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la società contemporanea / I cinesi in Italia tra inclusione economica subalterna ed esclusione sociale

Imprenditoria cinese in Italia e processi di integrazione sociale

Chinese entrepreneurship in Italy and processes of social integration
Anna Marsden
p. 7-21

Abstract

Till the beginning of the last decade most Chinese enterprises were small workshops working as a third party for Italian firms in the industrial districts. Chinese entrepreneurs and their workers therefore had limited interactions with mainstream society.
Nowadays, having spread out all over the country and penetrated many different sectors of the economy, Chinese entrepreneurs and their workers have in many ways developed interactions with mainstream society.
The article analyses the development of Chinese entrepreneurship and its perception in mainstream society, and highlights the emergence of different (and contrasting) processes of social integration. While the activity of Chinese enterprises results in the emergence from below of significant processes of social integration that trend to overcome the ethnic divide, identity prescription is the answer from mainstream society to Chinese claiming their belonging to Italy, and characterizes the emergence from above of other processes of social integration that stress the ethnic divide.

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Testo integrale

1L’imprenditoria cinese in Italia è ormai costituita da un universo alquanto composito ed eterogeneo di aziende, gioca una significativa importanza nell’economia nazionale e sta diventando anche il motore di nuovi processi di integrazione sociale. Essa continua, tuttavia, a essere principalmente percepita come espressione della “chiusura” della comunità cinese e identificata come una sorta di fenomeno estraneo al tessuto socio-economico in sui si è generato e con cui costantemente interagisce in molteplici maniere.

2L’articolo analizza lo sviluppo di questa imprenditoria e la sua percezione nella società italiana, focalizzando l’attenzione sulla recente comparsa di differenti, e contrastanti, processi di integrazione sociale. Accanto all’emergere dal basso di silenziosi processi di integrazione che tendono al superamento delle divisioni etniche, determinati dall’attività delle imprese cinesi, assistiamo al contemporaneo sviluppo di altri processi di integrazione, caratterizzati dall’esaltazione dell’identità etnica proposta dalla società italiana, che riproducono, invece, le divisioni etniche e determinano il formarsi di nuove gerarchie sociali.

1. Lo sviluppo dell’imprenditoria cinese in Italia

  • 1 Nella provincia di Prato, una delle aree a più forte insediamento cinese in Italia, l’imprenditoria (...)

3La presenza di imprese cinesi è oggi ampiamente diffusa sull’intero territorio nazionale, con una forte concentrazione in alcune aree del nord e centro Italia ma una diffusione capillare anche in tutte le altre regioni italiane. I dati di Infocamere sulle ditte individuali, gli unici disponibili a livello nazionale, registrano quasi 40.000 aziende nel settembre 2011, mentre non è possibile quantificare la presenza di società che alcune ricerche suggeriscono, però, essere consistente e in costante incremento, seppure molto più contenuta1.

  • 2 Delle 8.446 ditte individuali cinesi operanti in Toscana 4.418, pari al 52,31%, sono a Prato e 3.14 (...)
  • 3 Delle 7.262 ditte individuali cinesi operanti in Lombardia 3.857, pari al 53,10% sono a Milano.

4Circa il 40% delle ditte individuali si concentrano in Toscana (prevalentemente nelle province di Prato e Firenze)2 e in Lombardia (prevalentemente nella provincia di Milano)3, oltre il 38% è distribuito tra Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Sicilia e Campania, e il rimanente è disperso sul resto del territorio nazionale.

Tab. 1 Cinesi titolari di ditte individuali attive in Italia per regione. Dati al 30/09/2011

Regione

Titolari ditte individuali

V.A.

V.%

Abruzzo

909

2,32

Basilicata

99

0,25

Calabria

651

1,66

Campania

2.082

5,31

Emilia Romagna

3.709

9,46

Friuli Venezia Giulia

459

1,17

Lazio

2.843

7,25

Liguria

656

1,67

Lombardia

7.262

18,52

Marche

1.463

3,73

Molise

58

0,15

Piemonte

1.882

4,80

Puglia

1.125

2,87

Sardegna

701

1,79

Sicilia

2.117

5,40

Toscana

8.446

21,54

Trentino Alto Adige

120

0,31

Umbria

265

0,68

Valle d’Aosta

21

0,05

Veneto

4.345

11,08

Totale

39.213

100,00

Fonte: elaborazione dell’autrice su dati Infocamere/CCIAA di Prato

5Commercio e manifatturiero sono i due settori trainanti delle aziende cinesi, ma piuttosto consistente è anche la presenza nella ristorazione e nei servizi, cui soprattutto le imprenditrici cinesi sembrano guardare con crescente attenzione, mentre marginale resta l’attività svolta in altri settori (come le costruzioni o l’agricoltura, silvicoltura e pesca).

Tab. 2 Cinesi titolari di ditte individuali attive in Italia per settore e sesso. Dati al 30/09/2011

Sesso

Maschi

Femmine

Totale

Settore

V.A.

V.%

V.A.

V.%

V.A.

V.%

Manufatturiero

8.757

39,23

6.278

37,17

15.035

38,34

Commercio

10.209

45,74

7.694

45,55

17.903

45,66

Alloggio e ristorazione

2.134

9,56

1.734

10,27

3.868

9,86

Servizi

849

3,80

1.086

6,43

1.935

4,93

Altro

334

1,50

55

0,33

389

0,99

Imprese non classificate

39

0,17

44

0,26

83

0,21

Totale

22.322

100,00

16.891

100,00

39.213

100,00

Fonte: elaborazione dell’autrice su dati Infocamere/CCIAA di Prato

6La distribuzione di queste attività è alquanto differenziata sul territorio nazionale. Essa rispecchia le caratteristiche economiche delle varie aree geografiche e lo sviluppo storico dell’immigrazione cinese in Italia.

7Le attività manifatturiere prevalgono nettamente soltanto in alcune regioni (Toscana, Marche, Emilia Romagna, Veneto e Abruzzo), dove massiccio è stato l’inserimento dei cinesi nei distretti industriali, mentre nella maggioranza delle regioni, e in particolare in quelle di più recente immigrazione (come Calabria, Sicilia e Sardegna), schiacciante è la prevalenza delle attività commerciali.

8Minore, come precedentemente accennato, è la presenza nei settori dei servizi e della ristorazione, che è diffusa, comunque, in quasi tutte le regioni, ma si concentra soprattutto in Lombardia (46% delle ditte cinesi in Italia operanti nei servizi e 43% di quelle operanti nell’alloggio e ristorazione), dove a una modesta prevalenza delle attività commerciali si affianca una consistente presenza sia delle ditte attive nel comparto manifatturiero che di quelle attive nei servizi e nell’alloggio e ristorazione.

9Molti sono i fattori che hanno contribuito allo sviluppo dell’imprenditoria cinese, la cui importanza è fortemente cresciuta nell’economia nazionale e, in particolare, in alcuni contesti locali dove più consistente è la presenza di queste aziende.

Tab. 3 Cinesi titolari di ditte individuali attive in Italia per regione e settore. Dati al 30/09/2011

Settore

Regione

Manifatt.

Commercio

A. e. ristor.

Servizi

Altro

Non classif.

Totale

Abruzzo

51,71

42,46

3,30

1,54

0,77

0,22

100,00

Basilicata

24,24

74,75

0,00

1,01

0,00

0,00

100,00

Calabria

0,00

98,16

1,38

0,31

0,00

0,15

100,00

Campania

8,26

87,13

1,10

2,35

0,97

0,19

100,00

Emilia Romagna

54,76

29,20

11,11

3,91

0,89

0,13

100,00

Friuli V. Giulia

3,49

66,88

16,34

12,42

0,87

0,00

100,00

Lazio

4,04

76,75

11,54

6,09

1,16

0,42

100,00

Liguria

3,20

79,27

11,43

4,57

1,52

0,00

100,00

Lombardia

30,21

33,27

22,75

12,26

1,35

0,17

100,00

Marche

68,01

27,20

2,53

1,57

0,55

0,14

100,00

Molise

3,45

86,21

5,17

5,17

0,00

0,00

100,00

Piemonte

10,36

56,06

19,13

10,79

3,29

0,37

100,00

Puglia

6,13

90,84

2,22

0,36

0,09

0,36

100,00

Sardegna

0,14

96,86

1,71

1,00

0,14

0,14

100,00

Sicilia

0,24

97,92

1,04

0,19

0,28

0,33

100,00

Toscana

75,29

19,70

2,10

1,92

0,79

0,20

100,00

Trentino Alto A.

6,67

52,50

22,50

6,67

10,83

0,83

100,00

Umbria

40,75

49,06

6,04

3,02

0,75

0,38

100,00

Valle d’Aosta

0,00

80,95

9,52

0,00

9,52

0,00

100,00

Veneto

51,78

30,63

13,42

3,50

0,51

0,16

100,00

Totale

38,34

45,66

9,86

4,93

0,99

0,21

100,00

Fonte: elaborazione dell’autrice su dati Infocamere/CCIAA di Prato

  • 4 I dati sui permessi di soggiorno rilevavano nel 1975 una popolazione di 402 cinesi adulti in Italia (...)

10L’immigrazione cinese in Italia, cominciata all’inizio dello scorso secolo ma rimasta per lungo tempo alquanto contenuta4, iniziò a crescere rapidamente negli anni ’80 e alla modesta presenza delle imprese avviate dai precedenti immigrati se ne affiancarono presto molte altre.

11Le caratteristiche del sistema produttivo italiano, caratterizzato dalla presenza di numerosi distretti industriali, e l’emanazione di ripetute sanatorie costituirono potenti fattori attrattivi per i nuovi migranti cinesi arrivati numerosi in Europa negli ultimi decenni del secolo, ed all’inizio del nuovo millennio l’Italia era stimata essere il paese europeo con il più alto numero di cittadini cinesi (Laczko, 2003). Agli originari dell’area di Wenzhou, nel sud del Zhejiang (provincia costiera della costa sudorientale della Cina), che raggiunsero, numerosi, parenti e compaesani precedentemente insediatisi in Italia (e costituiscono tuttora la componente ampiamente maggioritaria della popolazione cinese), si affiancarono nei tardi anni ’80 gli originari del Fujian (altra provincia della costa sudorientale della Cina, confinante con il Zhejiang) e, nel corso del successivo decennio, quelli provenienti dalla Manciuria (OIM, 2009). Nell’arco di un ventennio la popolazione cinese in Italia assunse una crescente eterogeneità (per area di origine in Cina, luogo di nascita, percorsi migratori e condizione socio-economica) e le sue attività imprenditoriali si diffusero sull’intero territorio nazionale, assumendo una crescente importanza nell’economia del paese. Migliaia di piccole imprese manifatturiere comparvero rapidamente in vari distretti industriali, determinando forti concentrazioni della popolazione cinese, mentre il più moderato sviluppo delle attività ristorative favorì contemporaneamente una progressiva distribuzione delle presenze su tutto il territorio.

12Le caratteristiche socio-economiche dei distretti industriali (quali la centralità della famiglia nell’attività produttiva, la contiguità degli spazi di vita e lavoro, la disponibilità al lavoro intenso, la propensione alla mobilità sociale e l’elevata incidenza dell’economia informale) ben si coniugarono con le aspirazioni imprenditoriali dei wenzhounesi e, successivamente dei fujianesi. Molti di essi riuscirono in breve tempo e con scarsi investimenti economici ad avviare piccoli laboratori di confezioni e produzione di articoli in pelle, lavorando come contoterzisti per le aziende italiane e offrendo lavoro a un crescente numero di connazionali. Già nel corso degli anni ’90 tali imprese assunsero una crescente rilevanza nelle economie distrettuali e al loro ulteriore sviluppo negli anni 2000 si è affiancato un crescente ruolo degli imprenditori cinesi nel settore del commercio, mentre la popolazione cinese in Italia è continuata ad aumentare, sia per il perdurare degli arrivi (dalla Cina e da paesi europei di precedente immigrazione) che per la comparsa delle nuove generazioni, e le sue attività imprenditoriali sono divenute una realtà sempre più articolata e complessa.

13In alcune aree geografiche le imprese avviate dagli immigrati sono diventate una componente estremamente consistente dell’imprenditoria locale e ne hanno significativamente caratterizzato lo sviluppo, mentre la presenza di una crescente popolazione cinese ha implementato gli affari dei più intraprendenti imprenditori italiani che hanno saputo cogliere la domanda proveniente da questa nuova clientela, moltiplicando così le proprie vendite di merci e servizi.

14Esemplare è il caso del distretto industriale di Prato, dove nei primi anni ’90 (quando l’immigrazione cinese nell’area era appena iniziata) le imprese cinesi erano poco più di duecento, tutte lavoranti come contoterziste nella produzione di confezioni per committenti italiani (e totalmente soggette ai ritmi e modalità di produzione da essi determinati) (Marsden, 2003), e sono ormai diventate circa 4.500 (Caserta, Marsden, 2011). Esse costituiscono il 16% del totale delle aziende attive in provincia, e la loro incidenza sale al 44% nel comparto manifatturiero e all’81% nelle confezioni. In meno di un ventennio esse sono cresciute di oltre il 2000% (dalle 212 del 1992 alle 4.492 del 2009), hanno dato nuovo impulso allo sviluppo delle industrie tessili e dell’abbigliamento e le loro attività si sono estese a nuovi settori. La diversificazione delle attività iniziò nella seconda metà degli anni ’90 come strategia familiare portata avanti dai primi imprenditori wenzhounesi nella zona, che affiancarono alla gestione di una o più imprese di confezioni l’impegno di altri membri della famiglia nella sperimentazione di nuovi settori (Marsden, 2002). Nel corso del successivo decennio il numero di aziende operanti nel commercio, i servizi e la ristorazione si è rapidamente moltiplicato, mentre la crescita delle aziende di confezioni è andata avanti di pari passo con la crescita della produzione e dell’importanza di questo settore nell’economia del distretto. Alcune centinaia di imprenditori cinesi sono riusciti ad affrancarsi dalla posizione di subfornitori delle aziende italiane, acquisendo il controllo dell’intero ciclo produttivo (dalla progettazione alla commercializzazione del prodotto) e vendendo articoli di pronto moda ad un’ampia clientela proveniente sia dall’Italia che da numerosi paesi europei. L’universo delle imprese cinesi è divenuto sempre più eterogeneo, sia nel settore del tessile – abbigliamento che in altri settori. Accanto alle tante ditte individuali si sono affiancate diverse centinaia di società di capitale e altre forme societarie e ad aziende di successo, che vantano ormai una significativa anzianità di attività sul territorio, se ne affiancano altre che stentano a rimanere sul mercato e spesso hanno solo breve durata.

15Similmente a quanto avvenuto a Prato, il numero delle imprese cinesi si è moltiplicato in molti altri distretti industriali estendendosi ad altri settori produttivi (come calzature, mobili, divani, articoli biomedici), con alcuni imprenditori di successo che hanno acquisito il controllo dell’intero ciclo produttivo, e vendono merce prodotta sia in Italia che in Cina a una vasta clientela, e una miriade di laboratori di subfornitura che lavorano per committenti italiani e cinesi. Contemporaneamente lo sviluppo delle esportazioni dalla Cina, e l’emergente ruolo del paese nell’economia mondiale, ha facilitato il proliferare delle attività di import-export con il moltiplicarsi di esercizi all’ingrosso, che riforniscono un vasto numero di grossisti e dettaglianti italiani e europei (oltre che cinesi) provenienti da molti paesi europei (Ceccagno, 2005), e il fiorire di migliaia di piccoli esercizi commerciali in tutto il paese (che hanno affiancato altre attività nelle aree di più vecchio insediamento cinese mentre costituiscono la quasi esclusiva attività imprenditoriale in quelle di più recente immigrazione).

2. Società italiana e imprese cinesi: un rapporto complesso

16L’imprenditoria cinese in Italia si è, dunque, originata all’interno del preesistente sistema produttivo, esaltando le caratteristiche socioeconomiche dei distretti industriali e consentendo alle aziende italiane di attuare processi di delocalizzazione in loco e mantenere competitività sfruttando la rete dei laboratori contoterzisti cinesi, ed ha assunto, poi, una crescente importanza e complessità, contribuendo allo sviluppo di produzioni tipiche del made in Italy (come l’abbigliamento o le calzature) e alla crescita del commercio internazionale.

17All’elevata integrazione economica non ha corrisposto però un’analoga integrazione sociale e l’intraprendenza degli imprenditori cinesi è stata vista sin dall’inizio con sospetto e ostilità da molti italiani.

18Sin dagli anni ’80, quando la presenza cinese in Italia in rapida ascesa fu improvvisamente “scoperta” dagli italiani (nel quadro del generale allarmismo sullo sviluppo dell’immigrazione straniera nel paese), l’immagine prevalente dei cinesi è stata quella di una comunità chiusa, impermeabile e riluttante all’integrazione sociale, che invadeva il paese. Il primo grosso insediamento cinese in un distretto industriale, nell’area di San Donnino - Campi Bisenzio, in Toscana, determinò forti tensioni con la popolazione locale (Marsden, 1994), e sin da allora lo stereotipo di impenetrabili “Chinatowns”, con diffusi fenomeni di mafia e criminalità, è stato ampiamente diffuso dalla stampa e dagli altri organi di informazione (Marsden, 1997; Mirante, 2008).

19Il modello di integrazione subalterna dominante in Italia (Ambrosini, 2005), su cui si è costruita l’immagine sociale dell’immigrato visto essenzialmente come lavoratore povero e dequalificato alle dipendenze di aziende italiane, ha reso incomprensibile e immediatamente “sospetta” l’alta propensione imprenditoriale degli immigrati cinesi. La difficoltà di lettura di questo fenomeno, che appariva in così netto contrasto con l’immagine sociale dominante degli immigrati, si è rapidamente saldata con l’immagine di una netta alterità/estraneità, intrisa al suo interno di un senso di potenziale minaccia, storicamente radicata nell’immaginario occidentale sulla Cina e l’oriente. Caratteristiche proprie dei distretti industriali (quali lo stretto rapporto tra famiglia e impresa e l’elevata diffusione dell’economia informale) sono rapidamente divenute, nella rappresentazione offerta dagli organi di informazione e da numerose istituzioni, “caratteristiche cinesi”, strettamente legate alla “chiusura” e al “rifiuto di integrarsi” della popolazione cinese, ed all’analisi delle complesse interazioni tra italiani e cinesi nello sviluppo di dinamiche di mercato si è frequentemente sostituito un approccio culturalista, teso ad esaltare la presunta separatezza e irriducibile alterità degli imprenditori cinesi e delle loro aziende. Accanto all’immagine di minacciose e impenetrabili Chinatowns si è affiancata, in alcune zone, quella di realtà economiche separate e concorrenziali tra loro all’interno di un’unica economia locale, con la contrapposizione tra “distretto industriale italiano” e “distretto parallelo cinese”. Tale contrapposizione iniziò ad affermarsi a Prato nei primi anni 2000, principalmente in seguito all’emergere dei primi pronto moda cinesi non più relegati alla funzione di subfornitori delle aziende italiane (Rastrelli, 2003), e si è progressivamente accentuata con lo sviluppo delle imprese cinesi, sino a raggiungere toni sempre più esasperati e allarmistici ben esemplificati dal titolo di un volume edito nel 2008 da Silvia Pieraccini, L’assedio cinese. Il distretto “parallelo” del pronto moda di Prato.

20La politica italiana sull’immigrazione, caratterizzata dall’emanazione di ripetute sanatorie, ha contribuito, peraltro, alla diffusione di negativi stereotipi sui cittadini immigrati (cinesi e non), e alla loro generale criminalizzazione, e ha fortemente condizionato i processi di insediamento della popolazione cinese in Italia.

21L’esperienza di un periodo, più o meno prolungato, da clandestino in Italia ha scandito la vita di molti immigrati, condannandoli a una posizione di estrema debolezza e ricattabilità sia nei confronti dei propri connazionali regolarmente soggiornanti nel paese che nel più generale rapporto con la società italiana, e ogni sanatoria ha generato diffusi fenomeni di illegalità, con la compravendita di ogni sorta di documento utile a regolarizzare la presenza sul territorio italiano (Rastrelli, 2003).

22L’irregolarità del soggiorno si è inevitabilmente tradotta anche nell’irregolarità di tanti rapporti di lavoro all’interno delle aziende cinesi (analogamente a quanto avvenuto nelle aziende italiane dove altri immigrati, e una minoranza di cinesi, hanno trovato lavoro) che hanno aggravato le difficili condizioni di vita e di lavoro degli operai nelle migliaia di laboratori contoterzisti fioriti nel corso degli anni ’90. Ai duri ritmi di lavoro, imposti dalla rapidità delle consegne richiesta dai committenti italiani, e alla precarietà occupazionale derivante dalla precarietà stessa di molte di queste imprese, soggette alla discontinuità delle commesse ricevute e esposte a una crescente concorrenza tra loro, si affiancava, così, per molti lavoratori, anche la totale mancanza di diritti propria della vita da clandestino.

23Per tutti gli anni ’90 l’imprenditoria cinese in Italia è stata principalmente costituita da questi piccoli laboratori e la presenza al loro interno di immigrati irregolari è stata spesso enfatizzata nelle sue dimensioni e presentata come una caratteristica “etnica”, interpretandola, talvolta, come la “chiave del successo” delle imprese cinesi (Rastrelli, 2005).

24Fino agli anni 2000 l’immagine dei cinesi in Italia è coincisa principalmente con quella di questi laboratori, la cui rappresentazione nel dibattito pubblico ha teso spesso a presentarne una sorta di “estraneità” al sistema produttivo che li ha generati (e del quale essi costituiscono parte integrante) e si è strettamente intrecciata al crescente dibattito generale sull’immigrazione “clandestina” e sui temi dell’ordine pubblico e della legalità. Malgrado lo sviluppo di un certo dibattito sull’imprenditoria cinese come “risorsa” o “minaccia” per l’economia del paese, la percezione prevalente è stata quella della “minaccia” e tale è rimasta anche successivamente, quando questa si è estesa a un crescente numero di attività commerciali e di servizio.

25L’emergente ruolo della Cina come nuova potenza economica sembra, per certi versi, avere accentuato sentimenti di preoccupazione, diffidenza e ostilità verso i cinesi (di Cina e d’Italia) e termini come “concorrenza sleale”, “contraffazione” e “illegalità” sono sempre più spesso stati utilizzati per spiegare il successo economico sia della Repubblica Popolare Cinese che dei suoi migranti.

  • 5 Il console Gu Honglin ha protestato più volte per la quantità e durezza dei controlli sulle imprese (...)

26Contemporaneamente si è sviluppato nel paese un clima di crescente ostilità nei confronti della popolazione straniera. La moltiplicazione delle imprese cinesi operanti nel commercio e in una pluralità di servizi è stata accolta con sospetto e ostilità, spesso vista come “invasione” del territorio e segno dell’inarrestabile sviluppo di “Chinatowns”. In alcune realtà le amministrazioni locali hanno emanato provvedimenti discriminatori tesi a limitare, in vario modo, le attività delle imprese cinesi (è il caso di Milano, per quanto riguarda il carico e scarico delle merci dei grossisti cinesi concentrati nella zona di Paolo Sarpi, e di Prato, per quanto riguarda la limitazione dell’orario di apertura serale degli esercizi di ristorazione cinesi nella zona di via Filzi, via Pistoiese), mentre si sono moltiplicati i controlli delle forze dell’ordine che hanno assunto talvolta carattere spettacolare, per il grande spiegamento di forze utilizzato, suscitando anche le proteste delle autorità consolari (è il caso, in particolare di Prato5).

27A distanza di alcuni decenni dall’inizio di una consistente presenza della popolazione cinese in Italia (e di circa un secolo dalla comparsa dei primi nuclei di insediamento), diffidenza e ostilità restano gli atteggiamenti prevalenti verso questa popolazione, la cui crescente eterogeneità è spesso negata con l’immagine di una comunità chiusa e autoreferenziale, ed anche le nuove generazioni, nate e cresciute in Italia, continuano ad essere identificate come estranee e spinte verso una forzata identificazione etnica.

28In tale contesto scarsa è l’attenzione per l’emergere di silenziosi processi di integrazione sociale determinati proprio dall’attività delle imprese cinesi e dai loro più recenti sviluppi.

3. Nuove tendenze e silenziosi processi di integrazione sociale

29Se fino alla fine dello scorso secolo lo sviluppo dell’imprenditoria cinese in Italia è apparso come un fenomeno relativamente omogeneo, identificabile principalmente nella diffusione dei laboratori contoterzisti, caratterizzati dalla loro posizione di subalternità nei confronti delle aziende italiane e dalle scarse opportunità di interazione di imprenditori e dipendenti cinesi con la società italiana, il suo più recente sviluppo appare, invece, caratterizzarsi per la crescente eterogeneità delle imprese e l’emergere di nuovi processi di interazione con la società locale.

30I cittadini cinesi da più tempo residenti in Italia hanno acquisito maggiori risorse (di competenze e di capitali) da investire nelle proprie imprese; nuove generazioni di cinesi, nati e cresciuti in Italia e con una buona conoscenza della lingua e della società italiana, hanno contribuito ad ampliare le attività delle aziende; i legami con la Cina, in rapida crescita economica, e con gli altri cinesi della diaspora hanno facilitato lo sviluppo delle attività commerciali e la diversificazione delle attività anche su più territori (con parte degli imprenditori più di successo che hanno portato avanti i propri affari sia in Italia che in Cina).

  • 6 Orari di lavoro prolungati, lavoro a nero, paghe inferiori a quelle dei colleghi italiani e altre f (...)
  • 7 La presenza di queste figure ha conosciuto una certa espansione negli ultimi anni soprattutto in re (...)

31Contemporaneamente la progressiva saturazione di quelli che erano stati fino agli anni ’90 i settori tradizionali dell’imprenditoria cinese in Italia (pelletteria, tessile e ristorazione), i cosiddetti “settori rifugio” (Cologna, 2008), ha spinto alla ricerca di nuove opportunità, mentre le scarse possibilità di affermazione professionale all’interno del mercato del lavoro italiano hanno rafforzato la spinta verso la scelta imprenditoriale (anche tra i cinesi di più vecchia immigrazione e i loro discendenti). L’impiego dei cinesi nelle aziende italiane, cominciato a svilupparsi all’inizio dello scorso decennio, è rimasto sostanzialmente circoscritto ad attività dequalificate e poco remunerate del comparto manifatturiero (con condizioni di lavoro talvolta non migliori di quelle sperimentate all’interno dei laboratori cinesi6), mentre la crescente richiesta di un’affermazione professionale proveniente dai giovani di seconda generazione trova scarse risposte e il ruolo che sembra essere ad essi più frequentemente proposto è quello di “mediatori” tra società italiana e comunità cinese, con l’assunzione di mediatori linguistico-culturali (con contratti di lavoro precario) negli sportelli per immigrati degli uffici pubblici (comuni, questure, aziende sanitarie) o di addetti all’utenza cinese in vari esercizi commerciali e servizi (negozi, banche, ambulatori privati, scuole guida, ecc.)7.

  • 8 Le risposte della società italiana alla rivendicazione di appartenenza al paese di residenza portat (...)

32La richiesta di partecipazione proveniente dai giovani di seconda generazione (ma anche da una parte della popolazione cinese ormai da tempo stabilizzatasi nel nostro paese) si scontra con un quadro istituzionale che ne sancisce l’esclusione, negando loro la cittadinanza, e il modello di integrazione che sembra emergere in risposta a una crescente domanda di partecipazione politico-sociale appare fondarsi sulla limitata accettazione di una selezionata minoranza della popolazione cinese, legittimata fondamentalmente per una funzione di mediazione tra italiani e cinesi, che tende ad esaltare l’identità etnica e la generale distinzione tra popolazione italiana e cinese. L’emergere di un simile modello appare suggerito, ad esempio, dalla funzione attribuita all’unico assessore in Italia di origine cinese, nominato a Campi Bisenzio nel 2008, cui è stata assegnata la delega, appositamente istituita, dei “rapporti con la comunità cinese”. Altrettanto riduttivo è il ruolo che le istituzioni italiane hanno attribuito ai giovani di Associna, la prima associazione di cinesi di seconda generazione in Italia (fondata nel 2005). La loro rivendicazione di una piena appartenenza alla società italiana, identificata in primo luogo nel diritto alla cittadinanza, è rimasta inappagata e il loro riconoscimento come soggetto politico nel dibattito pubblico ha teso ad esaltarne l’identificazione etnica, identificandoli come rappresentanti della comunità cinese e attribuendo loro principalmente una funzione di mediazione tra società italiana e comunità cinese8.

  • 9 Nel Regno Unito, ad esempio, elevata è la mobilità sociale dei cinesi con un crescente inserimento (...)
  • 10 Nell’anno accademico 2008-2009 risultavano iscritti all’università 3.863 cinesi, dei quali si stima (...)
  • 11 Significativi segnali di cambiamento stanno tuttavia iniziando ad emergere, come evidenzia l’organi (...)

33A differenza di altri paesi, dove le nuove generazioni di cinesi tendono a distinguersi per l’elevato successo scolastico, con il raggiungimento di un alto livello di istruzione, e crescente è la loro affermazione professionale all’interno del mercato del lavoro nazionale9, in Italia pochi, seppure in aumento, sono ancora coloro che arrivano a conseguire un titolo di studio universitario10, ed ancora meno sono quanti riescono a raggiungere un’affermazione professionale nel mercato nazionale del lavoro11.

34L’attività imprenditoriale costituisce tuttora il principale sbocco occupazionale per le nuove generazioni di cinesi ed è, conseguentemente, all’interno di questo ambito che si è finora concentrato il loro contributo allo sviluppo di significativi processi di cambiamento nel paese.

35La crescente presenza di giovani cinesi, nati o cresciuti in Italia, ha favorito nel corso degli anni 2000 il moltiplicarsi delle imprese, la progressiva diversificazione delle loro attività e l’emergere di nuovi processi di interazione tra italiani e cinesi, silenziosamente diffusisi nei rapporti di vita quotidiana all’interno di molte città italiane.

36L’espansione delle imprese cinesi nel terziario ha portato con sé una “silenziosa rivoluzione” nel modo in cui gli imprenditori cinesi e i loro dipendenti interagiscono con la società italiana (Cologna, 2011b). Commercio e servizi sono diventati la principale attività degli imprenditori cinesi che, attraverso il loro lavoro, veicolano lo sviluppo di silenziosi processi di integrazione dal basso, offrendo a una multietnica ed eterogenea clientela una pluralità di merci e servizi.

37Mentre l’immagine pubblica dei cinesi, continuamente riproposta dagli organi di informazione e dal dibattito politico, insiste nell’esaltare la separatezza e la chiusura della comunità, per un crescente numero di italiani acquistare beni e servizi dagli esercenti cinesi è divenuta un’abitudine comune che distrattamente scandisce la loro vita quotidiana. A Milano, Roma, Torino e in tanti altri centri urbani numerosi cinesi gestiscono bar e caffè, edicole, negozi di barbiere o parrucchiere, ristorantini che offrono specialità locali o una variegata cucina multietnica, piccoli negozietti di quartiere che vendono merce di vario genere agli abitanti della zona,e varie altre attività. Molti di questi servizi si caratterizzano per l’assoluta mancanza di una qualunque connotazione etnica e, talvolta, essi continuano anche ad impiegare i dipendenti italiani assunti dal precedente gestore italiano.

38La diffusione di queste attività si è sviluppata soprattutto nel contesto milanese ma si è rapidamente estesa in tutto il territorio nazionale, incluse quelle realtà ancora caratterizzate da una permanente concentrazione dei cinesi nel comparto manifatturiero.

  • 12 Circa il 15% degli intervistati ha dichiarato di avere fatto totalmente o parzialmente ricorso al c (...)

39La diffusione di nuovi e molteplici processi di interazione tra popolazione italiana e cinese determinata dall’attività delle imprese cinesi non si esaurisce nelle trasformazioni avvenute all’interno del settore terziario, ma sembra caratterizzare, seppure in modo meno evidente, anche il più generale sviluppo dell’imprenditoria cinese in Italia, come suggeriscono i risultati di una recente ricerca (Marsden e Caserta, 2010) condotta con settantacinque interviste a imprenditori cinesi di Prato. Il 20% degli intervistati (operanti in differenti settori) hanno dichiarato di avere alle proprie dipendenze uno o più italiani ed un altro 19% di avere intenzione di assumerne, mentre soltanto il 29% escludeva nettamente questa ipotesi. L’assunzione di personale italiano, cominciata ad emergere nei primi anni 2000 (in particolare con l’assunzione di modelliste italiane nelle aziende di pronto moda), appare legata all’acquisizione di specifiche competenze (principalmente commerciali e tecniche) ed è talvolta persino presentata come un fattore determinante per il successo dell’azienda, come indicano le parole di un imprenditore del pronto moda (nella cui azienda lavorano otto cinesi e sedici italiani) citate da Oriani e Staglianò (2008, 122): “Gli italiani sono più forti sulla fantasia e il commerciale. I cinesi cuciono precisi, rapidi e zitti. Ognuno per conto suo non saremmo cresciuti così”. Nuove modalità di interazione tra italiani e cinesi emergono non soltanto nella gestione delle aziende cinesi ma anche nel loro finanziamento. La ricerca su Prato ha rilevato un crescente ricorso al credito bancario, sia per l’avvio dell’impresa che per il suo successivo sviluppo o l’acquisto di immobili12. Tale tendenza è confermata dall’apertura, nel 2008, di una filiale di una nota banca italiana nella zona con più forte concentrazione della popolazione cinese, dove lavorano dipendenti cinesi e italiani con competenza in lingua cinese.

4. Conclusioni

40Lo sviluppo dell’imprenditoria cinese negli anni 2000 appare caratterizzarsi sempre più non soltanto per il suo crescente contributo all’economia del paese, ma anche per una significativa trasformazione del suo ruolo nelle dinamiche di interazione economiche e sociali. Essa sta infatti emergendo come il motore di nuovi processi di integrazione sociale che contrastano nettamente con il modello di integrazione subalterna insistentemente proposto dalla società italiana. Mentre le politiche nazionali sull’immigrazione tendono ad esaltare la divisione tra cittadini nazionali e immigrati stranieri e loro discendenti, e la risposta a processi di identificazione nazionale che cominciano a emergere tra una parte della popolazione cinese (composta in particolare dalle seconde generazioni ma non solo) tende a riproporre, invece, l’identificazione etnica e l’estraneità (con conseguente subalternità) della popolazione cinese (con la limitata inclusione di una ristretta minoranza solo in funzione di rappresentanza e di intermediazione tra “società italiana” e “comunità cinese”), l’attività quotidiana di molte imprese cinesi promuove, al contrario, lo sviluppo dal basso di una crescente integrazione sociale, nella quale i cinesi non sono relegati ad una posizione di subalternità e le divisioni etniche tendono ad affievolirsi, in un processo di reciproco avvicinamento veicolato dalle relazioni economiche quotidianamente esperite tra italiani e cinesi. L’aspetto più evidente di questa nuova funzione assunta dall’imprenditoria cinese in Italia è, senza dubbio, nel suo sviluppo all’interno del settore terziario, con il moltiplicarsi di negozi e servizi quotidianamente frequentati da tanti italiani che hanno con l’esercente cinese esattamente lo stesso rapporto di quello che hanno con l’esercente italiano e per i quali interagire con l’esercente cinese, e la sua eterogenea clientela, diventa sempre più normale routine di vita quotidiana in una società multietnica. Meno evidenti, ma non meno significativi, sono altri processi di interazione determinati dall’attività delle imprese cinesi, come l’assunzione di personale italiano (che ribalta la suddivisione dei ruoli proposta dall’immagine pubblica dell’immigrato in Italia, identificato solo come forza lavoro per le aziende italiane).

41Tali processi, ancora poco studiati, costituiscono, probabilmente, una delle più significative trasformazioni nell’evoluzione dell’imprenditoria cinese in Italia. Essi evidenziano l’intreccio esistente tra processi di integrazione economico e sociali e spingono a riflettere sui diversi, e contrastanti, processi di integrazione sociale oggi in atto nel paese.

42Mentre il dibattito pubblico continua a presentare l’imprenditoria cinese come espressione di una comunità chiusa e ostile a integrarsi, assistiamo all’emergere dal basso di processi di integrazione sociale, determinati proprio dall’attività delle imprese cinesi, che tendono al superamento delle divisioni etniche, e al contemporaneo emergere di processi di integrazione sociale a livello politico-istituzionale, in cui la società italiana risponde alla crescente domanda di partecipazione di tanti cittadini cinesi con l’esaltazione della loro identità etnica che ne giustifica la mancanza di una piena inclusione sociale.

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Note

1 Nella provincia di Prato, una delle aree a più forte insediamento cinese in Italia, l’imprenditoria degli immigrati è stata attentamente studiata fin dagli anni ’90 e il monitoraggio delle aziende cinesi comprende sia le ditte individuali che le società (la cui presenza cominciò a svilupparsi nella seconda metà degli anni ’90). Nel dicembre 2009 la Camera di Commercio locale contava 4.492 imprese cinesi, composte per l’87,5% da ditte individuali e per il 12,5% da società (323, pari al 7,2% società di capitale e 237, pari al 5,3% società di persone). Cfr. Caserta, Marsden, 2011.
A livello nazionale non esistono dati sulle società presenti tra le imprese cinesi ma i dati sulle cariche sociali detenute da cittadini cinesi, riportati in una recente ricerca (Villosio, 2011), rilevano la presenza di oltre 16.000 cariche societarie tra gli imprenditori cinesi.

2 Delle 8.446 ditte individuali cinesi operanti in Toscana 4.418, pari al 52,31%, sono a Prato e 3.147, pari al 37,26%, sono a Firenze.

3 Delle 7.262 ditte individuali cinesi operanti in Lombardia 3.857, pari al 53,10% sono a Milano.

4 I dati sui permessi di soggiorno rilevavano nel 1975 una popolazione di 402 cinesi adulti in Italia. Cfr. Carchedi, Ferri, 1998, 264.

5 Il console Gu Honglin ha protestato più volte per la quantità e durezza dei controlli sulle imprese cinesi, definendo Prato come “la città con più controlli al mondo” e denunciando i controlli per la loro natura discriminatoria e l’impiego di “metodi nazisti” (Ciattini , 2010).

6 Orari di lavoro prolungati, lavoro a nero, paghe inferiori a quelle dei colleghi italiani e altre forme di discriminazione sono state lamentate da numerosi cinesi occupati presso aziende italiane (Tolu, 2003).

7 La presenza di queste figure ha conosciuto una certa espansione negli ultimi anni soprattutto in realtà caratterizzate da una forte concentrazione della popolazione cinese. A Prato, ad esempio, un certo numero di cinesi di seconda generazione (o da lungo tempo residenti in Italia e con una buona conoscenza della lingua italiana) ha trovato recentemente occupazione in vari negozi e servizi, i cui titolari hanno esteso notevolmente i propri affari grazie all’offerta di servizi in lingua rivolti alla popolazione immigrata.

8 Le risposte della società italiana alla rivendicazione di appartenenza al paese di residenza portate avanti dai giovani di Associna hanno fortemente influenzato il processo di formazione identitaria sviluppato dal gruppo, determinando l’emergere di una identità “italo-cinese” non inizialmente presente (Marsden, 2011).

9 Nel Regno Unito, ad esempio, elevata è la mobilità sociale dei cinesi con un crescente inserimento professionale delle nuove generazioni, soprattutto nel settore dell’hi-tech (Benton e Gomez, 2008). I giovani cinesi iscritti alle università sono oltre il doppio dei bianchi britannici loro coetanei e molti frequentano le più prestigiose università (Parker e Song, 2007).

10 Nell’anno accademico 2008-2009 risultavano iscritti all’università 3.863 cinesi, dei quali si stima che circa 1.500 siano figli di immigrati (Cologna, 2011a)

11 Significativi segnali di cambiamento stanno tuttavia iniziando ad emergere, come evidenzia l’organizzazione del primo China Career Day, promosso da Associna e la Fondazione Italia-Cina nel febbraio 2011, cui hanno partecipato venti aziende italiane e circa duecento giovani cinesi.

12 Circa il 15% degli intervistati ha dichiarato di avere fatto totalmente o parzialmente ricorso al credito bancario per l’avvio dell’impresa e un altro 27% per successivi investimenti o acquisto di immobili (Marsden e Caserta, 2010).

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Anna Marsden, «Imprenditoria cinese in Italia e processi di integrazione sociale», Quaderni di Sociologia, 57 | 2011, 7-21.

Notizia bibliografica digitale

Anna Marsden, «Imprenditoria cinese in Italia e processi di integrazione sociale», Quaderni di Sociologia [Online], 57 | 2011, online dal 30 novembre 2015, consultato il 14 octobre 2026. URL: http://journals.openedition.org/qds/606; DOI: https://doi.org/10.4000/qds.606

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