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Testo integrale

  • 1 Inverardi, Giulia (a cura di), “Il poeta epico delle Montagne Maledette: intervista a Gëzim Hajdari (...)

1Gëzim Hajdari viene da una terra, l’Albania, dove per secoli i popoli si sono scontrati ma sono anche riusciti a coabitare: testimone ne è il nome, Gëzim, parola albanese che significa gioia, e il cognome, Hajdari, che in arabo significa leone e appartiene alla confraternita mistica dei Bektashi di provenienza iraniana. Egli è nato nel 1957 a Hjdaraj, un piccolo villaggio tra le colline della provincia di Darsìa nell’Albania settentrionale, un luogo mistico, segnato dalla presenza misteriosa di Bjeshkët e Nëmuna, le Montagne Maledette. Qui, per secoli, i malësori (montanari) hanno versato il loro sangue per difendersi dagli invasori ottomani e si sono autogestiti per cinquecento anni attraverso il Kânun, un codice giuridico di leggi tramandatesi oralmente di generazione in generazione. La “besa”, cioè la parola data, è quindi sacra per il popolo albanese, e ha più valore di un documento scritto. Gëzim Hajdari è cresciuto sotto la legge del Kânun, leggendo i canti popolari epici albanesi che celebravano le imprese dei guerrieri shqipëtar in un’atmosfera popolata di folletti e di numi tutelari delle valli, dei fiumi, dei boschi, delle cime e delle grotte come ai tempi dei pagani, e si è formato sulle note dei canti lirici popolari dei nizam (in turco i soldati albanesi che combattevano per conto della grande Porta di Istanbul) e dei kurbetit (i canti dei migranti). “L’oralità albanese è di una bellezza terribile, drammatica e struggente”, dichiara lo stesso Hajdari, “poiché racchiude e rispecchia la memoria collettiva di un’intera nazione”1.

  • 2 Cfr. Crecchia, Antonio, “Prefazione”, in Hajdari, Gëzim, Antologia della pioggia, Tirana, N. Frashë (...)

2Durante la dittatura comunista di Enver Hoxha il regime confisca alla famiglia Hajdari tutti i terreni di proprietà, lasciandola così in una situazione di grave difficoltà economica e morale. In questo clima soffocante, segnato dalla censura e dai dettami sempre più opprimenti del partito, tantissimi artisti della Parola vengono fucilati, incarcerati o costretti a vivere in esilio. Gëzim riesce a compiere gli studi all’Università di Elbasan e si laurea in Lettere Albanesi entrando in contatto clandestinamente con la letteratura europea, in particolare quella italiana, grazie all’amico del cuore Jozëf Radi, figlio del poeta perseguitato Läzer Radi. È negli anni ’80, di ritorno nella città natale ove insegna lettere presso un liceo scientifico, che Hajdari inizia a comporre i primi versi, costruendo un linguaggio che si veste della drammaticità e della desolazione dell’ambiente e che si fonda sulle delusioni del momento storico e i sogni inespressi di fuga in un altrove2. Ma nel ’91, oppositore del regime in carica, Hajdari è tra i fondatori del Partito Repubblicano della città di Lushnje, codirettore del settimanale Ora e Fjalës (Il momento della parola) e giornalista per il quotidiano nazionale Republika in cui denuncia pubblicamente i crimini, gli abusi e le speculazioni della vecchia nomenclatura di Hoxha e dei recenti regimi post-comunisti. A causa delle sue scelte intellettuali e politiche è minacciato di morte e, alle elezioni del ’92, dopo essersi presentato come candidato al Parlamento nelle liste dei Repubblicani, riesce a sfuggire ad una sparatoria e fugge in esilio in Italia. È costretto a compiere i lavori più disparati per sopravvivere e in contemporanea si laurea in Lettere Moderne a Roma. Continua a comporre versi in albanese e inizia a scrivere in lingua italiana autotraducendosi nella propria lingua materna: da questo momento in poi la sua lingua diventerà doppia. La poesia di Hajdari è caratterizzata da versi sanguigni, da un grido disperato “lanciato contro vento”, da alcune parole-simbolo come “pietra”, “sasso”, “sangue”, “ferita”, che ritornano con ritmo martellante e ossessivo da una raccolta all’altra: si potrebbe pensare a una poesia dagli accenti fortemente maschili, invece vedremo che sono le immagini femminili che irradiano i versi hajdariani declinandosi in volti e apparizioni dalle sembianze di volta in volta diverse. È presente un filo sottile che tesse una trama al femminile delicata e leggera: il tocco è quello di un poeta-pittore dal pennello fine, ma dal segno sicuro e tagliente.

3In questo breve studio prenderemo in esame tutte le raccolte poetiche hajdariane a partire da Antologia della pioggia ed Erbamara, scritte negli anni ’80 in Albania durante gli anni giovanili e censurate dal regime perché non cantavano le lodi del “socialismo reale”, sino ad arrivare a Peligòrga, ultima raccolta pubblicata in Italia nel 2007. Escluderemo dall’indagine gli oltre 1600 versi del Poema dell’esilio che, per la loro unità, vanno analizzati a parte: si tratta di un’asprissima invettiva dal colore di aperta denuncia contro la corruzione sociale e politica albanese e dal valore di testamento letterario del poeta che, con sofferenza e dedizione, cerca di creare percorsi di nuovo respiro per il proprio paese.

  • 3 Cfr. Vajna de pava, Silvia, I miei occhi: sguardi incrociati. Gëzim Hajdari e la letteratura interc (...)

4Antologia della pioggia si apre con una dedica alla madre patria: “Alla mia Albania / che divora i propri figli / come Medea”. Hajdari riprende una delle figure femminili più forti della letteratura greca, quella di Medea che, per assicurarsi che Giasone non abbia discendenza, uccide i figli avuti con lui e ne divora le carni; ma mentre la Medea di Euripide arriva a compiere un atto così atroce perché è stata abbandonata ed è in preda a un furore di vendetta, la Medea di Hajdari divora i propri figli in preda a uno stato di follia senza senso, senza ragione precisa. Il poeta la chiama, “Mi senti, tu, terra mia incurvata?”, ma lei non risponde lasciandolo nel buio alla ricerca di un perché e, come Medea si piega dal dolore per il torto di Giasone che, incurante, l’ha abbandondata, così l’Albania si incurva sotto il peso dell’oppressione e tratta suo figlio da folle: “È vero che io per te sono / chiodo nel cuore, ricordo, pena, / labbro nero, freddo sotto pelle / che rido e piango come un folle?”. Ma lui diventa folle perché non riceve risposte: “Il tuo silenzio mi scava il cervello / stanco della notte immensa” e non finisce di sperare in una risposta: “Sorridendo ti contemplo sotto la luna / come il soldato la propria ferita”. Come Medea che quando dorme e si riposa placa la propria rabbia e la sete di vendetta apparendo meno crudele, così l’Albania, sotto la luce della luna, distende il proprio “viso” apparendo meno feroce, anche se la ferita inferta è sempre viva. Il poeta, non ricevendo risposta, immagina di affidare i propri versi fragili e solitari alle “spine secche del melograno” e alla “pallida luna” che li accoglieranno e li proteggeranno come una madre. La luna, compagna della terra, è pianeta femminile per eccellenza legato alla fertilità e alla nascita ed è luogo fantastico ove la mente si rifugia quando perde il contatto con la realtà, ma qui la luna è pallida per mancanza di calore e i versi del poeta sono “lontani dagli amori delle fanciulle” darsiane il cui volto, nel villaggio brullo e collinoso del poeta, simboleggia appunto la luna. Ma non c’è nemmeno più il paesaggio, che rappresenta la tradizione, a fare da ancora di salvezza, perché “l’aria è malata”, “l’acqua è pesante”, “il cielo è spaccato”. Sono tutte immagini dell’Albania che per Hajdari rappresenta una “bellezza di argilla e di sangue”: l’argilla è il materiale friabile di cui è composta la terra d’origine, il sangue è ciò che infonde la vita e crea legami che non si possono cancellare (il Kânun, ad esempio, prevede un patto di solidarietà sancito col succhiarsi a vicenda una goccia di sangue), quindi è simbolo del legame carnale del poeta con la madrepatria a cui è unito da un destino profondo ed inscindibile3. E la madre-patria è strettamente legata alla madre del poeta, Nurìe (nome che deriva dall’arabo nûr, luce, quindi vita), così le due figure si sovrappongono continuamente sino a fondersi: “Quante volte ti ho visto piangere le sere / trascinando la tua vita nel freddo / sono corso da te scalzo e impaurito / e ti ho accarezzato la fronte tenebrosa”. Il poeta cerca di consolare la madre alla fine di una giornata faticosa, parte di una vita dal destino oscuro ed incerto, e nella strofa successiva continua: “Sei voce straziante della mia carne assetata / che brucia nel fuoco della tua selva / non c’è veleno che calmi le nostre passioni / in questa collina brulla e impazzita”. Qui le immagini dell’Albania e di Nurìe si mescolano e si confondono con una terza, quella di Medea che utilizza il veleno per vendicarsi e calmare il proprio furore, ma nelle colline di Darsìa non esiste veleno che possa placare le passioni in preda alla pazzia. In un paese segnato dalla storia tragica dei Balcani e da un regime dittatoriale, pensare, immaginare e amare da umani è impossibile; l’unica vita che rimane “viva” è quella vegetale, della natura, così il poeta identifica il proprio corpo a quello di un tronco d’albero e i suoi occhi, i suoi piedi e le sue mani a quelli di nodi e rami.

5Molti componimenti sono costruiti su un procedimento anaforico che deriva dalla tradizione orale popolare albanese basata sulla ripetizione e un ritmo che richiama quello di una preghiera. Ricordiamo che nell’etimologia di anafora esiste il doppio significato di “annuncio” e di “offerta a vantaggio di una comunità”. Nel verbo ana-phero la teologia eucaristica indica “l’atto del portar su, del portare verso”, come l’offerta del pane durante le celebrazioni, simbolo del sacrificio del corpo di Cristo. Così il poeta offre i propri occhi, il proprio volto, la propria sete e le proprie mani come atto sacrificale per la madre-patria. Spesso i versi si rivolgono a un pronome personale “tu” che in alcuni casi prende le sembianze del doppio del poeta, della sua ombra, ma che il più delle volte rappresenta un’interlocutrice femminile (madre, patria, donna amata, poesia o tutte queste entità insieme): “le notti si prolungano nell’attesa di te”; “Con il tuo nome chiamerò / la curva dove ti affacci”; “Nei miei giorni tristi / spesso ho pensato a lungo a te / e poi di nuovo ti ho ripensato”; “Se la primavera giungerà prima da te a Kupas”; “Io / tu / e il vento”; “Ancora sento i tuoi echi”; “e tu amore mio non mi riconoscerai / perché sono diventato verde e suono / ho smesso di essere io”. Il “tu” è necessario al poeta per dialogare e per rivolgere i quesiti interni che lo tormentano, anche se poi non ottiene risposta.

6Un altro elemento femminile che scorre nei versi hajdariani è l’acqua, capace di riflettere le immagini e raddoppiarle, di captare la realtà e fare corpo con essa: “In un pugno di sabbia la mia infanzia / non la sciolsero le acque del torrente / sulle bianche pietre le tracce di allora / rispecchiate su un filo all’orizzonte // […]. Lì è rimasto tutto, sabbia, pietre / al fondo stanno date e anni / come allora le conchiglie suonano / echi notturni e venti invernali”. Nel fondo del torrente si è depositata l’infanzia del poeta, il tempo trascorso, accumulato: l’acqua diventa uno scrigno a cui affidare preziosamente le date, gli anni, quindi la memoria, ed è legata all’immagine della madre che durante il concepimento avvolge il nascituro in un liquido vitale e all’immagine delle “donne che lavavano panni sulla pietra / fino a sera nei campi”. La stessa madre Nurìe è spesso rappresentata nell’atto di lavare i panni o in occupazioni tipicamente femminili, mentre manca totalmente la rappresentazione dei lavori maschili.

  • 4 Hajdari, Gëzim, Erbamara/Barihidur, Fara, Santarcangelo, 2001.
  • 5 Lo scrittore spagnolo Miguel Deibes (1920-) ottiene il premio Nadal per il suo primo romanzo La som (...)
  • 6 Hajdari, Gëzim, “La lingua del paese ospitante come una nuova ‘infanzia’”, in El-Ghibli. Letteratur (...)
  • 7 Aist significa cicogna in ungherese. Sándor Petőfi (1823-1849) è stato un poeta nazionale ungherese (...)

7La raccolta Erbamara4 è dedicata alla peligòrga, uccello delle colline di Darsìa a cui i poeti affidavano il loro destino, e racchiude componimenti che si rifanno all’infanzia di Hajdari, fondamentale per la costruzione della sua identità, perché secondo Miguel Deibes5 “Mi patria es la infancia”. Nell’infanzia è la madre che si rivolge per la prima volta al figlio con quella che sarà la sua lingua futura, attraverso la quale nominerà le cose, le persone, i fatti, la storia, e creerà un mondo di parole affettive capaci di esprimere un mondo esteriore ed interiore: è nella lingua-madre che farà la prima esperienza originaria del linguaggio6. In gioventù Hajdari ha sofferto dell’assenza d’amore delle fanciulle, così si è consolato abbracciando gli alberi, gli unici che possano, con la loro corteccia, cercare di trasmettergli un po’ di calore umano in un paese ove qualsiasi dimostrazione d’affetto era proibita: “Mai baciato una fanciulla / nella mia gioventù di allora / abbracciavo alberi / in assenza di loro”. E ancora: “Luna / è fuggita anche questa stagione / senza un bacio / nella notte bianca”. Gli unici elementi che possano confortare il poeta sono quelli naturali (animali o vegetali), in particolare gli uccelli che, potendo volare e attraversare liberamente frontiere e barriere, hanno il compito di piangere sugli artisti della Parola morti per la patria, come la cicogna che ritornando nelle colline darsiane rammenta ad Hajdari il poeta eroe nazionale ungherese Sándor Petöfi: “Solo tu caro aist7 / piangesti nella battaglia della Transilvania / accanto al corpo ucciso del poeta”. Come Pëtofi morì per la patria e compose versi di libertà e amore, così Hajdari corre in soccorso di una situazione catastrofica cercando di consolare con la sua poesia: “non disperarti / ricordati che ti sono a fianco / nascosto nel verde”, “non piangere / ho percorso la tua ferita / per raggiungerti”. Quel “tu”, interlocutore segreto e misterioso, nasconde il volto della madre e della madre-patria a cui si rivolge direttamente e disperatamente con questi versi d’amore: “Mia patria / perché questo folle amore per te // Tu mi hai fatto nascere / per essere la tua ferita / dove nascondermi nella collina brulla? // i miei versi mi inseguono / come vecchi assassini // e ogni notte si rompe qualcosa / nel profondo del ghiaccio”. I versi inseguono il poeta perché non dovrebbero essere scritti: il compito dettato è inneggiare i tiranni, ma Hajdari non riesce a soffocare il suo grido di rabbia. Il paesaggio è scarnificato, ridotto all’osso, e il poeta diventa ferita che sanguina di quella madre/patria di cui distrugge il mito perché è luogo di pietra e tomba in cui il suo “Dio crudele” lo ha condannato a vivere, un luogo dove “tutto, tutto è svanito / e ricoperto di buio”.

  • 8 Hajdari, Gëzim, Corpo presente, Tirana, Dritëro, 1999, p. 33. Per questa raccolta al poeta è stato (...)
  • 9 Hajdari, Gëzim, Stigmate/Vragë, Nardò, Besa, 2002.
  • 10 Cfr. Schirò, Giuseppe J., Storia della letteratura albanese, Milano, Nuova Accademia Editrice, 1959 (...)
  • 11 Benussi, Cristina, “Prefazione”, in Hajdari, Gëzim, Stigmate, cit., p. 13.
  • 12 Ibid., p. 18.

8L’Albania lo perseguita, perché anche dall’esilio in Occidente il poeta vede “all’orizzonte arido / aquile nere a due teste / che cercano di strappare / come un chicco di grano” la sua anima debole8. Egli fugge, vaga in terra straniera senza riuscire a trovare a chi affidare in dono “il suo segreto di uomo” e in autunno ritorna improvvisamente il “tu” con cui dialogare: “Settembre è il mese / in cui riappari fra i nuovi alberi / come gli alberi // […] sotto la pelle porti solitudine / e disperazione di sangue”. Forse è la musa ispiratrice o la poesia stessa che ritorna in settembre insieme ai ricordi e alle suggestioni, comunque si percepisce un “tu” al femminile che protegge, consola, accoglie (“voglio nascondere / sotto la sua pelle / le parole mai dette”). Inoltre la Natura interviene sempre a fare da sfondo declinandosi in varie forme: gli uccelli, come l’allodola e la peligòrga che sono figure femminili per sostituzione; la pianura, la valle, la selva, simboli della fertilità; l’edera invadente che cresce in luoghi abbandonati, ma che è anche simbolo di vita che è passata, quindi portatrice di memoria. E dall’esilio il ricordo e la nostalgia della madre-patria si fanno sempre più forti tanto che il poeta la chiama con il suo nome: “Albania / che amarezza / il nostro destino / perdiamo ogni giorno uno l’altro / che inganno essere il tuo abitante / e tu il mio fango / moriamo ogni giorno l’uno nell’altro”. Qui il poeta è profondamente triste per il duro destino che gli è stato inflitto dalla patria a cui sarà indissolubimente legato. E la denuncia continua, in modo esplicito, in un altro componimento che inizia con i versi seguenti: “Tirana / sei il mio amore / e la mia tirannia”, e finisce con “ma tu madre e gorgone / hai maledetto il mio corpo, la mia lingua / e i miei occhi fino ad accecarmi”. Nella prima strofa le allitterazioni della “t”, della “m”, della “n” e della “r” creano un movimento ondulatorio, oscillante, che esprime i sentimenti contrastanti che il poeta prova nei confronti della madre-patria: ne è innamorato, ma allo stesso tempo si sente tiranneggiato, imprigionato, imbrigliato nei suoi artigli, perché lei è contemporaneamente madre e gorgone. Appare così un’altra figura femminile della mitologica greca dall’aspetto talmente mostruoso che faceva impietrire chiunque la guardasse: ali d’oro, mani con artigli di bronzo, zanne di cinghiale, serpenti al posto dei capelli. Le gorgoni erano tre sorelle, Steno, Euriale e Medusa, ma quest’ultima lo era per antonomasia ed era mortale rispetto alle altre due. L’Albania terrorizza i suoi nemici, maledice il corpo, la lingua e gli occhi del poeta sino a togliergli l’identità, ma la madre, sangue del suo sangue, arriva a soccorrerlo, a pregare per lui (“Mi dici che ieri / ti sei inginocchiata per terra / ah, la nostra terra / delirio e polvere / con il volto invecchiato / verso i deserti e hai pregato per me”). Nurìe rappresenta la sua felicità, ma allo stesso tempo la sua tragedia, perché è preoccupata per la sua salute e il suo destino (“mia vecchiarella / sei la mia felicità e la mia tragedia / spesso nelle notti balcaniche ti domandi: / ‘Che fa da solo nel mondo / e chissà che fine farà!’”) ed è il filo conduttore dei versi da una raccolta all’altra, come per esempio in Stigmate9, che potremo definire scritta sotto il segno della madre, depositaria della vita del figlio: “Ho saputo che stai raccogliendo / i miei anni di lavoro per la mia pensione di vecchiaia: / 1 anno da operaio in una azienda di bonifica / 2 anni di militare con gli ex-detenuti / […] 2 anni in nero 3 anni con le marchette / e il resto di nuovo in nero / Amen!”. Con gesti affannosi Nurìe cerca di mettere insieme le fila del passato del figlio per ricongiungerlo a quelle del presente creando così un ponte Est-Ovest e lui, con devoto amore e ammirazione, le promette di riabbracciarla: “ritornerò in autunno come Costantino / tu nelle colline natali hai già raccolto l’origano / che porterò con me nella stanza ancora sgombra”. Qui Hajdari ricorda la ballata medievale albanese di Costantino e Garentina che, data in sposa a uno straniero, è costretta a lasciare il nido familiare. La madre è triste per l’allontanamento dell’unica figlia femmina, ma il più piccolo dei fratelli, Costantino, giura che gliela riporterà a casa. Nel succedersi delle guerre, tutti i figli della povera donna cadono sul campo e lei, ammalata, sola e sentendo avvicinarsi la morte, invoca lo spirito di Costantino rammentandogli l’antico giuramento. Nella notte, fedele alla besa, egli risorge dal sepolcro e la pietra tombale si trasforma in cavallo, corre dalla sorella ancora ignara della sua morte e la riporta alla madre. Lasciatela nei pressi della casa torna per sempre nella sua sotterranea dimora. Garentina, quando apprende che Costantino che l’aveva ricondotta a casa era morto, muore di terrore e di dolore assieme alla madre10. Il motivo del revenant ebbe grande fortuna nel mondo greco e balcanico e Hajdari sogna spesso il suo ritorno alla madre-patria: “in qualsiasi lingua ti sogni sei la stessa: corpo e tempo / come una volta canti la tua infanzia: da collina a collina / lasciami che ti percorra come un pastore di capre”. Qui tutto si fonde: la nuova lingua, l’italiano, diventa la nuova patria; la lingua albanese coincide con la madre-terra e il poeta desidera percorrerla ed esplorarla, con le sue origini contadine, come il corpo di una donna, un corpo sempre più martoriato dai poeti tiranni che l’hanno ridotto solo a escrementi: “come ti hanno lasciato paese dell’alba / merda e piscia / i tuoi poeti / che giurano in nome della Bandiera”. Hajdari canta la sua Albania e immagina che un giorno essa gli chiederà perdono per tutte le sofferenze e ferite inferte: “ti inchinerai davanti a me Medea / con senso di colpa / e troverai nei passi leggeri sparsi nel buio / la mia solitudine divenuta amore / e le parole tramutate in pietre / nell’ombra dell’attesa”. La raccolta Stigmate si chiude con dei versi dedicati a una “lei” a cui lascia un bicchiere di vino nel caso in cui arrivasse: “l’aspetto al tavolo con una lieve brezza / come una vecchia amica / che incanta e seduce // e se un giorno non mi trovasse / le lascio il bicchiere di vino e questi versi / come testimoni del mio amore”. Il pronome femminile è una sorta di “senhal”, un nome fittizio che nell’antica poesia provenzale adombrava il volto della donna amata e che qui è molteplice senza pertanto indicarne uno precisamente: esso contiene quello della madre, della patria, di un’innamorata, della poesia stessa11. I versi futuri nasceranno dalle sue ceneri di contadino perché nella cultura della terra è proprio dalla morte che può generarsi la vita: d’inverno la natura sembra morire, invece si prepara a nascere perché il seme che muore produce il frutto, così “la raccolta” (che rinvia al raccolto nei campi) annuncia una prospettiva di futuro “in cui le allusioni alla resurrezione e fecondità della poesia”, sottolinea Cristina Benussi nella Prefazione al volumetto, “sono le stesse che alimentano la speranza di una continuità del ciclo cosmico”12.

  • 13 Hajdari, Gëzim, Spine nere/Gjemba të zinj, Nardò, Besa, 2005.
  • 14 Ibid., p. 99.
  • 15 Hajdari, Gëzim, Maldiluna/Dhimbjenhëne, Nardò, Besa, 2005, pp. 13-149.

9Nella raccolta Spine nere13 è la figura della madre, metafora eterna carica di universalità, che fa da sfondo ai due mondi della vita del poeta: quello della giovinezza in Albania, quello quotidiano della Ciociaria che narra di esilio e di sfide continue. Le “spine nere” che il poeta toglieva in gioventù dai piedi nudi della madre di ritorno dai campi traffigono ora i silenzi e le lingue diventando simbolo di una nuova etica. Il poemetto dal tono fiabesco che dà il titolo all’intera silloge è diviso in più sezioni ed è punteggiato dall’apparizione continua di figure femminili: nella prima sezione il poeta descrive la propria nascita con i folletti della valle che giurano di insegnargli la lingua degli uccelli e delle “Fate” e con le “Ore” che lo proteggeranno per 7 giorni e 7 notti e con le “donne zingare dal volto scavato” che lo benediranno; nella seconda sezione vengono ricordate le usanze della sua gente (i suoi avi furono guaritori di morsi di serpenti e indovini), le faide sanguinarie da cui nasce la sua stirpe antica e “le belle spose” che danzavano di notte lungo il fiume; nella terza il giovane/poeta osa sfidare la visione del ballo delle “giovani danzatrici” (pena la maledizione eterna proibita) che gli predicono un destino funesto, alla Cassandra, così egli morirà in esilio di crepacuore lontano dal paese che amava, pietre ed aquile a due teste divoreranno impietosamente la sua debole carne e mai nessuno pronuncerà il suo nome; nella quarta gli viene predetto che la sua anima non sarà mai amata, che “nessuna donna” ospiterà il suo corpo, che vivrà dimenticato dal mondo; nella quinta e ultima sezione si narra che egli tornerà di notte nel suo amato paese dell’Est su un cavallo bianco. Il mondo fantastico rievocato in questi versi è quello della poesia eroica dei ràpsodi in cui si fondono storia e leggenda, tradizione e mito: le Ore, insieme alle Zâne, sono ninfe di virtù e bellezza divine, abitatrici dei monti, protettrici e consolatrici del destino degli eroi che hanno il compito di proteggere la terra albanese dal nemico. Sono sempre delle figure femminili che tessono le fila della vita e della morte, come le Parche, ma hanno soprattutto una funzione vitale o protettiva, di accoglienza. E nell’altro poemetto della raccolta Stigmate intitolato Occidente, dov’è la tua BESA? è la madre Nurìe la protagonista: ella riceve degli uomini vestiti di nero che bussano alla porta e ordina loro di andarsene perché teme una notizia funesta sentendo le note di un gjame (convulsa enumerazione dei meriti del defunto fatta dai maschi che si battono vigorosamente il petto e si lacerano il viso a sangue con le unghie)14, ma poi bussa il figliolo Gëzim, gli dà il benevenuto, lo accoglie, se ne prende cura, vuol darlo in sposo alla “danzatrice del fiume” affinché abbia tanti figli e maledice la “perfida luna” che non le ha detto nulla mentre vedeva cadere il figlio. Ma lui rassicura la sua “vecchiarella” che si tratta solo di un brutto sogno e che mai se ne andrà da questo mondo senza aver ricevuto la sua benedizione. La madre diventa una santa balcanica che nel poemetto Maldiluna15, in chiusura della raccolta omonima, prega per il figlio poeta, additato come miscredente dall’imam del villaggio di Darsìa proprio perché poeta. Per farsi perdonare invia i suoi versi con cui asciugare le lacrime della madre, l’unica in grado di accogliere la follia e il destino del figlio, di accettare qualsiasi condizione, di sopportare le difficoltà, di resistere alla solitudine. Gëzim chiede perdono a Nurìe che, a sua volta, chiede la grazia per lui, suo figlio prediletto, ma nella risposta si sovrappone la voce della madre-patria Medea che non perdona: “Sia castigato il tuo verbo maledetto in tutto il regno dei vivi / e che sia impedito al tuo seme di fiele di attecchire / nella terra di Adamo / pèntiti del peccato orribile / e che Dio misericordioso ti assolva”. L’Albania è una sorta di Eden perduto, è divenuta terra di Adamo, non di Eva, vergine-puttana, e l’ossessione continua tanto che, a forza di cantarla, Hajdari diventa l’Albania stessa, in una sorta di compenetrazione dei corpi ove quello del poeta porta su di sé i segni geografici delle montagne, delle colline, delle valli, dei boschi, dei prati, dei profumi, dei suoni, della lingua, del popolo: “Buongiorno Albania / sono il tuo cantore dall’alba al tramonto / […] buongiorno Albania / […] mi divori ogni giorno / di fronte ai passanti / occhi e fegato / […] buongiorno Albania / sono l’Albania”. La madre-patria ha fatto uscire di senno il poeta che, come un albero ingabbiato, coperto e oscurato, tenta di estendere le proprie radici per trovare luce e cerca di sciogliere le catene in cui è costretto per trasformare la notte in giorno: “Oh Circe che succhi il mio sangue guastato”. Come la maga che con i suoi incantesimi trasformava gli uomini in bestie grazie alle sue arti di seduttrice e di lusingatrice, così l’Albania ha trasformato il suo popolo in una sorta di sub-umanità e continua ad accanirsi senza senso, dato che ormai il sangue è malato, infetto, marcio.

  • 16 Hajdari, Gëzim, Peligòrga, Nardò, Besa, 2007.

10Nell’ultima raccolta pubblicata, Peligòrga16, le figure femminili si moltiplicano: Arbëre (Albania nella lingua madre), Nurìe che porta con sé il figlio neonato nei campi, le donne gitane che lo allattano, le maghe del villaggio che gridano che Gëzim ha calpestato i Xhin (anime malvagie che escono di notte e hanno una potenza soprannaturale sugli uomini e sulle cose), la bruna gitana Naimè di cui il poeta si è innamorato e l’unica con cui abbia scambiato gesti amorosi e baci, una fanciulla ciociara dal volto sconosciuto del poema erotico Contadino della tua vigna che chiude la raccolta.

11Nei versi di Hajdari l’apparizione dell’alterità, rappresentata nella varietà della mitologia femminile, ha secondo Simona Wright una duplice funzione:

  • 17 Wright, Simona, “Introduzione”, in Hajdari, Gëzim, Maldiluna/Dhimbjenhëne, cit., p. 13.

Da un lato essa mette a nudo lo stato d’animo dell’io lirico che viene reso nella sua multiforme dimensione nostalgica, malinconica, passionale, dall’altro viene sillogizzata nella parola stessa, nel cui raffronto l’io si raccoglie e si fa forma17.

12Quest’indagine, seppur non esaustiva, mette in rielievo come la figura della madre-mater sia, a seconda dei momenti e delle situazioni, predominante sulle altre e rappresenti il centro che tiene insieme tutti i fili intricati di un percorso umano, storico e letterario che è quello individuale del poeta e di uno collettivo, quello dell’Albania, sino ad assumere un valore universale per la Storia, che è Storia al femminile.

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Note

1 Inverardi, Giulia (a cura di), “Il poeta epico delle Montagne Maledette: intervista a Gëzim Hajdari”, in Comunicare Letterature Lingue, a. 7, 2007.

2 Cfr. Crecchia, Antonio, “Prefazione”, in Hajdari, Gëzim, Antologia della pioggia, Tirana, N. Frashëri, 1990 (1a ed.); Fara, Santarcangelo, 2000 (2a ed.), pp. 12-13.

3 Cfr. Vajna de pava, Silvia, I miei occhi: sguardi incrociati. Gëzim Hajdari e la letteratura interculturale in lingua italiana, Tesi di laurea, Univ. di Milano, relatore professor Edoardo Esposito, correlatore professor Marco Modenesi, a.a. 2003-2004, in El-Ghibli. Letteratura della migrazione, a. 2, n. 11, marzo 2006, consultabile su http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/index.php?id=2&issue=02_11&sezione=4&testo=12.

4 Hajdari, Gëzim, Erbamara/Barihidur, Fara, Santarcangelo, 2001.

5 Lo scrittore spagnolo Miguel Deibes (1920-) ottiene il premio Nadal per il suo primo romanzo La sombra del cipreso es alargada e nel ’49 scrive Parabola del naufrago, ispirato ai fatti di Praga. I suoi romanzi sono ambientati soprattutto nella regione della Castiglia del dopoguerra e descrivono l’ambiente rurale come El camino, Diario de un cazador, Las ratas o Los santos inocentes. Altri, invece, hanno come sfondo città di provincia, come Mi idolatrado hijo Sis o Cinco horas con Mario.

6 Hajdari, Gëzim, “La lingua del paese ospitante come una nuova ‘infanzia’”, in El-Ghibli. Letteratura della migrazione, a. 2, n. 11, marzo 2006, consultabile su http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/index.php?id=2&issue=02_11&sezione=5&testo=0

7 Aist significa cicogna in ungherese. Sándor Petőfi (1823-1849) è stato un poeta nazionale ungherese del romanticismo e, nel 1848, capo spirituale dei gruppi rivoluzionari radicali che volevano la totale indipendenza dell'Ungheria dalla monarchia asburgica. Ha iniziato molto giovane la sua attività letteraria componendo una poesia definita “rivoluzionaria”. I temi fondamentali della sua produzione lirica sono la libertà e l'amore. Ad esempio scrive: “La libertà, l'amore! / Sol ha di questi due sete il mio cuore. / All'amore io sacrifico la vita, / ed alla libertà dono l'amore”. Petőfi si unì all’esercito transilvano del generale rivoluzionario polacco Józef Bem che stava combattendo con successo una campagna contro le truppe asburgiche prima di essere ripetutamente sconfitto quando la Russia intervenne in aiuto dell'Austria. Morì nel 1849, a 26 anni, nella battaglia di Segesvár (attualmente Sighişoara, in Romania), una delle battaglie della guerra d'indipendenza ungherese del 1848 contro gli Asburgo.

8 Hajdari, Gëzim, Corpo presente, Tirana, Dritëro, 1999, p. 33. Per questa raccolta al poeta è stato assegnato il Premio Montale per la poesia inedita.

9 Hajdari, Gëzim, Stigmate/Vragë, Nardò, Besa, 2002.

10 Cfr. Schirò, Giuseppe J., Storia della letteratura albanese, Milano, Nuova Accademia Editrice, 1959, p. 25.

11 Benussi, Cristina, “Prefazione”, in Hajdari, Gëzim, Stigmate, cit., p. 13.

12 Ibid., p. 18.

13 Hajdari, Gëzim, Spine nere/Gjemba të zinj, Nardò, Besa, 2005.

14 Ibid., p. 99.

15 Hajdari, Gëzim, Maldiluna/Dhimbjenhëne, Nardò, Besa, 2005, pp. 13-149.

16 Hajdari, Gëzim, Peligòrga, Nardò, Besa, 2007.

17 Wright, Simona, “Introduzione”, in Hajdari, Gëzim, Maldiluna/Dhimbjenhëne, cit., p. 13.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Laura Toppan, «La poesia “al femminile” di Gëzim Hajdari»Narrativa, 30 | 2008, 229-240.

Notizia bibliografica digitale

Laura Toppan, «La poesia “al femminile” di Gëzim Hajdari»Narrativa [Online], 30 | 2008, online dal 01 settembre 2022, consultato il 13 luglio 2026. URL: http://journals.openedition.org/narrativa/1758; DOI: https://doi.org/10.4000/narrativa.1758

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