Antonio Martella, Scrolling politics. La comunicazione politica alla prova di TikTok
Antonio Martella, Scrolling politics. La comunicazione politica alla prova di TikTok, Milano, Meltemi, 2024, pp. 146.
Testo integrale
1In molte occasioni, gli studiosi e le studiose del campo dei media ritengono di aver compreso molto delle dinamiche soggiacenti e derivanti dal pervasivo uso dei social media. Non di rado questa consapevolezza è motivata. D’altronde è almeno dal 2010 che li studiano con assiduità, profondità teorica e varietà metodologica; hanno cominciato con Facebook, proseguito e indugiato molto su Twitter (per le maggiori possibilità di scaricare dati) e proseguito lambendo in diversi modi tutte le sfaccettature che rientrano nella categoria social media.
2Nonostante ciò, rispetto a TikTok c’è ancora molto lavoro da compiere. Gli utilizzi di TikTok non sono ancora stati compresi fino in fondo, come non è stato compreso il ruolo che assume nei repertori mediali delle generazioni più giovani, i modi in cui intreccia le scelte politiche. TikTok è una piattaforma caotica e personalizzata, ma allo stesso tempo capace di rafforzare l’agenda. Che dire di una piattaforma così atipica rispetto alla comunicazione politica? Cosa si può dire della sua capacità di indirizzare lo scrolling – lo scorrimento del contenuto – che è sicuramente guidato dall’algoritmo, ma che può apparire caotico e contingente? Come si fa ad attribuire un senso compiuto a questo susseguirsi di contenuti eterogenei?
3Se queste domande si impongono appare necessario trovare qualche risposta nel libro Scrolling politics di Antonio Martella.
4Nel libro infatti si ritrova una accurata spiegazione del funzionamento di TikTok, declinato nella sua evoluzione storica rispetto agli altri social media più popolari. Questa ricognizione traccia le origini di TikTok partendo appunto da Musical.ly per arrivare alle sue dinamiche contemporanee. Ricostruzione necessaria e molto informativa. Unica obiezione rispetto a questa ricostruzione è la quasi totale mancanza di riflessione relativa alle dinamiche di potere. Il tema probabilmente avrebbe portato lontano dagli specifici intenti e interessi del libro, però è un punto che non può essere trascurato nelle sue dinamiche macro economiche, politiche e legate alle percezioni e attitudini delle persone che usano la piattaforma. In generale uno approccio critico, come sovente usato nei platform studies, avrebbe accresciuto il livello di competenza del lettore rispetto alle dinamiche relative a TikTok.
5Questa prima parte del libro restituisce, descrive e commenta anche le funzionalità di TikTok; si parla della semplicità della sua interfaccia, con un approfondimento legato alla sezione “Per Te”, addentrandosi poi nella descrizione delle funzionalità e pratiche che il social attiva. Fra le altre peculiarità, come ben spiega Martella, il fatto che TikTok sia un ambiente che si distribuisce principalmente attorno al contenuto e non alle relazioni. I social media più vecchi enfatizzano la popolarità pregressa, rafforzano le relazioni, sovente creano un ponte verso la vita offline. TikTok ha le potenzialità per far sì che i contenuti abbiano una vita propria, indipendente da chi li crea e distribuisce. In questa prima parte del libro si usa sovente la parola messaggio, in particolare prima che si tracci questa utile distinzione tra contenuti e relazioni. L’utilizzo è comprensibile e in molte occasioni permette al libro di prendere delle scorciatoie linguistiche verso una lettura più pratica. Però, l’utilizzo di quel termine rimane una scorciatoia linguistica, che riporta gli studi sui media a un passato ormai superato e che si scontra ancor di più con la polisemia e la multimedialità dei contenuti che circolano su una piattaforma come TikTok (polisemia e multimedialità che emerge con evidenza poi nella parte di ricerca del terzo capitolo). Parlare di messaggio, ancor di più quando si declina la discussione sull’ambiente della comunicazione politica, riporta a contesti tipo le prime tribune elettorali della RAI. Sarebbe bastata una piccola accortezza iniziale, anche solo in nota, sottolineando che per indicare la molteplicità dei testi audiovisivi che scorrono in TikTok si sarebbe usata la parola messaggio, pur sapendo che è una semplificazione.
6Il primo capitolo, inoltre, introduce e discute i capisaldi della letteratura scientifica di riferimento. Questa parte delinea e definisce con accuratezza, completezza ma anche accessibilità, la letteratura di riferimento, quella su cui bisogna fare affidamento per comprendere le dinamiche (algoritmiche) dei social media contemporanei. La rassegna è davvero di facile uso e comprensione, prendendo in considerazione molti lavori, tra i quali spiccano come imprescindibili quelli di Josè Van Dijck e Thomas Poell (2013, Understanding Social Media Logic) e di Ulrike Klinger e Jacob Svensson (2015, The emergence of network media logic in political communication: A theoretical approach, «New Media & Society», 17, 8, 1241-1257). I primi due autori hanno introdotto il concetto di social media logic, con le sue caratteristiche di programmabilità, popolarità, connettività e “datafication” che rimangono imprescindibili nella lettura del funzionamento dei social media. Impianto, come noto, poi ampliato nel successivo e fortunatissimo libro Platform society. Klinger e Svensson (2015) propongono il loro aggiornamento del concetto di media logic e la sua trasformazione in network media logic. In questa parte l’autore avrebbe potuto maggiormente approfondire il concetto di media ibrido, accennato facendo giusto riferimento a Andrew Chadwick (2013, The hybrid media system: Politics and power, Oxford University Press). è proprio il costrutto analitico di media ibrido ad aiutare nella transizione tra il concetto di media logic a quello di network media logic.
7Il secondo capitolo è una cesura che prova a cesellare in questo quadro tutta una letteratura più marcatamente legata alla comunicazione politica. Tra i tre capitoli, questo è forse il più debole. I motivi sono diversi. Il primo: molta di quella letteratura è presentata come una produzione legata a un contesto mediale totalmente diverso (si parla di personalizzazione, politica pop, celebrity politics da ben prima dell’esistenza dei social media). Questa letteratura appare talvolta forzata se inserita nel contesto della politica piattaformizzata. È sovente necessario riutilizzare schemi analitici e concettuali che si sono già mostrati abili nel comprendere contesti passati, ma nello specifico contesto qui analizzato appaiono talvolta forzati. In questo libro si usano i concetti di personalizzazione e intrattenimento derivanti prevalentemente da Van Zoonen (2005, Entertaining the citizen: When politics and popular culture converge, Rowman & Littlefield) e Van Aelst et al. (Van Aelst P., Sheafer T., Stanyer J., 2012, The personalization of mediated political communication: A review of concepts, operationalizations and key findings, «Journalism», 13 2, 203-220). In controluce si possono cogliere dei bagliori capaci di intercettare i modi in cui Matteo Salvini mangia spaghetti online o Matteo Renzi corre per Firenze, ma appunto quegli strumenti concettuali non colgono le citate caratteristiche di programmabilità, popolarità, connettività e “datafication”. Questi concetti, inoltre, sono introdotti dalla più ampia cornice della mediatizzazione, che come si accennava poco sopra, cambia radicalmente i suoi elementi per via della social media e della network logic. Utilizzare il concetto di mediatizzazione è sicuramente opportuno, ma laddove utilizzato dovrebbe introdurre e non seguire l’impianto del libro. Le molte ottime riflessioni e intuizioni successive che presenta il libro sarebbero dovute partire da una nuova discussione di mediatizzazione e media logic, da lì parlare del resto. Forse anche la precipua rassegna legata alle componenti di personalizzazione e celebrizzazione avrebbe dovuto precedere il tutto per poi calarlo nella trattazione relativa ai social e a TikTok.
8Il terzo capitolo aggiusta tutte le possibili aporie qui evidenziate. La ricerca qui presentata è rivelatrice per diversi motivi. È innovativa proprio per la capacità di analizzare TikTok alla sua prima vera prova durante una campagna elettorale italiana (il riferimento qui è quella al 2022), calandolo nella complessità di un sistema mediale ibrido e di una campagna elettorale scontata negli esiti ma non priva di avvenimenti. Sono diversi gli spunti che questa ricerca offre. Per esempio, il fatto che in questi ambienti c’è un ribaltamento della visibilità. Non sono i soliti noti ad avere capacità di agenda, a comporre e distribuire i contenuti capaci poi di diffondersi. Il numero degli attori è alto e la politica ne esce ridimensionata nella sua visibilità (per quanto, come si scrive a pagina 90: “Solo l’account di Giorgia Meloni è classificabile come Mega influencer”). Martella riesce a definire quali siano le caratteristiche di quella che definisce come Tiktokizzazione della politica; l’analisi multivariata che effettua sui video analizzati rileva otto cluster, a) video provenienti da altri media, b) video registrati in presa diretta, c) video ambientati in spazi pubblici, d) video presentati con la grammatica della commedia, e) video registrati in spazi privati, f) video più lunghi presentati principalmente da media tradizionali che offrono i propri contenuti anche in TikTok, g) video brevi, ironici e diretti al pubblico e infine h) video brevi in cui non ci sono persone né setting. Anche solo questa tipologia è un risultato chiarificatore dei contenuti che circolano sulla piattaforma. Ci sono infine altri due aspetti rilevanti e controintuitivi, ben discussi dall’autore nelle conclusioni. Il primo, per quanto una diffusa vulgata intraveda in questo social il luogo del divertimento e della leggerezza, la comunicazione politica lì veicolata non è in prevalenza legata all’intrattenimento. L’altro aspetto altrettanto interessante, forse meno controintuitivo, è la diffusa partecipazione dal basso. Sin dal primo sviluppo del web 2.0, con l’introduzione di concetti quali prosumer, molti studiosi e studiose di comunicazione politica hanno previsto che le ricerche avrebbero mostrato una più alta partecipazione dal basso e una differenziazione delle fonti. Il libro di Martella e la scrolling politics attestano che il momento è arrivato e lo si trova tra i contenuti personalizzati di TikTok.
Per citare questo articolo
Notizia bibliografica
Sergio Splendore, «Antonio Martella, Scrolling politics. La comunicazione politica alla prova di TikTok», Quaderni di Sociologia, 96 - LXVIII | 2024, 145-147.
Notizia bibliografica digitale
Sergio Splendore, «Antonio Martella, Scrolling politics. La comunicazione politica alla prova di TikTok», Quaderni di Sociologia [Online], 96 - LXVIII | 2024, online dal 01 settembre 2025, consultato il 08 agosto 2026. URL: http://journals.openedition.org/qds/7247; DOI: https://doi.org/10.4000/14ubv
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