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L’ideologia della guerra

The ideology of war
Michele Prospero
p. 47-72

Abstract

The Russian invasion of Ukraine has been interpreted as an ethical war that pits open society and autocracy against each other in a competitive global scenario. After the downsizing of Russia’s ambitions, the containment of the economic and political rise of the Chinese autocracy will have to be managed effectively. As the hostilities take on ethical and metaphysical connotations, any political initiative by the most influential world actors fades to encourage negotiation between the players. Even Europe too renounces any attempt at mediation which is indispensable to restore, after the legitimate defensive war, to regional and international organizations are to return to their pacifying role. The silence of politics is unavoidable when ethics become the motive for war and the empirical causes of the conflict are canceled (geopolitical strategies, border disputes, ambitions for power, ethnic rivalries, resentments of fallen empires). In a long-lasting conflict between democracies and totalitarianisms, the legitimate defense war turns into a total clash (economic, military, cultural) that pursues the ultimate goal of final victory with the change of the autocratic political regime of Russia. While in the West the long war for freedom is exalted, in the southern states and in the emerging powers, which represent the majority of the world population, the request is being made for a new governance of international relations. In a «post-American» world, there is a growing need to involve the countries that organize the multiple visions of modernity that emerged after the decline of the Washington Consensus in the shared government of the world.

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Testo integrale

1. Società aperta versus autocrazia?

1La violazione russa della sovranità dell’Ucraina ha determinato la più grave crisi geopolitica del dopoguerra. Senza un intervento politico-diplomatico per la tregua, il conflitto scivola verso una guerra ibrida con il rischio di una caduta apocalittica. L’evento bellico è stato inquadrato come uno scontro valoriale tra autocrazia e società aperta che, in quanto ancorato a principi non negoziabili, tende ad accantonare il momento del compromesso tra gli attori. È sfumata ogni analisi realistica delle situazioni di crisi, per avviare una sostanziale eticizzazione del conflitto militare. La Russia è vista come la reincarnazione totalitaria dell’impero del male che minaccia di invadere lo spazio continentale e che solo le armi possono arginare (non disprezzando anche «il ferro» di un tirannicidio). L’ideologia ostacola una lettura delle cause, delle implicazioni e delle prospettive della guerra che viene gonfiata con un supplemento etico per raffigurare il conflitto come una sorta di jihad democratica globale. È anzitutto la sovranità che è stata violata in Ucraina ed è l’equilibrio geopolitico (non solo) europeo che è stato sconvolto. L’altro, con il ricorso ad una guerra offensiva che minaccia i principi costitutivi del diritto internazionale, è un nemico che introducendosi in uno stato di eccezione con ambizioni di potenza va combattuto con mezzi militari, economici e politici, non è un semplice criminale che è sprovvisto di ogni valenza etico-politica. Questo elemento sfuma in una interpretazione della guerra come una prima tappa di uno scontro più generale tra autocrazia e libertà, tra il campo occidentale stretto attorno alla ritrovata leadership americana e le potenze del male che alimentano i valori dissonanti.

  • 1 I fondamenti teorici della contrapposizione valoriale tra democrazie e regimi totalitari quale tra (...)
  • 2 Gilpin 1996. Clinton sviluppa la strategia dell’allargamento della democrazia secondo una «aspiraz (...)
  • 3 Gilpin 1996. Sull’approccio dei liberali e costruttivisti «debole nella profondità storica», cfr. (...)
  • 4 Gilpin 1996.
  • 5 Brzezinski 2003: 309.
  • 6 Brzezinski, 2003: 218.
  • 7 Brzezinski 2003: 218.

2La nebbia deformante di una bolla ideologica recupera la vetusta categoria di totalitarismo, la quale viene riciclata nelle analisi delle attuali relazioni internazionali con l’impiego della dizione di «autocrazia» come connotato dello Stato nemico e segno di un regime caratterizzato da un profondo disvalore1. Già negli anni ’90 la dimensione bellica come scontro etico per allargare il campo della democrazia era al centro della lettura americana delle relazioni internazionali. Furono i consiglieri di Clinton ad interpretare la nuova fase post-sovietica come una stagione in cui la polarità libertà-tirannia scavalcava la pura politica di potenza per esigere un allargamento della Nato, giustificata da una missione per la democrazia come forma di governo preferibile. Mentre, con la scomparsa del marxismo e la fine dell’Urss, i vincitori (con il 43% delle spese militari globali) annunciano che «il millennio liberale della democrazia, dei mercati sfrenati e della pace è alle porte»2, resiste sul fronte della teoria chi non cede facilmente alle lusinghe dell’ottimismo circa una vittoriosa competizione delle democrazie contro i regimi autocratici. Si tratta di «realisti e marxisti i quali credono che il mondo sia guidato principalmente dall’interesse; le idee sono importanti nelle politiche solo nella misura in cui servono gli interessi materiali ed egocentrici di attori potenti, o almeno non contrastano con interessi importanti»3. Il bistrattato realismo politico è anzitutto l’aspirazione, anche in uno stato di guerra, a conservare un ruolo costruttivo della ragione politica evitando le curvature ideologiche nella spiegazione dei fenomeni. Ciò implica sottrarre la guerra dal rivestimento etico per coglierne le implicazioni politiche e giuridiche, le relazioni di potere e le trame strategiche. Dinanzi alla descrizione fattuale dei conflitti, «nessuno ama un realista politico» che accantona i grandi valori e misura gli interessi che orientano le opzioni strategiche4. Nella dichiarazione congiunta del 2002, Bush condivideva con Putin (dipinto dagli analisti americani come «la prova culminante che la democrazia in Russia era diventata un fatto»5) una lettura delle nuove relazioni geostrategiche che coinvolge anche Mosca nella guerra contro l’attacco terrorista, con aperture rilevanti all’influenza americana in materia di reciproca sicurezza e integrità territoriale nelle aree post-sovietiche del Caucaso e dell’Asia. «Il governo russo, probabilmente con un risentimento interiore ma anche con notevole realismo, ha acconsentito a un ruolo di sicurezza svolto dall’America»6. Il realismo di Putin, con il suo calcolo opportunistico delle convenienze immediate, provocò da subito «critiche di quegli elementi dell’élite politica russa che vedevano una eccessiva subalternità del loro governo alla volontà americana»7. L’inserimento russo nel nuovo ordine nella dirigenza americana conviveva con i timori relativi alla possibile riorganizzazione di un temibile impero inginocchiato.

  • 8 Mearsheimer 2001.
  • 9 Mearsheimer 2001.
  • 10 Mearsheimer 2001.
  • 11 Kupchan 2020.

3La tendenza a ricoprire con il linguaggio dei valori la disputa strategico-militare è ricorrente nella politica americana, nella quale «le élites di solito agiscono come realiste e parlano come liberali, il che richiede invariabilmente l’inganno, la menzogna»8. La ragione della esagerazione simbolica, e persino del ricorso al falso per giustificare l’intervento bellico, sta nel fatto che entro un sistema politico iper-armato (con robusti deterrenti nucleari) e sicuro (anche grazie all’isolamento garantito «da due enormi oceani») non è agevole giustificare i costi della guida della polizia internazionale. E perciò «l’unico modo in cui i suoi leader possono giustificare ambiziose crociate globali è quello di convincere il popolo americano che problemi nel complesso minori sono in realtà dei pericoli gravi e crescenti»9. Il pericolo che spesso insidia la strategia geopolitica degli Usa è un eccesso di ideologia, che nelle sue credenze essenziali riconduce «alla cultura politica americana che è profondamente liberale e di conseguenza ostile alle idee realiste»10. Con il crollo dell’Urss, la iniziale normalizzazione dei rapporti (con cenni persino a un ingresso nelle alleanze militari occidentali) cede presto il passo a una tendenza alla egemonia sorretta con un allargamento dell’influenza della Nato e con il rivestimento della guerra come strumento di promozione dei valori morali della democrazia (cinque guerre dopo il crollo dell’Urss, in trincea per 24 anni tra il 1989 e il 2021 per disegnare il nuovo ordine del mondo). L’ordine internazionale liberale garantito dall’unica superpotenza egemonica comporta una consuetudine al ricorso alle armi, per cui «tra il 1992 e il 2017, gli Stati Uniti hanno effettuato 188 interventi militari, cioè hanno quadruplicato gli interventi bellici rispetto all’era della Guerra Fredda»11. La tesi della cooperazione internazionale tra Stati omogenei (la Nato) che hanno un regime interno di tipo democratico come polo attrattivo tende a restringere il multilateralismo nel rapporto interstatale.

  • 12 Müller 2008; Russett 2011: 133.

4Il richiamo al carattere democratico dei regimi serve per stabilire una asimmetria valoriale tra gli Stati: le democrazie sono ritenute istituzioni sempre pacifiche (con il ruolo guida della Nato, sono destinate alla governance dello spazio globale), le autocrazie sono regimi sempre sul piede dell’inimicizia. Secondo l’approccio «solidarista», le potenze liberali, in quanto garanti dei diritti al loro interno, sono, oltre che le più legittimate, anche le sole autorizzate a muoversi con la forza come guardiani globali delle libertà. Contro l’approccio «pluralista», che rimarca la sovranità quale prerogativa distintiva di ogni singola entità territoriale, i teorici solidaristi scavalcano come requisito la statualità sovrana e, invocando un malinteso Kant, esaltano la legittima forza dell’area democratica, autorizzata ad operare come istituzione di governo provvista di un potere di coercizione giustificato. Harald Müller puntualizza che «l’insistenza sul primato delle democrazie nella politica mondiale è sostenuta in modo sofisticato sulla base della distorsione che la teoria liberale della politica internazionale ha operato della pace perpetua di Kant. In questa lettura, la lega pacifica degli Stati liberi di Kant —che non tiene in considerazione le costituzioni interne dei suoi membri— si trasforma in un club delle democrazie. Confondere il termine “Stato libero” con “democrazia” è una alterazione del significato storico. Per Kant, Stato libero significa uno Stato che gode di sovranità esterna: la libertà di uno Stato si rivolge contro i tentativi di interferenza di altri sulle unità sovrane, e non riguarda la costituzione interna. Kant aveva in mente una organizzazione internazionale mista, aperta anche alle non democrazie. Un’istituzione di questo tipo, finalizzata alla pace, offrirebbe le migliori condizioni per convincere gradualmente, attraverso l’esempio, le non-democrazie ad adattare le loro istituzioni interne al modello dei loro partner democratici. Questo vale anche oggi. Falsificando la teoria della pace di Kant, il progetto liberale ha imboccato una strada scivolosa, la cui direzione è contraria alle stesse intenzioni»12. L’ideale kantiano di un ordine mondiale di pace con Stati retti secondo un ordinamento interno di tipo repubblicano rimane sullo sfondo come un grande principio organizzativo. Però nessun valore etico-politico conferito alle superiori procedure liberaldemocratiche dell’occidente può cancellare la realtà di un mondo complesso che si presenta con molteplici tipi di organizzazione del potere, taluni anche illiberali e che richiedono di partecipare alla condivisione della governance internazionale.

  • 13 Simpson 2017; Russett 1996.
  • 14 Müller 2008: 112.
  • 15 Ibidem.
  • 16 Ibidem
  • 17 Kupchan 2020. «Gli Stati Uniti sono sempre più percepiti a livello globale come un gorilla di 800 (...)

5Si profila un «antipluralismo liberale»13 che, in considerazione del loro regime autocratico, respinge come estranee le altre organizzazioni statuali recidendo in radice qualsiasi ordine plurale. Per anticipare le mosse del nemico, che è illiberale e quindi canaglia, le democrazie, quali ordini etico-politici superiori che non hanno interessi economici, geopolitici, strategici ma esercitano solo una funzione morale per la promozione dei diritti, devono armarsi e intervenire. Si crea un «dilemma della sicurezza» per cui «le democrazie rappresentano ben oltre il 50% del Pil mondiale e, alla luce della rara necessità di far rispettare il diritto con il potere, forniscono tre quarti della spesa militare mondiale»14. La democrazia come ideologia impiegata nella definizione degli assetti dei rapporti internazionali su una base asimmetrica produce una strutturale insicurezza nelle relazioni tra gli Stati. «La Nato è utile all’Onu finché l’Onu fa quello che vogliono le democrazie della Nato. In caso contrario, queste agiscono secondo il proprio volere. La finta partecipazione delle non-democrazie alle Nazioni Unite si rivela una mera decorazione»15. Il sovraccarico di potere di regolazione rivendicato dalle forze democratiche restringe i margini di proposta di altri Stati, che non solo restano estranei al progetto di nuove istituzioni, ma vanno piegati in caso di resistenza agli imperativi liberali. Tutto ciò «produce una nuova forma di dilemma sulla sicurezza a livello globale. Questo dilemma non nasce più dall’incertezza circa le intenzioni dei vicini, ma dalla certezza relativa alle intenzioni missionarie del liberalismo, per cui l’unica cosa che rimane incerta è quando si verrà presi di mira dalla comunità di valori e di lotta liberale»16. La politica americana oscilla tra il «momento unipolare» che mette il sogno imperiale al servizio dell’idealismo della guerra democratica per l’esportazione dei diritti, e il motto di Trump dell’America First quale risposta suggerita dal principio di realtà ai costi insostenibili derivanti dall’essere la sola forza alla guida della polizia globale necessaria per la pax americana. La copertura valoriale delle imprese militari giustifica gli atti di una politica di potenza. I costi della supremazia e della instabilità provocata dalle guerre infinite hanno però prodotto conseguenze sul piano del consenso interno, per cui, dai simboli espansivi di un «global guardian» a stelle e strisce, si approda con Trump ad un «isolationist, unilateralist, and protectionist language»17.

  • 18 Kupchan 2020.
  • 19 Ibidem.

6L’ambizione imperiale non si è consolidata, e questo non per un difetto di volontà, che anzi ha visto l’America spingersi in competizioni belliche (alcune necessarie secondo gli analisti e altre errate dal punto di vista strategico), in guerre impossibili da vincere come quelle in Medio Oriente. «Cercare di trasformare l’Afghanistan e l’Iraq in Ohio potrebbe essere stato un obiettivo lodevole, ma gli Stati Uniti si sono esauriti proprio cercando di raggiungere l’irraggiungibile. Questa arroganza ha prodotto paradossalmente l’effetto opposto, ha accelerato la fine della pax americana incoraggiando gli Stati Uniti a superare il proprio limite»18. Alla stagione espansiva segue per questo il successivo disimpegno americano dall’Afghanistan, che fiacca la battaglia necessaria contro l’emergenza terroristica, e incoraggia la lettura russa di una opportunità da cogliere per risolvere il nodo dei confini. Il disegno imperiale adotta la dottrina di una «liberal intolerance» che divide il sistema mondiale in regimi coperti dal «totalitarismo» («Ci odiano perché odiano la libertà», diceva Bush) e blocco raccolto attorno agli Usa, a cui compete, in quanto potenza del bene, la missione di costruire ovunque la democrazia con le armi e di assorbire nel proprio campo i vecchi Stati a sovranità limitata. «L’allargamento della Nato ha incautamente e inutilmente contribuito a una nuova era di confronto con la Russia e ha imposto agli Stati Uniti un’espansione illimitata di impegni strategici dal discutibile valore»19.

  • 20 Kagan 2004.
  • 21 Daalder 2018.
  • 22 Geis, Brock, Müller, 2006.

7Al dominio militare esibito dall’America si sono opposte nuove rivendicazioni di potenza (russe, iraniane, ecc.), cresciute nelle aree più diverse del pianeta per indebolire la spinta egemonica dell’Impero. Con la crisi ucraina c’è stato un ritorno alle maschere dell’idealismo politico con il rilancio della suggestione antica di una «League of Democracies» che ha denaro e armi per dirigere le dinamiche del sistema globale e quindi prospettare un cambiamento di regime. Sul piano teorico questo democraticismo comporta l’assunzione che «nel mondo di oggi, la forma di governo di una nazione, non la sua “civiltà” o la sua posizione geografica, può essere il miglior elemento capace di predire il suo allineamento geopolitico»20. La credenza di un automatico allineamento delle democrazie, che sorreggono con le loro forze economiche e militari l’asse euroatlantico nelle simbologie del dominio, nella gestione delle crisi internazionali, è però alquanto gracile21. La posizione dell’India nella censura di Mosca per la crisi ucraina non collima con quella delle altre democrazie. E autonome considerazioni di potenza valgono anche nelle scelte di Brasile o Argentina. L’allineamento geopolitico segue strade diverse dalla forma di governo indicata come canone di un sistema di alleanze durevole. La forma del regime politico interno non è una condizione per discriminare tra i belligeranti. Bisogna «andare oltre le specifiche caratteristiche istituzionali dei diversi sistemi politici delle democrazie» perché, sul piano interno, proprio «grazie alla loro apertura, le istituzioni democratiche sono accessibili ai militaristi come ai pacifisti, ai falchi come alle colombe, con le conseguenti incertezze sui risultati del processo decisionale. Pertanto, le stesse cause che dovrebbero spiegare la pace potrebbero incentivare la guerra»22. Non esistono determinazioni monocausali in tema di guerra e pace e le differenze riconducibili ai regimi non coprono per intero relazioni tra Stati che sono sensibili alle culture, alle politiche, alle economie.

  • 23 Henderson 2002:156.
  • 24 Ibidem

8È controversa, su una base storico-empirica, la tesi per cui la democrazia è un ordinamento che incorpora valori e spinge gli Stati che condividono gli stessi principi liberali a rinunciare alla guerra tra loro. A conclusione del suo lavoro, Errol Henderson precisa che «i risultati statistici e l’argomentazione teorica di questo studio indicano che la stabilità internazionale —e ancor meno la pace internazionale— non deriva dalla proliferazione delle democrazie, le quali sono tra gli Stati più inclini alla guerra. La pace democratica non è certo una legge empirica; anzi, sembra essere una grande illusione»23. Sulla base di essa, si coltiva l’allargamento della Nato visto come embrione di un governo mondiale retto da paesi a vocazione democratica e quindi con una sicura etica di pace. In realtà, «i risultati di questo studio forniscono un supporto empirico allo scetticismo di Layne. Sembra che, nonostante il suo valore positivo come forma di governo egualitaria, una delle principali minacce alla pace per i singoli Stati sia la presenza di un regime democratico»24. In nome di una marcia etica che la democrazia porta nel mondo delle relazioni tra gli Stati, si incrementano l’insicurezza, l’aggressività. Dopo l’impossibile leadership imperiale degli Usa, si affaccia la nozione di una comunità di democrazie che per l’egemonia mondiale allarga la funzione della Nato e ridimensiona il ruolo di Stati con minore legittimità e potere.

  • 25 Panebianco 2022.

9La possibilità di una guerra per la democrazia non è prevista nel diritto internazionale, che non riconosce un discrimine tra gli attori riferibile alla forma di governo di uno Stato membro, ma considera solo la sovranità che rende una entità territoriale un soggetto operante entro la comunità di nazioni indipendenti. Sulla scia di una opposizione valoriale tra autocrazia e democrazia, il conflitto in Ucraina è inquadrato nei termini di un duello tra distinti principi costituzionali. Sui presupposti di una inevitabile escalation bellica necessaria per frenare i nuovi forni crematori (ossia le aggressive autocrazie euroasiatiche), l’irenica immagine kantiana della pace perpetua si rovescia in una più pervasiva guerra perpetua. La strategia di una lotta di lunga durata è delineata da Angelo Panebianco: la guerra a Kiev è solo una contesa parziale alla quale seguiranno altre prove di potenza, e in tal senso «lo sforzo richiesto all’Occidente per fronteggiare la sfida dell’autocrazia russa (e forse, domani, anche di quella cinese) sarà un impegno di lunga durata»25. Se il conflitto tra Stati sovrani non ha anche delle ragioni misurabili di potenza, un calcolo strategico, ma rientra in maniera esclusiva in una battaglia etica che divide moralmente i competitori tra le forze della democrazia e quelle della tirannide, allora lo spazio della mediazione politica si estingue in radice, come destinato alla ineffettività.

2. Le sanzioni e i confini dell’autotutela

10La forma di governo interna ad uno Stato è considerata, nelle tipologie del diritto internazionale, irrilevante ai fini dell’attribuzione puntuale della responsabilità nel rapporto aggressore-aggredito. La situazione effettiva del conflitto a Kiev è in tal senso trasparente su come definire la tipologia dell’illecito e adoperare gli strumenti del diritto internazionale. L’imputazione delle responsabilità giuridiche tra gli attori è chiara. Insistere sul carattere autocratico della Russia nulla aggiunge all’imputazione, che pare inequivoca, di precise responsabilità in atti di aggressione che hanno portato alla violazione dell’integrità territoriale dell’Ucraina. D’altra parte, la qualità democratica di uno Stato non attenuta le colpe delle distruzioni e non cambia (come in Iraq) la responsabilità criminogena che ricade sull’aggressione bellica (in quel caso, americana). Ma il cambiamento della forma di governo, o almeno del titolare dello scranno presidenziale russo, pare affiorare come l’obiettivo desiderato e, in tal senso, la guerra contro l’autocrazia compare come propedeutica al nuovo sistema internazionale. Il diritto internazionale però non contempla la tramutazione di una legittima guerra difensiva in una guerra illegittima per la trasformazione del regime interno di un altro paese, sia pure esso del tutto censurabile nella sua qualità di Stato aggressore.

11Lo spirito del diritto internazionale evoca il passaggio verso il coinvolgimento di potenze e diplomazie per ottenere la immediata sospensione delle operazioni militari. L’autotutela è, in tal senso, una risposta legittima solo nella misura in cui si risolva in una ostilità provvisoria e comunque finalizzata al recupero della gestione dell’emergenza nell’alveo dei principi e degli attori della comunità internazionale (non solo il Consiglio di sicurezza, ma anche organismi regionali, e accordi tra attori continentali). Da più parti si sembra guardare oltre la mera difesa che limita-rallenta l’esercito russo per ipotizzare la via dell’offensiva, con un allargamento della competizione secondo i canoni dell’escalation. La diade aggressore-aggredito come codice di imputazione delle colpe sta subendo delle torsioni che la snaturano dal punto di vista giuridico. Il diritto di autotutela è, secondo la Carta dell’Onu, immediatamente azionabile nel caso di un attacco armato ad un paese sovrano. Ma, nell’estensione degli obiettivi che si conferiscono alla resistenza ucraina, esso subisce una chiara metamorfosi. Molti analisti dimenticano il corollario essenziale del diritto internazionale: è dovere degli Stati ricercare una soluzione pacifica al conflitto con conferenze di pace, iniziative dell’Onu, diplomazia. Da strumento di necessità e urgenza per la conservazione dell’integrità territoriale, la belligeranza diventa una iniziativa di carattere offensivo-creativo per cambiare i rapporti di forza in Russia e diffondere la democrazia sfidata in una guerra metafisica contro la libertà.

12L’autotutela è un istituto unilaterale che giustifica in talune occasioni emergenziali la necessità di difendersi da sé. Questo lecito dispositivo, che si attiva per rispondere immediatamente all’offesa ingiusta, è pur sempre orientato al ripristino dell’ordine giuridico violato (e quindi al ristabilimento della supremazia del diritto internazionale). Certo, sono nella disponibilità del paese aggredito le più tempestive misure belliche che risultino efficaci e lesive delle prerogative militari dello Stato offensore che si è macchiato di una illegale volontà di potenza. Sebbene fondate giuridicamente, non tutte le azioni difensive sono però da annoverare tra le soluzioni lecite. Le iniziative belliche difensive, al pari del soccorso di paesi terzi che, senza diventare in modo formale dei cobelligeranti, si collocano in una posizione ambigua (fornitura illimitata di armi, ingente sostegno finanziario, impiego di personale ultra-specializzato nelle nuove tecnologie militari e supporto di intelligence), non godono di una estensione indefinita.

13La prevalenza del diritto dell’aggredito su quello dell’aggressore non comporta la giustificazione di tutte le iniziative all’insegna della guerra sub specie communicationis che insegue lo scenario della lotta infinita capace di trascendere ogni mediazione. Obblighi giuridici ricadono anche sul governo ucraino che ricorre all’autotutela (talmente sorretta da tecnologie, armi e forze esterne della Nato che la categoria parrebbe sgonfiarsi di significato) e non lesina irrigidimenti, esagerazioni, provocazioni verbali. Lo stesso senso del limite vale per i paesi occidentali per i quali il cosiddetto soccorso in difesa non è da intendersi come illimitato. Il pericolo che incombe è quello di una dottrina della guerra totale per la quale le ostilità non mirano alla cessazione della condotta illecita da parte dell’aggressore ma a cambiare l’ordine interno di uno Stato e l’equilibrio globale (economico, militare, politico). Nella dottrina anglo-americana si adotta una pericolosa visione retributiva del conflitto. Pertanto l’obiettivo delle ostilità è la punizione, anche con misure sproporzionate, dello Stato russo caricato di colpe etico-metafisiche, e non la risposta risarcitoria per determinare la sospensione dell’illecito con la predisposizione di ragionevoli compromessi (cessazione del fuoco, esclusione della adesione alla Nato da parte di Kiev).

  • 26 Cassese 2021: 356.

14La guerra di difesa, l’invio di armi o il ricorso alle sanzioni economiche devono conformarsi a dei rigorosi limiti, alla sorveglianza stretta sul destino delle armi inviate e sul loro uso onde evitare le illegittime rappresaglie, le misure violente contro i prigionieri o i civili. Questo perché «la parte lesa non è autorizzata a reagire violando norme internazionali poste a protezione dei diritti umani»26. Su tutti gli attori ricade un obbligo che sospinge sempre verso la ricerca di una soluzione pacifico-negoziale alla controversia. La mediazione per delineare tra le parti un commodus discessus, la ricerca di una soluzione politica di compromesso, sono state sacrificate dinanzi al potenziamento della dottrina della autotutela spettante alla nazione offesa. È mancato ogni sforzo per la riconduzione dell’attuazione coercitiva del diritto agli organismi internazionali, alle potenze regionali o mondiali che devono sedare l’antagonismo per ristabilire la pace e l’ordine, in ossequio all’interesse generale per il rispetto del diritto vigente. Tra il diritto violato (con territori non più coperti autoritativamente dallo Stato legittimo) e la forza costituente (occupazione russa di territori con la rivendicazione di una nuova sovranità legittimata da forzati referendum di annessione) non può ingaggiarsi una disputa infinita. Sono infatti da riconoscere i limiti alla giustificazione della guerra di difesa e la prevalenza del generale interesse alla soluzione secondo i parametri del diritto e del negoziato come forma preferibile di riparazione dell’illecito, ossia della condizione nuova che la forza russa ha generato provvisoriamente occupando porzioni territoriali.

  • 27 Cassese 2021: 356.
  • 28 Drezner 1999.

15Con l’aggressione militare, e con i costi economici, simbolici e umani sopportati, la Russia ha inteso provocare lo stato di eccezione per sfidare l’ordine mondiale diseguale che la relegava al ruolo marginale della potenza sconfitta dalla storia. La guerra di movimento si è rivelata però più complessa e lunga di quanto la strategia di sfondamento celere prevedesse. La guerra totale e non più la cosiddetta «operazione speciale» si profila così come una condizione senza alternative per contrastare la straordinaria capacità militare di Kiev. Anche la massimizzazione delle sanzioni di carattere economico ha dei limiti per via delle ripercussioni negative sui diritti della nuda corporeità. «Le sanzioni, in particolare quelle economiche, possono avere gravi effetti sul godimento dei diritti umani fondamentali dei bambini, degli anziani, dei malati, delle donne e di altri settori deboli della popolazione»27. In uno studio teorico-empirico sulla ricaduta delle misure coercitive di carattere economico adottate per colpire uno Stato aggressore, si parla di esiti assai problematici delle sanzioni senza forza militare e con costi minimi per chi le adotta. Una certa efficacia come conseguenza delle misure restrittive e di embargo è riscontrabile solo nei casi di sanzioni adottate contro paesi alleati. L’interruzione degli scambi economici ha effetti limitati quando interviene tra paesi in conflitto bellico o tra l’America e i cosiddetti Stati canaglia28.

  • 29 Cassese 2021: 353.
  • 30 Cassese 2021: 353.

16Gli Stati, oltre al danno che producono sulla loro stessa macchina economica, devono anche considerare che le sanzioni non possono avviare le procedure di una guerra totale. Le sanzioni comminate contro uno Stato che ha compiuto degli illeciti «non mirano a danneggiare lo Stato offensore in campo economico»29. E proprio questa idea di una induzione alla resa per crollo economico è invece la filosofia delle sanzioni che prevale: distruggere gli apparati produttivi del nemico e, grazie alla vulnerabilità commerciale, ottenere una redistribuzione del potere interno. «Lo scopo delle sanzioni deve essere quello di indurre lo Stato offensore a cessare il comportamento illecito; in nessun caso devono essere utilizzate come strumento per conseguire vantaggi politici o diplomatici»30. La coercizione commerciale non può essere parte di una strategia tesa alla guerra totale (destrutturazione della stabilità del regime degli scambi e della produzione internazionale) o all’ottenimento di un qualche equivalente simbolico della resa del nemico.

  • 31 Mearsheimer 2011: 112. Dopo l’11 settembre Bush parla di libertà versus autocrazia per accompagnar (...)

17La ritorsione russa, la contrazione delle forniture del gas, fa esplodere i prezzi e mette l’Europa in condizioni di economia di guerra in modo da scoraggiare gli aiuti militari. Al momento, invece della catastrofe umanitaria della Russia, si registrano segni di contrazione della base produttiva europea. Chi legge la crisi attuale come risolvibile con gli arnesi della «guerra per la democrazia» postula la naturale convergenza tra Usa e Europa. Spesso però la costruzione della sicurezza americana produce un’asimmetria per cui l’egemonia dell’impero postula l’endemica insicurezza dei paesi rivali e anche degli eserciti alleati. Il calcolo americano di una fornitura illimitata di assistenza tecnica e di intelligence per determinare un prolungamento delle ostilità, al fine di accompagnare la Russia in un pantano, non può coincidere con gli interessi europei. Sulle conseguenze delle sanzioni, occorre precisare che tra il 1990 e il 2003 «l’embargo finanziario e commerciale ha contribuito a creare un disastro umanitario, uccidendo circa 500.000 civili iracheni, secondo le stime dell’Unicef»31. Armi, geopolitica, economia, costi umani non sono separabili nella valutazione dell’evento. C’è un vantaggio per gli Usa nel costringere il suo competitore economico-tecnologico (l’Europa) a sostenere l’onere di sanzioni, embarghi, spese per gli armamenti e dell’accoglienza di milioni di profughi che rallentano la ripresa e la capacità competitiva nei settori dell’innovazione. L’ampliamento della Nato si configura come una occasione per definire un continente a doppia lealtà, quella dei paesi dell’area vetero-europea, che negli obblighi delle alleanze non rinunciano alla ricerca di margini di autonomia, e quella dei paesi nordici (e dell’ex Patto di Varsavia), che coltivano il legame americano come asse prioritario, non solo in vista del sistema della sicurezza. L’ulteriore richiesta di sicurezza militare dei due paesi scandinavi (già garantita dalla clausola di «difesa reciproca» per via dell’appartenenza all’Ue) ha un costo di destabilizzazione e di esposizione al rischio che prevale sui benefici.

  • 32 Machiavelli 1999: 1318.

18È vero che la Russia appare troppo debole sul piano militare per poter decidere gli equilibri territoriali oltre i propri confini. E però rimane ancora troppo forte, grazie alle armi di distruzione, per essere sacrificata come una voce insignificante nella geopolitica europea. Pare poco probabile che la Russia proceda con una guerra permanente in vista di ulteriori espansioni territoriali in altri spazi orientali. Machiavelli spiegava che «fare guerra sempre non è possibile», i costi sono troppo salati e «pagargli sempre non si può»32. Le risorse accantonate per condurre la guerra in Ucraina con una certa autonomia finanziaria non bastano per sopportare una guerra infinita. Gli effetti delle reazioni consigliano prudenza e la superiorità tattica e strategica dell’esercito russo non si è palesata. Più ragionevole sembra aspettare che dopo la prova delle armi, i costi economici delle sanzioni e l’isolamento per la violazione del diritto internazionale, la Russia sia spinta da altre potenze ad invocare la politica. E quindi ad utilizzare proprio l’emergenza dichiarata con i tempi della guerra come una occasione per negoziare la sospensione delle ostilità in uno spazio multipolare.

3. Terra e mare

19La dottrina della guerra etica che da difensiva si converte in metafisica ostilità contro la Russia, che va colpita perché destabilizza l’Occidente liberale, rinuncia a una lettura politicamente più articolata del conflitto. Una guerra ideologica, per la difesa dei principi del liberalismo politico, comporta una pratica di inimicizia che sfugge al calcolo delle convenienze. In Ucraina si svolgono molteplici guerre, e tra di esse non compare la polarità democrazia-autocrazia come effettivo motivo del ricorso alle armi. C’è invece un incastro tra la guerra etnico-territoriale, la guerra per la conquista del mare, la guerra geo-politica che non è cominciata nel 2022. Ha a che fare con l’estensione della Nato oltre ogni limite ragionevole e con il confinamento della Russia in spazi sorvegliati e ristretti nel disconoscimento delle sue rivendicazioni di grande potenza seppur decaduta. Una guerra di terra per la sicurezza dei confini, per un disegno geopolitico di controllo degli spazi, per la conquista dell’accesso al mare, o per il riconoscimento della sovranità marittima nella regione artica, che nasconde giacimenti di gas e petrolio, è comunque mediabile.

  • 33 L’allargamento della Nato ha avuto come conseguenza «l’alienazione di quella che negli anni ’90 er (...)

20La follia di Putin, con la sua brutale impresa costosa e illegale, marcia insieme all’altro errore strategico commesso il 10 novembre del 2021 quando Usa e Ucraina hanno firmato il Charter on Strategic Partnership. Il documento contiene passaggi che sembrano urticanti (assistenza piena per una «solida formazione ed esercitazioni») e destinati a scatenare nell’avversario delle risposte rabbiose. In un crescendo di sfida verso il ruolo geopolitico russo, la dichiarazione congiunta richiama il comunicato del vertice Nato di Bruxelles del 14 giugno 2021 e ribadisce il sostegno alle legittime «aspirazioni dell’Ucraina a entrare nella Nato». Per scansare ogni equivoco interpretativo, la carta scandisce: «gli Stati Uniti sostengono gli sforzi dell’Ucraina per massimizzare il suo status di Nato Enhanced Opportunities Partner al fine di promuovere l’interoperabilità». Il nesso causale (che non significa legittimazione dell’azzardo dell’invasione) tra l’impresa criminogena della Russia, che non può tollerare che la Nato si estenda con gli arsenali sino «ad abbaiare» verso Mosca, e il reclutamento di Kiev in una alleanza militare ostile parrebbe evidente33.

  • 34 Holsti 2016: 96.
  • 35 «Se l’Ucraina se ne va, non c’è più alcuna possibilità di un’unione slava e così la Russia diventa (...)

21L’errore originario dell’Occidente è apparso il rifiuto, da parte dei vincitori della guerra fredda, di ogni logica di condivisione con le potenze sconfitte dei parametri del nuovo ordine internazionale. Dopo il crollo dell’Urss, «ci sono fragili aree di cooperazione Est-Ovest, e chiaramente i russi non tollereranno l’incorporazione di parti dell’ex Unione Sovietica come l’Ucraina, l’Armenia e la Georgia in istituzioni occidentali come l’Unione Europea e la Nato. L’Occidente non ha inteso ascoltare gli avvertimenti russi su tali questioni, con il risultato che qualsiasi speranza di una grande zona di pace tra Vancouver e Vladivostok non è più realistica. La sovversione e l’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014 ha formalmente messo termine ai sogni della fine del ventesimo secolo. Ancora una volta, si parla di deterrenza nucleare, di sanzioni economiche, della sicurezza delle repubbliche baltiche, della preparazione militare della Nato, dell’aumento della spesa per la difesa, e altri artefatti di rivalità piuttosto che di assimilazione»34. Anche senza l’ira di Putin, il sistema russo avrebbe comunque richiesto al potere di delineare delle misure difensive efficaci per non compromettere le posizioni ritenute essenziali per conservare la sicurezza del paese. La Russia ha accettato il passaggio alla Nato di gran parte del vecchio blocco di Varsavia. Anche gli Stati baltici, occupati dall’URSS nel ’900, si sono accasati sotto la Nato. Per l’Ucraina, agli occhi di Mosca, il discorso è però diverso35.

  • 36 Badie 2019: 101.

22L’ordine internazionale sorto dopo il collasso sovietico è ritenuto superato da attori che spingono con le armi per una sua ridefinizione in grado di restituire visibilità a potenze umiliate. La strada russa della guerra enfatizza come collante un dato reale rintracciabile nella percezione di settori vasti di opinione e nelle credenze dell’élite militare: il sentimento di declino, l’angoscia dinanzi alla perdita di influenza. Bertrand Badie chiarisce i termini sistemici del problema: «La posizione della Russia nel sistema internazionale è stata notevolmente indebolita dall’effetto combinato della scomparsa del bipolarismo, di cui aveva molto beneficiato, e della globalizzazione, che l’ha marginalizzata»36. La volontà dell’occidente di ridimensionare una potenza sconfitta ha inciso nella chiusura delle élites russe nel risentimento nazionalista. Ne è scaturito un nazionalismo, coltivato con l’ambizione di tornare a contare come una volta, che è la matrice del consenso verso Putin. Non c’entra nel suo «revanscismo molto conservatore» (Badie) la volontà di punire la democrazia come idea che pur rimane straniera. Il principio panrusso poggia nella sua volontà acquisitiva su un obiettivo sentimento di marginalizzazione di una antica potenza che pare abbia dimenticato l’evento umiliante della perdita della guerra fredda. Dalla umiliazione, la Russia, grazie alle risorse naturali e alla rinascita di una parvenza di struttura statuale, ha costruito un’economia di relativo benessere, con un ceto medio diffuso nelle città accanto ad oligarchi che regnano in un sistema sociale con ineguaglianze abissali. La tendenza verso la democrazia istituzionalizzata (1986-1991) si interrompe e cade in basso l’indice di riconoscimento dei diritti politici e delle libertà civili. Il carattere autocratico del regime russo non è un motivo sufficiente per disconoscere che, come ogni potenza, anche quella di Mosca vanta interessi geostrategici, coltiva preoccupazioni relative alla sicurezza. Sui confini, Mosca ragiona con le stesse categorie delle altre potenze minacciate nella loro integrità. È un errore analitico cancellare queste dimensioni geopolitiche e attribuire alla ideologia o alla pura follia di un autocrate la comparsa della guerra. Invece che di etica e democrazia occorre parlare di aree geopolitiche, di alleanze militari, di multilateralismo.

23La negazione delle basi strategiche delle preoccupazioni russe tese a conservare una sfera di influenza e a preservare la sicurezza e l’integrità dei confini, è stata pagata con la resurrezione della logica dell’aggressione. Spenta la via del negoziato, misconosciuto il principio dell’influenza regionale, la Russia per il riconoscimento delle proprie ambizioni ha riesumato la più antica politica di potenza. Un ordine mondiale che cancella l’orco russo (e che ricolloca la Finlandia e la Svezia nelle alleanze militari) è impossibile da consolidare a costi tollerabili. Il pericolo effettivo (nel campo della battaglia con armi convenzionali di occupazione) sprigionato da uno Stato dal grande arsenale nucleare e dal piccolo potenziale economico (il Pil russo è il 3,5% di quello dei paesi della Nato) viene ingigantito dalle narrazioni che sorreggono la spirale della paura attribuendo a Mosca un illimitato disegno strategico-espansivo, in evidente contrasto con le effettive dotazioni tattiche disponibili.

  • 37 Ibidem.

24La prova delle armi viene ricondotta al semplice delirio di uno zar impazzito e malato, con il rischio di trascurare le ragioni strutturali del male di vivere russo. «Nel 1993 la Russia, abbandonando l’antica dottrina sovietica che escludeva di assumere la responsabilità nella prima attivazione delle armi nucleari, ha chiarito che avrebbe iniziato una guerra nucleare qualora la sua integrità territoriale fosse stata minacciata. Le azioni nella repubblica separatista della Cecenia dimostrano chiaramente che la Russia è disposta a condurre una guerra brutale quando ritiene che i suoi interessi vitali siano minacciati»37. Anche se indebolita sul versante militare, con la rinuncia alle sue incursioni in territori altrui con truppe mercenarie, sul piano geopolitico (dalla finlandizzazione dell’Ucraina si rischia di precipitare nella ucrainizzazione della Finlandia) la Russia continua ad essere un avversario temibile per via delle testate atomiche. Per questo la gestione del ridimensionamento del potere russo dopo l’avventura ucraina, che ha mostrato la più spietata logica di potenza e sterminio, secondo gli analisti di scuola realista deve essere oculata al fine di evitare la sindrome della umiliazione. La forma del diritto, che invita al ritorno allo status quo ante, con il ripristino della integrità territoriale dello Stato aggredito, deve essere integrata con la logica della potenza, che mostra la pretesa di Mosca al controllo di territori occupati. Il diritto dell’aggredito va combinato con l’elemento geostrategico, cioè con il dato relativo al governo dello spazio che pare diverso tra prima e dopo l’evento bellico. Tornare semplicemente ai confini originari, in conformità alla lettera delle carte internazionali, comporta la possibilità di una guerra infinita con l’accrescimento del disordine nell’area europea. Calibrare diritto e forza, affidando alla politica il compito di trovare il necessario compromesso, è la soluzione meno costosa per i principi superiori della sicurezza. Anche le imprese belliche non legittime, come quella russa, devono trovare una soluzione politica che, contemperando interessi spaziali eterogenei, riduca i costi della escalation militare. Il nuovo governo degli spazi, con la riclassificazione dei territori contesi a suon di bombe, non potrà che mediare tra le esigenze di mantenimento della sovranità dell’Ucraina e le legittime istanze di sicurezza della potenza russa dinanzi alla espansione della Nato.

4. Il disordine post-sovietico

  • 38 Nalbandov 2013: 78.
  • 39 Nalbandov 2013: 78. L’Ucraina è andata oltre la «democrazia elettorale» e ha toccato la «democrazi (...)
  • 40 Naím 2022.

25L’Ucraina è paradigmatica agli occhi di Mosca non in quanto modello di democrazia ma perché «è un paese la cui definizione etno-nazionale è soggetta a controversie e divisioni»38. Su queste dinamiche conflittuali fa leva la politica di Putin. Il rapporto del 2014 di Robert Nalbandov parla di «un dualismo politico inerente alla cultura politica ucraina» e segnala che la Nato è una questione divisiva, soprattutto nelle parti orientali dell’Ucraina39. Secondo il vecchio sondaggio riportato da Nalbandov, il 61,9% degli ucraini non è favorevole all’allargamento della Nato. Il 44,5% degli intervistati ritiene inoltre che l’Ucraina dovrebbe abbandonare i piani di adesione all’alleanza militare. Peraltro, nel referendum del 1991 tre quarti degli elettori dell’Ucraina si espressero per il mantenimento di una rinnovata URSS. Putin si presenta come il salvatore della nazione, l’uomo del destino che mitizza la grande Russia e con la «Unione eurasiatica» si scontra con le minoranze colte, secolarizzare e metropolitane, con il sogno di occidente. Dal 2015 le «operazioni belliche» (la parola «guerra» è bandita dal lessico) vengono giustificate dalla necessità di portare soccorso all’etnia locale oppressa da milizie naziste. Ricorrendo alle tecniche della post-verità, Putin lancia continue accuse di una penetrazione di gruppi con ideologia nazista, che insieme ad «un granello di verità» contengono «vere e proprie invenzioni» come gli attacchi armati antisemiti 40.

  • 41 Tilly 2009: 190.
  • 42 Tilly 2009: 190.
  • 43 Van Herpen 2013.

26La categoria di totalitarismo non si addice alla reale conformazione delle odierne istituzioni politiche russe. L’autocrazia, che in Russia convive con le apparenze di una competizione pluralistica e con una limitata tolleranza dei partiti e di fonti molteplici di informazione, non coincide con il totalitarismo, che implica una ideologia monolitica, una pervasiva mobilitazione dall’alto, un controllo asfissiante della vita individuale e collettiva. Con i suoi tratti illiberali e autoritari, la Russia comunque presenta la parvenza di un’investitura elettorale della leadership, che pure sfugge nei suoi atti di sovranità dai controlli di legalità, dai requisiti di trasparenza e di aderenza alla logica della divisione dei poteri. Questi ostacoli procedurali, che escludono la riconducibilità delle istituzioni russe al campo della liberaldemocrazia, non comportano però il disconoscimento dei tratti di un sistema politico che non è classificabile come totalitario. Charles Tilly ha colto il carattere complesso dell’autocrate russo che nel suo dominio «rafforzò la capacità statale a scapito della democrazia»41. Per un verso Putin ha inaugurato un processo di «de-democratizzazione» che restringe gli spazi di libertà persino rispetto ai canoni russi (trucchi elettorali, repressione di forze non governative, contrazione del potere dei media); per un altro, se da un regime parzialmente libero egli è passato ad un regime non libero, «è riuscito a neutralizzare e a riportare sotto il controllo dello Stato l’oligarchia capitalista che aveva acquisito una straordinaria autonomia»42. Il regime di Putin non è la riedizione di meccanismi tradizionali di dominio. Il sistema di Mosca è «totalmente nuovo e ha un carattere complesso e multistrato grazie alla combinazione di bonapartismo, fascismo classico e moderno populismo berlusconiano. Il fatto che il putinismo contenga elementi di questi tre sistemi non significa che Putin abbia consapevolmente costruito il suo sistema a partire da questi elementi, anche se l’influenza diretta di Berlusconi su alcuni aspetti del suo sistema non può essere ignorata»43.

  • 44 Aslund 1998.
  • 45 Mann 2013: 196.
  • 46 Brzezinski 2000: 41.

27Il regime russo contiene un «fascist minimum» che non accarezza una ideologia razzista e non arma una milizia di partito. Accanto a chiusure autocratiche contempla la tolleranza per un pluralismo limitato nei media e nella rappresentanza. Per la sussistenza di una investitura elettorale sia pure manipolata si può parlare di un neo-bonapartismo in salsa orientale che persegue una funzione di modernizzazione dall’alto. Alla componente militare che insegue il sogno di una potenza smarrita si è venuta sempre più ad aggiungere una esaltazione dei valori religiosi, nel segno del neo-conservatorismo che saluta la Russia come centro del movimento globale anti-gender e custode della tradizione del sacro. Nelle forme mistico-autocratiche il regime ha ricostruito i contorni di una sfera politica. La Russia priva di amministrazione, di Stato di diritto, di autonomia della magistratura fu, con l’obiettivo di una transizione fulminea e senza scansioni temporali, consegnata ai monopoli, ad un’economia criminale nient’affatto competitiva, in nome degli immutabili principi (privatizzazione, liberalizzazione dei prezzi, profitto efficiente) che, secondo l’economista Anders Aslund44, avrebbero migliorato le condizioni di vita in poco tempo. «Il nazionalismo che ha dato il colpo di grazia all’Unione Sovietica non era tanto un’ideologia sincera quanto un’appropriazione del bottino»45. La radiografia delle forze del potere indica che «l’attuale élite politica russa è in gran parte un’alleanza di ex apparatchiki, oligarchi criminalizzati, KGB e leadership militare. La loro rinuncia al passato sovietico è stata superficiale. Il lignaggio politico di Putin è piuttosto suggestivo a questo riguardo: è un apparatchik di terza generazione, suo padre era un funzionario del partito, mentre suo nonno prestava servizio anche presso la sicurezza personale di Lenin e poi di Stalin»46.

  • 47 Holsti 2016: 131.
  • 48 Holsti 2016: 131.
  • 49 Mann 2013: 202.

28Tutto ciò ostacolava, con il dogma delle tre condizioni sacre (privatizzazione, stabilizzazione e liberalizzazione), la nascita della democrazia e rallentava anche il mercato, che per funzionare esige regole, istituzioni, poteri. La genesi del capitalismo in Russia «appare sotto le vesti del racket»47. Come effetto delle riforme, «i senzatetto crebbero drammaticamente; il paese fu saccheggiato da mafiosi ed ex apparatchiks, e scomparve mezzo trilione di dollari di ricchezza della Russia»48. Malgrado queste tragiche condizioni della fase di accumulazione capitalistica, c’è stata, con la fine dell’era frizzante di Eltsin, una ricostruzione delle condizioni minime del potere statale. «La Russia si è avvicinata di più alle elezioni democratiche, eppure Eltsin ha potuto essenzialmente nominare il proprio successore, Putin. La Russia non ha mai avuto un’elezione nazionale completamente equa, mentre la Georgia ha avuto un mix variegato di elezioni e colpi di Stato. Nonostante la mancanza di democrazia negli stati della CSI, e fatta eccezione per le situazioni di guerra civile, si riscontra un miglioramento rispetto all’era sovietica, perché ci sono parlamenti, partiti e media parzialmente autonomi, anche se le loro libertà sono limitate. La caduta dell’Unione Sovietica è stata in generale positiva in termini di rapporti di potere politico»49.

  • 50 Mann 2013: 202.

29La Russia autocratica si consolida come regime statuale a «democrazia sovrana» e coltiva verso gli equilibri militari post-sovietici un forte senso di umiliazione. Questa estraneità rispetto al quadro geopolitico, più che il disegno di osteggiare ovunque la democrazia, conduce alla sfida delle relazioni internazionali a dominanza occidentale per tracciare un quadro di multilateralismo nella progettazione della nuova governance mondiale. Non descrivono la realtà effettuale i discorsi che raccontano di una Ucraina culla della democrazia che suscita, proprio per il suo consolidato regime pluralistico-competitivo, il rancore dispotico di Putin spaventato dal contagio. I regimi post-sovietici sono instabili, si assiste al rovesciamento del potere con metodi non parlamentari e quasi mai il ricambio avviene tramite elezioni competitive. «Nel 2003-5 la Georgia, l’Ucraina e il Kirghizistan hanno avuto rivoluzioni delle rose, arancioni e dei tulipani apparentemente progressiste, sebbene siano state coinvolte anche rivalità etnico-regionali che hanno limitato la successiva democratizzazione»50. Le pubblicazioni internazionali descrivono Kiev come uno Stato quasi fallito, con una democrazia elettorale asfittica, con milizie militari ideologizzate, con uno Stato di diritto assente, con una corruzione incontenibile, con una economia allo sfacelo, con una forte repressione del dissenso, con la chiusura autoritaria dei partiti.

  • 51 Schedler 2013.

30L’Ucraina è un paese sovrano aggredito, non la culla della società aperta. Tutti gli indicatori istituzionali e culturali invitano alla cautela sui tempi dell’eventuale integrazione nel laboratorio europeo di un sistema politico che resta contraddittorio, con miglioramenti parziali e fasi di regressione. Rispetto al quadro del 2013, l’Ucraina non è del tutto uscita dal novero delle «autocrazie competitive» con un incerto ordinamento costituzionale, definito con il passaggio dal partito unico al presidenzialismo assoluto sfuggente a limiti e controlli51. Il disarcionamento dei vertici del regime oltre che al voto viene affidato alla insubordinazione di piazza, all’impeachment e agli arresti, con l’irruzione di «guardiani dell’integrità pubblica» che rimuovono gli avversari con pretesti legali e la messa fuori legge dei partiti sgraditi. Il sistema di governo «assolutistico-competitivo» solo parzialmente è stato corretto negli anni più recenti. Il rapporto annuale Freedom in the World 2021 segnala la rilevanza dello scontro istituzionale tra il presidente Zelensky e la Corte costituzionale nel corso del quale il capo dello Stato ha tentato di sciogliere la Corte dopo alcune sue sentenze in materia di leggi anticorruzione. Taluni membri della Corte sono stati perseguiti penalmente con l’accusa di sedizione. La politicizzazione di organi tecnici e istituzionali, oltre che dei servizi di sicurezza, rende ancora debole la cornice dello Stato di diritto e molto significative sono le discriminazioni varate contro rom, gay, minoranze di lingua russa. Il ruolo degli oligarchi incide nel funzionamento delle istituzioni, nella contesa elettorale, nella restrizione dei diritti sindacali.

  • 52 Griffin, 2020.
  • 53 Baysha 2021: 161.
  • 54 Mashtaler 2021.

31Il radicamento della destra e delle formazioni paramilitari è indubbio e influente risultato di «un’importante sottocultura neofascista e populista di destra radicale»52. Nondimeno «l’ascesa del paramilitarismo nazionalista», accolto tra le file dell’esercito ufficiale e sottoposto agli addestramenti esteri, è stata poi orientata verso istanze che «funzionano più come temi dei movimenti della destra radicale populista, e talvolta solo della destra populista, piuttosto che come movimenti di nazionalismo rivoluzionario». Nel complesso «i valori anti-establishment, omofobi, etno-centrici, antisemiti e xenofobi della destra sovranista sono evaporati perché in gran parte riassorbiti dalle forze più grandi che si sono radicalizzate (nelle elezioni del 2014 Svoboda ha perso metà dei voti e va al di sotto del 5%). Poiché i potenti partiti mainstream adottano politiche simboliche, linguistiche e redistributive ostili al segmento russo della popolazione e si ribellano all’inversione di status per la nazionalità dominante, la polarizzazione ridimensiona Svoboda quale partito anti-occidentale, anti-liberale e anti-UE»53. Significativa è stata l’ascesa al potere di Zelensky come esemplare di un «populismo algoritmico»54.

  • 55 Shevtsova, 2021: 174.

32Con influencer, fake news, eserciti di trolls per denigrare i politici al potere, anche Mosca ha guardato con interesse alla sua affermazione in un’ottica di minor danno rispetto all’altro candidato che era più marcatamente antirusso. I media russi e i leader separatisti si sono schierati per Zelensky il quale nel manifesto elettorale non menzionava l’UE e rinviava l’adesione alla Nato ad un successivo referendum popolare. Il cavallo su cui puntava l’occidente era Poroshenko, che arrestava gli attivisti e però allestiva una coalizione internazionale antimoscovita, organizzava sanzioni e siglava l’accordo di associazione con l’UE. Gli appoggi della Nato per la ricostruzione dell’esercito ucraino che si ritrovava letteralmente sbandato dopo il 2014 sono stati cospicui. Il primo atto del presidente è stato quello sulla «sovranità del popolo» e prevede la centralità del referendum, la democrazia diretta, il decentramento amministrativo, la digitalizzazione, la partecipazione on line. Molto poco post-moderna è invece la cultura dei diritti individuali. Il partito di Zelensky ha proposto di emendare il codice penale per criminalizzare la propaganda dell’omosessualità e transessualità. «Mentre Zelensky ha ripetutamente dichiarato che la sua strategia di politica estera include l’integrazione europea, i funzionari statali sembrano ignorare l’eguaglianza di genere e di orientamento sessuale come valori fondamentali dell’Unione in cui sostengono di aspirare all’adesione»55.

33Oltre all’immaginario, esiste la dimensione del materiale. E Zelensky si rivolge agli oligarchi con la privatizzazione delle terre e la cosiddetta «dichiarazione zero», che permette di normalizzare i capitali sporchi con una tassa del 5%. Noto è il rapporto con un oligarca che possiede banche, squadre di calcio, televisioni e milizie private. Se si pensa che la guerra alle porte di Kiev sia il semplice inizio di un contrasto metafisico irriducibile, tra potenze della società aperta e criminali di guerra, la proposta di Zelensky di uccidere i russi uno ad uno non ha alternative: tra bene e male non si negozia. A Kiev si combatte per l’Europa libera e quindi mettersi l’elmetto è una risoluzione contro le potenze del male. La Russia non può vincere tra le macerie fumanti di una nazione offesa senza con ciò accrescere l’insicurezza geopolitica europea. Ma neppure può perdere oltre un certo limite senza che la sua catastrofe si abbatta sino a sconvolgere equilibri mondiali delicati. I vantaggi di una umiliazione dell’orso moscovita sarebbero inferiori ai costi incalcolabili conseguenti alla destrutturazione economico-militare che accompagnerebbe la perdita dello status di grande potenza.

5. Modernità multiple

  • 56 Mann 2013:420. Sulla fine dell’unipolar moment cfr. Leyne 2007: 139.

34La provocazione strategica di Putin non cancella la questione politica della soluzione alla crisi che chiama in causa anche i fondamenti dottrinari di una visione agonistica dell’ordine internazionale, in un tempo che pure mostra i segni di stanchezza dell’egemonia americana. «All’inizio l’impero era altamente militarista in Asia orientale, ma poi si è sviluppato anche in termini di egemonia. Mentre gli Stati Uniti hanno generalmente considerato l’Africa come area di scarso interesse strategico o economico, in America Latina e in Medio Oriente hanno dispiegato ad intermittenza la loro forza militare, palese e occulta. In Medio Oriente gli interventi americani si sono intensificati in un modo disastroso nel nuovo millennio. Molti ritengono che questo sia il risultato del declino americano, ma negli ultimi decenni l’Impero americano sembra aver intrapreso un percorso di declino per autoinduzione. In politica estera si è imbarcato in guerre inutili e comunque non vincenti e ha appoggiato in modo ossessivo Israele, non facendo altro che moltiplicare i nemici»56. Anche se la superiorità nelle tecnologie di sterminio resta indubitabile, l’unilateralismo americano è diventato impossibile come efficace forma del governo mondiale. Il fallimento delle sanzioni e lo scetticismo esplicito dei Paesi più popolosi del mondo mostrano proprio nel conflitto ucraino un libero Occidente più isolato sul terreno dell’egemonia, confermando anche un «declino relativo americano» nell’esercizio del dominio globale.

  • 57 Gramsci 1975: 512.
  • 58 Gramsci 1975: 513.

35In nome della democrazia e dei diritti, l’Occidente cerca di conservare un ordine senza più legittimazione agli occhi delle potenze emerse, e lo fa con i ritrovati di un unilateralismo cui manca però l’effettiva capacità di dominio. Le scelte di Biden non vanno in direzione di un pacifico e razionale adeguamento della politica estera ai mutati rapporti di potere (ascesa della Cina, richieste geopolitiche di potenze che reclamano uno spazio autonomo). Enumerando gli «elementi per calcolare la gerarchia di potenza fra gli Stati», Gramsci nei Quaderni ne elencava tre: «1) estensione del territorio, 2) forza economica, 3) forza militare»57. A questi tre indicatori di carattere quantitativo egli aggiungeva, come quarto indice da considerare, anche «un elemento imponderabile», cioè quello che rimarca «la posizione ideologica che un paese occupa nel mondo in ogni momento dato, in quanto ritenuto rappresentante delle forze progressive della storia». Il possesso di tutti questi ingredienti conferisce una spiccata capacità di influenza («un potenziale di pressione diplomatica da grande potenza»), dato che, oltre alla forza effettuale militare, dispensa allo Stato una forza ipotetica capace di condizionamento. In virtù di questa calcolabilità delle prerogative militari, economiche e ideologiche, alla grande potenza riesce possibile «ottenere una parte dei risultati di una guerra vittoriosa senza bisogno di combattere»58.

  • 59 Gramsci 1975: 513-

36Le relazioni internazionali esprimono, secondo l’approccio di Gramsci, un terreno di rapporti interstatali dal carattere asimmetrico perché in essi gioca, accanto alla stretta effettualità della potenza, un ruolo cruciale il momento dell’egemonia. «Il modo in cui si esprime l’essere grande potenza è dato dalla possibilità di imprimere alla attività statale una direzione autonoma, di cui gli altri Stati devono subire l’influsso e la ripercussione: la grande potenza è potenza egemone, capo e guida di un sistema di alleanze e di intese di maggiore o minore estensione» 59. Non conta, dunque, solo la giuridica prerogativa di uno Stato territoriale di essere un soggetto formalmente presente nelle arene delle relazioni internazionali. Va presa in considerazione anche la sostanziale possibilità di esprimere una posizione incisiva ed esercitare una visibile influenza sullo stato del mondo. Questi requisiti connessi alla capacità di influenza e direzione sono appannaggio solo di poche entità statali. Una «direzione autonoma» non si esaurisce nel riconoscimento giuridico di essere parte integrante degli organismi delle Nazioni Unite; serve una effettuale condizione che mostri, nelle relazioni con gli altri, i segni dell’autonomia, ovvero della forza.

37Accanto a Stati che dispongono di significative risorse per esercitare un’influenza e avere una certa ripercussione nei processi politici, esistono statualità con una rilevanza pari allo zero. Si incontrano poi altre e più grandi entità politiche organizzate dotate di una forza tale che consente loro di rivendicare il ruolo di potenza egemone. Questi Paesi sono in grado di esercitare pressioni, concordare aiuti, fornire assistenza e quindi di proporsi come Stati-guida alla testa di alleanze che si contendono, con altre aggregazioni, il governo del mondo. Con lo scioglimento del Patto di Varsavia, gli Stati Uniti hanno coltivato la sensazione reale di essere entrati in un mondo divenuto ormai unipolare. Sulla base della supremazia, acquisita con il collasso storico del nemico della lunga guerra fredda, il punto di Gramsci relativo all’ideologia è diventato il caposaldo di una operazione condotta nel solco della «fine della storia», con le potenze del bene, dei diritti, della democrazia, autorizzate a celebrare il loro trionfo irreversibile. Questa pax imperiale americana è durata poco perché tutte le potenze escluse, umiliate, marginali, o anche in ascesa, si sono variamente riaffacciate sulla scena. Perduta la mobilitazione ideologica che accompagnò il grande mito sovietico, alla riesumazione della potenza nazionalista e bellicosa dell’autocrazia russa contribuiscono altri elementi tra quelli indicati da Gramsci: l’estensione territoriale, con risorse naturali di notevole rilevanza, e la forza militare, con il possesso di armi atomiche. Anche se l’altro fattore, la consistenza del «potenziale economico», non è paragonabile a quello vantato dalla superiore macchina americana, il territorio pieno di risorse energetiche attribuisce alla Russia un potere di ricatto capace di indebolire la capacità produttiva delle potenze industriali occidentali. Il risentimento e l’esplosione dell’orgoglio nazionale dell’impero ferito che ha un’ampia estensione territoriale, ma senza «una popolazione adeguata, naturalmente» per condurre davvero una minacciosa politica di espansione e conquista continentale conducono a fenomeni bellici prolungati che rendono più complesso, e meno vantaggioso per l’America stessa ma soprattutto per i satelliti europei, il governo di un mondo attraversato da nuove polarizzazioni militari.

  • 60 Gramsci 1975: 513.

38Secondo Gramsci, «nell’elemento territoriale è da considerare in concreto la posizione geografica» 60. Nel caso specifico russo, si tratta di una territorialità di carattere pluri-continentale, che mostra il governo di Mosca sospingere i propri progetti ora verso Occidente, ora verso Oriente. Mentre Pechino venne attratta in passato dagli Usa in efficaci politiche di contenimento dell’espansionismo sovietico, oggi la Cina è sospinta per ragioni tattiche verso Mosca che organizza i molteplici centri di resistenza al dominio americano. Un capolavoro con tracce di insipienza tattico-storica degli strateghi statunitensi ha condotto, come naturale reazione precauzionale-difensiva, verso un’alleanza tra due grandi Paesi storicamente rivali, che accantonano differenze e convergono in una comune istanza di contenimento dell’Impero americano. La Cina è la sola grande potenza che può già oggi cominciare a competere con gli Usa sulle quattro variabili indicate da Gramsci —anche nella dimensione militare e navale, infatti, sembra ormai aver imboccato la strada per colmare il divario— e ciò giustifica la crescente accentuazione del sentimento di rivalità che caratterizza l’America, ossessionata dal pericolo di un sorpasso. È vero che il profilo ideologico non è più quello di sessant’anni fa, ma una narrazione e un simbolismo caratterizzati dal richiamo al marxismo (espressione della cultura occidentale) rimangono pur sempre nella iconografia del regime di Pechino. Se, come suggerisce Gramsci, nella forza economica è da distinguere la capacità industriale e agricola (forze produttive) dalla capacità finanziaria, si comprende in radice il timore serpeggiante nel governo americano. Il potere statunitense percepisce che la globalizzazione, proprio da Clinton accelerata, ha minato la tradizionale egemonia nordamericana nell’economia-mondo e ha corroso persino la sovranità del dollaro e della borsa (anche sul versante finanziario Pechino sfida apertamente gli Usa con minacce e ritirate).

39Dinanzi alle «grandi manovre d’Oriente» (insieme alle autocrazie di Russia, Bielorussia, Tagikistan e Cina ha partecipato alle esercitazioni militari congiunte anche l’India), l’America può continuare nella battaglia attirando a rimorchio un’Europa che grazie alla sua memoria storico-giuridica serve all’Impero per condurre in maniera più credibile la battaglia ideologica per la democrazia e i diritti. La cooperazione, il multilateralismo, la soluzione diplomatica agli obiettivi di potenza alla fine rappresentano un’opzione meno costosa, più pacifica e più utile agli stessi interessi occidentali in declino e chiamati necessariamente a ridefinirsi su basi diverse, alla luce dei nuovi equilibri mondiali. L’America non può sottrarsi agli imperativi di una strategia di ridimensionamento e di accomodamento negoziale alla luce di stringenti vincoli economici che impediscono di sostenere, in una escalation prolungata, una competizione militare con la Russia e con la Cina. L’impossibilità di garantire con la polizia americana l’ordine nel sistema politico internazionale induce a fare i conti con la crescita economica e politica della Cina, con il suo riarmo navale e le rivendicazioni nazionaliste, con il risveglio geopolitico della Russia, con l’emersione di potenze regionali. Le forze reali annunciano un mondo in disordine, con potenze asimmetriche che cercano nuovi equilibri, diversi bilanciamenti delle influenze, una ridistribuzione del potere tra i principali attori del sistema internazionale.

  • 61 Holsti: 2004: 132.

40L’Europa e l’America trascurano quel fenomeno politico rilevante rappresentato dalle molteplici esperienze di statualità che nel mondo seguono percorsi alternativi rispetto a quelli liberaldemocratici tracciati dall’Occidente. Con un’impostazione dei rapporti internazionali nei termini di un generale scontro di civiltà tra mondo libero e Stati canaglia, le sorti dei valori democratici e l’avanzata della cultura dei diritti fondamentali non migliorano. Miliardi di persone, che non vivono sotto l’egemonia delle liberaldemocrazie, non possono essere sacrificati sull’altare del loro regime politico interno, assunto quale misura dell’asimmetrica legittimazione posseduta dagli Stati nelle relazioni internazionali. Osserva Kalevi Holsti: «Una delle principali fonti di conflitto interstatale oggi riguarda proprio le visioni contrastanti del nuovo ordine. Rimane aperta una contesa tra i principi di Westfalia sanciti dalla Carta dell’Onu e un liberalismo proselitista che sembra dire “a modo mio o no”. Il sogno di una comunità di Stati democratici vive e motiva anche la politica estera di molti paesi. Ma, in questo quadro, attori importanti come la Cina e la Russia non condividono la fede liberale e così continuiamo a sperimentare un mondo caratterizzato da gravi attriti»61. Il disordine mondiale esige una costruzione pattizia delle nuove condizioni dell’equilibrio, alla quale concorrono gli attori più rilevanti secondo i canoni di legittimazione e legalità. Si tratta di calibrare due concetti fondamentali, quello di comunità di Stati e quello di società. La nozione di comunità di Stati rinvia ad «un sottosistema speciale del mondo, legato insieme dalla cultura, da istituzioni politiche e pratiche economiche comuni, e da una base filosofica comune —il liberalismo— posta alla base di queste istituzioni e pratiche». Non tutto il mondo, per i diversi gradi di sviluppo e di democratizzazione, può convivere alla luce di questa ristretta nozione di comunità che esalta democrazia e mercato come le sue divinità. Questo subsistema è valido in aree spaziali omogenee, non può estendersi all’intero mondo.

  • 62 Holsti: 2004: 132.
  • 63 Kupchan 2012; Mearsheimer 2008.
  • 64 Wohlforth 2011: 78.

41Per questo tocca rispolverare l’altro concetto, quello di società di Stati con attori che «mantengono contatti pacifici, si accordano anche sulle regole e sulle istituzioni fondamentali del sistema. Queste regole includono la stabilità del possesso (sovranità e territorialità), la sacralità dei trattati e il riconoscimento reciproco dell’indipendenza»62. La discrepanza tra tendenze storiche e assunzioni ideologiche è enorme. Adottando la lente della longue durée, «il mondo si sta dirigendo non solo verso il multipolarismo, ma anche verso molteplici versioni della modernità: un panorama politicamente variegato entro il quale il modello occidentale rappresenterà solo una delle tante concezioni di ordine interno e internazionale che sono in competizione tra loro. Non solo le autocrazie ben governate potranno competere con le democrazie liberali, ma anche le potenze emergenti che hanno regimi democratici si separeranno regolarmente dall’Occidente. Forse la sfida principale per l’Occidente e per i paesi in via di sviluppo è quella di gestire questa svolta globale e arrivare pacificamente al prossimo mondo. L’alternativa è un’anarchia competitiva che si raggiunge per difetto, quando i molteplici centri di potere e le diverse concezioni dell’ordine che essi rappresentano si contendono il primato»63. Nel «mondo post-americano» convivono dunque «multiple versions of modernity» e la saggezza strategica dell’impero in dismissione dovrebbe suggerire di provare con lungimiranza a controllare i passaggi di una transizione pacifica che richiede di allargare i soggetti della governance globale, alla luce della nuova dislocazione dei rapporti di forza. Più che minacciare, un gendarme che viene sfidato nella sua supremazia tecnologica, economica e militare dovrebbe scommettere sull’affermazione di un mondo cogestito da forze multipolari ragionevoli e quindi in grado di arginare la suggestione bellica. Gli Usa devono cioè commisurare il loro dominio nel sistema con il consolidamento di contro-coalizioni che cercano anch’esse l’inclusione nella governance globale e regionale sulla base di una aggiornata distribuzione dei poteri. Da qui l’istanza di accantonare i valori, la democrazia come bandiera ideologica per coprire la prosaica gendarmeria globale, e, anche per l’Impero, «la necessità di riconoscere sempre la realtà del potere e di adattarsi ai mutevoli rapporti di potere»64.

  • 65 Kupchan 2012: 190.
  • 66 Kagan 2004: 29.

42Dinanzi alla una nuova dislocazione dei rapporti di forza occorre ampliare il cerchio delle potenze per rendere più allargata una governance globale che andava disegnata oltre ogni polarità democrazia-autocrazia. Bisogna prendere atto, sul piano strategico, che «anche le potenze democratiche in ascesa, come l’India e il Brasile, non sono certo delle strenue sostenitrici del campo occidentale. Al contrario, rompono regolarmente con gli Stati Uniti e l’Europa in materia di geopolitica, di commercio, di ambiente e su altre questioni, preferendo schierarsi con gli Stati in ascesa, democratici o meno. Gli interessi contano più dei valori»65. Il filone idealista-democratico americano da tempo guarda con sospetto ad ogni mossa europea che appaia scettica sull’unipolarismo statunitense, ritenendola un grave danno sul terreno dello scontro culturale per l’egemonia. A questo proposito Kagan ha scritto che «per affrontare le odierne minacce globali, gli americani avranno bisogno della legittimità che l’Europa può fornire. Ma gli europei potrebbero non fornirla. Nel loro tentativo di limitare la superpotenza, perderanno di vista i crescenti pericoli presenti nel mondo, che sono di gran lunga maggiori di quelli posti dagli Stati Uniti. Nel loro nervosismo dinanzi all’unipolarità, possono dimenticare i rischi di una multipolarità in cui le potenze non liberali e non democratiche prevalgono sull’Europa nella competizione globale»66. Nella crisi attuale, che ha un tratto di sistema e quindi è destinata ad imprimere un forte impatto nella struttura delle relazioni internazionali, emerge l’assenza di una politica volta alla tutela di una visione europea. Rispetto al vincolo con il vecchio continente alla ricerca dei perduti postulati della sovranità, nei paesi nordici si profila la preferenza per una relazione speciale con gli Usa in un quadro che tende a trascurare gli interessi politico-diplomatici, economici, geopolitici europei. La potenza americana, per i suoi obiettivi strategici, rimane lontana da un territorio costretto ad ospitare molteplici crisi (politica, militare, economica, energetica, umanitaria). Con la Nato che rafforza il complesso russo dell’accerchiamento, l’Europa precipita in una strutturale incertezza. E, poiché prima di entrare nella Nato, l’Ucraina, la Moldavia e la Georgia devono essere accolte nell’Unione europea, si realizza uno scambio: agli inglesi e agli Usa le grandi commesse militari per la guerra senza frontiere, all’Europa gli oneri considerevoli per ospitare paesi falliti, senza un’economia, una amministrazione ed una struttura civile.

43La maschera di una «liberal intolerance» indifferente al multilateralismo e alla trattativa negoziale rivela una cecità geopolitica. La discriminante autocrazia-democrazia convive con una ulteriore frattura, quella tra Nord e Sud del mondo: i governi rappresentanti il 70% della popolazione mondiale non appoggiano le censure alla Russia. Secondo Müller, nella governance mondiale «l’alleanza democratica fallisce anche per la sua incapacità di gestire la diversità. L’esclusione del Sud —e della Cina, il paese più popoloso del mondo— genererà risentimento: il problema della giustizia è ancora più rilevante. L’amministrazione fiduciaria del mondo da parte delle democrazie può degenerare in una guerra mondiale». Oltre alla guerra di aggressione, etnico-territoriale, in Ucraina si gioca anche una competizione per tracciare l’ordine internazionale in una fase di riassestamento dei poteri che prende le misure della Cina. Le potenze del libero mercato sono spaventate dalla circolazione delle merci e dei profitti, che nelle condizioni date oggi favorisce l’economia più dinamica del celeste impero, capace di esercitare anche un soft power finanziario. Per questo i rappresentanti dell’Occidente chiedono di sostituire ai principi dell’autonomia commerciale gli istituti e le discipline eteronome nel segno dell’economia di guerra. La paura di competere con i soli strumenti economici nei processi della globalizzazione suggerisce di aggiungere al libero mercato delle forme di supplenza di tipo politico. La guerra ibrida condotta in Ucraina permette all’America di insidiare le ambizioni di potenza russa con un maggiore coinvolgimento economico-militare dei Paesi europei, indotti a rivedere i loro bilanci militari. La questione di Taiwan, d’altra parte, rappresenta un’occasione per saggiare il rivale commerciale cinese sul terreno militare, confidando in una supplenza regionale da parte del Giappone. Si rovescia così l’ordine delle cose: con i meccanismi neo-protezionisti il «capitalismo di concessione» diventa quello americano, mentre il «capitalismo di mercato» ha gli occhi a mandorla del colosso cinese. Alla rivendicazione di Cina, Russia e degli altri Paesi del Brics di ripensare gli equilibri del mondo, alla luce dell’emersione di nuove potenze regionali e dell’usura della capacità di polizia dell’ultimo impero, non si può rispondere solo con l’arroccamento.

44L’Europa ha nostalgia di un mondo a governo imperiale imperfetto, che però è ormai perduto e ineffettuale. Rinuncia per questo a iniziative politiche incisive per condividere gli spazi di un nuovo ordine, affidando al mito di un legame transatlantico, rinfrescato dall’allargamento della Nato, le promesse del mantenimento di un governo sostanzialmente unipolare del sistema politico internazionale. L’ordine oggi realisticamente perseguibile non può però essere quello liberale, con la condivisione di valori non contrattabili; deve scaturire per forza di cose dalla cogestione di più spazi e molteplici centri di influenza. Il multilateralismo, con il ruolo negoziale di potenze ispirate ai diversi principi organizzativi della statualità, non è un valore astratto, ma è un fatto da assumere storicamente come ineludibile, se non si intende precipitare dall’impossibile egemonia militare dell’Occidente imperiale all’entropia di un mondo insicuro e aggressivo. Questo ripensamento della governance esige un esplicito riconoscimento di spazi di influenza da accordare a nuove potenze, un percorso di codeterminazione delle politiche —economiche, ambientali, climatiche— concepito su base paritaria ed inclusiva. Molti nuovi soggetti vanno chiamati a cooperare per contenere le turbolenze del caos post-imperiale.

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Note

1 I fondamenti teorici della contrapposizione valoriale tra democrazie e regimi totalitari quale tratto delle relazioni internazionali si trovano in C. J. Friedrich, Z. K. Brzezinski 1965. Nelle analisi posteriori Brzezinski (2000: 41) mostra cautela nella interpretazione della Cina («non è né totalitaria né democratica politicamente, ma una dittatura oligarchico-burocratica») e della Russia («L’attuale leadership del Cremlino è maturata negli anni del tramonto dell’URSS. In generale, non credeva più alle rozzezze dell’ideologia sovietica, ma apprezzava il potere sovietico. Sebbene molti di loro si asciugassero le lacrime con i profitti derivanti dallo smantellamento cleptocratico dell’economia statale, si sentivano comunque privati ​​dalla perdita dello status internazionale della Russia»).

2 Gilpin 1996. Clinton sviluppa la strategia dell’allargamento della democrazia secondo una «aspirazione universale» in vista di una «liberal egemony» contro le autocrazie: gli Stati Uniti, sulla base di un «values gap» rispetto agli altri, hanno il diritto di intervenire nelle aree interne degli Stati non democratici. Dalla strategia dell’equilibrio delle forze si deve passare, secondo Clinton, alle «politiche che devono concentrarsi anche sulle relazioni all’interno delle nazioni, sulla forma di governo di una nazione, sulla sua struttura economica, sulla sua tolleranza etnica» (Layne, Thayer, 2006: 57).

3 Gilpin 1996. Sull’approccio dei liberali e costruttivisti «debole nella profondità storica», cfr. Holsti 2004:5. Sul fondamento liberale della politica americana di potenza, cfr. Layne 2007: 118.

4 Gilpin 1996.

5 Brzezinski 2003: 309.

6 Brzezinski, 2003: 218.

7 Brzezinski 2003: 218.

8 Mearsheimer 2001.

9 Mearsheimer 2001.

10 Mearsheimer 2001.

11 Kupchan 2020.

12 Müller 2008; Russett 2011: 133.

13 Simpson 2017; Russett 1996.

14 Müller 2008: 112.

15 Ibidem.

16 Ibidem

17 Kupchan 2020. «Gli Stati Uniti sono sempre più percepiti a livello globale come un gorilla di 800 libbre sotto steroidi, fuori controllo e pericoloso per gli altri. Lungi dall’essere considerata un “egemone benevolo”, l’America è diventata una specie di ranger solitario globale, indifferente ai suoi alleati, che ignora le istituzioni internazionali come le Nazioni Unite e agisce in violazione del diritto e delle norme internazionali» (Layne, Thayer 2006: 51).

18 Kupchan 2020.

19 Ibidem.

20 Kagan 2004.

21 Daalder 2018.

22 Geis, Brock, Müller, 2006.

23 Henderson 2002:156.

24 Ibidem

25 Panebianco 2022.

26 Cassese 2021: 356.

27 Cassese 2021: 356.

28 Drezner 1999.

29 Cassese 2021: 353.

30 Cassese 2021: 353.

31 Mearsheimer 2011: 112. Dopo l’11 settembre Bush parla di libertà versus autocrazia per accompagnare il totalitarismo «nella tomba anonima di bugie scartate dalla storia» (Daalder, Lindsay 2003: 83).

32 Machiavelli 1999: 1318.

33 L’allargamento della Nato ha avuto come conseguenza «l’alienazione di quella che negli anni ’90 era una Russia in qualche modo democratica» (Russett 2011: 8). In tal senso «è un cattivo affare, una mossa sconsiderata e potenzialmente regressiva» (p. 110).

34 Holsti 2016: 96.

35 «Se l’Ucraina se ne va, non c’è più alcuna possibilità di un’unione slava e così la Russia diventa solo uno Stato nazionale» (Brzezinski 2008: 167).

36 Badie 2019: 101.

37 Ibidem.

38 Nalbandov 2013: 78.

39 Nalbandov 2013: 78. L’Ucraina è andata oltre la «democrazia elettorale» e ha toccato la «democrazia liberale». Ha però ancora molta strada da fare prima che diventi una «democrazia avanzata» per la debolezza della società civile, delle élites politiche (Zielonka, Pravda 2001: 456).

40 Naím 2022.

41 Tilly 2009: 190.

42 Tilly 2009: 190.

43 Van Herpen 2013.

44 Aslund 1998.

45 Mann 2013: 196.

46 Brzezinski 2000: 41.

47 Holsti 2016: 131.

48 Holsti 2016: 131.

49 Mann 2013: 202.

50 Mann 2013: 202.

51 Schedler 2013.

52 Griffin, 2020.

53 Baysha 2021: 161.

54 Mashtaler 2021.

55 Shevtsova, 2021: 174.

56 Mann 2013:420. Sulla fine dell’unipolar moment cfr. Leyne 2007: 139.

57 Gramsci 1975: 512.

58 Gramsci 1975: 513.

59 Gramsci 1975: 513-

60 Gramsci 1975: 513.

61 Holsti: 2004: 132.

62 Holsti: 2004: 132.

63 Kupchan 2012; Mearsheimer 2008.

64 Wohlforth 2011: 78.

65 Kupchan 2012: 190.

66 Kagan 2004: 29.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Michele Prospero, «L’ideologia della guerra»Teoria politica, 12 | 2022, 47-72.

Notizia bibliografica digitale

Michele Prospero, «L’ideologia della guerra»Teoria politica [Online], 12 | 2022, online dal 01 juin 2023, consultato il 13 août 2026. URL: http://journals.openedition.org/tp/2275

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Autore

Michele Prospero

Università di Roma “La Sapienza”, michele.prospero@uniroma1.it.

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