protestando: la palude Pampiliana avrebbe dovuto essere esclusa dal passaggio, trattandosi di qualcosa donata a lui «di persona personalmente» – mi si perdoni il tono scherzoso – piuttosto che alla sua chiesa.27
- 28 Tutte le fonti relative alle Aquae Patavinae sono raccolte e commentate presso il sito https://www. (...)
33Comunque, che il saltus Erudianus avesse un legame con la sfera pubblica emerge anche da un’ulteriore presenza nel suo territorio: le famose Aquae Patavinae o fons Aponi, un vasto complesso termale sul versante orientale dei colli Euganei che nel II secolo era collegato a una villa imperiale, testimoniata da fistule plumbee recanti il nome della madre di Antonino Pio, Arria Fadilla, e per il quale gli stessi re goti avevano mostrato interesse: come attesta la Varia II 39 di Cassiodoro, tra il 507 e il 511 proprio Teodorico aveva richiesto all’architetto Aloioso di restaurare l’intero complesso termale e il palazzo pubblico (palatium, aes publica), che agli inizi del VI secolo risultava gravato dalla vecchiaia (senectus).28 Insomma, una volta di più sembra esserci un filo rosso a legare i beni del fisco goto con quelli dell’arcivescovo ravennate.
34Cosa accadde al saltus nel VII secolo? Come già accennato, Paolo Diacono è piuttosto esplicito nel riferire che tra 601 e 602, nonostante una resistenza eroica, Padova venne conquistata assieme al castrum di Monselice. Tenendo conto che Monselice, distante 10 km dal complesso termale e 20 km da Candiana, era divenuto nel VI secolo un importante avamposto militare per il controllo dell’agro padovano, la sua conquista deve necessariamente aver coinciso con la perdita del saltus da parte degli arcivescovi.
- 29 Brogiolo – Forlin 2012, p. 159.
- 30 Ho consultato il documento nella sua versione digitale: Documenti Veneziani: Venezia, n. 15 (https: (...)
- 31 Cinello 2024. Ringrazio la studiosa per aver messo a mia disposizione il suo lavoro quando era anco (...)
- 32 Sul saltus Carminianensis cf. Volpe 2019 (e la bibliografia ivi citata).
35E dopo? Se la vicenda più generale della distribuzione di terre gote agli arcivescovi ravennati suggerisce un discorso storico all’insegna di linee di continuità, o perlomeno di derivazioni dirette dei poteri pubblici altomedievali da quelli tardoantichi, cosa si può dire della storia successiva delle terre afferenti al saltus tardoantico? Ecco, se in tal caso si può senz’altro parlare di una frattura politica nella storia della campagna padovana, diversi indizi suggeriscono che le terre in questione mantennero però a lungo una dimensione fiscale. Lo si può già intuire dalla documentazione nota fino ad oggi per quest’area, la quale, dopo un periodo di “vuoto”, nei secoli IX, X e XI torna a restituire diversi flash sulla sorte del vecchio complesso fondiario. Attorno alle terme e alla villa sorgeranno infatti almeno due castelli, due chiese e un monastero, tutti legati a importanti enti ecclesiastici o ad alti esponenti di aristocrazie locali. Sono presenze che, secondo Gian Pietro Brogiolo, «si possono mettere in relazione non solo con l’interesse suscitato dagli impianti termali, ma forse anche con la loro natura fiscale, della quale gli enti ecclesiastici potrebbero essere stati poi i beneficiari, grazie a donazioni».29 Nel territorio che si estende tra Monselice e Chioggia, poi, la documentazione dei due importanti monasteri di S. Zaccaria a Venezia e di S. Michele Arcangelo a Brondolo restituisce un panorama organizzato attorno a grandi curtes fiscali, fra le quali spicca Bagnoli, ceduta a S. Michele dal marchese Amelrico II e da sua moglie Franca, figlia di Lanfranco comes palacii. Localizzata in un fundus omonimo, essa comprendeva mulini, peschiere, selve, paludi, 100 case massaricie e 25 famiglie servili – si ricordi che P.Ital. 3 censiva 100-120 unità gestionali – tre cappelle con decime e, naturalmente, un dominico (mansio domnica). Amelrico e Franca possedevano anche altro nella zona, fra i quali spicca un mercato con diritti pubblici (ripaticum, teloneum) situato poco più a Sud, dal “prato” di Cona fino a Cavarzere.30 Il discorso potrebbe proseguire riflettendo à rebours su tutti questi dati, come anche sulla diffusione di santuari intitolati a san Michele Arcangelo, culto caro ai Longobardi, oppure su ulteriori presenze fiscali nella zona tra X e XI secolo. Ma forse non ce n’è bisogno. Si deve infatti a Erika Cinello, nell’alveo dello stesso progetto FISCUS, l’individuazione, all’interno di un breve duecentesco del monastero di S. Giulia di Brescia, di uno strato testuale più antico, presumibilmente della fine dell’VIII secolo, nel quale si fa riferimento a un grande complesso fondiario pubblico chiamato gaius Rodosius. Tale gaius risulta inquadrato nei fines Patuavini e, dipendente dalla nuova curtis regia di Monselice, sembra estendersi tra Montegaldella e Chioggia, comprendendo anche i Colli Euganei, il basso corso dell’Adige tra Montagnana e Monselice nonché i territori immediatamente a sud di Candiana fino alla medesima fossa Clodia. Su queste basi, e tenendo anche conto della sovrapponibilità della radice Rod* ai nuclei toponomastico dell’atavico fiume di cui sopra, Cinello ha giustamente ipotizzato che il gaius Rodosius fosse un discendente diretto del saltus Erudianus.31 Questa ricostruzione, con cui mi trovo totalmente d’accordo, può finalmente offrire agli studiosi un nuovo caso di studio di continuità della dimensione del publicum entro un contesto di forte frattura politica. Qualcosa che, nelle sue dinamiche, somiglia molto alla vicenda del saltus Carminianensis nella Puglia Settentrionale.32
Aperture
36Al termine della complessa impresa di contestualizzazione di questo documento “in cerca d’autore”, ritengo utile concludere il discorso enucleando brevemente, in maniera schematica, alcune delle possibili acquisizioni scientifiche che potrebbero provenire dal dialogo di questa ricerca con alcuni discorsi storiografici più ampi. Mi soffermo in particolare su tre punti: 1) le basi patrimoniali e pubbliche dei poteri dei vescovi della Romania e più in generale dell’Italia di tradizione bizantina; 2) le trasformazioni documentarie scaturite dall’acquisizione di patrimoni pubblici e i problemi d’interpretazione che esse implicano; 3) la dimensione pubblica delle corvées.
- 33 Sulle vicende romane vedi Arnaldi 1987 e Marazzi 1998 (sp. p. 274-275), il cui discorso sulle origi (...)
371. Relativamente al primo punto, se paragoniamo la vicenda dell’arcivescovo di Ravenna con quella del pontefice romano, ci rendiamo conto che in entrambi i casi i poteri vescovili derivano in buona misura dall’acquisizione diretta di patrimoni pubblici. Nel caso di Roma, parliamo di un flusso di donazioni di terre del patrimonium imperiale avviatosi nel IV secolo – con Costantino – e conclusosi alla fine dell’VIII, quando i papi romani, ormai forti di una base fondiaria solidissima, riescono a sostituirsi agli stessi poteri pubblici bizantini in territorio laziale con pretese forti sull’intero corridoio bizantino. Sia detto en passant che da quel momento, e poi ancor di più nel Due e Trecento, il nascente stato papale sarà definito dalle stesse fonti dell’epoca Patrimonium Petri in ragione di un fenomeno, certo non brusco, di territorializzazione dei medesimi patrimonia papali altomedievali. Nel caso di Ravenna, l’origine del processo sembra più tarda e si può, appunto, individuare nelle donazioni di Giustiniano e dei suoi successori di terre sì imperiali, ma almeno nel VI secolo derivate dalle confische ai Goti e alle loro chiese, dunque presumibilmente acquisite dalla res privata imperiale. Anche in questo caso si tratta di un movimento che ha ulteriori propaggini nei secoli VII e VIII, come suggerisce il toponimo Dulia/Dulianus/Duliolo, riscontrabile in diversi fundi arcivescovili nel Breviarium e associabile alle prestazioni pubbliche della δουλεία bizantina.33 Su questo punto, la non ancora chiarita origine dei patrimoni ecclesiastici goti suggerisce, tramite una nuova pista di ricerca, di approfondire il fisco regio del regno italico tra Odoacre e Totila e i suoi rapporti con il più antico patrimonio imperiale. Ma già ora si capisce meglio come mai, non solo a Roma ma anche a Ravenna, tra l’VIII e il IX secolo, cioè all’indomani della caduta dell’Esarcato, i vescovi si proiettano in una dimensione politica pubblica cercando di agire come autorità supreme nei loro rispettivi territori. Con questa prospettiva “fondiaria” si capisce forse meglio anche come mai i papi di IX secolo, forti di donazioni imperiali più antiche e cospicue, rappresentandosi come i nuovi poteri pubblici dell’Esarcato cerchino di inglobare nel loro quadro territoriale – peraltro senza mai riuscirsi pienamente – diritti e patrimoni dell’arcivescovo ravennate. Non tutti saranno d’accordo, ma credo che gli stranoti progetti di conquista della Romagna, compiuti dai pontefici alla fine del Duecento, siano legati da un sottile filo rosso al periodo più risalente di cui sto trattando.
- 34 Eisenberg – Tedesco 2021, p. 517-519, che delineano un quadro italiano in cui diverse chiese sono (...)
- 35 P.Ital. 44 (642-666); Deusdedit, Collectio canonum, libro III n. 139 (626), 140 (725). Per il papat (...)
- 36 Cf. fra molti studi almeno Vera 1988 e 1992.
- 37 Su queste somiglianze nei caratteri estrinseci Cf. Internullo 2020. Più in generale, sulle trasform (...)
- 38 Libelli come forma documentaria specifica sono infatti attestati a Roma solo dal tardo X, tuttavia (...)
382. Quanto al secondo punto, l’acquisizione di patrimoni pubblici da parte dei vescovi ravennati sembra aver costituito il motore di cambiamento di un’importante trasformazione documentaria. Non credo sia un caso, infatti, che proprio nei secoli VII e VIII prendano forma, almeno nei canali di trasmissione giunti fino a noi, nuovi documenti esplicitamente definiti enfiteusi (emphyteuseis) o molto vicini a esse dal punto di vista diplomatistico. Non intendo affatto negare l’esistenza di enfiteusi ecclesiastiche nei periodi precedenti, come risulta in effetti da diverse fonti normative;34 tuttavia mi sembra importante notare che le attestazioni dirette di documenti vescovili espliciti in tal senso non siano anteriori al VII secolo inoltrato, almeno nel caso di Ravenna. A Roma, le cui prime forme documentarie testualmente complete risalgono al 626 – conservate in copia nella Collectio canonum di Deusdedit (XI secolo) – la pratica sembra invece attestata già in tempi precedenti, almeno dall’epoca di Gregorio Magno (590-604) se non ancora prima: ciò si spiega senz’altro con il fatto che i papi sono beneficiari di terre fiscali da tempi più remoti.35 In entrambi i casi si tratta di documenti improntati a un lessico pubblico, qualificati dal termine praeceptum, emanati da uffici scrittori chiamati scrinia e, almeno nel caso dell’originale ravennate, redatti in una scrittura grecizzante, la «curiale», che richiama il mondo imperiale bizantino. Tenendo conto che l’enfiteusi era una delle forme più diffuse di gestione indiretta del patrimonio imperiale,36 l’ipotesi che propongo è dunque di considerare la comparsa delle prime enfiteusi negli archivi vescovili come possibile imitazione, più post-romana che tardoromana, di un modello imperiale di gestione della terra. Tale situazione, che mi sembra diventare particolarmente evidente nei secoli VII e VIII, prende inoltre un’ulteriore piega tra VIII e IX secolo, differente a seconda dei due vescovi. Quello romano si fa infatti protagonista di uno scatto in avanti. Quando il papa, come già accennato sopra, slitta alla fine dell’VIII secolo su un piano politico superiore a quello dell’arcivescovo di Ravenna, gli stessi documenti partecipano di questo fenomeno: da quel periodo le enfiteusi papali, prima definite praecepta come le enfiteusi ravennati e i diplomi longobardi, cominciano ad assumere la forma di privilegia – le famose «bolle papali» – toccando e imitando ancora più da vicino le forme della documentazione imperiale romana e bizantina tra lessico, scrittura e sigilli.37 Al contrario del papa, il vescovo di Ravenna, senza rinunciare all’enfiteusi, nel tardo IX secolo risulta invece aver adottato in forma più massiccia anche la tipologia documentaria libellus, che almeno ai nostri occhi lo pone direttamente in dialogo con le famiglie coloniche oppure con gruppi sociali comunque più umili rispetto agli aristocratici di matrice bizantina (milites, consules, duces), che sono i principali beneficiari delle enfiteusi. In questo caso, il valore dei libelli ravennati sta anche nel restituire interessanti indizi per ragionamenti à rebours sull’economia contadina nella Romania, non tanto dal punto di vista delle pratiche documentarie – i libelli sembrano infatti una novità dei secoli VIII-IX – quanto da quello delle consuetudini economiche di lunga durata attribuite ai singoli patrimoni.38 Invece, e mi riferisco in particolare all’area romana, la prevalenza in un archivio di documenti quali le enfiteusi e privilegia, di taglio molto “alto” dal punto di vista sociale, pone diversi problemi di interpretazione nella misura in cui essi descrivono molto bene il mondo elitario degli enfiteuti e dei concessionari, sottoposti sempre a censi monetari e mai in natura, ma non dicono nulla o quasi sul mondo contadino dei coloni sopra i quali gli stessi enfiteuti intervenivano per controllare e gestire i processi di produzione. È un dato da tener presente, perché di fronte a documenti di tipo enfiteutico induce a valorizzare al massimo non solo le fonti archeologiche, ma anche gli scarni indizi relativi alle famiglie coloniche oppure ad attività economico-produttive, queste ultime molte volte esplicitate soltanto dalla toponomastica (es. fundus Olivetum o Casa Lardaria).
- 39 Opere ancora oggi di riferimento – es. Andreolli 1987 – parlano invece di una “privatizzazione” pre (...)
393. Sul terzo punto, quello delle prestazioni d’opera o corvées, mi ero proposto al principio del lavoro di non affrontare direttamente il discorso del sistema curtense altomedievale. Pur mantenendomi fedele al proposito, ritengo utile terminare la mia riflessione con una piccola nota in questa direzione. Se le terre descritte da P.Ital. 3 erano terre pubbliche sicuramente nel passaggio al fisco bizantino, probabilmente già prima postulando che le chiese gote avessero ricevuto dotazioni dal patrimonio regio, la fitta presenza di operae nel nostro documento non può che far riferimento a un loro legame con la gestione del patrimonio pubblico. Ora, difficilmente P.Ital. 3 potrà mettere in discussione la nuova centralità assunta dalla corvée nel rilancio dell’economia fondiaria ad opera dei Franchi, ma senz’altro costituirà un precedente importante di cui non si potrà non tener conto. In questo discorso, comunque, credo che il suo più importante apporto al dibattito potrebbe esser costituito proprio dalla dimensione pubblica delle sue operae, dimensione che a mio avviso lascia percepire molto meglio i canali di sopravvivenza e trasformazione di alcune pratiche.39 Detto altrimenti, da una parte i patrimoni pubblici con i loro rapporti socio-politici e le loro consuetudini orali, dall’altra tutte le carte più antiche che li riguardavano, compresi i polittici, potrebbero aver costituito la vera e propria base strumentale con cui i nuovi titolari medievali di saltus, massae, curtes fiscali avrebbero successivamente sviluppato una propria politica della terra. Quanto all’intensità, notevole, con cui le prestazioni d’opera si presentano nella prima colonna e forse più generalmente nell’intero documento, se si vuole escludere che tutti i coloni padovani fossero di condizione servile, si potrà ragionare allora partendo da un ulteriore dato: P.Ital. 3 è stato redatto all’indomani della guerra greco-gotica (535-553), quando l’approvvigionamento e la paga degli eserciti avevano molto da chiedere ai patrimoni pubblici.
Appendice. Trascrizione diplomatica di P.Ital. 3
40Si offre qui di seguito una trascrizione diplomatica del documento come “scheda di servizio” per il lettore. Ai fini di una migliore fruibilità del testo si è scelto, da una parte, di eliminare ogni segno abbreviativo pur non sciogliendo le parole, facilmente individuabili anche sulla base dell’illustrazione offerta dall’articolo; dall’altra, di mantenere la forma tabellare del documento. A proposito delle due mani di scrittura, la seconda coincide qui con i segni di “depennatura” nonché con gli interventi segnalati in carattere più piccolo e, nell’ultimo rigo della colonna 2, in corsivo. Le lineette con cui nella col. 2 si aprono le prime quattro righe dopo il “titolo topografico” rappresentano segni obliqui che all’inizio di ogni riga si espandono verso sinistra, con il primo di essi attraversato da piccoli tratti perpendicolari al segno. La loro interpretazione rimane incerta: potrebbe trattarsi di «segni di controllo» (Prüfungsstriche o Kontrollstriche), ben attestati fra i papiri egiziani: «Le scribe signifie par là que le contrôle à été effectué et qu’il n’y a pas à revenir sur la question» (Gascou 2008, p. 225). Parimenti, rimangono incerte alcune lettere tracciate con modulo ridotto subito sotto il secondo e il terzo segno.
Notes
1 P.Ital. 3 = ChLA XX 709 = Trismegistos 3282974. Tengo a ringraziare Sandro Carocci, Erika Cinello, Carlo Ferrari, Antonella Ghignoli, Vito Loré e Paolo Tomei per i preziosi consigli fornitimi.
2 Ruggini 1961, p. 406-466; Jones (A.) 1964, p. 773-774; Jones (P.) 1964, p. 329-331; Percival 1969; Goffart 1972; Toubert 1973, p. 466-467; Verhulst 1977; Andreolli – Montanari 1985, p. 34; Vera 1986, p. 425-430 [= 2020b, p. 101-104]; Andreolli 1987, p. 29; Traina 1994, p. 93-94; Bottazzi 1997, p. 14; Vera 1998 e 1999, passim; Pasquali 2002, p. 10-19 [= 2008, p. 182-186]; Sarris 2004, p. 307-308; Pasquali 2005, p. 455-460 [100-107]; Wickham 2005, p. 278-279 e passim.
3 Cortonesi 2014, p. 100-103; Provero – Vallerani 2016, p. 87-93; Albertoni – Collavini – Lazzari 2020, p. 261-262.
4 Bougard – Loré 2019.
5 Vallerani 2021, con importanti implicazioni sul processo genetico dei comuni italiani.
6 Indicativi in tal senso Tomei 2020 ed Esders 2020, entrambi volti ad analizzare importanti documenti in forma di breve, come P.Ital. 3.
7 Sciolgo l’abbreviazione col. in colonica, e non colonia, semplicemente perché l’unico papiro dell’archivio ravennate che riporta il termine per esteso, P.Ital. 13 (553), impiega colonica. Si tratta comunque di una questione di poca rilevanza nell’economia della riflessione. Un altro papiro, P.Ital. 2, di cui parlerò infra, purtroppo presenta un guasto proprio lì dove la parola avrebbe dovuto contenere o meno una seconda c.
8 Per queste definizioni cf. Cammarosano 1991, p. 65; Gravela 2020, p. 7; Ghignoli 2022.
9 L’edizione di riferimento è Inventari altomedievali.
10 Internullo 2019. Per gli Apioni, cf. Sarris 2004.
11 P.Ital. I, p. 187; Pasquali 2005, p. 455-460 [= Pasquali 2008, p. 100-107]; Eisenberg – Tedesco 2021, p. 527.
12 Vera 1999. È anche interessante, per le riflessioni formulate di seguito, l’accostabilità di questo volume alle rendite associate alle singole chiese nelle vite di IV-V secolo del Liber Pontificalis romano, su cui si sono soffermati di recente Eisenberg – Tedesco 2021. Quanto alle operae, proporre una stima plausibile è molto difficile, dato che non sappiamo esattamente né quale fosse la loro distribuzione nelle colonne, né quale fosse la loro intensità: a tal proposito, il polittico di Staffelsee studiato da Esders 2020 (fine VIII secolo) distingue tra mansi liberi e mansi servili: ai gestori dei primi sono richieste poche settimane di corvées all’anno (con la formula operatur in anno ebdomadas II); ai gestori dei secondi invece tre giorni di corvées alla settimana (operatur in ebdomada III dies). Le richieste di corvées conservate nel papiro si avvicinano decisamente al secondo caso. Comunque, se ammettiamo che ogni colonna descrivesse la stessa quantità di corvées (3 a settimana), il papiro avrebbe sommato una totale di 143-156 operae per ebdoma(da) e cioè 7436-8112 operae per annum (che salirebbero a ca. 8450-10140 se considerassimo la media di operae per singola unità gestionale). Lascio al lettore altri tipi di calcoli e ipotesi.
13 Una possibile interpretazione alternativa (che ritengo poco meno probabile): il territorio cittadino di riferimento veniva ripetuto all’inizio di ogni colonna, analogamente a quanto avverrà nel Breviarium Ecclesiae Ravennatis, il registro di beni e documenti arcivescovili del tardo X secolo: lì i territori si ripetono al principio di ogni pagina del codice. Se così fosse stato anche per P.Ital. 3, è allora probabile che il territorio di Padova avrebbe figurato anche nelle colonne precedenti quella interamente conservata, ripetendosi appunto al principio di ogni colonna.
14 Per la formula in domnico si vedano, ad esempio, Le carte ravennati, n. 8: redere debeamus in domnico suscepere et brachiatica eius persolvere; 27: glandatico in integro in domnico proficiant; oppure Breviarium Ecclesiae Ravennatis, n. 45: sub reddito de omni labore modio decimo, vino medietatem, olivas vero et glandatico in integro in domnico proficiat; 111: glandatico in integro in domnico prestatum, datum vel minatum.
15 L’ipotesi che tutti i gestori – o quasi – fossero tenuti alla prestazione di corvées potrebbe trovare una controprova nei 19 patti colonici (livelli), tutti pergamenacei, che si conservano per i secoli VIII e IX nell’archivio arcivescovile: ben 11 (57%) fanno menzione esplicita di operae, anche se, rispetto a quelle del papiro, di cadenza annuale e non settimanale. Dove non si fa menzione esplicita di operae, si parla comunque di brachiatica da persolvere. L’impressione è che nel papiro le operae fossero funzionali all’economia delle unità gestionali, mentre nei secoli successivi potrebbero essersi trasformate in consuetudini locali con valore più simbolico; o altrimenti, si potrebbe pensare che i coloni dei livelli di VIII e IX secolo avessero condizione diversa dai coloni del papiro di VI secolo. Cf. Le carte ravennati, n. 8 (783), 25 (870), 26 (872), 27 (872), 32 (880), 33 (882), 36 (888-889), 39 (890), 40 (891), 41 (891), 43 (892), 45 (892), 48 (893), 49 (893), 51 (896), 52 (896), 53 (896), 56 (899), 57 (899) con Mancassola 2008, p. 14-18. Significativamente, l’unico livello con operae a cadenza settimanale riguarda un patto stipulato non con l’arcivescovo, ma con la duchessa Angelrada e suo marito, il duca Martino (n. 36). Uno di questi livelli riguarda un saltus, Salto Colo, e neanche a farlo apposta è ceduto a livello a un vilicus (n. 32). Il saltus è inquadrato nella pieve di S. Maria in Veretaria ed è collegato a domnicalia ravennati in S. Zeno: si tratta forse degli attuali S. Maria Annunziata in Vedrana e S. Zenone, in territorio bolognese.
16 Tjäder 1982; Internullo 2018, p. 666-670; Internullo 2023a. Ipotizzo una differenza di mani pensando, oltre al modulo e al ductus, anche alla forma di alcune lettere: cf. ad esempio la e in quinquennio di col. II r. 12, appartenente alla seconda mano, con tutte le e delle righe 2-11, tracciate dalla prima; oppure ancora la legatura ct in Victurinum di col. II r. 9, della seconda mano, con la medesima legatura nella medesima parola di col. II r. 8, della prima. A una mano sola pensa invece Tjäder in P.Ital. I, p. 184. Credo poi che la scrittura «grande e allungata» appartenga sempre alla prima mano, dal momento che gli exceptores e i notarii erano ben capaci di variazioni del genere.
17 Paulus Diaconus, Historia Langobardorum, IV 23-25.
18 A titolo comparativo, nel Lazio la massa Cesana, descritta in un privilegio papale del 905 ma basato su un lessico decisamente conservativo, dunque strutturatosi anteriormente a quella data, è composta da 3 fundi e 13 coloniae: Papsturkunden, n. 22. Una delle colonie è appellata de Cesano, come la massa, rivelando una situazione analoga al papiro ravennate, nel quale il saltus e la prima colonia sono omonimi.
19 Cf. Porena 2012, p. 239-240 (Cassiodoro), più in generale p. 265-267; Marazzi 1998, p. 85-91 (Gregorio Magno dopo altri papi di VI secolo); Lazzari 2017b (Liutprando); Tomei 2020 (papiri di Deusdedit); Breviarium Ecclesiae Ravennatis. Su Ravenna all’epoca del Breviarium, si veda la nuova ricerca di Cortese 2022, ora in via di ulteriore sviluppo.
20 Si tratta forse dell’attuale San Giovanni in Persiceto, tra Modena e Bologna, sul quale si veda Santos Salazar 2006.
21 Agnellus, Liber Pontificalis, cap. 85-87 (p. 252-254).
22 A proposito delle fondazioni quae Gothorum temporibus vel regis Theuderici constructae sunt, S. Eusebio è ricondotta da Agnello al vescovo Unimondo sotto il regno di Teodorico; S. Teodoro, non longe a domo Drocdonis e con annessi un balneum e un monastero, era stata la cattedrale degli ariani di Ravenna; di S. Martino invece si dice quam Theodericus rex fundavit: cf. Agnellus, Liber pontificalis, cap. 86. Non mi pare molto noto, a tal proposito, un passo dell’Historia Arcana di Procopio di Cesarea (cap. 11.14) dove si fa riferimento alle immense ricchezze delle chiese ariane sparse lungo il Mediterraneo nel VI secolo, superiori persino a quelle dei senatori. Si parla di oggetti d’oro e d’argento ornati con pietre preziose (κειμήλιά τε γὰρ αὐτοῖς χρυσᾶ τε καὶ ἀργυρᾶ καὶ ξυγκείμενα ἐκ λίθων ἐντίμων ἀμύθητα) nonché di innumerevoli grandi proprietà e villaggi sparsi per il “mondo” (οἰκίαι τε καὶ κῶμαι παμπληθεῖς, καὶ χώρα πολλὴ πανταχόθι τῆς γῆς). Converrà approfondire la formazione di questi patrimoni in altra sede, tenendo anche conto della legislazione coeva – CI 1, 15, 12 (527); Nov. 131, 14 (545) e 136, 14 (547). Si veda intanto Underwood 2014. A proposito di Cassiodoro, la terra fiscale è menzionata in Variae V 6-7 (e i capitularii in X 28). Sulla funzione fiscale dei capitularii, cf. Eisenberg – Tedesco 2021, p. 530-531.
23 Oltre a P.Ital. 2 e ai brani del Liber Pontificalis or ora discussi (ai quali andrebbe aggiunta la menzione nel cap. 74 della selva adriatica di Vistrum), cf. Le carte ravennati n. 3 (759), 7 (782), 9 (819, documento che, oltre a richiamarsi alle donazioni di Giustiniano, menziona anche più recenti concessioni imperiali fatte nel dall’imperatore Leonzio, 695-698); ChLA2 CXVII 27 (847); Le carte ravennati, n. 13 (850), cui si potrebbero aggiungere BAV, Pap. Vat. Lat. 2 (frammento papiraceo, forse carolingio, di IX secolo) e, di nuovo per il VII secolo, i famosi mosaici di Sant’Apollinare in Classe raffiguranti i privilegia di Costantino IV (668-685) per l’arcivescovo Mauro, su cui da ultima cf. Herrin 2022, p. 306-309. Sulla formazione del patrimonio arcivescovile un punto di partenza è Fasoli 1991.
24 Per tutte queste letture Cf. P.Ital. I, p. 188 e P.Marini, p. 371. Ho verificato Grimaldi in BAV, Vat. Lat. 6064 (trascrizioni seicentesche dei papiri ravennati della Vaticana), f. 33r, dove si riporta: Locus qui adpellatur saltus Eradianus. Per Candiana e Gloria, cf. Codice diplomatico padovano, p. XLIII; sull’agro padovano in generale Gloria 1881 e, per l’antichità fino al VI secolo, Matteazzi 2019.
25 Peretti 1994. Il passo di Venanzio (Vita sancti Martini IV, 672-677) discusso alle p. X-XI, recita: Si Patavina tibi pateat via, pergis ad urbem ... hinc tibi Brinta fluens, iter est Retenone secundo; ingrediens Athesim Padus excipit inde phaselo. Sui percorsi antichi di questi fiumi cf. anche Matteazzi 2019, cap. 2.
26 Non escluderei, stante la sovrapposizione suddetta, che la colonia Novaciana, associata all’apicoltura, possa coincidere con l’attuale Noventa Padovana.
27 Una palude è del resto esplicitamente ricondotta al patrimonio di una chiesa gota, S. Anastasia di Ravenna, in P.Ital. 34 (551). Anche se qui la circolazione del bene è parzialmente diversa, trattandosi della cessione forzata della palude, da parte del clero goto, a un defensor della chiesa cattolica della stessa città che sedici anni prima la aveva ricevuta come pegno in cambio di un prestito accordato a S. Anastasia.
28 Tutte le fonti relative alle Aquae Patavinae sono raccolte e commentate presso il sito https://www.aquaepatavinae.it/portale/. Sulla Varia (per la quale si attende la pubblicazione del primo volume dell’edizione – con commento – coordinata da Andrea Giardina) cf. Marano 2011, nonché Maioli 1983: da notare che le strade del porto di Classe, rinnovate nel periodo teodoriciano, furono lastricate adoperando trachite dei Colli Euganei.
29 Brogiolo – Forlin 2012, p. 159.
30 Ho consultato il documento nella sua versione digitale: Documenti Veneziani: Venezia, n. 15 (https://saame.it/fonte/documenti-veneziani-venezia-15/).
31 Cinello 2024. Ringrazio la studiosa per aver messo a mia disposizione il suo lavoro quando era ancora inedito, e per una discussione in merito piuttosto proficua. Rimando al suo testo anche per gli sviluppi del medesimo territorio fra VIII e X secolo. Non escluderei peraltro che Rodosius sia un errore di trascrizione che, a monte dei processi di copia, nascondesse un nome simile a Rodonus, dove una n in corsiva nuova sia stata interpretata come legatura si.
32 Sul saltus Carminianensis cf. Volpe 2019 (e la bibliografia ivi citata).
33 Sulle vicende romane vedi Arnaldi 1987 e Marazzi 1998 (sp. p. 274-275), il cui discorso sulle origini dei patrimoni papali va però riconsiderato alla luce di Maiuro 2007; sulla cronologia delle distribuzioni imperiali ora anche Montinaro 2015. Per i fondi Duliolo cf. Carile 1985, p. 88-92, che estende il discorso anche ad alcuni castra menzionati nel Breviarium, dato che le fortezze militari erano di pertinenza fiscale. Non sono invece d’accordo sul fatto che il toponimo Genicianus/Genecianus/Genecia, attestato presso Rimini, sia riconducibile al γενικόν bizantino, erede di VII-VIII secolo dei più antichi dipartimenti del fisco imperiale tardoromano (p. 91-92): è infatti già Genecianus il fondo presso Rimini oggetto di transazione in P.Ital. 36 (575-591) e 37 (591). Più probabilmente il toponimo deriva da una radice γενεκ-, forma volgare di γυναικ-, che richiamerebbe dunque i γυναικεῖα, laboratori tessili con presenze femminili (attestati anche a Staffelsee: cf. Esders 2020, p. 217). Un discorso sulle origini pubbliche potrebbe farsi anche per la Massa Fiscalia studiata in Cortese 2022. Sulla funzione (fiscale) delle redistribuzioni imperiali alle chiese rimando alle osservazioni formulate da Paolo Tedesco nelle conclusioni di questo dossier.
34 Eisenberg – Tedesco 2021, p. 517-519, che delineano un quadro italiano in cui diverse chiese sono divenute tra V e VI importanti perni dell’amministrazione pubblica romana e post-romana.
35 P.Ital. 44 (642-666); Deusdedit, Collectio canonum, libro III n. 139 (626), 140 (725). Per il papato all’epoca di Gregorio Magno, cf. almeno Gregorius Magnus, Registrum, n. I 70 (591), III 3 (592), IX 126 (599) – e in tutti e tre i casi si parla esplicitamente di emphyteusis. A libelli enfiteutici – dove libellus indica il documento di petizione – si fa riferimento anche in P.Ital. 22 (639), con cui un militare dona una terra all’arcivescovo per riceverla da costui in enfiteusi. Cf. anche P.Ital. 25 (prima metà del VII secolo), relativo a un’enfiteusi fatta da un presbitero faentino a un mercante ma il cui documento ha, significativamente, la forma di pactum e non di praeceptum, cioè a dire che il “semplice” presbitero non procede verso una dimensione pubblica.
36 Cf. fra molti studi almeno Vera 1988 e 1992.
37 Su queste somiglianze nei caratteri estrinseci Cf. Internullo 2020. Più in generale, sulle trasformazioni di questi documenti tra VI e XI secolo la migliore trattazione rimane Lenzi 1999.
38 Libelli come forma documentaria specifica sono infatti attestati a Roma solo dal tardo X, tuttavia come documenti stipulati tra chiese/monasteri e affittuari laici, questi ultimi peraltro di livello ben più alto e distante rispetto al mondo dei coloni; tuttavia, alcune ricerche da me condotte sulla campagna di Tivoli stanno modificando, almeno leggermente, il quadro e consentono di ipotizzare patti con coloni anche per i patrimoni papali di IX-X secolo: cf. Internullo 2023b. Sull’origine – altomedievale – dei libelli come specifica forma documentaria si vedano Ghignoli 1998 e 2009; sul periodo dei secoli VIII-XI cf. invece Loré – Nishimura 2017; specificamente su Ravenna, Andreolli 1985 e Mancassola 2005; su Roma, Lenzi 2000 e Wickham 2013.
39 Opere ancora oggi di riferimento – es. Andreolli 1987 – parlano invece di una “privatizzazione” precoce di opere e angariae, avvenuta già nel crinale del V secolo, e poi messa a frutto in epoca carolingia.
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| Titre | Fig. 1. BAV, Pap. Vat. Lat. 4 = P.Ital. 3 (© Biblioteca Apostolica Vaticana). |
| URL | http://journals.openedition.org/mefrm/docannexe/image/13853/img-1.jpg |
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| Titre | Fig. 2. P.Ital. 3: ricostruzione ipotetica della struttura del documento originale. |
| URL | http://journals.openedition.org/mefrm/docannexe/image/13853/img-2.png |
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| Titre | Fig. 3. La topografia del documento (rielab. da Gloria 1881). |
| URL | http://journals.openedition.org/mefrm/docannexe/image/13853/img-3.jpg |
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| URL | http://journals.openedition.org/mefrm/docannexe/image/13853/img-4.png |
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Pour citer cet article
Référence papier
Dario Internullo, « Un documento in cerca d’autore », Mélanges de l’École française de Rome - Moyen Âge, 136/1 | 2024, 53-68.
Référence électronique
Dario Internullo, « Un documento in cerca d’autore », Mélanges de l’École française de Rome - Moyen Âge [En ligne], 136/1 | 2024, mis en ligne le 02 décembre 2024, consulté le 10 septembre 2026. URL : http://journals.openedition.org/mefrm/13853 ; DOI : https://doi.org/10.4000/12ryk
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