Oltre ai colleghi del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università Milano-Bicocca e al Prof. Enrico Predazzi, che ha fornito puntuali e preziosi commenti a una versione precedente del testo, si ringraziano, per le informazioni fornite e gli scambi di vedute, i colleghi: Sveva Avveduto (cnr-Irpps), Stefano Ceri (Politecnico di Milano), Riccarda d’Onofrio (Idis-Città della Scienza, Napoli), Elisabetta Falchetti (Museo di Zoologia, Roma), Guido Fiegna (Politecnico di Torino), Daniele Gouthier e Riccardo Iancer (Sissa, Trieste), Pietro Greco (Master in Comunicazione della Scienza, Sissa, Trieste), Andrea Maurino (adi), Antonio Nizzoli e Giuseppe Milano (Osservatorio di Pavia), Rossella Panarese (Radio3 Scienza), Pasquale Tucci (Master in Comunicazione scientifica, Università degli studi di Milano). Infine, un particolare ringraziamento va alla dottoressa Laura Mengoni (Assolombarda) che ha reso possibile l’indagine nelle imprese, i cui intervistati si ringraziano collettivamente, onde garantirne l’anonimato, per la loro disponibilità e l’interesse dimostrato.
- 1 Il comparto scienze comprende oltre agli iscritti alle facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Na (...)
1Nell’anno accademico 1951/52 gli iscritti ai corsi di laurea del gruppo scientifico rappresentavano il 16,2% del totale degli iscritti all’università, gli studenti del cosiddetto «comparto scienze»1 poco meno del 50%. Nel 1996/97 gli iscritti al gruppo scientifico erano scesi al 10% del totale e l’intero comparto scienze rappresentava meno del 30%. Anche se in questi ultimi anni le iscrizioni a questi corsi di laurea danno qualche segnale di ripresa, le grida di allarme sulla crisi delle vocazioni scientifiche tra i giovani sono state assai numerose e provenienti dai settori più diversi: la stampa di informazione, la stampa specializzata, il mondo accademico, il mondo politico. Sulle cause di tale fenomeno molti sono coloro che mostrano di avere le idee chiare. Anzitutto la scarsa voglia dei giovani di impegnarsi in studi faticosi e difficili, poi la scuola media superiore che non dà una adeguata formazione scientifica di base. Qualcuno osserva anche che le politiche di sviluppo della ricerca scientifica non ricevono particolare attenzione da parte dei nostri governanti e qualcun altro attribuisce una parte di responsabilità anche al mondo delle imprese e allo scarso apprezzamento, in termini retributivi e di carriera, dei laureati in discipline scientifiche. Certamente tutte queste considerazioni sono plausibili, ma dare la colpa a molti non significa aver analizzato un fenomeno per sua stessa natura complesso e variegato. Cercheremo in queste pagine di fornire al lettore qualche elemento di giudizio e di suggerire qualche chiave interpretativa, esaminando il fenomeno un po’ più in dettaglio di quanto non si faccia nella pubblicistica corrente.
2È ovvio che confrontare i dati del 1951/52 con quelli attuali è fondamentalmente scorretto, dati i profondi cambiamenti intervenuti nel nostro paese negli ultimi 50 anni. Non solo è cambiata profondamente l’università nelle sue strutture e nella sua organizzazione, ma la stessa popolazione studentesca è radicalmente mutata. Gli iscritti sono passati da poco più di 200.000 agli inizi degli anni Cinquanta ad oltre un milione e mezzo alla fine del secolo, mutando così anche la composizione sociale ed economica degli studenti, i sistemi di aspettative, gli atteggiamenti nei confronti dell’istruzione superiore.
- 2 È appena il caso di ricordare che il calo di iscrizioni ai corsi di laurea di Matematica e Fisica è (...)
3È cambiato radicalmente anche il mercato del lavoro; il processo di industrializzazione prima, la deindustrializzazione e la terziarizzazione poi hanno modificato non solo la struttura occupazionale del paese, ma anche i differenziali retributivi tra i diversi tipi di lavoro. Se non si tiene conto delle trasformazioni di tutta la realtà nella quale il sistema di istruzione superiore è inserito, si rischia di fare solo analisi affrettate e parziali. In un’epoca caratterizzata dalla flessibilità sul lavoro, dalla necessità di cambiamenti frequenti per la forte precarizzazione del lavoro, dall’esigenza di ripetute riconversioni, è possibile che percorsi formativi anche solo percepiti come «unidirezionali» e poco flessibili allontanino i giovani a favore di corsi di laurea giudicati, a torto o a ragione, meno soggetti a tali limiti2.
4Spiegare il calo di iscrizioni alle tradizionali facoltà scientifiche ricorrendo a un ipotetico calo delle «vocazioni» è parziale e, per molti versi, fuorviante. Come hanno dimostrato numerose ricerche sui processi decisionali che conducono alla scelta del corso di laurea, la componente «vocazionale» è assai poco rilevante e incide in misura assai ridotta (Cavalli e Facchini, 2001). In realtà si tratta di una decisione in larga misura negoziata tra il giovane e la sua famiglia, che in questo caso ha un peso rilevante, al di là di quanto gli stessi ragazzi siano disposti ad ammettere. Né in questo processo sono estranei gli amici, sia quelli che la scelta l’hanno già fatta e sono in grado di dare indicazioni e suggerimenti, sia quelli che stanno ancora decidendo. In altre parole la scelta della facoltà universitaria non viene fatta a occhi chiusi e, salvo che per pochi appassionati, non certo in base a «vocazioni» che a questa età sono spesso deboli e poco chiare. Nella stragrande maggioranza dei casi la decisione si fonda in larga misura su una valutazione, fatta dal giovane insieme alla propria famiglia, che si basa su una conoscenza più o meno adeguata e realistica del mercato del lavoro, sulle caratteristiche del profilo formativo offerto, sulle maggiori o minori possibilità che il corso di laurea offre di trovare un lavoro soddisfacente in tempi ragionevolmente brevi, sulle capacità economiche di cui dispone la famiglia per consentire al figlio neo-laureato di disporre di un tempo più o meno lungo per l’esplorazione del mercato del lavoro.
5Processo decisionale basato dunque in larga misura su criteri di razionalità (sia pure di razionalità limitata dal grado di conoscenza del tipo di studi e del mercato del lavoro) e assai poco su vocazioni. Eppure di crisi delle vocazioni si parla molto. Ma anche parlare di crisi dell’interesse dei giovani per la scienza può essere fuorviante, se si guardano solo i dati delle iscrizioni alle facoltà tradizionalmente considerate «scientifiche». Ancora peggio è poi partire dalla diminuzione delle iscrizioni per inferire una generica crisi della «cultura scientifica» del paese, poco dimostrabile e ancor meno dimostrata. Una corretta analisi del calo di iscrizioni a un corso di laurea dovrebbe guardare congiuntamente a una molteplicità di fattori tra i quali si possono certamente includere:
-
il cambiamento dei contenuti formativi del corso di laurea stesso;
-
il cambiamento dell’offerta formativa universitaria e, più in generale, della formazione superiore nel suo complesso;
-
i cambiamenti nella struttura economica e produttiva del paese;
-
i cambiamenti nei diversi segmenti del mercato del lavoro dei laureati, non solo in termini di posti disponibili in assoluto, ma anche di rapporti tra i diversi trattamenti retributivi e tra le diverse possibilità di carriera;
-
i cambiamenti nella propensione delle famiglie a investire in istruzione;
-
i cambiamenti nei bisogni di autorealizzazione dei giovani, con enfasi minore sulla professione e maggiore sulla sfera identitaria.
6In questa prospettiva abbiamo cercato di fornire informazioni e dati che meglio aiutino a comprendere il fenomeno in questione e ci siamo anche chiesti cosa voglia dire oggi, in Italia, fare scienza come professione. Per questo abbiamo condotto un’indagine sugli sbocchi occupazionali dei dottori di ricerca nelle discipline scientifiche. Indagine che non poteva non avere carattere esplorativo su una figura della quale si sa ancora assai poco. È indicativo, infatti, che non esistano statistiche ufficiali che ci dicano almeno quanti siano i dottori di ricerca e come siano distribuiti tra le diverse aree disciplinari. Finora il dottorato di ricerca è stato considerato, anche a livello ministeriale, come un affare privato dei singoli atenei e, soprattutto, dei singoli dipartimenti, perché il presupposto è che esso serva quasi esclusivamente alla riproduzione accademica. E se un dottore di ricerca vuole entrare in un’impresa privata o comunque in una struttura non universitaria, cosa trova? Come si vedrà più avanti, ciò che trova non è molto confortante.
- 3 «Towards a national debate», 15 ottobre 2001.
7Perché i giovani disertano i corsi di laurea scientifici e dell’ingegneria e affollano invece quelli umanistici, si chiedeva il primo ministro britannico James Callaghan in un famoso discorso all’Università di Oxford? Era il 18 ottobre 1976. Ripubblicandolo a 25 anni di distanza, il Guardian3 intendeva sollevare un dibattito nazionale. Invece, la sua preoccupazione si è diffusa progressivamente in tutta Europa, con echi persino negli Stati Uniti. Passano gli anni e il problema sembra rimanere lo stesso. In Italia, come e più che in Europa, si è assistito a un calo nelle immatricolazioni a corsi di laurea in Matematica, Fisica, Chimica. Altri corsi scientifici non sembrano attirare grande interesse da parte dei giovani, nonostante le grandi potenzialità per un futuro anche a breve termine, come è attestato dal mancato decollo numerico di altre lauree della Facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali, quali Scienza dei materiali. In effetti, vi è quella che sembra una tendenza di lungo periodo, già da tempo segnalata anche negli usa. L’Italia contemporanea la sperimenta in misura più accentuata a causa dei piccoli numeri dai quali partiva e della bassa scolarità ereditata dalla nostra Repubblica nel dopoguerra. Tutto ciò è strano, visto che di scienza e tecnologia si parla quotidianamente, visto che i giovani sono abituati all’uso di nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ict), visto che proliferano le iniziative di divulgazione scientifica, visto che la stessa categoria degli insegnanti sembra essere più familiare con la scienza e con la tecnologia rispetto a qualche decennio fa.
- 4 Le aule vuote delle scienze (A. Panebianco, «Corriere della Sera», 22 Settembre 2003), Scienze, un (...)
8Man mano che la scienza è entrata nella formazione e nella vita quotidiana dei cittadini è diminuita la fiducia cieca nel suo sviluppo ed è, conseguentemente, cresciuta l’attenzione critica su di essa. Ciò ha significato anche la fine di facili quanto superficiali «consensi» e la crescita di una risacca premoderna che non rende più quella dello scienziato una professione mitizzata. Nel panorama di incertezze culturali non meno che lavorative, i giovani che si potrebbero orientare verso carriere scientifiche devono oggi trovare motivazioni forti. Poiché anche il nostro paese sta entrando, sia pure con ritardo, nella cosiddetta società della conoscenza, questi aspetti contraddittori della scienza rivestono la massima importanza, visto che contribuiscono a minare la fiducia fra cittadini e scienza e l’afflusso delle risorse a essa vitali, che sono innanzi tutto e soprattutto risorse umane. E, in effetti, giornali, riviste e siti ufficiali italiani si sono andati riempiendo di accorate grida4. Il tema, infatti, è di quelli capaci di conquistare l’attenzione dei media, anche di quelli politici. Se tutto questo pur contribuisce a porre l’attenzione dell’opinione pubblica sulla scienza, e dunque è meritorio, purtroppo non pare in grado di spiegare la cause di quel che sta avvenendo.
9Comunque, una cosa risalta subito nella comparazione dei dibattiti: altrove la preoccupazione sorge dal fatto che le imprese non riescono a trovare personale qualificato nelle scienze fisiche e dell’ingegneria (ad es. Gareth, 2002), mentre in Italia – nonostante si abbia un numero di laureati comparativamente inferiore – i dati occupazionali sono peggiori e la preoccupazione nasce da una considerazione generale delle prospettive industriali del paese. Il basso tasso d’iscrizione ad (alcuni) corsi di laurea scientifici rispetto al totale sembra ormai un fenomeno a livello globale; nella pagina seguente (tabella 1) riportiamo i dati per quanto riguarda coloro che si sono laureati nell’anno 2002 (fonte: oecd, 2004).
- 5 Per la posizione comparativa dell’Italia, si veda anche l’esauriente ricognizione descrittiva di Ma (...)
10La posizione dell’Italia è al di sotto della media oecd, ma non in misura drammatica, ed è anzi superiore anche a paesi con maggiore tasso di sviluppo tecnologico (Francia, Israele, Stati Uniti)5. Se entriamo nel dettaglio dell’Italia, però, osserviamo che, nel gruppo delle «lauree scientifiche», sia scienze dell’informazione sia scienze biologiche e biotecnologie (e qui soprattutto grazie al boom di queste ultime, passata da 48 a 4.126 iscritti nel periodo sotto considerato) mostrano crescite notevolissime nell’ultimo decennio (tabella 2).
- 6 La tendenza è di lunga data. Si segnalano particolarmente Erwin Schroedinger, Premio Nobel per la f (...)
11Dunque, invece di un calo delle lauree scientifiche, c’è piuttosto una tendenza generale delle immatricolazioni nella Facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali a spostarsi dall’area matematico-fisico-naturale per convergere sull’area «bio» e, in misura minore, su quella «info» (per la chimica il discorso è più complesso, viste le tradizioni nelle chimico-farmaceutica e dell’ingegneria chimica). Questa redistribuzione fra corsi di laurea interni alla Facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali è da considerarsi, però, un fenomeno esterno alle scelte dei giovani, essendo legato ai grandi trend della scienza contemporanea a livello mondiale, visto il travaso di finanziamenti e persino il percorso biografico di non pochi ricercatori da un campo all’altro6. Ma per la tendenza di più lungo periodo di tutto il «comparto scienza» durante gli ultimi 50 anni si ottiene la tabella 3.
12Guardando a questi dati si noterà che nel 1961/62 la percentuale degli iscritti al «comparto scienza» raggiungeva il 35,4% e, dopo qualche oscillazione, negli ultimi venti anni si è stabilizzata attorno al 30-35% (la stima che si ricava sui dati miur per il 2004/05 è del 32%). Inoltre, attorno alla metà degli anni Novanta c’è stato il sorpasso sul gruppo scientifico da parte del gruppo ingegneria, e la flessibilità di queste facoltà, nonché l’indiscusso prestigio di alcuni Politecnici, possono non essere estranei alle mancate crescite delle Facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali: nella tabella, la somma fra gruppo scientifico e gruppo ingegneria è stabile al 21-23% del totale dal 1981-82. Si noti anche che nel gruppo ingegneria sono proliferati corsi di laurea anche nell’area «biologica» e «informatica», oltre che, in tempi però più recenti, persino in quelle di «fisica» e «matematica», oltre a quella – storica – di «chimica». Inoltre, c’è stato il recente aumento del gruppo medico (si tenga presente che il numero delle immatricolazioni è fissato annualmente dal miur) e una certa ripresa anche di quello agrario, con la comparsa di corsi a indirizzo biotecnologico in entrambe. Se ne può concludere che l’afflusso di giovani nelle aree a maggior crescita («bio» e «info») è stato ancor più notevole di quanto non dicano i dati relativi alla sola Facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali. Che cosa ancora dedurne? Che i dati dell’intero «comparto scienza» dal 1961-62 fino a quelli del 2004-05 risultano complessivamente in crescita assoluta e in buona tenuta percentuale. Non di una recente «crisi delle vocazioni», dunque, si dovrebbe parlare, ma di dinamiche interne nella scienza, oltre che di numero di iscritti al comparto scienza stabilmente basso, da almeno 45 anni, e bassa percentuale di italiani in possesso di (qualunque) laurea, da sempre.
Tab. 1 Laureati di vari paesi per settori di laurea (2002)
Tab. 2 Immatricolati ad alcuni corsi di laurea scientifici (1993-2005)
Fonte: Conferenza nazionale dei Presidi di Scienze e Tecnologie (2004) aggiornata e integrata con dati MIUR 2005
Tab. 3 Iscritti totali a lauree del «comparto scienza»
Fonte: Conferenza nazionale dei Presidi di Scienze e Tecnologie (2004)
- 7 È a questo proposito importante sottolineare una delle contraddizioni più notevoli del nostro Paese (...)
13Ma allargando ancora lo sguardo si può aggiungere qualche ulteriore riflessione. Sebbene siamo, ormai notoriamente, il fanalino di coda europeo nell’economia della conoscenza, anche da noi si verifica non solo che la scienza non viene più prodotta esclusivamente nelle università, ma anche che essa non si studia più solo nella Facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali o nelle facoltà di più spiccata matrice «scientifica». Bisognerebbe, insomma, chiedersi quante matricole «tolgono» i vari corsi di «comunicazione» (da Sociologia o Psicologia a Scienze delle comunicazioni, ecc.) a quelli di Informatica e Ingegneria informatica. Ma, a esser più equi e lungimiranti, dovremmo guardare al contributo netto aggiuntivo in termini di penetrazione dell’università sulle giovani generazioni, visto che i giovani che si immatricolano (a 19 anni o successivamente) ha ormai superato la soglia del 50%7.
- 8 È però degno di nota come la domanda posta nell’Eurobarometro sia tendenziosa. Innanzi tutto, dà pe (...)
14Pensare alle «vocazioni scientifiche» nei soli termini di iscrizioni alle lauree triennali in Matematica, Fisica e Chimica è, insomma, riduttivo e rivela gravi fraintendimenti sul merito cognitivo e sociale della scienza. E la diffusione di questa ottica miope può davvero contribuire a occultare il valore della scienza presso i giovani, finendo per penalizzare le lauree più esposte all’immagine pubblica della scienza (anche quelle in biotecnologie, dunque). Sostanzialmente, la spiegazione che viene data di questa situazione, e del trend in (apparente) ribasso è sempre ricondotta alle risposte fornite alle domande dei questionari dell’Eurobarometro (tabella 4)8.
15Neanche i non pochi rapporti realizzati nel nostro paese forniscono altre chiavi di lettura per l’eziologia del fenomeno (Cnr, 2004; Observa, 2004; Mariano Longo, 2003), anche perché, come abbiamo visto, alcune lauree scientifiche (soprattutto biotecnologie e informatica) sono invece molto ambite e queste ragioni non sembrano in grado di discriminarle. Da molti altri segnali, poi, sembrerebbe che i giovani amino la scienza. Assistiamo da tempo, infatti, a un diffuso successo delle iniziative di divulgazione scientifica che coinvolgono i giovani. In tutta Italia i numeri della partecipazione a iniziative scientifiche sono elevati. Per esempio, l’edizione 2004 del Festival della Scienza di Genova (28 ottobre - 8 novembre 2004) si è chiusa con un bilancio di 35.000 biglietti venduti e oltre 165.000 visite ai 250 eventi in programma, realizzati con il contributo di oltre 600 persone (fonte: www. festivalscienza.it).
16A Napoli, la Città della scienza organizza iniziative che, dal 2002, ricevono in media circa 160.000 studenti ogni anno scolastico (fonte: Città della Scienza). Inoltre, i dati sulla diffusione delle riviste di divulgazione sono, comparativamente, davvero notevoli. Nella media delle vendite delle principali riviste, infatti, (media mobile di 12 mesi, abbonamenti compresi, periodo Dicembre 2003 - Novembre 2004, fonte Ads, www.primaonline.it/) Focus è il mensile italiano più venduto (736.310 copie), e altre riviste come Quark (134.354), Newton (87.620), La Macchina del Tempo (73.781) e Le Scienze (59.407) si piazzano più che dignitosamente nel panorama editoriale italiano. Anche le iniziative tipo café scientifique, che coinvolgono in attività conviviali piccoli numeri di giovani e scienziati su temi di attualità, si sono diffuse con notevole successo in molte città italiane.
Tab. 4 Risposte Eurobarometro alla domanda «Quale pensa sia la ragione principale – se c’è – per il declinante interesse dei giovani per gli studi e le carriere scientifiche?» (%; eu 15)
|
ragione principale
|
in secondo luogo
|
in terzo luogo
|
|
Insufficiente appeal delle lezioni di scienza a scuola
|
25,2
|
19,6
|
14,7
|
|
Eccessiva difficoltà delle materie scientifiche
|
19,8
|
21,8
|
13,4
|
|
Scarso interesse dei giovani a lavorare nel campo scientifico
|
14,5
|
15,6
|
19,5
|
|
Insufficiente attrattività di salari e carriere nel campo scientifico
|
14,5
|
15,1
|
12,9
|
|
Nessuna (spontanea)
|
2,4
|
15,7
|
20,7
|
|
La scienza ha un’immagine troppo negativa nella nostra società
|
10,1
|
8,1
|
11,8
|
|
Non so
|
12,2
|
3,3
|
5,1
|
|
Altre (spontanee)
|
1,3
|
0,9
|
2,0
|
Fonte: Eurobarometer 55.2, 2001, tab. 28, p. 46
17Ancora, per quanto riguarda le trasmissioni televisive di argomento scientifico riportiamo i dati Auditel per l’anno 2004 (tabella 5).
18Per le trasmissioni radiofoniche i dati sono notoriamente più complessi. Ma le stime medie di ascoltatori della trasmissione quotidiana della Rai Radio3Scienza, in onda da tre anni, sono riportate nella tabella 6.
19Questi dati segnalano l’interesse specifico dei giovani, in ciò corroborati dall’indagine dell’Istituto Iard sulla condizione giovanile (campione nazionale rappresentativo di 3.003 soggetti – anno 2004 – tabella 7).
20Ancora, i siti web scientifici sono sempre più visitati, come testimoniato dalle visite al sito «Ulisse – nella rete della scienza» della Sissa – Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste (tabella 8).
21Interessanti sono anche i dati del sito Scienzaonline (www.comune.roma.it/scienzaonline). Attivo dal dicembre 1999, il sito riceve oltre 1.200 visite mensili, ma, dato ancor più interessante, al luglio 2004 ha ricevuto più di 1.000 domande rivolte alla rubrica «Esperti on line». In particolare, il 59,2% delle domande è posto da studenti di ogni grado (anche se questo dato va corretto per il legame inverso fra età e uso di Internet; Falchetti et al., 2004).
Tab. 5 Dati di audience e share delle trasmissioni tv di argomento scientifico (2004)
|
Trasmissione
|
Rete
|
Audience
|
Share uomini (%)
|
Share donne (%)
|
Share 15/19 anni (%)
|
Share 20/24 anni (%)
|
|
Super Quark
|
Rai1
|
3.394.701
|
18,50
|
17,60
|
14,30
|
15,10
|
|
Ulisse il piacere della scoperta
|
Rai3
|
2.405.811
|
12,40
|
9,10
|
6,10
|
7,90
|
|
Passaggio a nord ovest
|
Rai1
|
2.080.116
|
20,80
|
21,10
|
10,10
|
11,90
|
|
Gaia il pianeta che vive
|
Rai3
|
1.891.901
|
10,20
|
7,70
|
7,40
|
8,30
|
|
Geo & geo
|
Rai3
|
1.608.078
|
15,90
|
11,50
|
4,80
|
8,10
|
|
La macchina del tempo
|
Rete4
|
1.349.916
|
6,10
|
4,20
|
3,80
|
5,50
|
|
Voyager ai confini della realtà
|
Rai2
|
1.122.231
|
10,60
|
10,20
|
7,30
|
7,00
|
|
Sai xché?
|
Rete4
|
1.000.704
|
9,20
|
6,90
|
5,90
|
7,40
|
|
Tgr-Leonardo
|
Rai3
|
970.571
|
9,40
|
6,20
|
3,10
|
3,90
|
|
Solaris il mondo a 360 gradi
|
Rete4
|
612.059
|
7,40
|
5,40
|
3,00
|
3,50
|
|
Stargate linea di confine
|
La7
|
608.682
|
3,40
|
2,30
|
1,50
|
3,00
|
|
Sfera
|
La7
|
494.072
|
2,70
|
2,00
|
1,20
|
1,70
|
|
Discovery
|
La7
|
144.535
|
2,40
|
1,50
|
1,50
|
1,80
|
Fonte: Auditel, 2004
Tab. 6 Stime dell’audience media trasmissione quotidiana «Radio3Scienza», Rai (2003-2005)
|
I semestre 2003
|
I semestre 2004
|
I semestre 2005
|
|
130.000
|
147.000
|
171.000
|
Fonte: redazione di Rai Radio3Scienza
22Gli stimoli, dunque, sono molti, e anche il gradimento sembra elevato. La ricerca mirata di Brandi et al. (2005) ha trovato che, però, l’interesse per le diverse discipline scientifiche non è omogeneo (tabella 9).
23Comunque, si tratta di numeri che confermano un diffuso e selettivo interesse per la scienza fra i giovani. E il ritratto complessivo dell’adolescente italiano che emerge dalle indagini più approfondite è tutt’altro che negativo verso la scienza, e può essere così definito: «attento e consapevole del ruolo della scienza, ottimista ma capace di critiche sui suoi obiettivi e risultati, possibilista sul suo impegno futuro e sul proprio coinvolgimento personale a più livelli» (Gouthier et al., 2003, 7). È invece vero che gli studenti italiani siano mediamente poco attrezzati in quanto a conoscenze scientifiche, se nella recente ricognizione dell’oecd (pisa, 2003) l’Italia risulta al 25° posto in performance nella matematica (quint’ultima, subito dietro gli Stati Uniti e avanti ai soli Portogallo, Grecia, Turchia e Messico), al 22° nelle scienze (scavalcando però Norvegia, Lussemburgo e Danimarca) e al 25° nella lettura (avanti solo a Grecia, Repubblica Slovacca, Turchia e Messico).
Tab. 7 Esposizione giovanile a media di argomento scientifico-tecnologico
|
|
Guardano «molto spesso» o «abbastanza spesso» le trasmissioni TV di Scienza e Natura
|
Leggono «molto spesso»o abbastanza spesso» su quotidiani e periodici servizi sulle nuove tecnologie e sulla informatica
|
Leggono «molto spesso» o «abbastanza spesso» su quotidiani e periodici le rubriche sulla scienza
|
Leggono «qualche volta» o «spesso mensili» sulla nuove tecnologie o di informatica
|
Leggono «qualche volta» o «spesso» mensili di divulgazione scientifica
|
|
Generi
|
Uomini Donne
|
45,3 38,8
|
43,5 19,4
|
41,9 38,0
|
37,9 12,6
|
54,1 43,8
|
|
Ampiezza comune residenza
|
<10.000 ab. 10-50.000 50-100.000 100-250.000 >250.000
|
42,3
42,2 46,3 41,8
41,1
|
28,7 29,3 33,4 41,7 31,4
|
38,4 40,5 42,9 38,2 39,8
|
22,7 24,8 27,4 24,5 29,2
|
47,8 48,1 48,5 50,7 48,9
|
|
Area geofrafica
|
Nord Ovest Nord Est Centro Sud Isole
|
40,6 43,7 40,4 44,5 42,1
|
32,6 35,6 28,6 29,3 31,4
|
41,9 44,8 38,1 36,8 39,0
|
21,8 26,3 25,8 25,4 25,1
|
49,4 58,1 52,7 42,6 44,2
|
|
Condizione
|
Disoccupato Inattivo Studente Occupato
|
43,8 41,7 41,2 42,2
|
28,0 10,2 35,0 32,0
|
36,9 18,1 44,0 40,2
|
19,0 6,8 28,0 25,2
|
37,1 24,5 55,3 49,7
|
|
Livello culturale familiare
|
Alto Medio alto Medio Basso
|
48,2 43,0 38,6 43,3
|
37,9 37,6 28,4 24,2
|
48,4 45,2 36,7 34,1
|
30,8 29,3 24,0 18,0
|
59,5 56,0 46,8 37,2
|
|
Età
|
15-17 anni 18-20 anni 21-24 anni 25-29 anni 30-34 anni
|
31,2 37,6 39,7 45,7 45,4
|
30,8 33,5 33,0 33,1 28,3
|
33,1 40,8 40,8 42,2 39,7
|
26,0 27,1 26,1 25,7 22,8
|
44,0 50,6 52,1 51,2 46,4
|
|
Totale
|
|
42,0
|
31,3
|
39,9
|
25,1
|
48,9
|
Fonte: Osservatorio iard sulla condizione giovanile. Rilevazione 2004
Tab. 8 Numero di contatti su siti scientifici sul web
|
ott./dic. 2001
|
gen./dic. 2002
|
gen./dic. 2003
|
gen./dic. 2004
|
gen./mag. 2005
|
|
7.625
|
37.912
|
123.500
|
453.096
|
506.047
|
Fonte: redazione sito http://ulisse.sissa.it/
Tab. 9 Interesse per gli argomenti scientifici
|
Mezzi di comunicazione
|
76,6
|
|
Medicina
|
66,6
|
|
Storia
|
51,4
|
|
Economia
|
45,6
|
|
Astronomia
|
38,6
|
|
Fisica
|
29,6
|
Fonte: indagine irpps-cnr, Giovani e scienza, 2004
24In questo quadro generale molte sono le domande che sorgono. Perché i giovani non si iscrivono alla Facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali come ci si dovrebbe aspettare? Che ci sia una dissonanza fra interessi, bisogni e valori dei giovani, da un lato, e risposte sociali ed economiche, dall’altra? Che ci sia un appannamento dell’immagine della scienza in generale o, in particolare, della Facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali? O che i giovani trovino risposta al loro iniziale interesse per la scienza in corsi di laurea diversi da quelli di Matematica, Fisica e Chimica? Oppure, più in generale, che il sistema italiano (scuola, università, mondo del lavoro), per non dire europeo, non riesca ad ampliare la formazione scientifica di base e magari scoraggi i giovani dall’intraprendere studi terziari e poi una carriera scientifica?
25In questa sede non si affronterà l’insieme di tutti questi aspetti a 360 gradi, come pure bisognerebbe fare per esaurire l’eziologia dei fenomeni presenti e, soprattutto, per tentare di invertire un trend giovanile che acuisce e radicalizza la stagnazione dell’Italia in questi ultimi anni. Invece, qui si è adottato un punto di vista differente. È stata fatta l’ipotesi che ci sia non tanto uno scollamento fra sistema formativo e mondo del lavoro, quanto un rispecchiamento perverso fra lauree tradizionali della Facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali (soprattutto Fisica e Matematica), poco aperte alle tematiche economiche, sociali e generalmente culturali, e un sistema industriale poco aperto all’investimento di capitale finanziario e umano in una ricerca scientifica che vada oltre lo sviluppo di piccole innovazioni. Ci si è, dunque, riproposti di usare il più alto livello di formazione scientifica del nostro Paese, il dottorato di ricerca, per valutarlo e tentare di proporre delle soluzioni, ancorché parziali e limitate. Questo, nella convinzione che, se da un lato i pur piccoli numeri del dottorato di ricerca potrebbero e dovrebbero fornire una spinta qualificata alla competitività nazionale, dall’altro, il prestigio recuperato da questa istituzione formativa potrebbe contribuire al rilancio della Facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali e della scienza medesima presso i giovani. L’idea, insomma, è stata quella di vedere, a un tempo, gli sbocchi che il sistema-paese è in grado di offrire ai suoi dottori di ricerca, sia nell’accademia sia nelle imprese, e quali potrebbero essere degli interventi migliorativi dei loro curricula, a beneficio dell’intero sistema-paese.
26I giovani che in Italia conseguono un dottorato nei campi della scienza e dell’ingegneria sono pochissimi, come mostra la tabella 10.
- 9 Commission of Professionals in Science and technology (2004); cfr. anche Recotillet (2003).
- 10 Enders, Bormann (2001).
- 11 Cereq, in Béret, Giret e Recotillet (2002).
27Pur in mancanza di dati ufficiali (e già questo è un dato di rilievo), i dottori di ricerca assunti da imprese sono (molto cautelativamente) stimabili in meno del 10% del totale (conformemente a stime provenienti dalla Sissa di Trieste e dal Politecnico di Milano sui loro soli dottori di ricerca), quando certamente negli usa9 essi vanno dal 35% delle scienze biologiche, al 55% di quelle fisiche e addirittura al 70% dell’ingegneria, e sono per altro in crescita costante negli ultimi 20 anni. Analogamente, in Germania10 nelle scienze biologiche si registra un tasso attorno al 25-30%, per l’ingegneria elettronica del 45-60%, per la matematica del 20-25%, mentre in Francia11 si ha un 18% generale, con il 24% per le scienze fisiche. L’indagine dell’European Physics Education Network (Eupen) condotta presso 93 istituzioni di 24 paesi europei nell’anno accademico 1999/2000 (cit. in Bordese e Predazzi, 2004) riporta interessanti dati occupazionali per i dottori di ricerca in Fisica, riportati nella tabella 11.
Tab. 10 Giovani in possesso di dottorato di ricerca nelle scienze e nell’ingegneria per 100.000 giovani fra 25 e 34 anni nei principali paesi europei
|
Svezia
|
137
|
|
Germania
|
80
|
|
Francia
|
71
|
|
Regno Unito
|
68
|
|
Europa-25
|
49
|
|
Stati Uniti
|
41
|
|
Spagna
|
35
|
|
Portogallo
|
30
|
|
Grecia
|
19
|
|
Italia
|
18
|
Fonte: European Commission, 2004c
Tab. 11 Occupazione dei dottori di ricerca in Fisica (1999-2000)
|
Insegnamento universitario
|
Ricerca universitaria
|
Ricerca industriale
|
Impiego aziendale
|
Insegnamento secondaria
|
Altro
|
|
Italia
|
5,0
|
63,0
|
11,0
|
10,7
|
4,3
|
6,0
|
|
Regno Unito
|
2,0
|
39,0
|
31,4
|
14,8
|
6,4
|
6,4
|
|
Svezia
|
10,0
|
33,3
|
48,3
|
8,3
|
-
|
-
|
|
Francia
|
17,0
|
33,0
|
36,0
|
6,0
|
1,0
|
7,0
|
|
Germania
|
1,7
|
25,2
|
30,0
|
35,0
|
3,2
|
5,0
|
|
Paesi Bassi
|
2,7
|
23,3
|
28,7
|
30,3
|
3,7
|
11,3
|
|
Media
|
11,6
|
43,6
|
20,3
|
15,7
|
3,6
|
5,2
|
Fonte: Eupen, 1999-2000
28Ma in Italia le carriere universitarie e le retribuzioni (all’ingresso) nette sono al di sotto dei dati dagli altri paesi, come evidenziato dalla tabella 1212.
Tab. 12 Lo sviluppo della carriera accademica nei principali paesi occidentali
Tab. 13 Retribuzione d’ingresso lorda annua nei ruoli accademici (1998; euro)
|
Italia
|
17.000
|
|
Francia
|
20.000
|
|
Germania
|
27.600
|
|
Regno Unito
|
22.800
|
|
Spagna
|
25.500
|
- 13 Il dato per l’Italia si riferisce al ricercatore non confermato all’ingresso nel ruolo (classe e sc (...)
29Questi dati sono confermati anche da una ricognizione dell’Osservatorio regionale per l’Università e per il Diritto allo studio universitario della Regione Piemonte (Stanchi, 2003) dalla quale traiamo la tabella 13 che riguarda le retribuzioni all’ingresso13.
30Per quanto riguarda il profilo delle età del personale strutturato, inoltre si conviene con l’osservazione ivi avanzata: «il nostro paese fa registrare una delle minori percentuali di soggetti strutturati al di sotto dei 35 anni e la maggiore percentuale di soggetti ancora in servizio oltre i 65 anni» (ibid., 23). In Italia la scala retributiva risulta peraltro particolarmente penalizzante per i livelli più bassi di ciascun ruolo, e dunque per i più giovani. Infatti, il livello (lordo) di ingresso (ricercatore non confermato) è pari a meno di un quinto del livello massimo e all’interno della stessa fascia la retribuzione più che raddoppia per effetto della sola anzianità (a parte la verifica dopo i primi tre anni). Sicché un ricercatore che, successivamente, non abbia vinto alcun altro concorso può arrivare a guadagnare (al massimo) più di un professore straordinario e oltre la metà di un ordinario al massimo della carriera, che hanno però superato altri due concorsi e due conferme. La tabella 14 contiene i dati aggiornati al 2005.
- 14 L’ampiezza particolarmente marcata in Italia dello scarto fra retribuzione minima e massima per una (...)
31Il problema principale del giovane che si avvii alla carriera universitaria in Italia, comunque, è il tempo precedente all’ingresso in ruolo e la lentezza della carriera: i dati del miur (2003) danno un’età media di 45 anni per i ricercatori, 51,5 per gli associati e 58 per gli ordinari. Quindi carriere che iniziano tardi e sono molto lente. Il confronto con gli Stati Uniti rivela comunque che, non solo la progressione retributiva in carriera è sempre ancorata alla produttività scientifica e non alla mera anzianità in ruolo, ma non è neppure così accentuata come in Italia: «a fine carriera un ottimo professore guadagna tra 1.5 e 2 volte il suo salario iniziale» (Gagliarducci et al., 2005)14. Nel Regno Unito, d’altra parte, nonostante il livello retributivo sia comunque ben superiore al nostro, si raccomanda di aumentarlo particolarmente all’ingresso, proprio per incentivare le carriere scientifiche (Gareth, 2002).
Tab. 14 Retribuzione lorda mensile dei docenti e ricercatori universitari in Italia
|
retribuzione lorda mensile (euro)
|
ricercatori
|
associati
|
ordinari
|
|
massimo confermato
|
4.349
|
6.069
|
8.307
|
|
neo-confermato
|
2.334
|
3.036
|
4.031
|
|
minimo non-confermato
|
1.600
|
2.882
|
3.811
|
Fonte: Comitato Nazionale Universitario, 2005
- 15 Questo dato misura l’efficienza del sistema della ricerca scientifica nazionale meglio del rapporto (...)
32Inoltre, per quanto riguarda le prospettive competitive della nostra produzione scientifica vediamo che l’Italia si mostra in notevole difficoltà, il che testimonia la sofferenza anche nella nostra ricerca di base e rende necessario sfatare il presunto «paradosso europeo», quasi sempre ribadito per il caso italiano, che vorrebbe una (presunta) forte ricerca di base e (solo) un debole trasferimento di conoscenza alle imprese (Dosi et al., 2005). È, invece tutto il sistema della conoscenza in affanno ormai strutturale e, anzi, se il ritardo tecnologico dell’Europa si è originato nel sistema pubblico della ricerca e delle università, non nel trasferimento tecnologico o nella ricerca applicata (Bonaccorsi, 2000, 126), ciò sembra anche adeguato alla realtà italiana. In particolare, se prendiamo il dato delle pubblicazioni scientifiche per milione di abitanti, l’Italia (611) si posiziona al di sotto della media dell’Europa dei 25 (639), che pure è ben dietro al dato statunitense (809)15.
33Per giunta, la difficoltà della nostra ricerca di base è particolarmente evidente nei settori delle nanotecnologie e biotecnologie (Noyons et al., 2003a e 2003b), e il grado di specializzazione scientifica ci penalizza in tutti i settori più promettenti nei confronti di tutti i principali paesi. La tabella 15 riporta, per ciascun membro dell’Europa dei 15, il profilo di specializzazione dato dai 10 campi scientifici in cui la sua quota di pubblicazioni scientifiche sul totale europeo è più elevata (European Commission, 2003; tabella 15).
Tab. 15 I profili delle principali specializzazioni nell'Europa dei 15
Fonte: Third Report on S&T Indicators, 2003
- 16 Per un quadro complessivo del Paese si veda anche il recente rapporto della Commissione Europea (20 (...)
34Ma il dato forse più sintomatico della situazione della ricerca nel nostro paese è che è l’unico, fra quelli censiti da Eurostat sin dal 1991, ad aver diminuito i suoi ricercatori (complessivamente tutti i settori) nel periodo 1991-2000 (European Commission, 2004a): da 75.238 a 66.110. Nello stesso periodo, i 15 li hanno aumentati del 30% ma la Francia del 51% portandoli a 170.628 e la Spagna li ha quasi raddoppiati da 40.641 a 76.670 (così superandoci), come la Finlandia che ha raggiunto i 32.67716. Non sorprende, dunque, che l’intero comparto produttivo high-tech (Aerospazio, computer, macchine per ufficio, elettronica, strumentazione, farmaceutici, macchine elettriche e armamenti) si mostri in grave sofferenza, acuita via via negli anni più recenti (tabella 16).
35Per quei giovani che, poi, inizino l’università per intraprendere una carriera scientifica nel mondo delle imprese, l’attuale composizione della forza-lavoro italiana è scoraggiante, e lo è già per chi voglia iscriversi a un qualunque corso di laurea (fonte: database Excelsior per il 2003): il 51,3% ha tuttora solo un titolo della scuola dell’obbligo e appena il 6,7% ha una laurea. Per giunta, le previsioni di assunzioni dichiarate dalle imprese per il 2004 non danno variazioni in questa composizione all’altezza di quanto ci si potrebbe attendere (rispettivamente il 41% e l’8,4%; tabella 17).
Tab. 16 Dipendenti per macrosettore di attività e titolo di studio esplicitamente segnalato dalle imprese
|
dipendenti (*) al 31.12.2001 (%)
|
dipendenti (*) al 31.12.2002 (%)
|
dipendenti (*) al 31.12.2003 (%)
|
assunzioni previste 2004 (%)
|
|
Totale
|
100,0
|
100,0
|
100,0
|
100,0
|
|
Titolo universitario
|
6,5
|
6,4
|
6,7
|
8,4
|
|
Diploma di scuola media superiore
|
30,7
|
30,7
|
31,6
|
29,5
|
|
Istruzione e formazione professionale
|
9,8
|
9,7
|
10,4
|
21,1
|
|
Scuola dell’obbligo1
|
53,1
|
53,3
|
51,3
|
41,0
|
|
di cui Industria
|
100,0
|
100,0
|
100,0
|
100,0
|
|
Titolo universitario
|
4,1
|
4,0
|
4,2
|
4,9
|
|
Diploma di scuola media superiore
|
24,0
|
25,3
|
25,6
|
22,6
|
|
Istruzione e formazione professionale
|
9,5
|
10,0
|
10,9
|
24,5
|
|
Scuola dell’obbligo1
|
62,4
|
60,6
|
59,3
|
48,0
|
|
di cui Servizi
|
100,0
|
100,0
|
100,0
|
100,0
|
|
Titolo universitario
|
9,0
|
8,7
|
9,0
|
10,8
|
|
Diploma di scuola media superiore
|
37,7
|
36,2
|
37,3
|
34,4
|
|
Istruzione e formazione professionale
|
10,0
|
9,3
|
9,9
|
18,8
|
|
Scuola dell’obbligo1
|
43,4
|
45,8
|
43,7
|
36,0
|
1 Scuola dell’obbligo prevista dalla normativa in vigore fino all’anno scolastico 2002-2003.
Fonte: Unioncamere - Ministero del Lavoro, Sistema Informativo Excelsior, 2004
* Fonte: elaborazione Excelsior su dati Unioncamere e istat
- 17 Si veda il dibattito sul sito: www.lavoce.info/news/download.php?cms_pk=1262 [link non raggiungibil (...)
36Si noti che la dichiarazione di assunzioni per laureati in Matematica e Fisica per il 2004, pari a meno del 10% di quella per laureati in «lettere, filosofia, pedagogia e assimilati», è stata appena pari al 6% degli immatricolati di quell’anno a corsi triennali omologhi. Per quanto il sistema di raccolta delle dichiarazioni delle imprese possa essere parziale17, questo sembra comunque un dato assai basso.
37Più in generale, gli ultimi dati Istat (confronto 2001-2004) danno un netto calo dell’11,2% (da 80,5% a 69,3%) dei laureati del gruppo scientifico (escludendo Chimica, Geologia e Biologia) che lavorano a tre anni dalla laurea, mentre in totale si è passati dal 73,5% al 74,0% (tabella 18).
38Anche l’indagine Almalaurea 2005 fra i laureati delle università aderenti al Consorzio indica un tasso occupazionale dei laureati della Facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali a cinque anni dalla laurea di una decina di punti inferiore a quello degli ingegneri (tabella 19).
39Per quanto riguarda il livello delle retribuzioni (rispettivamente ad 1, 3 e 5 dalla laurea) la stessa fonte fornisce i dati riportati nella tabella 20.
40Più in generale, se l’ultimo rapporto oecd (2004) segnala che le retribuzioni dei laureati italiani entro il gruppo 25-64 anni sono in media del 38% superiori ai diplomati, bisogna dire che questo dato è molto inferiore alla media oecd (50%). Eppure, dallo stesso rapporto, il laureato sembrerebbe comunque apprezzato dalle aziende italiane, e infatti trova lavoro (88% per i maschi, 77% per le femmine) all’incirca come nella media oecd, ben più facilmente dei diplomati (maschi 79% in Italia vs 73% oecd; femmine 39% vs 49% oecd). Apprezzato, ma non valorizzato adeguatamente, si direbbe.
41Infine, il panorama complessivo della r&s industriale che si ricava dal Piano Nazionale per la Ricerca 2005-2007 elaborato dal miur (www.miur.it) è desolante. Alle troppo piccole dimensioni delle nostre aziende si è aggiunto, infatti, l’esito disastroso per la r&s della privatizzazione delle partecipazioni statali e dell’assorbimento di grandi imprese italiane nel sistema delle multinazionali, che qualcuno pensava potessero dare un impulso all’internazionalizzazione e alla competitività delle nostre strutture industriali. Ciò è particolarmente evidente nella lentezza ad intraprendere la strada delle nuove tecnologie (soprattutto le biotecnologie e le nanotecnologie). Nel panorama tecnologico delle grandi imprese, poche sono quelle in grado di competere su larga scala a livello globale e dunque di assumere grandi numeri di laureati e dottori in Scienze (soprattutto eni, Finmeccanica, Pirelli-Telecom, st Microelectronics). Non stupisce, dunque, quanto riportato nel suddetto Piano Nazionale per la Ricerca (p. 6):
tra il 1997 ed il 2002, mentre l’incremento degli scambi internazionali di beni e servizi è stato del 28%, le esportazioni italiane sono cresciute solo del 16%, contro il 31% di Francia e Germania… Le nostre quote di esportazione che tuttavia ancora si attestano su dimensioni assai elevate, circa il 28% del pil, con una bilancia positiva tra export ed import, stanno lentamente diminuendo in vari importanti settori quali macchine e apparecchi meccanici, autoveicoli, apparecchi elettrici di precisione, mentre il complesso delle nostre esportazioni continua a concentrarsi in settori a limitata tecnologia, esposti così alla concorrenza di paesi terzi emergenti caratterizzati da un costo del lavoro nettamente minore.
Tab. 17 Assunzioni previste dalle imprese per il 2004 per indirizzo di studio
|
Totale Assunzioni 2004 (v.a.)
|
Totale Assunzioni 2003 (v.a.)
|
|
Totale
|
673.763
|
672.472
|
|
Livello Universitario
|
56.430
|
43.477
|
|
Indirizzo economico-commerciale
|
|
|
|
e amministrativo
|
18.399
|
14.515
|
|
Indirizzo paramedico
|
6.386
|
6.052
|
|
Indirizzo di ingegneria
|
|
|
|
elettronica ed elettrotecnica
|
5.166
|
2.557
|
|
Indirizzo informatico
|
|
|
|
e telecomunicazione
|
4.750
|
5.091
|
|
Indirizzo di ingegneria meccanica
|
3.227
|
2.395
|
|
Indirizzo letterario, filosofico,
|
|
|
|
pedagogico e assimilati
|
2.508
|
1.593
|
|
Altri indirizzi di ingegneria
|
2.242
|
1.233
|
|
Indirizzo farmaceutico
|
1.962
|
2.158
|
|
Indirizzo statistico
|
1.862
|
280
|
|
Indirizzo linguistico,
|
|
|
|
traduttori e interpreti
|
1.382
|
741
|
|
Indirizzo chimico
|
1.266
|
1.281
|
|
Indirizzo politico-sociologico
|
1.251
|
249
|
|
Indirizzo di ingegneria edile e civile
|
882
|
1.154
|
|
Indirizzo medico e odontoiatrico
|
806
|
529
|
|
Indirizzo urbanistico,
|
|
|
|
territoriale e architetti
|
743
|
44
|
|
Indirizzo biologico e biotecnologia
|
718
|
610
|
|
Indirizzo giuridico
|
533
|
343
|
|
Indirizzo artistico, culturale e musicale
|
337
|
52
|
|
Indirizzo scientifico:
|
|
|
|
matematica e fisica
|
245
|
329
|
|
Indirizzo agro-alimentare,
|
|
|
|
forestale e produzioni animali
|
203
|
45
|
|
Indirizzo di scienze naturali
|
80
|
19
|
|
Indirizzo non specificato
|
1.482
|
2.207
|
|
Livello secondario e post-secondario
|
198.737
|
177.836
|
|
Livello qualifica professionale
|
142.491
|
130.328
|
|
Livello scuola dell’obbligo
|
276.105
|
320.831
|
Fonte: Unioncamere - Ministero del Lavoro, Sistema Informativo Excelsior, 2004
Tab. 18 Laureati per condizione occupazionale a tre anni dal conseguimento del titolo, per gruppi di corsi, ripartizione geografica e sesso (2001 e 2004, %; ordinamento decrescente per percentuale di lavoro continuativo iniziato dopo la laurea al 2001)
|
2001
|
lavorano
|
di cui: svolgono un lavoro continuativo iniziato dopo la laurea
|
non lavorano e cercano lavoro
|
non lavorano e non cercano lavoro
|
di cui: svolgono attività formativa retribuita
|
|
Gruppi di corsi
|
|
|
|
|
|
|
ingegneria
|
93,0
|
88,3
|
2,3
|
4,6
|
3,2
|
|
chimico-farmaceutico
|
82,0
|
78,0
|
5,4
|
12,4
|
8,6
|
|
scientifico
|
80,5
|
74,9
|
6,8
|
12,6
|
9,2
|
|
economico-statistico
|
81,6
|
72,4
|
6,9
|
11,4
|
6,1
|
|
architettura
|
84,2
|
70,1
|
7,4
|
8,2
|
3,0
|
|
agrario
|
77,0
|
68,5
|
10,2
|
12,6
|
7,7
|
|
politico-sociale
|
82,5
|
63,1
|
10,9
|
6,4
|
1,9
|
|
linguistico
|
76,8
|
62,7
|
14,2
|
8,9
|
1,9
|
|
psicologico
|
76,8
|
62,4
|
13,9
|
9,1
|
3,9
|
|
geo-biologico
|
66,9
|
57,9
|
12,9
|
20,1
|
14,7
|
|
letterario
|
70,0
|
56,2
|
18,4
|
11,4
|
4,7
|
|
insegnamento
|
80,3
|
50,5
|
12,0
|
7,6
|
0,9
|
|
giuridico
|
55,2
|
47,6
|
18,3
|
26,4
|
10,4
|
|
medico
|
20,0
|
17,6
|
3,0
|
76,9
|
70,6
|
|
ed. fisica
|
-
|
-
|
-
|
-
|
-
|
|
Totale
|
73,5
|
63,2
|
10,4
|
16,1
|
9,4
|
|
|
|
|
|
|
|
2004
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Gruppi di corsi
|
|
|
|
|
|
|
ingegneria
|
90,8
|
81,7
|
4,6
|
4,6
|
3,0
|
|
chimico-farmaceutico
|
79,6
|
72,7
|
8,0
|
12,3
|
9,7
|
|
scientifico
|
69,3
|
57,0
|
11,3
|
19,4
|
14,1
|
|
economico-statistico
|
80,6
|
68,2
|
10,3
|
9,0
|
3,5
|
|
architettura
|
85,7
|
60,0
|
9,3
|
5,1
|
1,2
|
|
agrario
|
75,5
|
58,9
|
13,5
|
11,0
|
6,1
|
|
politico-sociale
|
85,7
|
55,6
|
10,3
|
4,0
|
1,1
|
|
linguistico
|
75,3
|
53,6
|
17,6
|
7,1
|
1,8
|
|
psicologico
|
76,5
|
52,3
|
14,6
|
9,0
|
3,7
|
|
geo-biologico
|
65,7
|
53,0
|
16,7
|
17,6
|
13,5
|
|
letterario
|
69,7
|
46,2
|
19,2
|
11,1
|
3,4
|
|
insegnamento
|
83,8
|
50,9
|
12,3
|
4,0
|
0,3
|
|
giuridico
|
56,0
|
41,7
|
20,8
|
23,3
|
1,5
|
|
medico
|
34,2
|
19,5
|
3,1
|
62,7
|
53,9
|
|
ed. fisica
|
90,0
|
20,6
|
4,3
|
5,7
|
1,0
|
|
Totale
|
74,0
|
56,4
|
12,6
|
13,4
|
6,0
|
(a) Per migliorare la comparabilità con i risultati delle precedenti indagini, per il 2004, dal totale dei laureati sono stati esclusi i circa 1.300 laureati nei nuovi corsi di primo livello (lauree triennali) e quanti hanno conseguito un’altra laurea prima del 2001
(b) Le ripartizioni si riferiscono alla residenza dei laureati al momento dell’indagine
Fonte: Istat, Indagine 2004 sull’inserimento professionale dei laureati del 2001 (dati provvisori)
Tab. 19 Tasso occupazionale dei laureati dei vari settori al 2005
|
Ingegneria
|
96,2%
|
|
Architettura
|
94,4%
|
|
Economico- statistico
|
91,8%
|
|
Politico-sociale
|
89,9%
|
|
Insegnamento
|
88,3%
|
|
Psicologico
|
87,4%
|
|
Chimico-farmaceutico
|
86,5%
|
|
Scientifico
|
86,3%
|
|
Giuridico
|
86,2%
|
|
Letterario
|
82,3%
|
|
Agrario
|
82,2%
|
|
Linguistico
|
80,9%
|
|
Geo-biologico
|
74,6%
|
|
Medico
|
55,2%
|
|
Totale
|
86,4%
|
Fonte: Almalaurea, 2005
Tab. 20 Retribuzioni a 1, 3 e 5 anni dei laureati scientifici
|
a 1 anno
|
a 3 anni
|
a 5 anni
|
|
Fisica
|
1084
|
1156
|
1396
|
|
Scientifiche
|
1037
|
1132
|
1303
|
|
Totale
|
986
|
1142
|
1281
|
Fonte: Almalaurea, 2005
42Si aggiunga che, nella comparazione europea (European Commission, 2005), la percentuale di lavoratori con alta qualificazione tecnico-scientifica nel nostro paese (8,8%, a fronte di una media pari al 13,8%) risulta uno dei più bassi nell’Europa dei 25 (peggio di noi solo Slovacchia e Portogallo, rispettivamente con 8,6% e 7,8%). Per giunta, l’Italia, che è uno di quei paesi la cui componente tecnologica del proprio export è minore (8,8%, come l’Estonia, a fronte di una media pari al 18,7%; peggio soltanto: Lituania, Slovacchia, Lettonia e Polonia), fra 1997 e 2002 ha visto crescere la sua share di export tecnologico mondiale solo dello 0,1% (media eu-25: 2,7%).
43Più che della «crisi delle vocazioni dei giovani alla scienza», allora, si deve parlare dell’arretratezza del mondo produttivo italiano, recentemente aggravatosi con il repentino e drastico ridimensionamento di interi comparti ad alta tecnologia, quali il nucleare, la chimica, l’elettronica, da ultimo persino l’auto.
44A questo punto, spingere semplicemente i giovani a imboccare le carriere scientifiche, senza correttivi di politica industriale e di politica della ricerca e dell’alta formazione potrebbe solo aumentare la disoccupazione intellettuale.
45Come si è detto, è stata condotta un’indagine sulla figura del dottore di ricerca presso le imprese, per misurare non tanto lo scollamento fra alta formazione scientifica fornito dalle università italiane e le richieste del mondo del lavoro, che era un dato abbastanza scontato; quanto, invece, cercare di capire le reali esigenze delle imprese alle quali un profilo coerentemente fornito dalla Facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali, opportunamente calibrato, possa dare una risposta adeguata.
46È stato condotto un primo incontro esplorativo in Assolombarda per individuare operatori qualificati nel mondo imprenditoriale della Lombardia e per valutare le diverse opzioni metodologiche. Sostanzialmente, le alternative erano due: questionario postale autocompilato o intervista faccia-a-faccia. Si è optato per questa seconda ipotesi, per tre ordini di finalità:
-
costruire con l’intervistato una visione condivisa sulla situazione competitiva delle imprese italiane nella società della conoscenza;
-
delineare con l’intervistato qualche proposta di intervento innovativo concreto;
-
contenere la durata dell’impegno degli intervistati, che oltre al già scarso tempo a loro disposizione erano anche impegnati in una campagna informativa da parte di organi istituzionali proprio nel medesimo periodo della nostra indagine.
47È stato, dunque, costruito un primo gruppo sufficientemente ampio e diversificato (20) di osservatori privilegiati, che si è proceduto a contattare telefonicamente. All’interno di esso è stato individuato un sottogruppo particolarmente sensibile al tema di questa indagine e sufficientemente numeroso (10). A questi osservatori direttamente, in qualche raro caso a un loro diretto collaboratore ma a volte a entrambi, è stato inviato preventivamente un questionario semi-strutturato (riportato in Appendice) che ha poi fornito la traccia per le interviste.
48I dieci intervistati sono così tipizzabili, in relazione all’azienda e alla funzione ricoperta.
Tab. 21 Tipo di azienda e funzione ricoperta dei 10 intervistati
|
Settore
|
Qualifica I intervistato
|
Qualifica II intervistato
|
|
Chimica diversificata
|
Amministratore delegato
|
Research Manager
|
|
Informatica
|
University Relation Manager
|
|
|
Chimico-farmaceutica
|
Human Resources
|
Human Resources
|
|
|
Manager
|
|
Telecomunicazioni
|
Chief Technology Officer
|
Human Resources &
|
|
|
University Relationships
|
|
Alimentare
|
Human Resources
|
|
|
Director
|
|
|
Chimico-farmaceutica
|
Managing Director & ceo
|
|
|
Microelettronica
|
Research & Innovation
|
Addetto Stampa
|
|
Director
|
|
|
Energia e ambiente
|
Technical and Scientific
|
|
|
Promotion Manager
|
|
|
Impiantistica
|
Training & Development
|
|
|
Manager
|
|
|
Spazio
|
Education Manager
|
|
49L’anagrafica del questionario a essi inviato prima dell’intervista era volta a collocare l’azienda di appartenenza nel contesto tipologico industriale e nell’arena competitiva internazionale, evidenziando il personale laureato e, eventualmente, con la qualifica di dottore di ricerca, con l’indicazione delle funzioni ricoperte.
50La seconda sezione mirava a registrare eventuali partecipazioni dell’azienda ad attività di dottorati di ricerca. Si chiedeva anche di individuare un profilo ideale di un dottore di ricerca, con l’area di utilizzo più proficuo.
51Infine, la terza sezione chiedeva il giudizio complessivo sui dottori di ricerca, le difficoltà ad apportare modifiche ai loro curricula e come si sarebbero remunerati i dottori di ricerca con profilo ottimale.
52Il questionario compilato è stato, quindi, usato come traccia per l’intervista principalmente al Primo Intervistato, con il contributo (eventuale) di un Secondo Intervistato. L’intervista è iniziata esplicitando che l’intento della ricerca era quello di indagare l’immagine del dottore di ricerca da parte delle imprese, nel quadro delle relazioni impresa-università, soprattutto in considerazione della «crisi delle vocazioni scientifiche» fra i giovani. In particolare, si volevano evidenziare le aree di miglioramento per la figura del dottore di ricerca. Dato il profilo elevato degli intervistati, i temi dominanti in tutte le interviste sono state le considerazioni generali sulla competitività del paese, la sua struttura produttiva e di ricerca e le prospettive di lavoro dei giovani, sia come trend nazionale sia in comparazione con gli altri paesi.
53Le interviste, realizzate nel periodo 22 marzo - 29 aprile, hanno avuto una durata piuttosto lunga, mediamente di un’ora e mezza, con punte fino a due ore, grazie alla eccezionale disponibilità dimostrata dagli intervistati.
54Come atteso, sia i questionari sia il corso iniziale dell’intervista sono stati caratterizzati dalla (generica) rilevazione di una distanza tra formazione universitaria dei dottori di ricerca ed esigenze delle imprese. Ma non appena è stata superata la fase iniziale, le interviste hanno mostrato un approfondimento sia del quadro complessivo sia degli argomenti che erano nell’obiettivo specifico dell’indagine. Infatti, dopo le prime prevedibili affermazioni di autoreferenzialità accademica dei corsi di dottorato, il discorso si è subito approfondito, sia con uno sguardo generale sul paese sia sul dottorato di ricerca come strumento potenzialmente insostituibile, seppur in numeri limitati. Questo fatto testimonia, probabilmente, un sentito isolamento delle imprese, e ogni occasione viene colta innanzi tutto per ribadire una situazione di sofferenza. Ciò fa trascurare il fatto che, da un lato, l’università deve mirare a fornire una formazione del capitale umano più generale di quella immediatamente spendibile in un’azienda, e, dall’altro, le grandi aziende hanno da sempre e in ogni paese istituito delle proprie scuole di alta formazione più specifica (anche in Italia, almeno fino a tempi recenti).
55Analizziamo di seguito alcuni dei punti principali emersi nel corso delle intervista, riportando in tabella alcune citazioni (riportate il più fedelmente possibile, compatibilmente con l’esigenza di presentazione).
56Complessivamente emerge il ben noto quadro a tinte fosche per la competitività del nostro paese e la scarsa comunicazione fra «mondi separati». Forti preoccupazioni desta l’impoverimento tecnologico dell’industria italiana e un possibile allontanamento dai paesi leader anche nei campi della scienza avanzata.
«In questo periodo si naviga a vista, in Europa e soprattutto in Italia»
«Siamo talmente mal messi che qualunque cosa va bene, ma forse qualcosa può andar meglio»
«L’impresa sta perdendo il livello scientifico, riesce solo a mantenere quello tecnologico»
«L’impresa ha l’attitudine a formulare problemi concreti, sufficientemente formalizzati che l’università non concepisce neppure»
«Il problema è come applicare la conoscenza di base»
«L’industria dà il problema e la sua schematizzazione, l’università dà la capacità formale, la metodologia di base per risolverlo»
«Università e imprese devono trovare la convenienza giusta».
57La sinergia fra università e imprese è vista come un fattore chiave, forse ancor più di ogni altro, nel recupero dell’intero sistema-paese.
58Ecco alcune affermazioni di carattere generale sui dottori di ricerca, particolarmente significative per il loro evidente contenuto critico:
«Servono all’auto-riproduzione del ceto accademico»
«Eccellenti e preparati ma per l’università»
«Hanno un’età molto avanzata»
«Entrano in azienda come ripiego, spesso per mancanza di uno stipendio dall’università»
«Se anche creano troppe aspettative, arricchiscono utilmente il panorama formativo»
«Il dottorato è cambiato – o meglio avrebbe dovuto cambiare da riproduzione della classe accademica, quando c’era solo spazio per borsisti, ad altra cosa quando i posti sono stati raddoppiati: ma che cosa si è ottenuto? Quali sono gli sbocchi? Si vede la tesi finale, non il percorso formativo»
«Comunque, le imprese maggiori riescono sempre a trovare i migliori da assumere, magari attraverso canali informali o attraverso gli stagisti che si vedono passare».
59Complessivamente, se i dottori di ricerca fossero più vicini ai problemi delle imprese, le imprese sembrerebbero molto interessate ad assumerli in ruoli prevalentemente tecnici, ma anche con prospettive di carriera gestionali.
60Sarebbe opportuna una mappatura delle specializzazioni richieste dalle imprese, poiché in taluni casi le aziende riscontrano una scarsità di offerta, e devono far ricorso a dottori di ricerca provenienti dall’estero (ad es. Germania). Dunque si rilevano:
«Profili sbagliati sul basso livello universitario e in numero eccessivo sull’alto».
61È – diciamo così – interessante, non solo che nessuno degli intervistati abbia lamentato l’esiguità dei dottori di ricerca prodotti dal sistema universitario italiano, ma anche che qualcuno abbia addirittura rilevato proprio l’opposto, il numero eccessivo di profili formativi così elevati.
62Per quanto riguarda la collocazione degli attuali dottori, si tratta prevalentemente della r&s, ma non sono assenti impieghi nella consulenza tecnica al cliente e in altri servizi tecnici (progettazione, sito web, sicurezza, controllo qualità). In qualche raro caso, presentato come l’eccezione, si segnalano anche altre funzioni, come controllo di gestione e marketing.
63Comunque, anche le aziende che assumono molti laureati scientifici assumono pochissimi dottori di ricerca. Nelle aziende intervistate abbiamo rilevato appena 1-2 dottori di ricerca (spesso in ingegneria) ogni 100 laureati nelle sole materie scientifiche rilevate dal nostro questionario (Matematica, Fisica, Chimica e Biologia/biotecnologie); quindi, la percentuale dei soli dottori di ricerca in materie scientifiche è senz’altro molto inferiore a questo già bassissimo dato.
64Prendendo, infine, in considerazione le esperienze di coinvolgimento in dottorati si è riscontrato quanto segue: 8 intervistati su 10 riportavano partecipazioni attive della propria azienda in dottorati di ricerca, anche attraverso il finanziamento delle borse, la partecipazione alle commissioni dell’esame d’ammissione e alla definizione dei progetti di ricerca. Più spesso, però, le aziende preferiscono essere coinvolte negli assegni di ricerca, anche per chi sia privo di dottorato, perché non c’è un anno di didattica prima dell’avvio dell’attività di ricerca, e dunque sono «subito operativi». La formazione a livello di dottorato, insomma, sembra quasi un peso.
65Passiamo ora a considerare le proposte giunte dai nostri intervistati in merito ai contenuti e alle modalità formative che a loro avviso sono carenti o comunque da sviluppare.
«La multidisciplinarietà».
«Lo spirito imprenditoriale».
«Insomma, cultura del fare».
«Vivere con vincoli».
«Valore del tempo: eccessivo in azienda, nullo o quasi in università».
«Ricerca applicata vista come disvalore in università».
«Capacità di mantenere una rete di rapporti personali, fra cui collegamento con gruppo di ricerca universitario di provenienza».
«Capacità di apprendimento dei problemi, deve possedere non solo sapere ultra-specializzato, ma anche una visione d’assieme sulla tematica».
«Capacità relazionale, di leadership, sensibilità alle persone, comunicazione in pubblico».
«Che almeno qualche Ph.D. sia specializzato su questo approccio più ecologico».
«Una figura più tonda: capisce i problemi ma li pone a livello più alto: interdisciplinarietà!».
66Questa esigenza di apertura formativa è stata palesata, si noti, soprattutto da quelle aziende ove le (nuove) tecnologie pongono nuovi problemi di consapevolezza tecnologica, di governance, di visione globale e sistemica, con accentuazione della sensibilità sociale.
67Inoltre, sono anche emerse esigenze formative più specifiche rivolte in particolare ai seguenti contenuti e capacità:
«Organizzazione d’impresa, e soprattutto dei fattori critici di sopravvivenza e successo nella competitività internazionale».
«Capacità di guida di gruppi di ricerca».
«Autonomia, flessibilità, creatività, imparare velocemente, leadership, multidisciplinarietà».
«Umiltà: forse anche gli altri sanno».
68Anche le competenze nel controllo di gestione e del funzionamento della r&s e della logistica hanno ricevuto qualche attenzione dagli intervistati.
69In quasi tutti i casi, comunque, dopo il momento iniziale in cui i desiderata erano manifestamente centrati sulle competenze strettamente tecnico-specialistiche, approfondendo l’intervista si scopriva che in realtà era ancor più importante:
«L’apertura mentale, la disponibilità a cambiare».
70Addirittura, lo specialismo che porta a «essere innamorati della propria specialità» diveniva, col passare del tempo, un limite. Anche perché, in fin dei conti, l’intervistato si rendeva conto che
«Il super esperto posso prenderlo come consulente. In azienda importa il generalista».
71Per tacere del fatto che sembra azzardato ritenere un dottore di ricerca alla prima esperienza lavorativa un «super-esperto» immediatamente fruibile.
72Un’osservazione ricorrente sulle modalità formative dell’attuale dottorato è stata la seguente:
«La tesi andrebbe stabilita al momento in cui inizia, non al primo anno! Per le aziende altrimenti è impossibile da stabilire con serietà».
73Per quanto riguarda, poi, la disponibilità delle imprese ad accogliere i dottori di ricerca La valutazione generale è che i dottori di ricerca con il «profilo ideale», pur nella limitata domanda da parte delle imprese, riscuoterebbero il massimo interesse da parte delle imprese, vista la considerazione delle loro alte potenzialità.
74Il riconoscimento che le aziende sarebbero disposte a fornire è, orientativamente, pari al 10-20% in più rispetto al salario d’ingresso dei laureati, ma, ha rilevato qualcuno:
«I percorsi di carriera sono già molto personalizzati quindi non di più, la differenza con titoli inferiori si smorza entro i primi 2 anni».
75Raramente è preventivabile, dunque, un percorso formativo ad hoc, visto che in genere i dottori di ricerca, e soprattutto quelli rispondenti al «profilo ideale», vengono già ritenuti al vertice della formazione. Quasi che l’azienda non riconoscesse il proprio ruolo di formatore del proprio capitale umano on the job, e non sembra molto diffusa nemmeno la considerazione per il long-life learning.
76Ecco ora alcune considerazioni finali.
77Per quanto riguarda le difficoltà legate alla riconfigurazione del profilo formativo dei dottori di ricerca e del rapporto università-imprese ai fini dello sviluppo della ricerca, gli intervistati convengono in linea di massima su seguenti punti:
«È un problema già quello di sapere quali sono i dottorati in circolazione».
«Bisognerebbe poter influire sulla tesi».
«Bisognerebbe poter far svolgere la ricerca in azienda, laddove c’è adeguata struttura».
«Le piccole e medie imprese sono in competizione fra loro e non hanno voglia di condividere il know-how. Comunque non fanno ricerca e non la faranno mai».
78Essi forniscono anche alcuni suggerimenti operativi:
«Far fare le proposte alle aziende su quel che sanno fare e che vorrebbero fare con notevole innovazione, ma non hanno i soldi per farlo: immettere denaro pubblico».
«Far capo alle associazioni dei piccoli imprenditori per i contatti sui dottorati».
79Comunque, per quanto tutti gli operatori lamentino la lontananza fra università e ricerca, comincia a diffondersi la preoccupazione che l’università abbandoni le sue tradizionali missioni, cioè l’alta formazione e la ricerca di base, come segnalato anche da alcuni analisti (cfr. Florida, 1999).
80In conclusione, gli intervistati sembrano mostrare un notevole interesse verso dottori di ricerca i cui percorsi venissero ridisegnati come sopra:
«Potrebbero essere molto interessanti se prodotti ad hoc perché introducono un ordine prezioso in azienda».
81La prima conclusione della nostra ricerca è che bisogna ridefinire il concetto di crisi delle vocazioni scientifiche nei giovani, perché non è vero che non si iscrivono a corsi di scienza, ma ai soli corsi di Matematica, Fisica e Chimica.
82Scrive Teresa Mariano Longo (2003, p.23): «Quella che oggi è denunciata come crisi delle vocazioni scientifiche, in Italia c’era già venti anni fa». Alla luce di questa ricognizione la situazione è ancora più antica e dunque non si può parlare di «crisi», semmai di carenza strutturale. Inoltre, altri corsi di laurea della Facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali tengono le posizioni o registrano veri e propri boom (biotecnologie e informatica), come accade anche ad altri corsi in maggiore o minore misura caratterizzati da contenuti tecnico-scientifici in altre facoltà (ingegneria, agraria, scienze della formazione, scienze della comunicazione). A ben vedere una caratteristica dei corsi che hanno maggiore successo è, probabilmente, il loro carattere innovativo arricchito da migliori prospettive di lavoro, ma sicuramente contribuisce anche il loro carattere interdisciplinare e le aperture agli aspetti di ordine economico, sociale e culturale.
83Se consideriamo, d’altra parte, i giovani dell’attuale generazione, abbiamo evidenze particolarmente interessanti (Abruzzese, 2001, 21):
I giovani nel mondo della scuola sembrano essersi profondamente trasformati e vivono oggi una duplice esistenza. Da un lato, attenti ai rischi del mercato del lavoro, si sforzano di calibrare il loro impegno di studio cercando di non restare tagliati fuori. Dall’altro dilagano nella società esterna, fuori dalle cornici istituzionali, cercando di rispondere ai loro naturali bisogni di relazione e di espressione.
84Di conseguenza, c’è da chiedersi se l’immagine della Facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali non sia in contrasto con alcune esigenze fondamentali sentite da coloro che dovrebbero sceglierla per la propria prospettiva lavorativa. La scienza, infatti, non sembra oggi sufficientemente valorizzata come cultura, e non solo da parte di una cultura «intellettuale» di matrice crociana, ma anche da una cultura scientifica specularmente (o difensivamente) ristretta negli specialismi, che non riesce a cogliere, per limiti storici della sua formazione e sopravvivenza, il reale successo della scienza nella società contemporanea. Questa apertura potrebbe anche dare risposta a quella motivazione alle carriere scientifiche che è attribuita dai giovani alla curiosità intellettuale (Brandi et al., 2005), nonché consentire di «uscire dall’enfatizzazione dell’Università professionalizzante» che ha sottovalutato l’obiettivo didattico di «insegnare il metodo per imparare lungo tutto l’arco della vita (la formazione continua, appunto, così importante a livello europeo) e che il tempo dell’Università non è qualcosa di episodico, cioè che comincia e finisce» (Tosi, 2005).
85Lo scollamento generale fra scienza e società, che per giunta non corrisponde alla realtà della società basata sulla scienza, non fa che acuire l’insoddisfazione dei giovani in relazione agli «approfondimenti connessi alle ricadute sociali della ricerca scientifica» e deludere «il desiderio di una scienza articolata che non si esaurisce nelle applicazioni» (Brandi et al., 2005).
86Non si tratta di un limite esclusivamente italiano, se anche nel regno Unito si segnala la necessità di collegare quanto i giovani studiano nei corsi di Matematica, Fisica e Chimica al mondo che li circonda (Gareth, 2002).
87Se, poi, di crisi di successo anche si tratta, non è da escludersi che questo isolamento della scienza dalla cultura depauperi persino la cultura della capacità di dare risposte concrete ai bisogni individuali e sociali.
88Se la scienza non gode più dell’immagine incondizionatamente positiva (e positivistica) che aveva fino a pochi decenni fa, a parte quelle applicazioni in campo medico che non coinvolgano questioni rilevanti di bioetica, bisogna porre il problema delle condizioni che veicolano all’esterno un’immagine difforme dai bisogni di auto-orientamento e identificazione dei giovani, disincentivandone le scelte verso percorsi nell’alta formazione scientifica.
89Prendendo proprio lo spunto dai dati della nostra indagine sui dottori di ricerca, si vede che un ruolo decisivo nella ridefinizione dei dottori di ricerca riguarda soprattutto capacità che possiamo definire di ordine culturale, sociale e tecnico-economico.
90I corsi attualmente in crisi, dunque, potrebbero incontrare difficoltà che possiamo ipotizzare vadano in direzioni differenti.
91Innanzi tutto una debolezza potrebbe essere patita verso i corsi umanistici, in via di forte rivitalizzazione (p.es. nella Facoltà di Scienze dell’Educazione, ma anche nelle più tradizionali Facoltà di Lettere e Filosofia), per carenza di aperture di ordine culturale, critico e formativo in senso generale, e la scarsa attenzione riservata nei corsi di laurea scientifici agli insegnamenti di storia della scienza, persino della scienza caratteristica del corso di laurea, ne è un chiaro sintomo.
92Poi, una seconda debolezza potrebbe essere quella verso i corsi dell’Area Socio-Politica, per carenza di agganci per la comprensione sistematica del mondo contemporaneo, come testimoniato dalla eccezionalità di corsi di carattere sociale o comunicazionale previsti nei corsi di laurea in questione, a differenza di altri corsi di ingegneria o, persino, di biotecnologie.
93Quindi, un’altra debolezza potrebbe essere quella verso i corsi dell’Ingegneria per la loro apertura al mondo del lavoro e, più in generale, alle dinamiche della vita economica. Anche a questo proposito notiamo che gli insegnamenti di economia sono praticamente assenti nei corsi di laurea in oggetto.
94Evidentemente, se queste debolezze sono effettive esse indicano altrettanti spazi di miglioramento per i medesimi corsi, il cui riempimento potrebbe renderli più stimolanti per i giovani e più interessanti per le imprese, poiché andrebbero anche incontro alle loro esigenze più profonde di orientamento nella e di governo della complessità.
95Emerge, dunque, una linea di intervento formativo volta a rafforzare la diffusa curiosità presso i giovani, effettivamente segnalata da molti indizi e ricerche empiriche (l’ultima in ordine di tempo la rileva per il 37,9% dei giovani, Brandi et al., 2005) in una dimensione di pieno sviluppo intellettuale e di consapevolezza sociale.
96Inoltre, un’altra linea di intervento potrebbe essere rivolta a comunicare un’immagine nuova della Facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali, più adeguata alla realtà di una società basata sulla scienza. Questo, certamente, richiede l’attivazione degli «scienziati naturali» per operare con gli «scienziati sociali», arricchendo l’immagine oggi più diffusa della scienza troppo appiattita sulle sole scienze naturali.
97Infine, non è da trascurare il potenziale impatto che figure d’eccellenza, quali dottori di ricerca della Facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali così ridisegnati potrebbero avere, fornendo figure di imprenditori e ricercatori industriali non più eccezionali nel nostro paese, ma sistematicamente iniettate nel territorio. Ciò potrebbe contribuire sia a imprimere al tessuto industriale del paese la spinta necessaria per intraprendere con decisione i nuovi percorsi della società della conoscenza, sia a fornire risorse in grado di gestire la complessità legata alle nuove tecnologie, sia anche, infine, a far riguadagnare in immagine la Facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali e, non ultima, la scienza stessa nel nostro paese.
98In conclusione, è possibile che la Facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali viva un momento di difficoltà, a differenza di altre facoltà «scientifiche», e che questo possa anche contribuire a sopire effettivamente l’interesse dei giovani per intraprendere carriere nella scienza.
99Come sembra emergere dalla nostra indagine sui dottori di ricerca, vi è, anche qui, una netta specularità: in questo caso, fra scarsa apertura della Facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali al mondo economico e sociale (con davvero poche, encomiabili, eccezioni) e scarsissima propensione delle imprese alla ricerca, persino a quella più applicativa (con un numero davvero piccolo di eccezioni fra le grandi imprese), e alla sensibilità necessaria a competere nella società della conoscenza. E alla crisi delle imprese italiane dell’high-tech può, dunque, in certa misura, far riscontro una crisi di immagine della Facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali. Concordiamo, perciò con la conclusione di Brandi et al. (2005) che più che di un calo delle «vocazioni» si tratti di un «calo della stima delle possibilità di potere effettivamente riuscire a lavorare in campo scientifico».
100Più in generale, comunque, bisognerebbe rilevare e far rilevare a livello di governance che la scienza «di base» è ben più pratica di quanto non si pensi negli ambienti della «cultura del fare», e più cultura di quanto non si pensi in taluni ambienti intellettuali. La crisi, insomma, è crisi di una visione della scienza e della società. Uscirne richiede un ripensamento critico e autocritico anche da parte di scienziati e industriali. I primi, ridefinendo i loro stessi percorsi formativi, aprendosi al confronto con le altre scienze e assumendo, quindi, la responsabilità che compete loro nella società basata sulla scienza. I secondi, contribuendo a delineare per il paese un percorso di sviluppo sociale, oltre che – ovviamente – economico, fondato sulla scienza. Perché la scienza è, che se ne sia consapevoli o meno, unitaria, non conosce più, se mai ne ha davvero conosciuti, confini «essenzialistici», ed è oggi inestricabilmente immersa nelle dinamiche sociali. Conseguentemente, la sua immagine può mutare solo con una mobilitazione corale volta, sia a infrangere questi riverberi che abbagliano scienziati e «intellettuali», accademici e imprenditori, giovani e analisti, sia a superare i molti ostacoli che fanno delle carriere scientifiche un percorso difficile e poco valorizzato.