Agli Ateniesi aveva sempre detto che avrebbero vinto se fossero rimasti tranquilli, si fossero curati della flotta, non avessero ampliato il loro impero nel corso della guerra e non avessero fatto correre pericoli alla città. Gli Ateniesi invece fecero tutto il contrario […] Ne era motivo il fatto che Pericle, potente per dignità e per senno, chiaramente incorruttibile al denaro, dominava il popolo senza limitarne la libertà (eleutheros), e non era da lui condotto più di quanto egli stesso non lo conducesse, poiché Pericle non parlava per compiacerlo (pros hedonen) […], ma, avendo ottenuto il potere per suo merito personale, lo contrastava anche fino a suscitare ira (pros orgen) […] Vi era così ad Atene una democrazia di nome (logo), ma di fatto (ergo) un potere esercitato dal primo cittadino (hypo tou protou andros). I successori invece, che più di lui erano uguali tra di loro, e che tendevano ognuno a primeggiare, si misero ad affidare al popolo anche il governo dello stato (ta pragmata) secondo i suoi piaceri (kath’hedonas).
(Tucidide II 65. 7-10. Trad. F. Ferrari con modifiche)
1Il premierato politico, come forma di governo ammissibile in un contesto democratico, ha un modello originario e illustre in Pericle, dominatore della scena politica in Atene per forse trent’anni, se lo consideriamo protagonista a partire dalle riforme democratiche realizzate con Efialte (462-461 a.C.), o almeno per quindici anni (444-429 a.C.) di densissima attività: un lungo tempo che coincide con quello in cui la polis è stata maestra di democrazia, oltre che di arte e bellezza, nel mondo greco, benché tiranna nell’esercizio della sua egemonia sugli alleati. La memoria di Pericle come leader carismatico si associa al celebre Epitafio per i caduti del primo anno di guerra, in cui lo stratega delinea, da grande demagogo, l’immagine di Atene come modello di democrazia inclusiva e meritocratica, faro di cultura per il mondo greco, legando sé stesso e il suo nome a quella forma di identità collettiva:
Abbiamo una costituzione che non emula le leggi dei vicini, in quanto noi siamo più d’esempio (paradeigma) ad altri che imitatori. E poiché essa è retta in modo che i diritti civili (oikein) spettino non a poche persone (es oligous), ma alla maggioranza (es pleionas), essa è chiamata democrazia: di fronte alle leggi (kata men tous nomous), per quanto riguarda gli interessi privati (pro sta ìdia), a tutti spetta un piano di parità (to ison), mentre per quanto riguarda l’amministrazione dello stato (es ta koina), ciascuno è preferito a seconda del suo emergere (kata de ten axìosin) in un determinato campo, non per la provenienza da una classe sociale, ma più per quello che vale (ap’aretes). E per quanto riguarda la povertà, se uno può fare qualcosa di buono alla città, non ne è impedito dall’oscurità del suo rango sociale. (Tucidide II 37.1. Trad. F. Ferrari).
2Non meno efficace, come espressione di capacità di direzione politica, è il discorso pronunciato un anno dopo, in un momento difficile del secondo anno di guerra, in cui lo stratega richiama tutti alla responsabilità collettiva che è necessario assumersi anche per il lato oscuro del potere che la città ha esercitato e che non può permettersi di perdere:
Dal comandare (hes [arches]) voi non potete più tirarvi indietro (ekstenai), anche se qualcuno, spaventato dalla presente situazione, per ignavia (apragmosyne) vorrebbe farlo, sostenendo la parte dell’uomo onesto (andragathizetai). Voi possedete in questo potere quasi una tirannide (hos tyrannìda): esercitarla (labein) può sembrare ingiusto (adikon), ma abbandonarla (apheinai) pericoloso (epikindynon) (Tucidide II 63.2. Trad. F. Ferrari).
3È a questi due discorsi che Tucidide affida la memoria al vivo del grande leader, della sua capacità di guidare la città e di dominarne gli umori in ogni circostanza.
- 1 Per una valutazione comparativa delle diverse esperienze di democrazia nel mondo greco, cfr. Giangi (...)
- 2 Sul tema, cfr. l’accurata ricostruzione di Azoulay, 2017.
4Parlare di Pericle e del tipo di potere da lui esercitato nel contesto della più radicale e duratura forma di democrazia diretta della storia1 significa maneggiare un archetipo, che però non ci giunge con la coerenza di un modello costruito a tavolino, ma attraverso gli effetti di rifrazione di quello che è stato un irripetibile esperimento politico, su cui riceviamo il resoconto di osservatori contemporanei non neutrali e su cui si è sviluppata una tradizione interpretativa tra le più controverse della storia2.
5Perché occuparci del caso Pericle in un momento così difficile per la vita politica nel nostro paese, in cui la concentrazione del potere nelle mani di un uomo solo, opportunamente investito della fiducia popolare, viene riproposta come forma corretta e più efficace di governo politico democratico? A mio parere, ciò che può suscitare interesse non è l’attualità dell’esempio antico (su cui si dovrebbero fare troppi «distinguo» per renderla plausibile), ma l’ambiguità dei criteri usati per fare di quell’esperienza un modello di governo, positivo o negativo, secondo diversi criteri di spendibilità politica. Sulla varietà degli schemi interpretativi usati per fare di Pericle un esempio di grande politica, aleggia una domanda di fondo: Pericle è l’emblema della democrazia o la maschera di un’autocrazia?
6La prima fonte di molte ambiguità è nel giudizio che Tucidide esprime su Pericle, dopo aver costruito uno spazio di narrazione storica altamente drammatico (lo spazio dei due anni in cui sono incastonati i due famosi discorsi) per mettere in luce le eccezionali qualità di Pericle: leader nel capitalizzare l’euforia vincente del primo anno di guerra (431) e, a poca distanza di tempo, nel fronteggiare la disperazione della città dopo la peste e il saccheggio dell’Attica (430-429). Il punto è che Tucidide esprime il suo personale giudizio di apprezzamento per l’uomo e la sua capacità di leadership con una formula che è insieme un atto di denigrazione per il sistema che gli ha conferito il potere, quella democrazia che Pericle esalta nel suo discorso in memoria dei caduti come fonte del valore dei cittadini ateniesi:
Pericle, potente per dignità e per senno, chiaramente incorruttibile al denaro, dominava il popolo senza limitarne la libertà (eleutheros), e non era da lui condotto più di quanto egli stesso non lo conducesse, poiché Pericle non parlava per compiacerlo (pros hedonen) […], ma, avendo ottenuto il potere per suo merito personale, lo contrastava anche fino a suscitare ira (pros orgen) […] Vi era così ad Atene una democrazia di nome (logo), ma di fatto (ergo) un potere esercitato dal primo cittadino (hypo tou protou andros). (Tucidide II 65. 8-9. Trad. F. Ferrari con modifiche).
- 3 Max Weber definì l’autorità carismatica come «fondata sulla devozione all’eccezionale santità, eroi (...)
- 4 Così Giangiulio, 2015: 59. Sulle complesse articolazioni della democrazia ateniese cfr. anche Giang (...)
- 5 Il motivo anti-tirannico, come giustificazione della scelta di una parte dell’aristocrazia ateniese (...)
7Ci troviamo di fronte alla potente rappresentazione di un potere carismatico, nell’accezione che potremmo dire weberiana: con riferimento, cioè, a un potere non fondato sulle regole di un sistema burocratico che funziona, ma sul riconoscimento dell’autorevolezza di un individuo da parte di chi lo segue, prescindendo da quelle regole3. Come se quel potere fosse nato tra le maglie della democrazia per diventare del tutto autonomo. Tucidide non menziona la rete di poteri sui cui si reggeva la polis, che conferiva al demos non solo la facoltà di deliberare in assemblea (discutendo i temi proposti da un Consiglio, in cui si esprimeva un’articolata rappresentanza dei demi di tutta l’Attica), ma una minuziosa capacità di controllo politico attraverso i tribunali popolari; non spiega in che misura Pericle ne abbia dovuto tener conto. Isolando il rapporto tra capo e massa e facendo emergere la capacità di direzione politica di Pericle dal realizzarsi della loro intesa in assemblea, la sua rappresentazione produce così un vero e proprio «svuotamento»4 dell’idea di democrazia in età periclea. L’elogio che il grande stratega riceve, da parte di un sostenitore del primato delle élites, poggia sulla capacità dell’uomo di sovrastare il sistema in cui è il demos a decidere, e, senza alterarne le caratteristiche essenziali, di dominare il popolo col suo consenso, usando poteri legittimamente ottenuti. Così Tucidide fa di Pericle un accorto eversore della democrazia, nello stesso momento in cui si appoggia al demos, seguendo la tradizione di alleanza inaugurata dagli Alcmeonidi con Clistene e nata per le esigenze della lotta anti-tirannica (ma, secondo Tucidide, obtorto collo)5. Si tratta di un convinto elogio da parte di chi diffida della democrazia come sistema di governo.
- 6 Cleone è definito «demagogo» in Tucidide IV 21, 3: «Cleone di Cleeneto, demagogo di quei tempi [424 (...)
8Che in questione ci sia il valore della democrazia come sistema di governo risulta ancora più chiaro dal giudizio senza appello che Tucidide formula subito dopo sui successori di Pericle. Privi delle eccezionali qualità che hanno permesso a Pericle di rendersi incorruttibile e intoccabile, di porsi alla guida del popolo senza esserne guidato, il demagogo Cleone6 e i suoi pari renderanno palese il difetto d’origine del sistema democratico, che, rendendo i capi dipendenti dal favore del popolo, li vede sempre impegnati a guadagnarne il consenso e a seguirne gli umori:
«I successori invece, che più di lui erano uguali tra di loro, e che tendevano ognuno a primeggiare, si misero ad affidare al popolo anche il governo degli affari pubblici (ta pragmata) secondo i suoi piaceri (kath’hedonas)» (Tucidide II 65. 7-10. Traduzione Ferrari con modifiche).
9Nasce qui la cattiva fama dei demagoghi, la connotazione negativa che avvolge il nome «demagogia», oscurando il valore denotativo di «guida del popolo» che nelle fonti antiche sta semplicemente a indicare l’attività degli uomini politici7. L’uso di questa accezione negativa, che esprime ostilità alla democrazia in quanto tale, serve a Tucidide per tracciare una linea di cesura tra età periclea e post-periclea, in base al fatto che il grande stratega aveva saputo esercitare un’azione effettiva di governo politico, nonostante il potere spettasse al popolo.
- 8 Cfr. Platone, Gorgia 515c4-517c1, in cui Socrate accusa tutti i politici ateniesi di non aver saput (...)
- 9 La condanna della retorica come strumento di manipolazione del popolo da parte del demagogo ha il s (...)
10Significativamente, Platone, che include Pericle tra i cattivi demagoghi, retrodatando la degenerazione democratica ai suoi primi dirigenti (Pericle, Cimone, Milziade, Temistocle)8, non fa alcuna distinzione ed esprime la sua radicale ostilità a tutti quelli che fanno politica in democrazia, includendo, nella sua condanna della retorica, l’uso del discorso pubblico come mezzo di persuasione politica9: un mezzo necessariamente ingannevole e adulatorio in quanto si rivolge alla massa.
- 10 Ne riferisce così Aristotele: «In seguito, allorché Pericle prese la direzione del partito popolare (...)
- 11 La presunta bassa estrazione sociale dei nuovi demagoghi non trova conferma per quanto riguarda Cle (...)
11Quando Aristotele, nella Costituzione degli Ateniesi, conferma invece la distinzione proposta da Tucidide, attribuisce a Pericle meriti e responsabilità nel rendere la costituzione di Atene «ancora più democratica»10, ma salva la qualità della sua direzione politica attribuendola alla sua provenienza sociale, come membro apprezzato e stimato della parte più elevata della città. Una qualità fatta di cultura e di stile che i Cleone e i Cleofonte, venuti dopo di lui, non possedevano11 o intenzionalmente degradavano per ottenere i favori della massa avvicinandosi alla sua rozzezza:
[28, 2] Finché Pericle fu a capo del popolo, la vita politica procedette bene, ma alla sua morte molto peggio. Per la prima volta allora il popolo si prese come capi uomini che non godevano la stima presso le persone perbene mentre nel passato erano stati sempre questi a guidarlo […] [3] Morto Pericle, stette a capo dei notabili Nicia, quegli che morì in Sicilia, del popolo Cleone, figlio di Cleeneto, che sembra abbia molto corrotto il popolo con le sue violenze e per primo si mise a gridare dalla tribuna, a lanciare ingiurie e ad arringare con una semplice cintura sui fianchi, mentre tutti gli altri oratori osservavano un atteggiamento corretto (Aristotele, Costituzione degli Ateniesi 28-2-3. Trad. Renato Laurenti).
- 12 Nei Cavalieri, rappresentata nel 424, Cleone è raffigurato nella figura volgare di Paflagone, il se (...)
12C’è sicuramente in gioco, in questo giudizio, qualcosa di più di una questione di stile. Ma lo stile è indubbiamente rivelatore della forma che assume la direzione politica quando un leader si rivolge intenzionalmente ai sentimenti più bassi e meno politicizzati di una massa che lo ascolta, per assumerne la forza d’urto e sfruttarla ai propri fini. È questa deformazione del rapporto di servizio tra l’uomo politico e il popolo che Aristofane rappresenta beffardamente nei Cavalieri come degradazione della democrazia ad opera dei demagoghi12. Possiamo trovare esempi di questo tipo di degenerazione nella storia (e si tratta sempre di casi discussi: Catilina? Cesare? Robespierre? Napoleone? Napoleone III? Lenin?) o in casi più recenti e a noi vicini (Peron? Bolsonaro? Trump? Milei?). Ma non è questo cedimento stilistico che rende la democrazia inaffidabile come sistema politico (come pensano i fautori delle élites); e non è la rozzezza retorica del capopopolo che rende la democrazia suscettibile di trasformarsi in un regime autocratico sull’onda del successo popolare.
13Se il popolo sceglie il capo non è di per sé un brutto segno per le persone perbene o, all’inverso, per chi ha a cuore la qualità democratica del sistema politico. Il rischio della demagogia comincia nel momento in cui l’investitura popolare, comunque guadagnata, conferisce al capo un potere di decisione largamente autonomo da controlli. Il caso Pericle ha ancora molto da dirci se lo rileggiamo in questa prospettiva, dando peso alle critiche di segno opposto che lo stratega ha dovuto fronteggiare da parte dei molti sostenitori della democrazia, in una città pervasa dalla fobia anti-tirannica, realmente minacciata di guerra civile dalla pressione degli oligarchici, pronta a alimentare i sospetti nei confronti delle personalità troppo influenti, e dotata per altro di strumenti di tutela potenti come l’ostracismo.
- 13 Cfr. Lanza, 1977: in particolare VII-XVI e 42-60.
- 14 Il discorso di Otane, promotore della democrazia come migliore forma di governo, parte dal rifiuto (...)
14Nell’Atene del V secolo la tirannide è un pensiero ossessivo, in cui si convogliano diversi tipi di paura riguardo al destino della città e a cui i poeti tragici danno corpo, rappresentando sulla scena figure tipizzate del potere tirannico, come il Creonte e l’Edipo di Sofocle: figure in cui la deviazione psicologica che porta a oltrepassare i limiti, nell’ira e in altri stati passionali, si intreccia rovinosamente con la degenerazione del potere che essi esercitano. Attirando l’attenzione su questa tipizzazione, il grecista Diego Lanza13, sottolineava la portata «ideologica» della figura tragica del tiranno, che consiste nel mostrare al pubblico ateniese che il potere ha in sé la possibilità di una degenerazione, nella misura in cui esso è o diventa privo di controlli (aneuthynos). Nel famoso dialogo persiano di Erodoto, Otane individua il motivo della preferibilità della democrazia rispetto al potere di uno solo14 nel fatto che si tratta di un sistema in cui l’esercizio di un qualunque potere avviene nella forma di «carica soggetta a rendiconto (ὑπεύθυνον […] ἀρχὴν)»:
Al contrario [della monarchia], la moltitudine (πλῆθος) che governa ha in primo luogo il nome più bello di tutti: isonomia (ἰσονομίην). In secondo luogo, non fa nulla di quanto fa il monarca: le cariche sono esercitate a sorte; chi ha una carica deve renderne conto (ὑπεύθυνον […] ἀρχὴν); tutte le decisioni sono prese in comune. Propongo dunque che noi, abbandonando la monarchia, glorifichiamo la moltitudine: nel molto (ἐν τῷ πολλῷ) infatti si trova ogni cosa (τὰ πάντα) (Storie III 80, 6. Trad. Fraschetti, Fondazione Valla).
- 15 Plutarco ne riferisce nella Vita di Pericle, riportando un frammento di Cratino nei Chironi («Crono (...)
15Lo stesso Erodoto, che non è tra i detrattori contemporanei di Pericle, riferisce di uno strano sogno che sua madre avrebbe fatto prima di partorirlo, immaginando che sarebbe nato da lei un leone (Hdt VI 131), simbolo inquietante di potere tirannico. Altri motivi simbolici non innocenti, come la sua associazione a Zeus Olimpio, la sua somiglianza con Pisistrato o il nomignolo di «pisistratidi» per i suoi amici (riferiti da Plutarco), circolavano in Atene attraverso i comici15, suggerendo la potenzialità tirannica del suo potere sul popolo nel corso dei suoi diversi mandati di stratega.
- 16 Sul tema, cfr. Cambiano, 2000 e 2016. Una discussione delle fonti in dettaglio su quanto avviene tr (...)
- 17 «Esse [le città democratiche] ritengono appunto di dover perseguire l’uguaglianza sopra ogni cosa, (...)
- 18 Cfr. Aristotele, Politica III 13, 1284 a8-13: «non si dovranno più considerare costoro una parte de (...)
16Ora, il rifiuto della figura del tiranno come aneuthynos corrisponde, nella realtà del sistema democratico ateniese, alla messa in opera di strumenti precisi di controllo (dai rendiconti annuali delle cariche pubbliche all’ostracismo) e di divisione delle responsabilità (la rotazione delle cariche, la collegialità delle decisioni, il sorteggio nelle designazioni dei membri dei tribunali popolari), che ostacolavano la sedimentazione di posizioni di potere16. E su questo tipo di tutela si registra l’apprezzamento di Aristotele, che giustifica anche l’ostracismo,17 tra le norme che salvaguardano il potere di controllo della polis, sottolineando che, nel caso si verificasse realmente l’esorbitante eccellenza di uno solo, ciò costituirebbe una minaccia per la polis stessa nella sua essenza di «pluralità», determinando le condizioni per la nascita di un potere assoluto: una pambasileia, che garantirebbe forse il miglior governo possibile, ma distruggerebbe la polis come fonte di emanazione del potere politico18.
- 19 Cfr. Plutarco, Vita di Pericle XVI, trad. Almerico Ribera: «Teleclide scrive che gli Ateniesi poser (...)
- 20 Cfr. Tucidide II 21,3 e 22,1, dove risulta che l’autorità dello stratega nella conduzione della gue (...)
17Se dunque il contesto in cui si svolge la carriera politica del grande stratega è quello di una democrazia fin troppo attenta a sviluppare i contrappesi di controllo assembleare e collegiale sulle posizioni di potere individuale (che restano a scadenza annuale), in che misura il comportamento di Pericle ne tiene conto? Plutarco presenta Pericle come un modello di cautela (abbinato a Quinto Fabio Massimo, il temporeggiatore, secondo lo schema delle vite parallele) e attribuisce a questa sua accortezza la durata di un potere personale che egli ritiene forte e continuo, nonostante la pressione dei controlli e degli avversari politici19. Tutto ciò non contravviene il resoconto di Tucidide, che proprio mentre sostiene la superiorità del potere di Pericle come «primo cittadino», sottolinea che il suo rispetto per la libertà di decidere del popolo fu forse eccessivo, tanto da permettere al demos di fare «tutto il contrario (eis tounantion)» di quanto egli aveva prudentemente consigliato (Tucidide II 65, 7). Sarebbe troppo lungo, e forse inutile, entrare nel merito delle cautele riferite da Plutarco a proposito del comportamento tenuto da Pericle per evitare di incorrere nel sospetto di perseguire strategie di potere personale o a proposito delle accuse alle persone a lui più vicine (Fidia, Anassagora, Aspasia) per colpirlo. Ma certamente rilevanti sono gli incidenti di percorso di cui Tucidide riferisce, registrando più volte oscillazioni nell’investitura politica di Pericle da parte del popolo20, pur attribuendo alla sua figura un potere carismatico finito solo con la morte.
- 21 Plutarco, Vita IX.
- 22 Cfr. Azoulay, 2017, con particolare riferimento al cap. X (Pericle in disgrazia): 149-183 e al cap. (...)
- 23 Cfr. Azoulay, 2017: 208-213.
18Il mito di Pericle ha fatto uno strano viaggio attraverso i secoli. Nell’antichità ellenistica e poi romana la sua figura come capo di una democrazia aveva, comprensibilmente, ben scarsa attraenza; e non diversamente il pregiudizio anti-democratico agì tra i Moderni, che da Plutarco attingevano la critica alla sua politica di distribuzione di denaro pubblico come adulazione del popolo21. Sicuramente, come emerge dalla documentata ricostruzione storica di Azoulay22, la memoria di Pericle subì un lungo oblio in Occidente prima che cominciasse la sua riabilitazione (tra XVIII e XIX secolo) come simbolo e artefice della grandezza di Atene. Mentre restava, per tutti gli anti-democratici, un corruttore del popolo e un parolaio, Pericle poteva essere rivalutato da Hobbes, che, attingendo a Tucidide (da lui ritradotto), dava una lettura in termini oligarchici e filomonarchici di quel «primo cittadino». I democratici alla Rousseau, che detestavano Atene capitale del lusso, preferendole la frugale Sparta, consideravano aristocratica la politica di dominio e grandezza di Pericle, mentre Winckelmann (autore della Storia dell’arte dell’antichità, 1764), affascinato dalla fioritura artistica dei monumenti ateniesi, pensava benissimo di Pericle proprio per la sua politica di dispendio di denaro pubblico a favore della bellezza. Dal punto di vista più strettamente politico, la figura di Pericle è stata spendibile soprattutto in contesti sensibili alle ragioni del dirigismo, dove lo stratega era apprezzato più come uomo di potere, che come guida politica di una democrazia: i liberali inglesi vedevano in Pericle il leader di una grande potenza navale, il capo politico capace di assicurare prosperità e grandezza al suo popolo; i grandi classicisti tedeschi Pohlenz e Jaeger, nel drammatico primo dopoguerra di Weimar, traevano da Tucidide una lettura di Pericle come dominatore della democrazia in virtù di un carisma, un führer di cui anche la Germania avrebbe avuto bisogno e in cui Hitler si riconoscerà.23 Tutto ciò non ha impedito il consolidarsi dell’associazione tra Pericle e la democrazia ateniese nei termini stereotipati di un modello ideale. Ma in entrambe le prospettive resta non indagato quello che più ci interessa: il nesso tra la figura di un leader, più o meno carismatico, e il funzionamento della democrazia; un nesso trascurato o negato, in ogni caso oscurato dalle proiezioni autoritarie o ingenuamente idealizzanti di chi ha cercato nella figura dello stratega di Atene un mito da spendere.
- 24 Cfr. Plutarco, Vita V.
19Se vogliamo ammettere che il comportamento di Pericle sia un esempio di leadership efficace nel contesto di una democrazia basata sul consenso, è interessante per noi vedere più da vicino ciò che Pericle non fa, o non si permette facilmente di fare, insieme a quello che fa con successo e approvazione popolare. Non si appoggia a consorterie ed evita i luoghi di aggregazione di gruppi influenti (i simposi) perché non si pensi che lo faccia; non cerca riconoscimenti formali per la sua preminenza sul collegio degli strateghi; non si sottrae ai rendiconti annuali del suo operato di magistrato o alla discussione del suo operato politico in assemblea; non accusa l’assemblea di non averlo compreso quando riceve un voto contrario, non chiede poteri speciali per governare più a lungo, non si sottrae a processi e a accuse formali, non tacita chi lo ingiuria pubblicamente24. La sua carriera comincia con il trasferimento dei poteri dall’Areopago all’assemblea politica, continua con la moltiplicazione dei tribunali popolari e degli organi collegiali di controllo in cui si entra per sorteggio, si consolida con il reperimento di risorse imponenti per favorire la partecipazione dei nullatenenti alle cariche pubbliche, per mantenere una flotta militare permanente e promuovere un eccezionale programma di lavori pubblici, nel quadro di una politica di sviluppo e potenza che incontra l’interesse di ampi strati del demos. La sua leadership si avvale di tutti gli strumenti disponibili per promuovere obiettivi che incontrano il favore del popolo e riceverne investitura politica, ma per farlo non sembra aver mai avuto bisogno di chiedere pieni poteri, o di blindare in qualche modo il mandato ricevuto.
20Per quello che ci riguarda, il caso Pericle non fornisce argomenti per sostenere l’opportunità di rafforzare il potere decisionale di un leader politico, sottraendolo al controllo di altri presidi di potere democratico, ma suggerisce di tenere nel massimo conto il rischio rappresentato da una forma di primato politico non bilanciata da una rete istituzionale che ne sancisca in itinere il dovere di rendiconto.