1Essendo l’identità formata da elementi eterogenei, oggetto di studio della psicologia e della sociologia, il tema dell’identità ha carattere ibrido. Questo tema, che ha avuto notevole sviluppo negli Stati Uniti, non è stato trascurato in Italia. Soffermandosi su indagini condotte a partire dagli anni Novanta, l’attenzione si è rivolta in Italia in particolare verso i concetti d’identità personale ed identità collettiva e sociale; verso la memoria come meccanismo di formazione di identità collettive (riferimenti teorici sono stati in tal caso, fra gli stranieri, alcuni autori che non sono prossimi all’interazionismo simbolico, come Maurice Halbwachs e Gérard Namer); ed ancora i rapporti concettuali e teorici fra questi diversi aspetti dell’identità. Diversamente dagli studiosi americani, gli italiani hanno fatto richiamo circoscritto alla prospettiva dell’Interazionismo Simbolico, ricordando autori classici come George Herbert Mead, Herbert Blumer, Ralph Turner ed Erving Goffman fra i suoi esponenti (cfr. Ciacci, 1983; Sciolla, 1983; 2010).
2Notevoli sviluppi recenti, sia teorici, sia empirici, sono avvenuti nell’ambito di questa prospettiva e concernono la teoria dell’identità (Identity Theory). Nonostante la pluralità dei campi di applicazione, si tratta di una teoria unitaria per presupposti epistemologici, autori di riferimento (Mead, in particolare) ed apparato concettuale. Alla Identity Theory si richiamano gli studi concernenti: le identità personali, di ruolo, collettive, multiple e di genere; i rapporti fra identità personali e collettive nei movimenti sociali; la salienza di un’identità (Identity Salience) e l’impegno verso di essa (Identity Commitment); le teorie dell’autostima (Self-Esteem Theory) e del controllo degli affetti (Affect Control Theory); la formazione del sé ed i processi di costituzione e mutamento d’identità (Identity Processes). Fornire ragguagli in tutti questi campi non è qui possibile, ma si farà cenno nella parte finale dell’articolo ad alcuni di questi studi, la cui trattazione è stata in buona parte trascurata in Italia. Con questo saggio s’intende porre rimedio, almeno parziale, a tale trascuranza. Infatti, essa è ritenuta inopportuna, dati i notevoli progressi teorici e risultati empirici ottenuti dalla letteratura americana.
3Anche studiosi italiani si sono occupati di questo tema, in via generale e da molti anni. Monografie, articoli, voci di enciclopedia e saggi introduttivi hanno offerto una definizione e disamina del concetto d’identità in sociologia. I loro autori, tuttavia, non hanno dato segno alcuno di conoscere questa letteratura estera (cfr. Sciolla, 1983; 1994; 2005; 2010). La medesima trascuranza dei recenti contributi americani ha connotato anche quegli studiosi italiani che si sono soffermati su alcuni temi specifici riguardanti l’identità, offrendo in alcuni casi contributi apprezzabili. Esempi di questi temi sono gli stili d’identità e le concezioni del tempo di alcune categorie sociali, come i giovani o le donne (cfr. Leccardi, 1991; 2005; 2009; Rampazi, 1991; 2005; Sciolla, 2005); il rapporto fra rappresentanza degli interessi e la formazione delle identità collettive (Pizzorno, 1983); e la costruzione dell’identità personale e collettiva nell’epoca attuale, descritta – in linea con Berger e Luckmann ed in contrapposizione con Parsons – come traversata da processi di sradicamento ed emarginazione (cfr. Sciolla, 1994, 36-52; 1995).
4A questo proposito, deve essere ricordata in particolare l’opera di Alberto Melucci, noto internazionalmente per le sue indagini sui processi di costruzione e mantenimento di un’identità collettiva nei movimenti sociali (1995; 1999), ed autore di un’assai pregevole introduzione all’identità come problema e concetto (2000). Neanche Melucci, peraltro, sembra conoscere le opere di alcuni Interazionisti americani contemporanei, ancorché costoro si siano distinti sin dai tardi anni settanta o primi ottanta con importanti contributi che hanno appunto riguardato il tema dell’identità. Questa rassegna si soffermerà in particolare su autori – fra altri, Peter Burke, Peter Hall, George McCall, Timothy Owens, Richard Serpe, Lynn Smith-Lovin, Jan Stets, Sheldon Stryker – che nel mondo anglosassone sono fra i più noti e stimati studiosi dell’identità da un punto di vista sociologico o psicologico-sociale. Questi autori sono, o sono stati, attivi istituzionalmente in Università degli Stati Uniti. Si può indicarli più in genere come studiosi anglosassoni se si comprende fra gli interazionisti anche il britannico Stuart Hall, che è un noto esponente dei cosiddetti “Cultural Studies” della Scuola di Birmingham.
5Stuart Hall è stato, infatti, accostato da Norman Denzin - assieme a tutta questa Scuola di studi - all’interazionismo simbolico, data l’attenzione rivolta alle pratiche culturali, alle interpretazioni ed ai significati che i soggetti conferiscono nelle situazioni che essi incontrano (Denzin, 1992, 117-118). I nomi di tutti questi autori sono assai conosciuti, e le loro opere molto influenti, fra gli studiosi vicini all’interazionismo simbolico. S’intende qui presentare una pluralità di loro contributi apparsi negli Stati Uniti a far tempo dagli anni novanta. Dato il carattere introduttivo di questo saggio, i contributi in tema d’identità che appartengono a questa prospettiva sono sovente parimenti rassegne introduttive, in cui è presentata letteratura teorica ed empirica su questo particolare argomento di studio. Saranno considerate dapprima alcune introduzioni a questo tema, con particolare attenzione all’apparato concettuale e teorico che vi è presentato; ci si soffermerà poi su alcuni campi di applicazione della teoria dell’identità, vale a dire, la teoria del controllo degli affetti, i movimenti sociali e la costruzione sociale delle identità di genere.
6Il termine d’identità è stato definito in senso lato, nell’ambito teorico dell’interazionismo simbolico, come un complesso interiorizzato di significati ed aspettative che le persone attribuiscono a se stesse nel corso d’interazioni con altri in determinate situazioni. Tali auto-designazioni tengono conto del comportamento di sostegno o rifiuto da parte di questi altri. La teoria dell’identità (“Identity Theory”) è una teoria unitaria, costituita da un comune apparato concettuale e da un insieme di proposizioni che definiscono i molteplici significati di identità e ne indicano sia le condizioni per la loro formazione, sia anche le conseguenze comportamentali (Burke, 1991, 837; 2003a, 1, 4-5; Burke, Stets, 2009, 39-43, 49-50). L’appartenenza sia degli autori ora richiamati, sia anche di Sheldon Stryker, alla prospettiva teorica dell’interazionismo simbolico si spiega – come è stato messo in chiaro da rappresentanti di questa prospettiva – con il carattere interattivo e sociale dei processi con cui si formano, preservano e mutano le identità ed i significati ad esse connessi.
7Tale comune appartenenza può spiegare perché la definizione di identità da parte di Stryker come schema cognitivo, costituito da informazioni e significati con cui le persone definiscono le situazioni, sia non fondamentalmente diversa da quella di altri interazionisti (Stryker, 2001, 227. Cfr. anche Burke, 1991, 837-838; Charon, 2001, 160-165; Stryker, Burke, 2000, 284). Nei suoi attuali sviluppi americani, questa teoria è in buona misura debitrice ad un numero non grande di autori: oltre ai nomi prima ricordati, si possono richiamare anche quelli di Alicia Cast, Karen Cerulo, Michael Hogg, Steph Lawler, Lynn Smith-Lovin e Peggy Thoits. Tutti questi autori sono conosciuti ed affermati come studiosi dell’identità e molte, se non tutte, le introduzioni generali all’identità pubblicate negli Stati Uniti sono loro opera. A costoro si farà quindi particolare riferimento in questa sede. Ad alcuni di loro si devono, inoltre, indagini su particolari componenti dell’identità, su cui ci si soffermerà più avanti. Mettendo a confronto alcune introduzioni, si notano – assieme a coincidenze nelle rispettive concezioni dell’identità e nelle trattazioni di singoli aspetti di tale categoria analitica – anche rilevanti differenze nell’indicazione di questi aspetti e nel loro approfondimento.
8Fra le coincidenze, si osserva che è stata accolta la versione che Stryker ha dato dell’Interazionismo Simbolico, piuttosto che quella di Blumer. Con particolare riferimento al noto testo di Blumer: Symbolic Interactionism (Blumer, 1969), Stryker rimprovera a quest’autore di non essere in grado di studiare la struttura sociale per la mancanza di un concetto di ruolo (Stryker, 1980, 89-99, 136-137, 150). Tale concetto è essenziale – secondo Stryker e quanti hanno seguito il suo insegnamento – per definire l’identità di ruolo (role identity). Ruolo è inteso da Stryker ed altri autori, che sono vicini alla sua versione “strutturalista” della prospettiva interazionista, nel senso di insiemi di significati, principi ed aspettative connesse ad una posizione sociale. Sheldon Stryker ed i suoi continuatori preferiscono considerare gli aspetti di regolarità e stabilità dei ruoli e, quindi, della struttura sociale (Stryker, 1980, 62-66; 2001, 221-223).
9Questa concezione del termine differisce da quella di Blumer, il quale – in contrasto, si direbbe, piuttosto con lo struttural-funzionalismo di Parsons e Merton che con una versione “strutturale” dell’interazionismo, come quella successivamente formulata da Stryker – ne sottolinea invece il carattere contingente, dipendendo il loro significato da processi d’interpretazione e definizione di situazioni sempre mutevoli (Blumer, 1969, 75-76). Nonostante le loro diverse concezioni di identità rispetto a Blumer, Sheldon Stryker e quanti concordano con lui ritengono, al pari di Blumer, che la manifestazione ed osservazione dei ruoli avvengano nel corso di interazioni e mediante esse (Stryker, 1980, 62. Cfr. anche Callero, 2003, 67-68). La concezione struttural-interazionista di Stryker, che è molto influente per l’Interazionismo Simbolico americano, è stata criticata da alcuni, come Gouldner (1970), per essere (a loro parere) apologetica dello status quo sociale.
10È lo stesso Stryker a ricordare (Stryker, 2001, 220-221) che altri hanno ripreso le tesi di Blumer sostenendo che i significati dei ruoli sono contingenti e negoziati nelle singole situazioni; e che il concetto d’identità deve essere inteso non come uno stabile insieme di attributi individuali, bensì in termini processuali, nel senso che individui, o gruppi, agiscono e prendono posizione nei confronti di una situazione secondo le loro mutevoli interpretazioni di questi significati. Gli individui, secondo Blumer, sono dunque unità che agiscono (acting units) mediante processi interpretativi delle situazioni contingenti, che essi incontrano e contribuiscono a costituire con le loro interpretazioni ed azioni (Blumer, 1969, 85-87). Quanto l’interazionismo di Blumer sia effettivamente incompatibile con quello di Stryker è stato, d’altra parte, oggetto di discussione (Fine, 1990, 120).
11Attenendosi alla versione che Stryker ha fornito della prospettiva interazionista, le identità di ruolo sono acquisite e modificate mediante processi di transizione al ruolo, consolidamento, socializzazione e conversione. Questi processi identitari si esperiscono in particolar modo, ma non soltanto, in riti di passaggio con cui la persona acquisisce una nuova identità centrale (core identity). Sono ancora rilevanti per le identità di ruolo le disparate pratiche messe in atto per costituirle e per sostenerle (identity work): per esempio, il modo di vestire, l’arredamento dell’abitazione, la frequentazione di alcune persone piuttosto che altre, o ancora, dichiarazioni con cui è rivendicata l’appartenenza ad una qualche categoria sociale (Snow, 2005; Snow, McAdam, 2000, 46-47). L’identità di ruolo si produce nella persona che partecipi ad una struttura di relazioni di ruoli sociali, quando li abbia interiorizzati (Stryker, 1980, 60).
12L’identità di ruolo si distingue sia dall’identità personale, per cui ogni persona è e si percepisce come diversa da ogni altra, sia anche da quella sociale, per cui alcuni individui ritengono di far parte di una medesima categoria e definiscono se stessi in tal modo, producendo un sé collettivo. Le interrelazioni fra gruppi sociali conseguono dal rapportarsi fra più sé collettivi (Burke, Stryker, 2000; Burke, Stets, 2009, 112-129; Hogg, 2006, 119-124; Lawler, 2008, 2-5). Al medesimo Stryker ed altri si debbono due ulteriori significati del termine d’identità, che sono costantemente richiamati dalla letteratura americana: la salienza (Identity Salience) dell’identità e l’impegno (Identity Commitment) nei suoi confronti. La salienza indica la probabilità che la stessa identità sia richiamata (invoked) in una pluralità di situazioni da una persona, o che persone diverse la richiamino nella stessa situazione: quanto maggiore è questa probabilità, tanto più alta è la collocazione di questa identità in una gerarchia di salienza. L’impegno verso un’identità indica invece il grado d’importanza che un’identità possiede per una determinata persona che interagisca con altre: in altre parole, quanto tale persona tenga a rapportarsi con costoro.
13Come per la salienza di un’identità, così anche per l’impegno nei suoi confronti si può stabilire una gerarchia, che stabilisce quanto un’identità sia rilevante rispetto ad altre per una determinata persona (Prominence Hierarchy of Identities). Quest’importanza può valutarsi considerando il numero, la densità e la forza dei legami che questa persona possiede con alcuni individui, piuttosto che con altri (Burke, Stets, 2009, 222-225; Stets, 2006, 91-95; Stryker, 1980, 60-62, Stryker, 2008, 19-21; Stryker, Burke, 2000). Questi tre aspetti dell’identità – ruolo, salienza, impegno – sono richiamati non solo dalla letteratura sociologica concernente l’identità (è questa un’ulteriore coincidenza fra diverse trattazioni del tema dell’identità, oltre alla generale preferenza per la versione che Stryker ha dato delle concezioni di ruolo e struttura sociale); ma anche da testi introduttivi all’Interazionismo Simbolico (cfr. Charon, 2003, 86-88; Sandstrom, Martin, Fine, 2003, 104-120). La definizione e formulazione di questi aspetti identitari possono dunque considerarsi un duraturo contributo conoscitivo di Stryker.
14Gli aspetti dell’identità ora ricordati devono essere distinti dall’identità sociale e da quella collettiva. L’identità sociale indica un sentimento di appartenenza a particolari categorie sociali, sicché la persona ha tante identità quante sono queste categorie. La salienza di un’identità sociale è costituita dalla sua rilevanza, che è indicata – come s’è detto prima – dalla frequenza con cui l’individuo la richiama rispetto ad altre. Il richiamare una particolare identità sociale, a preferenza di altre, dipende dalla situazione contingente in cui si trova la persona, oltre che dall’intensità del suo sentimento di appartenenza ad essa. Avere un’identità sociale presuppone che la persona delimiti simbolicamente e tracci una distinzione fra le proprie categorie di appartenenza e quelle cui, a suo giudizio, appartengono altri. Si presuppone, in altri termini, che la persona faccia un confronto fra in-groups e out-groups, privilegiando il proprio gruppo di appartenenza (Francis, 2003; Owens, Robinson, Smith-Lovin, 2010, 488-489; Stryker, 2008, 488-489, 492).
15L’identità collettiva non è un aggregato d’identità o interessi individuali, non coincide con un impegno ideologico condiviso, né è sinonimo d’identità sociale. In virtù di un’identità sociale, alcuni individui ritengono d’appartenere ad una qualche categoria, senza peraltro che si formi un sentimento generalizzato d’identificazione con essa, o di reciproca appartenenza dei membri (un senso del noi). L’identità collettiva designa invece la costruzione sociale, per una qualsiasi collettività (gruppo etnico-razziale, classe sociale, nazionalità), di tale senso del “noi”, che è percepito cognitivamente, emotivamente e spesso anche moralmente (Cerulo, 1997, 386-391). Un insieme di ricerche ha avuto per oggetto le condizioni per cui si forma un’identità collettiva quando le interazioni avvengono nell’ambito delle identità di ruolo. L’identità collettiva acquista in salienza, secondo la teoria interazionista, quando i singoli partecipanti all’interazione percepiscono la propria attività come utile anche a tutti gli altri partecipanti. Si forma in tal caso una percezione di responsabilità condivisa; tale percezione si rafforza quando vi è una pre-esistente identità collettiva (Lawler, 2003).
16Per coloro la cui identità collettiva è ibrida a causa dell’esposizione a culture diverse, conseguono difficoltà di formazione e marginalità rispetto a chi è stato esposto ad una sola cultura, ma anche la necessità continua di trasformare e riprodurre la propria identità. Questa tesi, esposta in tempi relativamente recenti (Hall, 1990), ebbe una prima formulazione in tempi più lontani da parte di Everett Stonequist, esponente della Scuola di Chicago ed allievo di Park (Stonequist, 1937). I problemi teorici, in relazione ai quali il concetto d’identità collettiva ha trovato impiego, concernono sia le condizioni della formazione di tale identità, sia anche le sue conseguenze psicologico-sociali. Le premesse della formazione di un’identità collettiva sono varie: percezioni di simili caratteristiche fisiche, di personalità, di origine familiare, sociale, o etnica, di posizione in una struttura di ruoli. Tale sentimento condiviso produce la formazione o conservazione di un gruppo, l’interdipendenza dei membri, loro obiettivi e destini comuni, l’acquisizione di ruoli sociali all’interno del gruppo e, in definitiva, un sé impegnato interattivamente ed affettivamente a sostenere tale identità. A loro volta, questi elementi sono fattori di formazione di un’identità collettiva.
17Infatti, posto che si formi un’identità collettiva, essa possiede un grado elevato di salienza e rilevanza per la costituzione del sé dei singoli che ne sono portatori, e contribuisce a creare e mantenere i criteri di appartenenza al gruppo. In grado diverso, secondo i singoli casi, l’identità collettiva viene attivata e trova espressione nei movimenti sociali, e fornisce anche orientamento e coesione alle loro azioni collettive, sicché questo concetto è ritenuto centrale dagli studiosi del settore. Un grado massimo di salienza e rilevanza si riscontra nel nucleo (core) dei movimenti, che ha compiti organizzativi e di guida, mentre questo grado è assai minore per i semplici partecipanti (cfr. Burke, Stets, 2009, 118-121; Cerulo, 1997, 388, 393-394; Hogg, 2006, 115-119; Kiecolt, LoMascolo, 2003; Francis, 2003, Melucci, 1995; Owens, Robinson, Smith-Lovin, 2010, 489-494; Polletta, Jasper, 2001; Snow, 2001; Stryker, 2008, 489-491).
18Stryker e Burke – che sono capiscuola di versioni assai diverse dell’Interazionismo Simbolico – si sono soffermati sugli aspetti dell’identità prima indicati (ruolo, salienza, impegno) ed hanno dichiarato, in un articolo scritto congiuntamente, di condividere l’obiettivo di comprendere e spiegare come si rapportino (in ordine causale) la struttura sociale, il sé ed il comportamento sociale. Tuttavia, ed in ciò consiste la loro fondamentale diversità, a Stryker preme la questione di come la struttura sociale condizioni il sé e, a sua volta, il sé modifichi il comportamento; Burke considera invece come i processi interni al sé abbiano effetti sui comportamenti (Burke, Stryker, 2000). In linea con il suo obiettivo conoscitivo, Burke ha riformulato il concetto di “Identity Standard” (criterio d’identità), designando con esso l’insieme dei significati che un individuo associa con la propria identità di ruolo in una particolare situazione.
19La prima formulazione di questo concetto risale al 1968 e si deve a Ralph Turner (cfr., per una traduzione italiana, Turner, 1983). Altri esponenti della prospettiva interazionista lo hanno in seguito impiegato (cfr. Burke, Stets, 2009, 225-226, Stets, 2006, 96-104; Stryker, Burke, 2000), mentre lo stesso Turner si è poi soffermato, in un articolo sovente citato, sulle condizioni socio-psicologiche che favoriscono o ostacolano l’identificazione della persona con il ruolo che essa svolge (Turner, 1978). Il criterio d’identità stabilisce un’identità ideale, secondo criteri culturali che l’individuo accetta e fa propri: in particolare, di essere capace di svolgere con competenza le attività richieste dai suoi ruoli sociali. Quest’identità ideale è costantemente tenuta in considerazione nei vari comportamenti di ruolo attuati in situazioni contingenti. L’individuo interpreta e fornisce un significato alla situazione in cui è coinvolto e che contribuisce a creare.
20Se questi significati non si accordano con la propria identità ideale, secondo un proprio criterio comparativo (chiamato “comparator”), allora l’individuo si sforza di eliminare la discrepanza mutando il proprio comportamento e, con esso, la situazione ed i significati che egli vi attribuisce. L’identità ideale di un soggetto è quindi costantemente soggetta a verifica (self-verification) nelle varie situazioni contingenti, per opera congiunta dello stesso soggetto e degli altri membri del suo gruppo. Se molteplici identità sono rilevanti in una particolare situazione, che diviene quindi complessa per il soggetto, questi ne richiama e fa valere in quella circostanza una - quella più prossima ad un’identità ideale - a preferenza delle altre identità, o eventualmente in combinazione con alcune di esse. Mutamenti nelle identità personali o sociali avvengono per cambiamenti nelle situazioni dei soggetti; o conflitti fra identità percepite come incompatibili (reciprocamente, o con l’identità ideale); o, infine, per processi di assunzione di identità altrui (Burke, Stets, 2009, 180-186).
21L’aspettativa teorica è che sia richiamata l’identità più prominente o verso cui il soggetto si senta più impegnato, trattandosi comunque di identità che posseggono per costui significati analoghi o compatibili. Se invece le molteplici identità sono poco compatibili fra loro, in ogni singola interazione un’identità è richiamata a scapito di altre (è richiamata l’identità posta più in alto in una gerarchia di salienza, o verso cui il soggetto ha maggiore impegno in una gerarchia d’impegno). Resta possibile il richiamo di altre identità in interazioni successive e/o con gruppi diversi (Burke, Stets, 2009, 130-154; Francis, 2003; Owens, Robinson, Smith-Lovin, 2010, 482-483; Smith-Lovin, 2003). Nel caso di identità multiple, di cui è portatrice una persona appartenente a gruppi che s’intersecano, allora più identità possono essere simultaneamente attivate quando questi gruppi siano in contatto o si sovrappongano. Le persone tendono ad attivare, ossia a richiamare, le identità che sono state verificate con successo da loro e da altri. La teoria dell’identità non ha ancora stabilito quali connessioni vi siano fra l’identità personale, di ruolo e sociale, ancorché Burke abbia sostenuto che l’identità personale sia prevalente (Master Identity), influenzando i contenuti delle altre (Stets, 2000, 103).
22Fra il gran numero di ricerche che hanno trattato il tema dell’identità da un punto di vista interazionista, se ne possono ricordare qui solo alcune. Tali esempi possono evidenziare le implicazioni teoriche offerte da questi studi americani:
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Alcune ricerche hanno riguardato le conseguenze psicologiche della discrepanza percepita fra l’identità ideale di una persona e l’effettiva immagine di quella persona dal punto di vista proprio o di altri. Nel caso particolare dell’identità ideale di studente, il disagio (distress) che consegue dalla discrepanza riguardante le aspirazioni dello studente si manifesta piuttosto come depressione anziché come ansia. Se la discrepanza riguarda gli obblighi dello studente, ne consegue al contrario ansia piuttosto che depressione. Inoltre, la discrepanza che riguarda gli obblighi tende a produrre ansia generalizzata (global anxiety), laddove dalla discrepanza concernente le aspirazioni tende a conseguire una depressione circoscritta allo svolgimento di ruoli specifici (role-specific depression) (Marcussen, Large, 2003).
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Un’altra indagine ha considerato il nesso fra i significati soggettivi dell’identità ed i comportamenti di ruolo nel caso d’identità multiple e relativamente indipendenti di leaders, che svolgono ben distinti ruoli strumentali ed espressivi. Si è mostrato come le loro identità, che sono dapprima non coordinate, durante il processo di verifica tendono a coordinarsi reciprocamente. Nella misura in cui ciò avviene, i diversi leaders evidenziano una maggiore correlazione fra loro per quanto riguarda sia i rispettivi comportamenti di ruolo, sia anche i significati emotivi che vi sono connessi. All’interno di una struttura di ruoli distinti e coordinati, i significati, inizialmente diversi, che sono conferiti dai leaders ai loro ruoli tendono perciò nel corso del tempo ad essere condivisi (Burke, 2003b).
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Da più indagini è risultato che l’identità personale bensì influenza l’identità di ruolo, ma ciò avviene solo quando i comportamenti di ruolo e le relative nozioni hanno avuto il tempo di consolidarsi, essendo sovente necessario un periodo di qualche anno. A ciò si aggiunge che per lo più le persone svolgono diversi ruoli non necessariamente coordinati fra loro, sicché può esservi al più un nesso fra l’identità fondamentale (master identity) ed i comportamenti. Infine, occorre tener presente che i comportamenti a loro volta possono influenzare l’identità (Cast, 2003).
23S’indicheranno ora tre campi di applicazione della teoria dell’identità: la teoria del controllo degli affetti, i movimenti sociali e la costruzione sociale delle identità di genere. Per ciascuno di questi campi, vi è stato un notevole lavoro teorico ed empirico.
24La teoria del controllo degli affetti o emozioni (Affect Control Theory. Per un’introduzione, cfr. Lawler, 2006; Francis, 2003; Owens, Robinson, Smith-Lovin, 2010, 486-488; Robinson, Smith-Lovin, 2006; cfr. anche Francis, 2003, 126-128; Smith-Lovin, 2003, 167-168; Stryker, Burke, 2000, 287-288) è una particolare teoria interazionista, che si potrà qui solo richiamare sommariamente. La teoria in questione presuppone che vi sia un comportamento indirizzato verso altri, che tale comportamento sia osservato da qualcuno (anche eventualmente da terze persone) e che siano oggetto di studio solo i comportamenti, sui quali si sia soffermata l’attenzione dei partecipanti all’interazione o di osservatori esterni. Essa presuppone, inoltre, che le persone si adoperino, con le loro azioni o interpretazioni di eventi e situazioni, per mantenere un’identità coerente nel corso del tempo ed in una pluralità d’interazioni.
25Secondo la teoria del controllo degli affetti o emozioni, il tentativo si produce nonostante l’esposizione ad eventi che suscitano sentimenti o emozioni di carattere positivo o negativo. Tali sentimenti ed emozioni sono tanto più forti quanto maggiore è il grado di salienza dell’identità in questione. Il successo nella verifica dell’identità – ossia, la congruenza fra identità percepita ed identità ideale – produce sentimenti di auto-stima e di efficacia, essendo confermato il proprio sé. Per contro, all’insuccesso – ossia, ad una mancata conferma della propria identità ideale, per una qualunque causa: sua smentita, un controllo troppo rigido, interruzione della conferma, interferenza con altre identità – si accompagnano frequentemente depressione, ansia, tensione e sentimenti di disagio. Quest’aspetto è stato messo in evidenza, in particolare, da ricerche empiriche concernenti l’identità di ruolo. Un’identità non confermata può comportare il suo abbandono, completo o parziale.
26L’abbandono dell’identità avviene più facilmente, se vi sia un basso livello d’impegno verso questa identità, oppure se il soggetto non sia in grado di correggere la discrepanza fra identità percepita ed identità ideale. Se l’abbandono dell’identità è difficile, come nel caso del matrimonio, l’auto-stima viene sovente intaccata. Al fine di evitare queste o altre emozioni negative, tanto più forti quanto maggiore è la salienza delle identità non confermate o l’impegno verso di esse, gli individui controllano affetti, comportamenti ed emozioni, cercando d’ottenere, da un lato, congruenza tra i significati che hanno per loro le proprie identità e, dall’altro, i loro comportamenti (Burke, 1991; 1993 b; Burke, Stets, 2009, 130-174; Marcussen, Large, 2003; Stets, 2006, 97-107; Stryker, Burke, 2000, 287-288).
27Le attività di controllo si servono di qualsiasi risorsa ritenuta utile: risorse personali, come auto-stima; risorse interpersonali, come fiducia ottenuta o conferita; risorse sociali, come istruzione, reddito, status, classe e gruppo razziale (Burke, Stets, 2009, 229-230). Queste risorse sono impiegabili a sostegno e rinforzo delle identità, di ruolo e personali, che poggiano su percezioni di responsabilità individuali (Lawler, 2003, 147). Le risorse disponibili alle identità di ruolo possono trovare impiego a fini politici di conservazione o cambiamento sociale, fra altri impieghi possibili (Callero, 2003). Ai medesimi fini possono servire le identità collettive. La loro formazione e preservazione sono promosse dalla diffusa percezione di responsabilità condivise in vista del conseguimento di uno scopo comune (Lawler, 2003, 147). L’indagine sulle identità collettive è stato perseguita, in particolare, nell’ambito della teoria dei movimenti sociali, cui si accenna ora.
28La teoria dei movimenti sociali si è arricchita di nuovi contributi teorici ed empirici grazie all’apporto dell’Identity Theory. In quest’ambito teorico, l’attenzione non si è più indirizzata, come in precedenza, verso condizioni generalizzate di frustrazione o tensione come cause dei movimenti sociali, né verso la disponibilità di risorse per condurre attività di mobilitazione politica (Polletta, Jasper, 2001, 286). Piuttosto, sono divenuti rilevanti temi inerenti a processi identitari, come in particolare la connessione fra l’identità personale dei membri da un lato, l’identità collettiva del movimento dall’altro. Tale connessione può essere esplorata – è stato sostenuto – adottando un punto di vista che combini quello “strutturalista” con l’interpretativo. L’allineamento fra questi due aspetti dell’identità può essere ottenuto con l’impiego di risorse simboliche, che renda possibile processi di convergenza (alignment) fra esse. Si tratta di processi di costruzione sociale, che sono stati descritti da David Snow e colleghi come formulazione di schemi interpretativi della realtà sociale e culturale.
- 1 La letteratura secondaria ha dibattuto la questione se, piuttosto, non vi sia maggiore contiguità d (...)
29Questi schemi sono stati designati col termine goffmaniano di “frames” (Goffman, 1974), ancorché sia controversa l’appartenenza di Goffman alla prospettiva dell’Interazionismo Simbolico1. I processi di convergenza fra l’identità personale – la propria concezione di se stessi e l’autostima (self-esteem) – e quella collettiva sono ben noti agli studiosi di movimenti sociali. Questi processi sono di diversi tipi: collegamento fra schemi strutturalmente diversi (frame bridging); chiarificazione e rafforzamento di schemi già esistenti (frame amplification); estensione degli schemi in modo da includere nuovi valori ed interessi (frame extention); trasformazione degli schemi, con l’abbandono o la redefinizione di precedenti significati, programmi, cause, valori (frame transformation). L’obiettivo di tutti questi processi è attrarre nuovi seguaci e mantenere la partecipazione di quelli già presenti (Polletta, Jasper, 2000; Snow, 2001; Snow et al., 1986).
30La medesima tipologia di processi di convergenza tra schemi interpretativi è stata formulata anche nel caso dei movimenti sociali, come si è prima accennato. L’identità collettiva è costituita in tal caso da credenze condivise, che si formano fra i partecipanti e che riguardano chi possa far parte del movimento, a che titolo e quali siano le attività che lo caratterizzano (Stryker, Owens e White, 2000, 6-7). L’identità collettiva assume in tal caso aspetti che sono, al tempo stesso, cognitivi, emotivi e morali, rivendicandosi il riconoscimento per nuove identità collettive e nuovi stili di vita (Polletta, Jasper, 2001, 285-286; Snow, 2001). Oggetti d’indagine sono stati: la competizione fra la nuova identità collettiva e le precedenti identità di ruolo; ed ancora, i processi di costruzione sociale delle identità personali e collettive dei partecipanti ad un movimento. Processi di costruzione e di mantenimento delle identità collettive si avvalgono, infatti, sovente di rituali simbolici, negoziazioni ed interpretazioni per renderle congruenti e convergenti con le identità personali. Tensioni fra le identità personali e collettive conseguono, in particolare, dal fatto che le identità collettive possono derivare da attribuzioni esterne alle persone, ma diffuse nel più vasto ambiente sociale (come per i Latino-Americani negli Stati Uniti).
31Ad ogni fase di esistenza di un movimento sociale corrisponderebbe un particolare processo. In particolare, questi processi sono l’attivazione di reti organizzative o associative, e la mobilitazione d’identità già esistenti, opportunamente reinterpretate, per l’emergere dei movimenti; l’amplificazione ed estensione degli schemi interpretativi delle identità, per i movimenti che hanno già qualche istituzionalizzazione; infine, la trasformazione delle identità per i movimenti che hanno ottenuto grande successo, ma che rischiano di frantumarsi o di perdere le loro originarie identità e salienze (Polletta, Jasper, 2001; Snow, McAdam, 2000; Stryker, 2008, 27-28). L’eventuale istituzionalizzazione dei movimenti, con la costituzione nel loro ambito di organizzazioni formali, comporta l’ampliamento e l’estensione dell’originaria identità collettiva. Ne viene così modificata in vario modo la salienza delle identità dei partecipanti (Snow, McAdam, 2000, 57-58).
32L’identità dei movimenti richiede non solo un sentimento di comune appartenenza da parte dei membri, ma anche una loro diretta opposizione all’ordine sociale esistente (Howard, 2000, 384-385). Le identità sociali degli appartenenti al movimento – nel senso di una loro auto-definizione come persone consapevoli di farne parte (Klandermans, De Weerd, 2000, 71-72) – sono multiple. L’identità di partecipante può, quindi, confliggere con altre sue identità o, al contrario, esserne rafforzata. Quest’ultimo caso si dà, ad esempio, quando vi siano tradizioni familiari a sostegno di quel particolare movimento o vi sia congruenza fra norme, valori ed obiettivi del movimento e quelli di altri gruppi nei cui confronti la persona abbia un simile impegno; ancora, quando le due identità – di membro del movimento e di altri gruppi – possiedano un simile grado di salienza (Stryker, 2000; Stryker, Owens, White, 2000).
33L’identità di genere è costituita, secondo la teoria dell’identità, da un insieme di significati che definiscono un’identità ideale, con cui ogni individuo confronta, ed eventualmente modifica nelle situazioni contingenti che incontra, la propria identità maschile o femminile. Il punto di vista costruzionista si contrappone ad ogni concezione che derivi dai caratteri sessuali primari o secondari le origini o il fondamento dell’identità di genere. Quest’identità non sarebbe perciò modificabile. Furono appunto concezioni siffatte – è stato osservato – ad ostacolare, verso la fine del secolo diciannovesimo, le richieste di maggiore partecipazione politica delle donne (Paston, Kunovich, Hughes, 2007, 264). Piuttosto, si mostra come la sua costruzione sia un’opera collettiva. I simboli e norme che servono a definire mascolinità e femminilità conseguono da una continua negoziazione delle identità di genere rispetto ad altre identità – in particolare, quella sessuale – ed influenzano sulla base di queste definizioni, le quali hanno origine sociale, ma sono interiorizzate, le concezioni di se stessi (ciò che si ritiene d’essere e di non essere) ed i comportamenti di ruolo.
34Le identità di genere hanno – come è stato mostrato dalla ricerca empirica – un forte grado di prominenza, ossia, d’importanza per la persona, e di salienza, ossia, sono richiamate spesso. Il carattere obbligatorio – ossia, imposto anziché volontario – dell’identità di genere comporta ostacoli al suo abbandono o mutamento, dato l’alto grado di salienza ed il forte impegno nei suoi confronti a causa dei legami (come quello coniugale o parentale) che confermano tale identità. Ciò può essere fonte, al tempo stesso, di tensioni emotive e soddisfazioni. Mentre queste ultime conseguono da prestazioni, ritenute soddisfacenti, dei ruoli identitari, le tensioni si producono con relativa facilità. Infatti, la negoziazione di quest’identità può esser resa difficile non solo perché le persone sono portatrici di più identità al tempo stesso, con la possibilità quindi di conflitti fra i diversi criteri d’identità; ma anche perché devianza ed emarginazione risultano facilmente da prestazioni, giudicate socialmente inadeguate, dei ruoli di genere. Con queste asserzioni, la psicologia sociale americana riprende e verifica tesi, concernenti la tensione esperita a causa d’incompatibilità o impedimenti nello svolgere ruoli obbligatori (role conflict, role strain), che sono state originariamente formulate da Sheldon Stryker (1980, 73-78).
35Gli oggetti di studio sono molteplici, ma possono compendiarsi nei seguenti: da un lato, come le strutture sociali (intese come strutture di ruoli) producono tali concezioni e comportamenti; dall’altro, come i comportamenti, a loro volta, influenzano la formazione dell’identità di genere. Fonti di difficoltà che un individuo può incontrare per definire la propria identità di genere possono essere varie: l’assunzione di nuovi ruoli in seguito a mutamenti di posizioni sociali (così avviene, per esempio, nell’assumere l’identità di donna sposata per una persona la cui identità ideale è di donna indipendente); ancora, mutamenti nelle situazioni esperite, per cui il soggetto percepisce se stesso (o se stessa) nella nuova situazione in modo difforme rispetto alla propria identità ideale di genere; infine, incongruenze fra significati incompatibili fra varie identità, di cui il soggetto è portatore, ma il cui sé non è abbastanza complesso, sicché non è in grado di armonizzarli (Burke, 2003b, 196-202; Burke, Stets, 2009, 63-69, 92-96, 181-191; Cast, 2003, 50-51; Cerulo, 1997, 387-388; Hunt, 2003; Kiecolt, LoMascolo, 2003; McCall, 2003; Thoits, 2003, 190-192).
36Si è qui offerta all’attenzione degli studiosi italiani una sommaria rassegna di concezioni e formulazioni in tema d’identità, prossime all’Interazionismo Simbolico ed apparse negli Stati Uniti negli ultimi venti anni. Si è osservato che da parte degli studiosi italiani vi è stata assai maggiore attenzione, rispetto ai colleghi anglosassoni, per alcuni particolari argomenti (come gli stili d’identità e le concezioni del tempo di alcune categorie sociali, il rapporto fra rappresentanza degli interessi e la formazione delle identità collettive, la costruzione dell’identità personale e collettiva nell’epoca attuale, vista come marcata da una diffusa crisi d’identità).
37Gli studiosi anglosassoni si sono soffermati su altri temi, conformandosi alla prospettiva dell’Interazionismo Simbolico. Questa prospettiva, pur variamente intesa, verte, infatti, su come l’identità metta in rapporto i singoli soggetti con la struttura sociale, piuttosto che su argomenti quali la soggettività e la crisi d’identità nell’epoca attuale. Secondo se gli autori abbiano avuto presente l’insegnamento di Blumer, attualmente rappresentato da Peter Burke ed altri, oppure quello forse ora più influente di Stryker, sono state fornite diverse definizioni e concezioni d’identità. La diversità di queste correnti teoriche non è stata un ostacolo ad una fruttuosa collaborazione fra i loro esponenti. È stato inoltre richiamato l’apparato concettuale formulato originariamente da Stryker, ma recepito da tutto l’interazionismo simbolico anglosassone.
38A questo riguardo, ci si è riferiti in particolare ai concetti seguenti: criterio d’identità; auto-verifica ed identità personale, di ruolo e collettiva; lavoro di sostegno dell’identità; ruolo, salienza, impegno come aspetti distinti dell’identità; criterio comparativo e gerarchie di salienza, impegno e prominenza; mutamento d’identità, identità multipla, tensione e conflitto di ruoli. Lo sforzo di questi studiosi americani è stato, in parte non piccola, indirizzato ad accertare quali siano le risorse necessarie per sostenere un’identità; a convalidare empiricamente l’esistenza di queste gerarchie; e ad indicare le conseguenze psicologico-sociali di situazioni di tensione e conflitto di ruoli. Si è infine accennato alle teorie del controllo degli affetti e dei movimenti sociali, ed alla costruzione sociale delle identità di genere, come ambiti di studio per i quali la teoria dell’identità, nelle diverse versioni di Burke e di Stryker, ha avuto applicazione fruttuosa. Si confida che la grande varietà dei temi trattati ed il loro approfondimento per opera di autori anglosassoni possano risultare d’interesse ed utilità anche per gli studiosi italiani.