- 1 Il comportamento comunicativo degli animali è oggetto di indagine in vari campi di studio; ad es. l (...)
1È ormai provato che diversi animali si avvalgono di forme diverse e specie-specifiche di comunicazione, che con le loro emissioni sonore riescono a veicolare sensazioni ed emozioni, che utilizzano suoni specifici o addirittura sequenze di suoni per indicare fra loro l’arrivo di questo o di quel predatore (o anche, in alcuni casi, per ingannare i propri co-specifici indicando l’arrivo di predatori inesistenti !). Ed è perfino stato dimostrato che le note emesse da alcune specie canore di uccelli hanno un funzionamento del tutto analogo a quello delle nostre sillabe, che, combinate in modo diverso, possono rimandare a referenti diversi. Infine, è ormai noto che le sequenze di suono emesse dagli animali sono non soltanto il frutto di meccanismi innati e irriflessi, ma possono anche, in alcuni casi, essere acquisite per mezzo di apprendimento, e rispondono, in alcune specie, ad esigenze che non esiteremmo a definire eminentemente sociali1.
- 2 Cfr. Mathevon, The Voices of Nature, 2023, p. 176-177.
2Ma tali esigenze possono a pieno titolo definirsi ‘linguistiche’ ? E cosa accade, poi, quando gli animali imitano i suoni emessi dagli uomini ? Cosa accade, cioè, quando alcune specie di uccelli – o addirittura mammiferi, come gli elefanti – si mettono a ripetere sequenze di parole o frasi intere ? Gli etologi contemporanei, gli zoomusicologi e gli studiosi di bioacustica hanno osservato che la plasticità vocale di alcuni animali, con la conseguente imitazione di suoni provenienti dall’ambiente circostante (parole, frasi, rombi di motori, suoni industriali), emerge in genere in situazioni di deprivazione e di isolamento. Ecco, ad esempio, quanto scrive Nicolas Mathevon, studioso di bioacustica francese, a proposito dell’elefante coreano Koshik, che, nove anni dopo la morte degli altri due elefanti con i quali era cresciuto in cattività, aveva cominciato a interagire con i suoi guardiani – gli unici esseri viventi con i quali era ormai in contatto –, pronunciando semplici parole come « hello », « sit », « no », « down », « good »2:
- 3 Mathevon, The Voices of Nature, 2023, p. 177.
The story does not say whether the elephant selected the appropriate word for the situation, but it is likely that by imitating the only people around him, he was trying to establish the social contacts without which every elephant gets depressed […] Parrots do the same, as they only leark to imitate us if they are deprived of parrot company. As we say in France, “If there are no thrushes, we will eat blackbirds”; we make do with what we have3.
- 4 Per la differenza fra ‘numerico’ (verbale, basato sulla sintassi) e ‘analogico’ (non sintattico, no (...)
- 5 Oltre che ricordare il nome di svariati oggetti, è noto il caso del pappagallo Alex, un cenerino af (...)
3Per dirla nei termini della pragmatica della comunicazione, esempi come questo ci inducono a pensare che, laddove noi umani ci sforziamo di leggere nelle espressioni ‘antropoglottiche’ degli animali non umani messaggi di natura ‘numerica’ – dotati cioè di un significato verbale più o meno complesso, e centrato sul contenuto – il mimetismo vocale sembra rispondere piuttosto ad esigenze di tipo ‘analogico’, volte cioè, semplicemente, a stabilire connessioni di natura relazionale4. La questione, tuttavia, diventa più complessa se si pensa che invece animali come i pappagalli riescono ad andare oltre la semplice imitazione vocale, arrivando ad imparare centinaia di parole e frasi di cui sembrano cogliere perfettamente il significato, dando così prova di quelle che saremmo tentati di giudicare come capacità linguistiche di tipo ‘numerico’5.
- 6 Cfr. ad es. Aristotele, HA 4.9, 536a20-22; 7.12, 597b27 ss. (passi riportati infra).
4Insomma, il dibattito è aperto; e aperto era anche per il mondo antico: come gli etologi, gli studiosi di bioacustica e gli zoomusicologi moderni, anche i Greci e i Romani si sono interrogati riguardo agli animali che imitano la voce umana. Aristotele, ad esempio, aveva cercato di individuare la causa della plasticità vocale di alcune specie nella loro peculiare conformazione anatomica, osservando che gli uccelli che presentano le capacità mimetiche maggiormente spiccate sono quelli a collo corto e lingua larga, e, fra questi, quelli che hanno la lingua più fine6.
- 7 Cfr. P. Li Causi, Gli animali nel mondo antico, Bologna, 2018, p. 11-27 e bibliografia cit.
5Le indagini sulle cause naturali, però, avevano presto lasciato il posto, per tutta l’età ellenistica, fino all’età imperiale, al dibattito sulle facoltà mentali degli esseri viventi. Come effetto collaterale di questo dibattito, presto dominato dagli argomenti ‘anti-animalistici’ degli Stoici, per fare riferimento agli animali non umani, classemi generici come aloga (‘esseri privi di ragionamento’) o, in latino, muta (‘muti’) o bruta animalia (‘animali bruti’) si erano a poco a poco sostituiti ai più generici zoia (‘esseri viventi’), o, in latino, animalia (‘esseri muniti di anima’) – termini, questi ultimi, che, sulla base delle classificazioni tradizionali, includevano anche gli animali umani, accomunati con le altre specie dal fatto di vivere, percepire e muoversi autonomamente nello spazio7.
6Le nuove categorie che si erano andate universalmente imponendo avevano così tracciato un solco incolmabile fra i detentori del logos (‘ragionamento’), inteso come capacità di esercitare funzioni logico-linguistiche (riservate unicamente agli umani e agli dèi), e gli animali non umani, i cui comportamenti erano in genere ricondotti al mero istinto.
7Un’opposizione a questa visione drasticamente separativa era sorta in seno alle scuole medio- e neo-platoniche; e tuttavia anche fra i principali esponenti di tali scuole – ad esempio in Plutarco e in Porfirio, che nelle loro opere si mostrano strenui difensori delle qualità psichiche e morali delle bestie – il termine alogon per indicare i non umani aveva finito per imporsi.
- 8 Cfr., ad es., J. Heath, Talking Greeks: Speech, Animals, and the Other in Homer, Aeschylus, and Pla (...)
8Se però gli animali diventano tutti indistintamente aloga o, in latino, muta o bruta, il fatto che alcuni di loro – e in special modo certi uccelli – possano prendere la parola risulta a maggior ragione sorprendente, tanto, addirittura, da assumere i contorni di un vero e proprio scandalo culturale che rischia di minare fin dalle fondamenta quello che il laboratorio filosofico dell’ellenismo aveva costruito come il principale veicolo di differenza fra l’antroposfera e la zoosfera8.
- 9 Lo stoico Diogene di Babilonia, ad es., nel suo trattato sulla voce distingue fra la voce degli ani (...)
9All’interno di questo quadro, l’antropoglossia animale non è soltanto un dato curioso; è anche – e spesso, soprattutto – un potenziale rompicapo filosofico cui le diverse scuole del tempo cercano di dare diverse risposte: da un lato, i seguaci dello stoicismo negano che l’imitazione dei suoni umani da parte degli animali possa avere carattere pienamente semantico e sintattico, affermando, invece, che si tratta di una semplice ripetizione meccanica, casuale e irriflessa di suoni di cui, agli animali che li emettono, sfugge completamente il significato; dall’altro lato, invece, per filosofi come Plutarco e Porfirio, la plasticità vocale di certi aloga è la prova ulteriore della presenza di una qualche forma di linguaggio e di facoltà mentali analoghe – se non addirittura superiori – a quelle umane9.
- 10 Cfr. ad es. D. Lehoux, What Did The Romans Know? An Inquiry into Science and Worldmaking, Chicago, (...)
- 11 Utilizzo il termine ‘enciclopedia’ fra virgolette perché solo a posteriori la Naturalis historia pl (...)
10Molti dei racconti sugli animali che troviamo nella Naturalis historia di Plinio il Vecchio risentono, in fondo, di questo dibattito. In età flavia, lo stoicismo è diventato già da tempo la corrente filosofica egemone a Roma. È cioè ‘la musica che gira intorno’ che nessun autore colto può fare a meno di ascoltare e, in parte – sia pure a partire da diversi livelli di consapevolezza teorica –, riprodurre10. Plinio, in questo senso, non fa eccezione: nella sua esposizione ‘enciclopedica’ della Natura e delle sue parti si mostra per larghi tratti imbevuto di molte delle idee, di molte delle formule e di molti dei termini chiave dello stoicismo, che ne influenzano lo sguardo anche laddove la lontananza dal modello sembra maggiore, anche laddove gli assunti stoici sono – come spesso capita – accolti problematicamente. Lo stoicismo, in altri termini, è un centro di gravità che esercita, a seconda dei singoli problemi e dei singoli dati raccolti, una certa forza di attrazione, e con cui, anche quando ci si discosta dai suoi assunti, è inevitabile confrontarsi11.
11Ed è quindi questa la domanda che si vuole porre nel presente contributo: è possibile intravedere, dietro l’accumulo di racconti e aneddoti mirabili raccolti da Plinio sugli animali parlanti, una forma di riflessione narrativa che esprima – sia pure in forme non lineari, implicite o, anche, talvolta, esitanti – una qualche presa di posizione all’interno del dibattito zoopsicologico del tempo ?
12E, all’interno della classe trasversale degli animali parlanti passati in rassegna da Plinio, è possibile individuare uno statuto specifico che distingua gli uccelli da tutti gli altri animali di cui si crede, nel mondo antico, che siano capaci di imitare la voce umana ?
- 12 Il termine ‘antropoglotto’ è, in italiano, un neologismo. Degli autori greci a noi pervenuti, solo (...)
- 13 Tutte le traduzioni dei passi tratti dai libri VIII e X della Naturalis historia sono di Elena Gian (...)
13Nella Naturalis historia, il primo animale ‘antropoglotto’ di cui si fa menzione è la leucrocota12, animale etiopico che Plinio descrive come un « animale selvaggio velocissimo, della taglia di un asino selvatico, che ha la parte posteriore di cervo, il collo, la coda e il petto di leone, la testa di tasso, gli zoccoli divisi in due parti, la bocca che si apre fino agli orecchi e al posto dei denti un osso continuo: dicono che questo animale sia capace di imitare la voce umana » (Plin. nat. 8.72-73: leucrocotam, pernicissimam feram asini feri magnitudine, clunibus ceruinis, collo, cauda, pectore leonis, capite melium, bisulca ungula, ore ad aures usque rescisso, dentium locis osse perpetuo – hanc feram humanas uoces tradunt imitari)13.
- 14 Per le ipotesi sull’identificazione, cfr. il commento di Giannarelli in Gaio Plinio Secondo, Storia (...)
14Come per molti animali esotici dell’antichità, l’identificazione della leucrocota è incerta. È verosimile, secondo alcuni, che si possa trattare della iena bruna (Parahyaena brunnea, nota in inglese come strandwolf), una varietà che abita le aree aride di Namibia, Botswana, Zimbabwe occidentale e meridionale, Mozambico meridionale e Sudafrica – aree dove però, ancora in età flavia, lo sguardo di Roma non era arrivato direttamente14.
- 15 Cfr. ad es. P. Li Causi, Sulle tracce del manticora. La zoologia dei confini del mondo in Grecia e (...)
15Al di là dei problemi di identificazione, una cosa è chiara: come accade a molti animali dell’India e dell’Etiopia, le periferie dell’ecumene dove ci si aspetta che alligni ogni sorta di stranezza, e dove la Natura opera secondo leggi diverse rispetto alle zone centrali del mondo, la rappresentazione della leucrocota è caratterizzata da pronunciati tratti ibridi15.
- 16 Cfr. ad es. P. Li Causi, « From Descriptions to Acts: the Paradoxical Animals of the Ancients From (...)
16In un contesto come quello antico, nel quale quasi mai è possibile affidarsi al supporto di riproduzioni visive fedeli degli animali che vivono in terre lontane, è una dinamica cognitiva comune quella che porta a rendere mentalmente visibile qualcosa di ignoto o poco noto ricorrendo vicariamente a immagini e morfotipi di enti o oggetti noti. Ciò significa che per costruire per approssimazione le immagini mentali di creature sconosciute è frequente – non solo nella cultura antica, a dire il vero – il ricorso alle similitudini16. Ebbene, nella costruzione del tipo cognitivo della leucrocota – ovvero di un essere di cui i Romani dell’epoca conoscono soltanto lo zoonimo e la descrizione – Plinio non si avvale di similitudini, bensì di metafore che, per effetto della scrittura, vengono come prese alla lettera: non si dice, cioè, che la leucrocota ha collo, coda e petto simili a quelli del leone e testa simile a quella dei tassi, etc., ma che ha il collo, la coda e il petto del leone, e la testa del tasso. L’immagine mentale che il lettore si forma dell’animale è dunque quella di un patchwork di membra eterogenee.
- 17 Cfr. il comm. di Giannarelli in Gaio Plinio Secondo, Storia naturale, 1983: ad l.
17L’ibridismo della leucrocota, tuttavia, non investe soltanto il versante dell’anatomia. Lo zoonimo stesso, infatti, è già di per sé un marker abbastanza eloquente in tal senso: il termine potrebbe significare ‘crocota bianco’, dal greco leukos (bianco) e dal libico crocota, che è il termine che le popolazioni nord-africane usavano per le iene (da cui deriva l’attuale nome scientifico crocuta crocuta), cui gli antichi – come vedremo fra poco – attribuiscono una serie di tratti magici e perturbanti. Un’ipotesi alternativa potrebbe invece fare pensare a una fusione del latino leo (o del greco leon) con crocota17.
18Già nel nome, quindi, la leucrocota è percepita come qualcosa di composito, mezzo greco e mezzo libico, o, se vogliamo, di mezzo romano e mezzo libico. Un ibrido linguistico, appunto, che scaturisce dall’incontro della cultura osservante con la lingua della cultura esotica osservata.
- 18 Cfr. ad es. Li Causi, Generare in comune, 2008 a, p. 71 ss., spec. p. 99 ss. per nat. 8.42, e P. Li (...)
19L’ipotesi che leucrocota significhi ‘leone-iena’, peraltro, ci autorizzerebbe ad aggiungere un ulteriore tassello, e a pensare, ad esempio, che all’origine di questa specie – nella percezione linguistica dei Romani – ci possa essere, alla lettera, un incrocio interspecifico fra le iene e i leoni, o, molto più probabilmente, le leonesse. Di queste ultime, peraltro, Plinio ha già ricordato, in 8.42 s., la propensione all’adulterium, che le porta, dopo essersi accoppiate con i pardi, a generare dei leoni degeneri privi della criniera – i leopardi, appunto18.
- 19 Casi di neonati e animali parlanti (soprattutto bovini) sono attestati come prodigia negli annali d (...)
20Quanto al fatto che le leucrocote imitino le uoces degli uomini, si tratta di una ‘tradizione’ che Plinio non attribuisce ad un auctor specifico. È verosimile che il dato sia stato tratto – come per altre notizie relative all’Africa – dalle Storie di Giuba. Se però espressioni come ‘si dice’, ‘dicono’ o ‘tramandano’ in autori come Aristotele o gli storici greci operano quasi sempre come moduli semi-critici atti a mettere fra virgolette il dato in oggetto, suscitando nel lettore il beneficio del dubbio, in Plinio tutte le forme di rimando a una qualsivoglia tradizione – scritta o orale, individuabile o meno – assumono sempre un certo peso, limitandosi semplicemente a segnalare una mancanza di verifica diretta da parte dell’autore, ma non necessariamente un grado inferiore di verosimiglianza. In altri termini, il fatto stesso che la leucrocota sia stata affiancata, nella sezione relativa alla fauna etiopica (8.72 ss.), a tanti altri animali monstri similia rende credibile il fatto che – come accade nei casi di certi prodigia – possa davvero imitare la voce umana19.
21Ma questo significa che le leucrocote possono parlare come fanno gli umani ? Non necessariamente, perché uox è un termine che si riferisce unicamente alla sfera sonora e non, in maniera marcata, all’area del linguaggio verbale. La uox è cioè il suono, il timbro o – nel caso degli animali – il ‘verso’, e non il linguaggio articolato.
22Siamo cioè di fronte a una forma di mimetismo vocale, che non dà alcuna garanzia sulla presenza di capacità linguistiche coerenti e significative sul fronte logico-verbale. È tuttavia inquietante il fatto che tale mimetismo si associ a un comportamento ingannevole, e che dunque – almeno nella prospettiva della fonte che Plinio utilizza – potrebbe essere interpretato come volontario e intelligente. Ma è davvero così ?
- 20 I mss. riportano ora iuba(m) et unitatem, ora iuba continuitate. Iubam in continuitatem è una conge (...)
- 21 Cfr. Plinio il Vecchio, nat. 8.42 e Aristotele, GA 3.6, 757a2 ss., per cui A. Zucker, « Raison faus (...)
23Nel descrivere le caratteristiche anatomiche e fisiologiche delle iene (collum <u>t iuba <in con>t<i>nuitatem spinae porrigitur flectique nisi circumactu totius corporis non quit: « il collo, come la criniera, si allunga a continuare la colonna vertebrale e l’animale non può flettersi senza che si giri tutto il corpo », nat. 8.105)20, Plinio riprende le notizie circa il loro ermafroditismo e la loro capacità di generare per partenogenesi, ovvero senza che ci sia bisogno dell’intervento del maschio; notizie, queste, che Aristotele aveva cercato di confutare, ma che paradossalmente presentano una certa aderenza con la realtà: gli esemplari femmine delle iene crocuta crocuta, come è noto, sono infatti dotate di un clitoride allungato e capace di erezione che somiglia in tutto e per tutto al membro maschile21. Da qui la credenza.
24Subito dopo, però, Plinio aggiunge che « si narrano cose mirabolanti su questa belva, ma soprattutto che fra le capanne dei pastori essa imiti la voce umana e che riesca ad imparare il nome di uno di questi, per chiamarlo fuori e straziarlo; si crede pure che imiti il vomito umano per richiamare i cani e assalirli. Solo da questo animale si dice che vengano scavate le tombe per trarne fuori i cadaveri. Le femmine vengono catturate raramente. I loro occhi presentano mille varietà di colori che cambiano spesso. Inoltre, si crede che al contatto con l’ombra della iena i cani divengano muti e che per una certa capacità magica qualunque animale, intorno al quale essa abbia girato per tre volte, rimanga inchiodato sul terreno » (nat. 8.106: multa praeterea mira traduntur, sed maxime sermonem humanum inter pastorum stabula adsimulare nomenque alicuius addiscere, quem euocatum foris laceret, item uomitionem hominis imitari ad sollicitandos canes quos inuadat. Ab uno animali sepulcra erui inquisitione corporum. Feminam raro capi. Oculis mille esse uarietates colorumque mutationes. Praeterea umbrae eius contactu canes obmutescere, et quibusdam magicis artibus omne animal, quod ter lustraverit, in uestigio haerere).
- 22 Cfr. ad es. Eliano, NA 7.22 e Diodoro Siculo, 3.35.10, che identificano iena e corocotta. Per l’ass (...)
- 23 Quello della necrofagia della iena è un mito che solo di recente è stato sfatato: le osservazioni d (...)
- 24 Sulla complessa vocalità e sulle dinamiche comunicative multimodali delle iene, cfr. ad es. Mathevo (...)
25I tratti che rendono la iena un animale stregonesco – che ritornano in molti altri autori dell’antichità, e che permangono, ad esempio, nelle credenze etiopiche contemporanee – sono dunque molteplici22: ci sono gli occhi cangianti e mutevoli, la propensione a profanare le tombe (e – anche se non chiaramente esplicitata dall’autore – la conseguente necrofagia)23, la capacità di paralizzare le prede; ma soprattutto c’è il dominio, del tutto magico, della sfera della voce e del silenzio. Non solo la iena è capace di ammutolire i cani girando ipnoticamente attorno a loro, ma per di più sa imitare i suoni emessi dagli umani. E non si limita solo a riprodurre il timbro della loro voce; la iena, infatti, riesce anche a imitare il sermo e a pronunciare distintamente i nomi delle persone che adesca e divora. Oltre che imitare il rantolo del vomito, emette, cioè, suoni che assumono – alle orecchie dei malcapitati – valore semantico e performativo24: imitando la voce umana, emette un segnale ingannevole e ‘fa fare’ delle cose a quegli uomini che sceglie come prede.
- 25 Cfr. Th. l. L., s. v. addisco.
26Di particolare rilievo è, inoltre, l’impiego del verbo addisco, che indica non tanto una generica capacità di apprendere, quanto piuttosto un processo di accumulazione progressiva25.
27Ma in virtù di cosa le iene imparano a imitare la voce umana ?
- 26 Cfr. ad es. Seneca, Ep. 121.23 s., su cui ad es. Seneca, Selected Philosophical Letters, B. Inwood, (...)
28Plinio non si pone esplicitamente la questione. Colpisce, tuttavia, il riferimento a quibusdam magicis artibus: il pronome indefinito – come vorrebbe l’approccio analogico caro allo stoicismo, secondo cui gli animali, agiti dall’istinto e non dalla ragione, non dispongono mai delle tecniche, ma è come se ne disponessero – è volto naturalmente a smorzare – se non a negare del tutto – la possibilità che un animale privo di logos possa avvalersi di una vera e propria ars26.
- 27 Per un’analisi della dottrina della oikeiosis in relazione alla condizione animale cfr. U. Dierauer (...)
29Lo stesso apprendimento, in questo senso, potrebbe essere letto non tanto come segno di intelligenza, ma come frutto della oikeiosis, ovvero del processo di ‘appropriazione’ di sé e di ‘familiarizzazione’ con la propria complessione fisica con cui la Natura spinge gli esseri viventi a intuire ciò che per loro è nocivo e ciò che per loro è salutare (e dunque, ad esempio, ciò che per loro è commestibile e ciò che non lo è) e a procacciarsi ciò che serve per mantenersi in vita27.
30Per questo, in fondo, Plinio si mostra più cauto di Eliano, che, attingendo verosimilmente alla medesima fonte da lui usata, nel citare le medesime caratteristiche dell’animale, parla invece esplicitamente di panourgia, ovvero di ‘astuzia’, e di ‘malignità’ (kakoethes de ara kai hyaina: « davvero maligna è anche la iena »: NA 7.22), attribuendo così un carattere, una intenzionalità e delle facoltà mentali pienamente antropomorfizzate ad un alogon.
- 28 Per questa sua arte Elena è soprannominata “Eco”: cfr. A. Bonadeo, Mito e natura allo specchio. L’e (...)
31E tuttavia, benché Plinio si avvalga di strategie volutamente analogiche (quibusdam… artibus), l’aggettivo magicus opera come un marker connotativo che finisce per dare sfogo a una possibile proiezione antropomorfica. Dobbiamo infatti pensare che, sebbene l’episodio non venga esplicitamente menzionato, questa sorta di ars della iena potrebbe far tornare alla mente di qualsiasi lettore antico colto il comportamento seduttivo e malizioso di Elena, che – come si racconta in Odissea 4.277 ss. – era stata sul punto di sventare l’inganno del cavallo di Troia quando, per fare uscire dal suo ventre di legno i guerrieri greci che vi si erano acquattati, si era messa a chiamarli per nome imitando il suono della voce delle loro mogli28.
32In altri termini, anche se Plinio, diversamente da Eliano, si sforza di non etichettare in termini troppo ‘umani’ i rituali predatori della iena, il fatto stesso che essa sia capace di pronunciare i nomi e di imitare non solo le uoces, bensì addirittura il sermo delle sue vittime fa pensare, a chiunque legga, a un comportamento intenzionale (e, naturalmente, stregonesco).
33Ma questo significa che le iene sanno parlare ? Possiamo, cioè, dire che l’antropoglossia della iena – che si avvale di certe arti magiche – abbia a che fare con la capacità proposizionale che, ad esempio, gli Stoici riservano ai soli esseri umani ?
34Dal punto di vista dello stoicismo ortodosso, la risposta non può che essere negativa: non si può dire, cioè, che le iene, nel senso stretto del termine, ‘parlino’. Tuttalpiù imparano a ripetere ecolalicamente, e in maniera limitata (e probabilmente istintiva), quei suoni che l’apparato fonatorio di cui sono dotate permette loro di riprodurre. In questo, ricordano anche, per alcuni versi, l’Eco ovidiana delle Metamorfosi, cui Giunone – che ha voluto punirla per avere protetto le ninfe con cui Giove era solito accoppiarsi – ha concesso uocis breuissimus usus (cfr. Met. 3.367).
35Eppure, come Eco, che ripetendo soltanto le ultime parole delle battute del suo amato Narciso riesce ad attirarlo a sé, le iene, pur non potendo, alla lettera, parlare, riescono ad usare le loro limitate risorse vocali per imbastire comunicazioni ingannevoli che ottengono i feedback voluti. Diversamente da Eco, che è condannata a ripetere solo le ultime parole che sente, e che non riesce a sedurre Narciso, le iene sembrano potere scegliere quali nomi chiamare e, con la loro uox limitata, riescono a esercitare una forza magica tale da sedurre gli esseri umani e portarli alla morte. In altri termini, non si può dire che parlino nel vero senso del termine, né si può dire se il loro addiscere sia frutto di istinto o di ars, ma sono sicuramente più abili di Elena e di Eco nelle loro perverse strategie comunicative e perlocutive.
- 29 La notizia relativa al manticora, animale indiano dal corpo di leone, coda di scorpione e volto uma (...)
36Capacità analoghe a quelle della iena hanno il corocotta – per molti versi un doppio della leucrocota – e, secondo Giuba, il manticora (che, diversamente da come fanno altri autori, la fonte di Plinio colloca in Etiopia anziché in India)29:
Huius generis coitu leaena Aethiopica parit corocottam, similiter uoces imitantem hominum pecorumque. Acies ei perpetua, in utraque parte oris nullis gingiuis, dente continuo: ne contrario occursu hebetetur, capsarum modo includitur. Hominum sermones imitari et mantichoram in Aethiopia auctor est Iuba (nat. 8.107).
Dell’accoppiamento con esemplari di questa specie [scil. la iena] la leonessa d’Etiopia genera il corocotta, che riesce ad imitare anch’esso la voce degli uomini e del bestiame. Tiene sempre gli occhi aperti e non presenta gengive ai due lati della bocca, ma un osso dentato continuo: perché non si indeboliscano le due parti urtandosi, la bocca si chiude come le cassette per i libri. Giuba attesta che in Etiopia anche il manticora imita il parlato degli umani.
- 30 Cfr. Li Causi, Sulle tracce del manticora, 2003, p. 234.
37Nel caso degli animali finora presi in considerazione – la leucrocota, la iena, il corocotta, il manticora – l’antropoglossia, come si è visto, non costituisce « una nota di valore, bensì un tratto di iperbolica ferocia e di disumanità »30. Salvo che nell’utilizzo moderato di formule analogiche (quibusdam magicis artibus: 8.106), Plinio, in fondo, non spiega esplicitamente se i comportamenti di questi predatori siano frutto di una progettazione intelligente o, più probabilmente, dell’istinto; e tuttavia è chiaro che le loro abilità linguistiche, lungi dal marcare un’identità e una vicinanza – genetica, biologica, anatomica – con gli esseri umani, rappresentano un tratto che segnala una forma totale di alterità proprio nella misura in cui il loro prendere la parola, anziché rispondere a esigenze logico-verbali, è un mero mezzo per soddisfare esigenze primarie legate al nutrimento.
38Ben diverso, in questo senso, è il caso degli uccelli, in cui il tratto dell’imitazione della voce umana non ha a che fare con l’inganno, ma sembra assolvere a funzioni e modalità ben diverse.
- 31 Per le possibili identificazioni, cfr. il commento di Giannarelli in Gaio Plinio Secondo, Storia na (...)
- 32 Cfr. ad es. Antonino Liberale, 7.8; Bettini, Voci, 2008, p. 153.
39In particolare, quello che emerge da ampie sezioni del X libro della Naturalis historia è che le capacità imitative degli uccelli sono, in genere, molto più sviluppate rispetto a quelle dei predatori etiopici antropoglotti. Di un uccello chiamato ‘toro’ – probabilmente lo stesso che Cicerone in De natura deorum 2.124 aveva chiamato platalea (forse una spatola bianca, o un pellicano, o un tarabuso) – Plinio ricorda, ad esempio, la capacità di imitare il muggito dei buoi (cfr. nat. 10.116); di un altro uccello, chiamato anthus, (identificato ora con l’airone guardabuoi, ora con la cutrettola gialla), si ricorda la capacità di imitare il nitrito dei cavalli (nat. 10.116)31. Su di esso, esisteva una storia mitica, che voleva che un giovane, chiamato appunto Anthus, fosse stato divorato da una mandria di cavalli antropofagi, e che Zeus, impietositosi di lui, lo avesse trasformato nell’omonimo uccello, cui era stata data in dotazione la capacità di imitare, per vendetta, il verso dei suoi antichi carnefici32. Plinio, tuttavia, non fa menzione di questo mito, rendendo così immotivato e, per certi versi, meramente convenzionale il nome dell’uccello, e trasformando quella che nell’immaginario fantastico degli antichi era una vicenda di metamorfosi in un semplice dato di storia naturale.
40La frase che segue la descrizione delle abitudini sonore di questi due uccelli è per certi versi sibillina: Super omnia humanas uoces reddunt (« soprattutto, imitano le voci umane »: nat. 10.117). A chi ci si riferisce ? All’uccello detto ‘toro’ e all’anthus ? Oppure a tutti gli uccelli in generale ?
41Meno enigmatica è la precisazione successiva: psittaci quidem etiam sermocinantes (« e i pappagalli, poi, riescono anche a conversare »):
India hanc auem mittit, siptacen vocat, uiridem toto corpore, torque tantum miniato in ceruice distinctam. Imperatores salutat et quae accipit uerba pronuntiat, in uino praecipue lasciua. Capiti eius duritia eadem quae rostro; hoc, cum loqui discit, ferreo uerberatur radio; non sentit aliter ictus. Cum deuolat, rostro se excipit, illi innititur leuioremque ita se pedum infirmitati facit (nat. 10.117).
Questo uccello proviene dall’India, dove si chiama siptace, è verde in tutto il corpo, variato soltanto da un collare rosso intorno al collo. Esso saluta gli imperatori e pronuncia le parole che ascolta e soprattutto si lascia andare col vino. La sua testa è dura quanto il becco; quando impara a parlare, lì lo si colpisce con un bastoncino di ferro, altrimenti non sente i colpi. Quando scende giù a volo, atterra sul becco, su di esso si appoggia e riduce così il suo peso, per non gravare sui piedi che sono deboli.
- 33 Per le specie di pappagallo note nel mondo greco-romano, cfr. C. Franco, « Talking Beauties. Diffus (...)
42L’animale di cui parla Plinio potrebbe essere la psittacula Alexandri o la psittacula krameri33. Al di là dei problemi di identificazione, quello che qui è interessante osservare è che, nella prospettiva cui l’autore aderisce, l’animale in questione non si limita a reddere uoces – capacità mimetica, questa, che è propria, come si è visto, anche dei predatori etiopici –, ma riesce a gestire con una certa padronanza le forme di comunicazione verbale tipiche degli esseri umani, interagendo con loro non per finalità malefiche, ma per intrattenere veri e propri scambi.
- 34 In generale, per la plasticità mimetica e le capacità di apprendimento degli uccelli (e dei mammife (...)
- 35 A farmi riflettere su questo dettaglio è stata Cristiana Franco, che ringrazio.
43Il fatto di imparare a conversare (e a salutare gli imperatori) è, per il pappagallo, frutto di apprendimento. Si tratta, tuttavia, di un apprendimento coatto34; dettaglio, questo che, se incrociato con le caratteristiche anatomiche riportate da Plinio, ci dice qualcosa in più su quelle che dovevano essere pratiche comuni dell’ammaestramento degli uccelli: anche per altre specie avicole, i colpi sulla testa erano evidentemente utilizzati come stimolo funzionale ad ottenere la risposta voluta dall’animale. Per il pappagallo, il cui cranio è detto essere durissimo, sono necessarie bacchettate alquanto forti perché gli stimoli siano efficaci35.
44Ancora più dotato del pappagallo, sul versante della loquacitas, è però un uccello che Plinio classifica come una ‘specie di pica’, ovvero, la ghiandaia (garrulus glandarius):
- 36 I manoscritti più antichi leggono in spe sermonis humani (come a rendere la tensione emotiva e lo s (...)
Minor nobilitas, quia non ex longinquo uenit, sed expressior loquacitas certo generi picarum est. Adamant uerba quae loquantur nec discunt, sed diligunt meditantesque intra semet curam atque cogitationem, intentionem non occultant. Constat emori uictas difficultate uerbi ac, nisi subinde eadem audiant, memoria falli quaerentesque mirum in modum hilarari, si interim audierint id uerbum. Nec uulgaris his forma, quamuis non spectanda: satis illis decoris in specie sermonis humani est (nat. 10.118)36.
Ha minore fama, perché non viene da lontano, ma possiede la capacità di parlare in modo più articolato una determinata specie di gazze. Esse amano pronunciare certe parole, e non soltanto le imparano, ma si divertono ed esercitando la loro diligenza e la loro riflessione fra sé, non nascondono il loro impegno. Si sa che possono anche morire vinte dalla difficoltà di una parola e, se non ascoltano spesso gli stessi vocaboli, questi svaniscono dalla loro memoria, e, quando cercano di ricordarli, molto si rallegrano se capita loro di ascoltare nel frattempo proprio una di quelle parole. Il loro aspetto non è comune, per quanto non siano degne di ammirazione: hanno il loro carattere distintivo più nobilitante nella capacità di imitare i discorsi degli uomini.
- 37 Si noti comunque che, mentre Plinio loda la ghiandaia soltanto per fini antropocentrati (condannare (...)
- 38 Per i problemi testuali in 10.118 cfr. n. 35. Per la crescente popolarità del pappagallo in età imp (...)
45Quella nei confronti della ghiandaia è una vera e propria laus, non esente, per alcuni versi, da tratti moralistici37. Il sottinteso sembra essere il seguente: i Romani ammirano il pappagallo non solo perché saluta gli imperatori e perché sermocinans, ma anche – e forse soprattutto – perché è esotico e variopinto; in altri termini, perché è un animale che può essere usato come connotatore di status e – a mostrarlo c’è anche la sua propensione per il vino ! – veicolo di lasciuia e luxuria, laddove invece la ghiandaia, che è una specie comune e nostrana, e dall’aspetto tutto sommato ordinario, mostra capacità superiori sul versante della scioltezza della lingua (loquacitas), e per giunta ha una sua grazia. Soprattutto, si dice che è per lei motivo di decus (satis decoris) la sua capacità (o – a seconda di come si legge il testo – la ‘speranza’) di imitare la voce umana; e decus, nella percezione dei Romani, è un termine che indica, per l’appunto, un’armonia perfetta fra il valore estetico e il valore morale38.
46Ma c’è di più: la ghiandaia, infatti, pur essendo un alogon, presenta delle capacità notevoli sul versante delle dotazioni mentali. Per comprenderne la portata, dobbiamo richiamare alla memoria, per contrasto, un passo di una epistula senecana, che è per molti tratti esemplificativo di quello che uno stoico pensa, in genere, degli animali non umani:
Mutum animal sensu conprendit praesentia; praeteritorum reminiscitur cum <in> id incidit quo sensus admoneretur, tamquam equus reminiscitur uiae cum ad initium eius admotus est. In stabulo quidem nulla illi uia est quamuis saepe calcatae memoria [est]. Tertium uero tempus, id est futurum, ad muta non pertinet (Seneca, Ep. 124.16).
- 39 Tr. it. Seneca, Epistola a Lucilio 124, P. Li Causi (dir.), Palermo, 2019, ad l., cui si rimanda pe (...)
L’animale privo di parola coglie la realtà circostante tramite la percezione sensoriale, e si ricorda delle cose passate quando incontra qualcosa che sollecita i suoi sensi, così come il cavallo si ricorda della strada quando è stato condotto all’inizio di essa. Invece, nella stalla non ha alcun ricordo della strada, nonostante l’abbia percorsa spesso. Infine, la terza parte del tempo, ovvero il futuro, non pertiene agli animali39.
- 40 Cfr. R. Marchesini, Post-human. Verso nuovi modelli di esistenza, Torino, 2002, p. 15-21.
47Il brano si basa su un vizio logico che ricorre spesso nelle trattazioni degli Stoici sugli aloga. Si tratta di quella che lo zooantropologo Roberto Marchesini ha chiamato la ‘enfatizzazione prospettica’, che consiste nel guardare il mondo animato unicamente dall’angolo visuale della nostra specie, misconoscendo le differenze che intercorrono tra gli altri esseri viventi, e nello stesso tempo accrescendo le distanze tra l’umano e il non-umano40.
- 41 Cfr. Stoicorum Veterum Fragmenta, 2.115; p. 732, dove si parla della memoria innata e ‘senza assens (...)
48Su questa falsa riga, in Seneca il cavallo è usato come rappresentante dell’intera classe dei muta animalia: dire, infatti, che ricorda la strada solo quando la ripercorre una seconda volta, senza essere in grado di ricordarla nel chiuso della propria stalla, serve a dire, a Seneca, che tutti gli animali sono privi di memoria volontaria41.
49Del tutto diverso è il caso della ghiandaia: anche questo uccello, come il cavallo di Seneca, sembra avere bisogno di rinforzi esterni per ricordare (« si rallegrano se capita loro di ascoltare… proprio una di quelle parole » che non riescono a fissare in mente: 10.118), ma di fatto non solo non è un animale muto, ma per di più è dotato di una qualche forma di memoria che, pur se non prodigiosa, pur se fragile, si sforza di esercitare volontariamente, e non a furia di bacchettate in testa come avviene con il pappagallo (e, presumibilmente, con altri uccelli) !
- 42 Lo studio di Peppenberg, The Alex Studies, 2000 (cfr. n. 5) non sembra dare del tutto ragione a Pli (...)
- 43 A conclusioni analoghe giungo in Li Causi, Les animaux qui souffrent, 2024, p. 25-39, dove si anali (...)
50In altri termini, se il pappagallo è quello che in inglese potremmo chiamare uno slow learner, la ghiandaia mostra una maggiore proficiency sul versante dell’apprendimento linguistico42. Soprattutto, essa è dotata di una serie di tratti che sembrano smentire la uulgata stoica. In altri termini, laddove lo stoicismo ortodosso colloca l’uomo da una parte e tutti gli altri animali, in blocco, dalla parte opposta, l’indagine naturalistica di Plinio sembra qui sforzarsi di cogliere differenze e tracce di gradualità fra le diverse forme di vita, superando il vizio dell’enfatizzazione prospettica43. Da un lato, infatti, ci sono gli animali che si limitano unicamente a reddere o a imitari uoces, o a adsimulare sermones per finalità legate agli istinti del basso ventre (i predatori etiopici), dall’altro ci sono, ad un livello superiore, quelli che, come effetto di un ammaestramento ad hoc, imparano addirittura, tout court, a sermocinari (i pappagalli); infine, ci sono quelli che, come la ghiandaia, vanno ben più in là: apprendono molto ben volentieri – anzi, addirittura con una bramosia ardente –, e per giunta con un certo grado di autonomia.
51Come fenomeni simili possano verificarsi è spiegato poco dopo:
- 44 Fra ipsas e primis, nisi è un’aggiunta degli editori moderni: cfr. Pline l’ancien, Histoire Naturel (...)
Verum addiscere alias negant posse quam ex genere earum quae glande uescantur, et inter eas facilius quibus quini sint digiti in pedibus, ac ne eas quidem ipsas <nisi> primis duobus uitae annis. Latiores linguae omnibus in suo cuique genere, quae sermonem imitantur humanum (nat. 10.119)44.
Si dice che non possano imparare a parlare altri uccelli se non quelli della specie di gazze che si nutre di ghiande, e fra questi con maggiore facilità quelli che hanno cinque dita per ogni piede ed ancora che questi stessi imparino solo nei primi due anni di vita. Hanno la lingua eccezionalmente larga, ciascuno in rapporto al suo genere, gli uccelli che imitano il parlare dell’uomo.
- 45 Per la ‘lingua larga’ degli uccelli, e in particolare per gli usignoli, cfr. ad es. Bettini, Voci, (...)
52Plinio riprende qui la già citata spiegazione anatomica di Aristotele, che aveva osservato che, fra gli uccelli, « ad essere maggiormente dotati di dialektos sono quelli che hanno la lingua larga, e fra di essi quanti hanno la lingua sottile » (HA 4.9.536 a 20-22)45.
- 46 Cfr. Li Causi, Sulle tracce del manticora, 2003, p. 235-236. Giustamente, Cristiana Franco – che ri (...)
53Se tuttavia con dialektos Aristotele faceva riferimento alla ‘voce articolata’ in generale, e dunque, ad esempio, alla possibilità di emettere versi con note e suoni distinti e, per così dire, ‘spezzettabili’, e non necessariamente al linguaggio articolato, in Plinio la lingua larga implica automaticamente qualcosa di analogo alla uox degli umani o addirittura al loro sermo46. Quanto al riferimento alle dita degli uccelli – che in realtà, in natura, possono essere al massimo quattro, e non cinque, o in alcune specie tre, o addirittura, nello struzzo, due –, Plinio potrebbe fare confusione con quanto detto da Aristotele a proposito dei gampsonycha (gli ‘uccelli dotati di unghie ad uncino’, ovvero i rapaci), in un passo dove si riporta la notizia, ben nota anche all’enciclopedista romano, delle capacità mimetiche e dell’amore per il vino del pappagallo:
In generale tutti i rapaci hanno collo corto e lingua larga, e sono imitatori. Di tal genere, in effetti, è anche quell’uccello indiano, il pappagallo, che chiamano ‘uccello con la lingua umana’ (anthropoglotton): esso diventa anche più insolente quando ha bevuto vino (HA 7.12, 597b27-29).
54Sia come sia, la banalizzazione delle osservazioni anatomiche di marca aristotelica diventa una vera e propria neutralizzazione quando si aggiunge, poco dopo, che quello dell’antropoglossia è un fenomeno che interessa la quasi totalità degli uccelli: « Tuttavia », dice Plinio, « questo capita quasi a tutti » (nat. 10.120: Quamquam id paene in omnibus contigit). E dunque, non solo le gazze, le ghiandaie e gli ‘uccelli a cinque dita’, non solo gli uccelli a lingua larga, ma anche – come vedremo fra pochissimo – tordi, storni, usignoli e altri uccelli imitano il sermo umano, mentre, quanto alle capacità di apprendimento, pochissimi, secondo Plinio, fanno eccezione – ad esempio le rondini, di cui si dice che « sono incapaci di imparare qualunque cosa » (nat. 10.128: hirundines indociles esse).
55Il processo di apprendimento avviene per accumulo di parole e frasi: colpisce, in tal caso, la ripetizione del verbo addisco, che era già comparso a proposito delle iene (nat. 8.106). Se dunque, da un lato, c’è una forma di determinismo anatomico che permette alla maggior parte degli uccelli di imitare e di articolare i suoni (e, in più, di parlare e conversare anche con voce umana secondo le modalità del sermo), dall’altro lato, alle dotazioni della natura si possono aggiungere, in alcune specie di animali, gli sforzi dei singoli esemplari che vengono ammaestrati o che addirittura – come nel caso della ghiandaia – si spingono a una meditatio autonoma. Ma se quello della iena e degli altri predatori etiopici potrebbe essere un apprendimento dettato dall’istinto predatorio (e dunque dalla oikeiosis), nel caso degli uccelli, il cui apprendimento avviene grazie alla prossimità con gli umani, entra in scena quello che potremmo considerare un vero e proprio processo di culturalizzazione e di reale avvicinamento interspecifico.
56A testimoniarlo, Plinio cita, poco dopo, i casi mirabolanti di un tordo posseduto da Agrippina e dello storno e degli usignoli di Britannico e Nerone:
Agrippina Claudii Caesaris turdum habuit, quod numquam ante, imitantem sermones hominum. Cum haec proderem, habebant et Caesares iuuenes sturnum, item luscinias Graeco ac Latino sermone dociles, praeterea meditantes assidue et in diem noua loquentes, longiore etiam contextu. Docentur secreto et ubi nulla alia uox misceatur, adsidente qui crebro dicat ea, quae condita velit, ac cibis blandiente (nat. 10.120).
Agrippina, consorte dell’imperatore Claudio, ebbe un tordo, cosa senza precedenti, che imitava il parlare degli uomini. Mentre io stavo scrivendo quest’opera, anche i giovani Cesari avevano uno storno ed anche degli usignoli che imparavano facilmente il greco e il latino, che inoltre si esercitavano assiduamente e che di giorno in giorno dicevano parole nuove, per di più in una frase sempre più lunga. L’insegnamento agli uccelli viene impartito in un luogo nascosto, dove nessun’altra voce si mescola ed il maestro siede loro vicino per ripetere spesso quei vocaboli che vuole siano fissati nella loro memoria e li blandisce con il cibo.
- 47 Pace F. Capponi, Ornithologia latina, Genova, 1981, p. 483, che, non credendo che il tordo potesse (...)
- 48 Cfr. Kitchell Jr., « Talking Birds », 2020, p. 456-457.
- 49 Cfr. ad es. Apollodoro, 3.14.8; Antonino Liberale, 11.11; Eschilo, Ag. 1144; Sofocle, El. 148 s.; B (...)
57Che lo storno e il tordo siano capaci di imitare la voce umana è del tutto possibile47; più difficile è capire in che modo gli usignoli potessero imparare il greco e il latino48; cosa, questa, che, per quanto mirabolante, non doveva però sembrare del tutto inverosimile all’interno di una cultura il cui immaginario mitico prevedeva che l’usignolo fosse il risultato della metamorfosi inflitta dagli dèi a Procne per aver ucciso suo figlio, e che il suo verso non fosse altro che una lamentosa invocazione del suo nome: Ity, Ity (ovvero, « Iti, Iti ! »)49.
- 50 Cfr. Mathevon, The Voices of Nature, 2023, p. 177.
58È però vero che Plinio, come nel caso dell’anthus, non fa qui alcun riferimento esplicito all’eziologia mitica, e che gli usignoli di Britannico e Nerone non si limitano a ripetere una semplice locuzione bisillabica (Ity, Ity), ma, a quanto si dice, sono a tutti gli effetti coinvolti in un processo di apprendimento progressivo del linguaggio umano che presenta più di qualche analogia con certi esperimenti compiuti in laboratorio, nello scorso secolo, con diversi primati, cui si è tentato di insegnare la lingua umana; processo che peraltro si realizza – come in tutti i casi di plasticità vocale osservati dagli etologi contemporanei – in un contesto di totale isolamento sociale degli esemplari da ammaestrare50.
- 51 Sugli uccelli avvertiti come specie ‘prossima’ in seno alla cultura greco-romana, cfr. ad es. Betti (...)
59Il che ci dice che in fondo, fra i nostri esperimenti sui primati e quelli nei quali erano coinvolti gli uccelli dei Romani, c’è forse un’idea comune, ovvero, quella secondo cui una specie avvertita come prossima a noi – i primati per gli etologi e i linguisti della seconda metà del secolo scorso, gli uccelli per gli antichi romani di età giulio-claudia e flavia – possa facilmente apprendere non solo singoli suoni e singole parole, ma anche, forse, il loro significato, la sintassi che li lega; in altri termini, il linguaggio degli umani e parti del suo funzionamento51.
- 52 Cfr. Kitchell Jr., « Talking Birds », 2020, p. 465.
- 53 K. Armbruster, « What Do We Want from Talking Animals? Reflections on Literary Representations of A (...)
60Ovviamente, c’è anche un dato storico da mettere in rilievo: l’ammaestramento degli uccelli capaci di imitare la voce umana sembra aver dato vita – da quanto emerge dai racconti pliniani – ma non solo – a una vera e propria attività dagli importanti risvolti economici e sociali. Non soltanto un uccello antropoglotto poteva acquisire un valore altissimo, tanto da ripagare gli sforzi di chi lo aveva ammaestrato, ma spesso era utilizzato – come vedremo anche dal prossimo passo preso in analisi – come strumento per adulare gli imperatori e i notabili, in quello che, più che un mercato legato al valore di scambio e d’uso, doveva insistere sulla circolazione di oggetti (e creature) atti a veicolare e aumentare il capitale simbolico di determinate fasce sociali in ambiti sia pubblici che privati52: possedere un uccello che parlava, e che spesso tesseva le lodi del suo proprietario (o le lodi del princeps), in fondo, era qualcosa di impagabile53.
61Ma faremmo torto a Plinio se ci limitassimo a usarlo soltanto come fonte storica.
62La sezione della Naturalis historia sugli uccelli antropoglotti prosegue con un racconto un po’ più lungo degli altri, che meriterebbe forse di essere analizzato in altra sede in maniera ancor più approfondita.
63La storia viene introdotta da una formula apparentemente zoofila: « si renda il dovuto onore anche ai corvi, come attestano non solo i sentimenti, ma anche l’indignazione del popolo romano » (10.121: Reddatur et coruis sua gratia, indignatione quoque populi Romani testata, non solum conscientia). La zoofilia pliniana, tuttavia, come vedremo, si rivelerà quanto meno contraddittoria, se non addirittura ironica.
64Ma veniamo ai fatti.
65Il racconto riportato da Plinio narra di un corvo che, sotto il principato di Tiberio, si era trovato a cadere, da una nidiata nata sopra il tempio dei Dioscuri, nella bottega di un calzolaio. Il fatto che l’animale fosse nato all’interno di uno spazio sacro aveva convinto l’uomo ad accettarlo di buon grado nel suo laboratorio, e così, « l’uccello, abituatosi presto a parlare, volava tutte le mattine sulla tribuna degli oratori e, rivolto verso il foro, salutava per nome i principi Tiberio, poi Germanico e Druso, e in seguito la folla dei Romani che passava di lì; poi tornava alla bottega e diventò oggetto di ammirazione per questa sua assiduità che durò parecchi anni » (nat. 10.121: is mature sermoni adsuefactus, omnibus matutinis euolans in rostra in forum uersus, Tiberium, dein Germanicum et Drusum Caesares nominatim, mox transeuntem populum Romanum salutabat, postea ad tabernam remeans, plurium annorum adsiduo officio mirus).
- 54 Non è da escludere che, agli occhi della folla, il comportamento prodigioso del corvo potesse esser (...)
66Dopo gli uccelli che imitano i versi di altri animali, dopo gli uccelli che apprendono – con maggiore o minore difficoltà, e più o meno spontaneamente – il sermo umano, ecco che la sezione del libro X dedicata alle abilità mimetiche dei volatili prosegue, all’apice di quello che sembra un climax ascendente, con un uccello che non solo riesce a sermocinari, ma che va addirittura ad occupare uno spazio della parola che nella cultura romana è più che simbolicamente rilevante, ovvero lo spazio del foro e della tribuna degli oratori, da dove arringa la folla meravigliata degli astanti compiendo il suo officium quotidiano per più anni54.
- 55 Cfr. ad es. Cicerone, ad Q. fr. 4.1; Seneca, Ben. 6.34.4; Marziale, epigr. 1.59.1; 80.1; 3.14.3; 30 (...)
67In questa situazione, c’è da mettere in rilievo un dettaglio che rischia di passare inosservato ai lettori moderni: quello che fa l’uccello non è semplicemente ‘parlare’ o ‘salutare’; il corvo, infatti, prende l’abitudine di praticare la salutatio matutina, ovvero il rito sociale che prevedeva che un patronus ricevesse il buongiorno dai suoi clientes in cambio di piccoli o grandi beneficia (in genere, in età imperiale, sportulae piene di cibo)55.
- 56 Cfr. Macrobio, 2.29 s. (n. 53).
68Nelle intenzioni del calzolaio che lo ha ammaestrato il mimetismo vocale del corvo, evidentemente, dovrebbe svolgere due funzioni: la prima dovrebbe essere quella di attirare clienti nella bottega; la seconda, invece, potrebbe essere, appunto, quella di sfruttare la salutatio per farsi notare dai principes inducendoli magari a sborsare somme considerevoli per l’acquisto dell’uccello adulatore, accaparrandosi così i loro beneficia56.
- 57 Per i rostra in età repubblicana, cfr. ad es. F. Pina Polo, « I rostra come espressione di potere d (...)
- 58 Pina Polo, « I rostra », 2004, p. 151. Si noti poi che una parte del rituale della salutatio matuti (...)
69Il fatto è però che il luogo da cui l’uccello saluta quotidianamente i principes e la folla dei passanti non è un luogo neutro. I rostra erano stati, in età repubblicana, lo spazio di azione dell’oratoria, la più nobile delle artes romane; un luogo dai connotati sacri che l’aristocrazia del tempo aveva usato per « esporre le proprie idee ed attaccare quelle degli avversari », per alimentare il contatto diretto con il populus e influenzarlo; in altri termini, per auto-rappresentarsi e per legittimare il proprio potere57. Nell’età in cui Plinio scrive, nulla di tutto questo è rimasto, e, delle funzioni originarie, i rostra hanno mantenuto solo quella memorialistica, finendo così per diventare « una specie di album di storia della civitas romana, icona di exempla che […] avevano modellato il mos maiorum fondamento dell’Impero »58.
70Il fatto stesso che un corvo si metta a salutare i passanti (e i principes) proprio lì, dunque, può attivare tutta una serie di possibili interpretazioni orientate nella mente di un lettore coevo: pur essendo stato ammaestrato a comportarsi come un cliens che deve adulare i notabili e i principi con il suo saluto, l’uccello si trova ad occupare, virtualmente, la posizione one-up del patronus che arringa il popolo romano che si affolla al di sotto di lui. La qual cosa, però, presenta potenzialmente anche dei risvolti buffi e, per alcuni versi, disturbanti: non solo l’uccello non perora alcuna causa e non espone alcuna posizione politica, e si limita a recitare più o meno meccanicamente le sue forme di saluto, ma rischia di rendere evidente, con le sue esibizioni quotidiane, il decadimento di un luogo che un tempo era stato centrale per la vita pubblica della città e che ora è diventato buono solo per le esibizioni di fenomeni da baraccone.
71La cosa, a dire il vero, non emerge in maniera completamente esplicita dal testo, ma gli elementi che permettono letture di questo tipo sono comunque potenzialmente presenti.
72Sia come sia, la storia del corvo non ha un lieto fine:
- 59 È da notare che Rediculi è una congettura di Ermolao Barbaro – accolta da E. de Saint-Denis in Plin (...)
Hunc siue aemulatione uicinitatis manceps proximae sutrinae siue iracundia subita, ut uoluit uideri, excrementis eius posita calceis macula, exanimauit, tanta plebei consternatione, ut primo pulsus ex ea regione, mox interemptus sit funusque aliti innumeris celebratum exequiis, constratum lectum super Aethiopum duorum umeros, praecedente tibicine et coronis omnium generum ad rogum usque, qui constructus dextra uiae Appiae ad secundum lapidem in campo R<e>diculi appellato fuit (nat. 10.122)59.
Il locatario di una bottega di calzolaio vicina, o per rivalità verso il suo collega, o per un improvviso accesso d’ira, come volle far credere, perché gli escrementi dell’uccello avevano macchiato dei calzari, lo uccise e tanta fu la costernazione popolare che l’uomo prima fu cacciato dal quartiere, poi fu ammazzato. Il funerale dell’uccello fu celebrato con un affollato corteo, il letto funebre fu portato sulle spalle da due Etiopi, preceduto da un suonatore di flauto e da ghirlande di ogni genere fino al rogo, che fu costruito sulla destra della via Appia, al secondo miglio, nel terreno che ha il nome di Redicolo.
73Plinio lascia nell’indeterminatezza i reali motivi che hanno portato il calzolaio rivale a uccidere il corvo. Invidia per un rivale i cui affari – grazie anche alla potente attrattiva esercitata dall’uccello parlante – andavano a gonfie vele ? Rabbia per i frutti del proprio lavoro mandato in malora ?
74Colpisce, tuttavia, che, fra le due ipotesi prese in considerazione, a causare la morte di un corvo tanto bravo ad usare il linguaggio umano possa essere stato un comportamento che ha finito per tradire la sua irriducibile animalità, ovvero l’atto di imbrattare con il proprio guano un artefatto umano. E il guano che schizza, peraltro, è un beneficium ben diverso dalle sportulae elargite da chi celebra quotidianamente il rito della salutatio matutina !
- 60 Per i problemi testuali, cfr. Pline l’Ancien, Histoire Naturelle, 1961, ad ll.
75A proposito della morte del corvo, il puntiglio esercitato nel chiamare in causa le circostanze della vicenda è quanto mai interessante: Plinio descrive minuziosamente il tempo (10.124: « tutto questo accadde sotto il consolato di Marco Servilio e Gaio Cestio [35 d. C.], il quinto giorno prima delle calende di aprile [28 marzo] »: hoc gestum M. Servilio <C>. Cestio cos. a. d. V kal. Apriles), il luogo (il rogo « fu costruito sulla destra della via Appia, al secondo miglio, nel terreno che ha il nome di Redicolo »: constructus dextra uiae Appiae ad secundum lapidem in campo R<e>diculi appellato fuit: nat. 10.122) e le modalità degli onori funebri tributati all’animale (« Il funerale dell’uccello fu celebrato con un affollato corteo, il letto funebre fu portato sulle spalle da due Etiopi, preceduto da un suonatore di flauto e da ghirlande di ogni genere fino al rogo » funusque aliti innumeris celebratum exequiis, constratum lectum super Aethiopum duorum umeros, praecedente tibicine et coronis omnium generum: 10.122)60.
76L’indignatio e la conscientia che hanno portato ai funerali sono però, agli occhi scandalizzati dell’enciclopedista, del tutto ingiustificate:
Adeo satis iusta causa populo Romano uisa est exequiarum ingenium auis aut supplicii de ciue Romano in ea urbe, in qua multorum principum nemo deduxerat funus, Scipionis uero Aemiliani post Carthaginem Numantiamque deletas ab eo nemo uindicauerat mortem (nat. 10.123).
Così al popolo di Roma sembrò che l’intelligenza di un uccello fosse una giustificazione adeguata per fargli esequie solenni e per la punizione di un cittadino romano, in quella città nella quale nessuno aveva partecipato al funerale di molti illustri personaggi e nessuno aveva vendicato la morte di Scipione Emiliano, che pure aveva distrutto Cartagine e Numanzia.
77Nell’ottica di Plinio, il merito – la gratia – che può essere riconosciuto a un uccello sembra ammissibile solo nella misura in cui ci si tiene entro i limiti del buon senso e della reale posizione assegnata agli animali nella scala della natura. L’uccisione di un concittadino e i funerali di un animal (per quanto niente affatto mutum, e per giunta dotato di un certo ingenium) sono, in questo senso, il segno di un abbaglio e di una follia collettivi che non trovano giustificazioni, e che diventano ancora più evidenti se si pensa che onori simili a quelli tributati al corvo non erano mai stati in concessi, in passato, neppure ai più grandi eroi della romanità. O tempora, o mores, insomma.
- 61 Kitchell Jr., « Talking Birds », 2020, p. 465.
78Ma anziché indugiare sulla tirata moralistica, Plinio non resiste alla tentazione di aggiungere, alla sua trattazione, un ulteriore legendum, che, sommato a tutti gli altri, ci fornisce un ulteriore indizio nei confronti di quella che doveva essere diventata, a Roma, « a small, lucrative industry »61:
nunc quoque erat in urbe Roma, haec prodente me, equitis Romani cornix e Baetica primum colore mira admodum nigro, dein plura contexta uerba exprimens et alia atque alia crebro addiscens (nat. 10.124).
Ancora ai nostri giorni, mentre sto scrivendo, c’è nella città di Roma una cornacchia proveniente dalla Betica, di proprietà di un cavaliere romano, degna di ammirazione per il suo colore nerissimo e poi perché capace di pronunciare molte parole, connesse insieme in una frase, e perché ne imparava velocemente sempre di più.
79Quali conclusioni possiamo trarre dal quadro appena tracciato ?
- 62 Watzlawick et alii, Pragmatica della comunicazione, 1971, p. 36 enunciano l’assioma della ‘scatola (...)
80Come si è visto, Plinio non si chiede mai esplicitamente se gli animali parlanti capiscano davvero il significato delle parole o delle frasi che pronunciano; come se seguisse i dettami del behaviourismo o dell’etologia classica di Tinbergen e Lorenz, o come se rispettasse l’assioma pragmatico della ‘scatola nera’ di Paul Watzlawick e dei suoi colleghi di Palo Alto (assioma che non poteva ovviamente conoscere), l’enciclopedista tende a lasciare pochissimo spazio al campo delle intenzioni e delle motivazioni intrapsichiche delle diverse specie e dei diversi individui animali passati in rassegna62. A fare da unica eccezione è il capitolo dedicato alla ghiandaia, di cui si esplorano le forti motivazioni psicologiche che la spingono a desiderare di apprendere sempre nuove parole. Per il resto, è dalla logica stessa del catalogo che emerge, in nuce, un posizionamento zoopsicologico implicito e, tuttavia, del tutto peculiare: più che a una netta separazione fra uomini e aloga, Plinio sembra infatti aderire a una certa visione gradualistica della rete della vita. È vero che nessun animale è come l’uomo, ma è anche vero che i racconti presi in esame sembrano mettere in evidenza come specie diverse siano più o meno capaci di altre sul fronte delle dotazioni mentali e della padronanza – più o meno ecolalica, più o meno meccanica, più o meno volontaria – del linguaggio umano. Il discrimine più netto fra l’antroposfera e la zoosfera, semmai, è di natura ‘morale’, e consiste nell’imperativo categorico che dovrebbe spingerci a non trattare mai gli animali come umani – o peggio, come si vede nel caso del corvo oratore, non trattarli meglio di come si dovrebbero trattare gli umani. Per il resto, è possibile parlare, in alcuni casi, perfino di un certo ingenium di certe specie.
81Molto più che le ragioni che muovono gli animali a parlare, tuttavia, a Plinio interessano gli effetti delle loro interazioni con gli uomini: le strategie ingannevoli dei predatori etiopici, lo stupore dei Romani di fronte agli uccelli parlanti, i comportamenti e i trend sociali che ne derivano sembrano, cioè, il vero centro dei capitoli dedicati al fenomeno del mimetismo e della plasticità vocali.
82Questo porta a una vera e propria visione caleidoscopica sulle diverse funzioni, sui diversi gradi e sulle diverse dinamiche messe in gioco, e, soprattutto, sulle diverse forme di agency ad esse collegate. Ad esempio, se nella leucrocota, nella iena, nel corocotta e nel manticora quella dell’imitazione della voce umana è, come si è visto, una marca di alterità e di ferinità assoluta e iperbolica – tanto da essere percepita come ‘mostruosa’ –, e innesca un rapporto del tutto asimmetrico, in cui l’uomo sta nella posizione one-down della preda, e l’animale nella posizione one-up del predatore, ben diverso è il caso degli uccelli, in cui il tratto dell’imitazione della voce umana fa di loro degli status symbol. Il che, se da un lato li colloca – per mezzo dell’ammaestramento – in una sfera di prossimità con l’umano tale da permettere loro, non soltanto di ‘imitare’ le voci e i discorsi, ma per giunta di ‘conversare’ con i loro padroni e con gli esseri umani, dall’altro lato, li riduce a ‘oggetti di valore’, a strumenti per accaparrarsi i beneficia di questo o quel notabile, o del princeps, o a semplici fenomeni da baraccone (e forse anche, come si è visto, a protagonisti attivi di spot pubblicitari impliciti per fiorenti attività, come nel caso del corvo oratore caduto nella bottega del calzolaio).
83Alla luce di ciò, nel pensare il rapporto fra uomini e uccelli mimetici, come si è visto, non è soltanto la metafora maestro-allievo quella che viene messa in campo, ma anche quella che rimanda al rapporto patronus-cliens: gli uccelli parlanti vengono usati, in genere, per soddisfare il bisogno narcisistico dei notabili e dei principes che li possiedono, cui vengono donati o a cui le loro parole vengono indirizzate in segno di obsequium (in genere niente affatto disinteressato).
84Siamo, cioè, davanti a un uso antropocentrato degli animali in questione, le cui capacità mimetiche vengono sfruttate per lanciare messaggi mirati unicamente a compiacere chi li ascolta, o a giovare a chi li possiede. All’interno di questa dinamica, tuttavia, Plinio sembra consapevole della portata ‘analogica’ del sermo animale: lungi dal veicolare messaggi ‘numerici’, l’uso del codice verbale da parte degli animali sembra implicare una necessità – che forse non è solo umana – di imbastire forme di relazione di natura interspecifica. Il saluto, in questo senso, opera come il grado zero della relazione, ovvero come il meccanismo linguistico che fa da ponte fra forme di vita completamente diverse e permette loro un grado, sia pur minimo, di condivisione: il sermo, termine che Plinio usa ricorsivamente nel caso dell’antropoglossia di molti uccelli, molto più che il latino lingua, è, del resto, carico di implicazioni sociali oltre che ‘linguistiche’.
85Quello del corvo oratore, tuttavia, è un caso limite che lascia intravedere una prospettiva un po’ più complessa: nel momento stesso in cui saluta i principi e la folla, il garrulo uccello sembra infatti collocarsi nella strana – e indebita – casella simbolica del cliens che parla in uno spazio che un tempo era deputato alle attività politiche dei patroni. In altri termini, la situazione comunicativa che si viene a creare autorizza una possibile interpretazione in malam partem, che vede l’animale porsi, sia pure inconsapevolmente, in una ingiustificata – e potenzialmente ‘comica’ e/o disturbante – posizione di superiorità rispetto agli umani con cui interagisce.
86L’aneddoto in questione, tuttavia, è particolarmente interessante, anche perché mette in scena un vero e proprio conflitto fra il punto di vista di Plinio e quello della folla che ha celebrato le esequie dell’uccello. Per prendere piena coscienza della dinamica in gioco, dobbiamo lasciare il campo dell’antichistica e chiamare in causa due studi relativamente recenti di un sociologo e di un’etologa contemporanei.
87In un suo studio del 1988 sui diversi atteggiamenti intrattenuti nei confronti delle cavie da parte delle figure professionali che lavoravano in diversi laboratori, il sociologo Arnold Arluke aveva osservato che lo statuto degli animali su cui venivano sistematicamente condotti gli esperimenti non era fisso, ma mutava a seconda del ruolo esercitato all’interno dell’istituto di ricerca e, soprattutto, delle cornici interpretative che venivano volta per volta attivate. Laddove i fellow researcher vedevano le loro cavie come meri oggetti, e adottavano comportamenti che ne facilitavano la reificazione (ad esempio interagendo con esse solo se sedate, o evitando comunque di guardarle mentre erano vigili), gli assistenti di laboratorio invece tendevano a trattarle come se fossero dei pet, scegliendone addirittura alcune come mascotte cui assegnavano dei nomi propri (ad esempio, nomi di supereroi Marvel), e vivendo con sofferenza l’eliminazione di alcuni soggetti.
88Fra i casi riportati ce n’è uno particolarmente significativo, che può forse aiutarci a comprendere meglio le dinamiche dell’operazione che Plinio conduce sugli animali non umani all’interno della sua Naturalis historia. Si tratta del caso del Principal Investigator di un progetto di ricerca, che, dovendo operare sul corpo di un cane, entrato in laboratorio, aveva trovato l’animale ancora vigile. La situazione è descritta così da uno dei soggetti intervistati da Arluke:
- 63 A. B. Arluke, « Sacrificial Symbolism in Animal Experimentation: Object or Pet? », Anthrozoös, 2, 1 (...)
one day, [the P.I.] came into the laboratory when a dog was still awake, tied by a rope leash to the surgical table. He looked at the dog, mumbled, ‘oh, god, what will my wife say now !’ turned around, and left63.
89La situazione in cui si è venuto a trovare il Principal Investigator in questione è stata così commentata dall’etologa e antropologa della comunicazione Véronique Servais:
- 64 V. Servais, « Anthropomorphism in Human–Animal Interactions: A Pragmatist View », Frontiers in Psyc (...)
This example shows clearly that it isn’t some inherent properties of the animals that will trigger anthropomorphism or mental states attributions, but rather the perceptual frame that allows for the perception of some behaviors or properties as affording engagement and social interaction. Affordances may be present on the animal, but it is the course of action and interaction that determines which ones64.
90Nella prospettiva di Véronique Servais l’antropomorfismo non è una semplice proiezione fallace imposta dallo sguardo umano, ma è il frutto di una dinamica interattiva che dipende sia dalle cornici percettive che attiviamo che dalle azioni e dalle proprietà intrinseche dei singoli animali, che permettono (in inglese, afford) determinate inferenze escludendone altre. Tale dinamica interattiva obbedisce, peraltro, a leggi di causalità circolare, che fanno sì che la modifica di ogni elemento comunicativo (ad esempio, un gesto o un comportamento inatteso di un partner della relazione) possa mutare gli scenari, i quadri interpretativi e i ruoli messi in campo.
- 65 Cfr., su questa linea, anche Fögen, « Animal Communication », 2014, p. 230.
91Questo spiega, in fondo, ciò che accade nel caso del corvo oratore. Da un lato c’è lo sguardo ‘da lontano’ di Plinio, che disapprova che un animale – per quanto ingeniosus e sermocinans – venga trattato come – se non meglio – di un uomo (per giunta, un cittadino romano !), e che condanna la brutale uccisione del malcapitato calzolaio e gli spettacolari funerali dell’animale; dall’altro lato, però, c’è lo sguardo ‘da vicino’ della folla che è stata coinvolta personalmente in una interazione diretta con il corvo, i cui comportamenti hanno permesso la proiezione collettiva di marche antropomorfiche, trasformando così l’uccello in un vero e proprio eroe culturale della parola65. Alla metamorfosi dell’animale in umano fa però da contraltare – agli occhi di Plinio – anche l’indebita ‘ferinizzazione’, da parte della folla, dello sfortunato calzolaio rivale.
- 66 Sull’antropomorfismo proiettivo (che appiattisce integralmente l’animalità sull’umanità) e sul mode (...)
92In conclusione, i capitoli della Naturalis historia dedicati agli animali parlanti, mostrano una molteplicità di funzioni e di dinamiche interattive che lasciano intravedere il posizionamento problematico di Plinio in relazione al dibattito sul linguaggio e sulle capacità comunicative degli aloga. Per un verso, l’enciclopedista romano mostra di volersi smarcare dalle nette dicotomie dello stoicismo, contrapponendo ad esse una sensibilità per la molteplicità delle differenze fra le varie specie animali: se, da un lato, ci sono gli animali monstri similia dell’Etiopia, che si limitano a imitare il sermo umano per effetto di un mero istinto predatorio, dall’altro lato ci sono gli uccelli, che imparano a ‘conversare’ in maniera più o meno autonoma con gli umani. Per un altro verso, tuttavia, il gradualismo pliniano non si spinge fino a difendere a tutti i costi le posizioni degli animali, o a decretarne (come spesso avviene, ad esempio, in Eliano, o in Plutarco e Porfirio) la superiorità morale: laddove gli uomini del popolo – ma anche, forse, i principes – sono inclini a proiezioni antropomorfiche, Plinio, pur riconoscendo gli ingenia animali, non si abbandona del tutto l’idea dell’animale ‘specchio-oscuro’, che, anche se capace di sermocinari, è schiavo dei suoi più bassi istinti: i corvi, del resto, benché capaci di salutare i principes e la folla, continuano a defecare dove capita, incuranti delle più elementari norme igieniche elaborate dalla cultura umana66.