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Recension bibliographique
Notes critiques

Riflessi garibaldini. Il mito di Garibaldi nell’Europa asburgica (atti della Giornata di Studio su Giuseppe Garibaldi nell’Adriatico orientale tenutasi a Trieste il 7 dicembre 2007), Fulvio Senardi (ed.)

Jacqueline Spaccini
p. 209-211
Référence(s) :

Riflessi garibaldini. Il mito di Garibaldi nell’Europa asburgica (atti della Giornata di Studio su Giuseppe Garibaldi nell’Adriatico orientale tenutasi a Trieste il 7 dicembre 2007), Fulvio Senardi (ed.), Trieste – Gorizia, Istituto Giuliano di Storia (I seminari di Pécs), 2009, 164 p. (postfazione di Luigi Tassoni)

Texte intégral

1Questo volume è nato non solo in ragione del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi ma anche e soprattutto per « esplorare […] le tracce del mito di Garibaldi nell’Europa asburgica », un mito che nella parte meno soddisfatta dell’impero vedrà in lui il paladino e il simbolo dell’anelito di libertà dei popoli europei, scrive Fulvio Senardi, promotore e curatore dell’iniziativa. Non a caso, la maggior parte degli studi qui raccolti provengono dalle zone dell’irredentismo triestino, dalla Slovenia, l’Ungheria e la Polonia, cioè da quelle regioni che sono appartenute all’Impero asburgico ; zone verso le quali sono protesi l’Istituto Giuliano di Storia e Senardi, un triestino che in recente passato è stato docente di lingua e letteratura italiana anche in Croazia e in Ungheria. Si sa che in Italia (perlomeno in quella parte d’Italia non leghista) Garibaldi incarna da sempre il simbolo primario del difensore dell’altrui libertà, non solo di quella italiana : si pensi ai suoi interventi a sostegno degli uruguaiani di Montevideo e dei repubblicani francesi. Si sa altresì che un’idea rivendicante la natura linguistico-culturale delle nazioni è una di quelle teorie che saranno sostenute anche successivamente negli ambienti socialisti. E circoleranno pulsioni favorevoli a un federalismo nell’Impero della doppia monarchia, soprattutto nella parte magiara ; mentre per l’entourage dell’arciduca Francesco Ferdinando la prospettiva si vuole semmai trialistica, aggiungendo gli Slavi del Sud (i territori della ex-Jugoslavia) agli austriaci e agli ungarici, e ciò con chiaro spirito anti-ungherese. Va da sé che triestini come Giani Stuparich siano stati avversi a tale ipotesi, in quanto vi ravvisavano « l’ideale pancroato mascherato nel progetto trialistico, contrario agli interessi dei tedeschi, dei cechi e degli italiani » (La Voce, 1914). Questo breve salto nel « futuro » serve a meglio comprendere come i magiari della seconda metà del XIX secolo vedessero Giuseppe Garibaldi. L’interessante articolo di László Pété dà conto proprio della speranza che quest’uomo suscitò presso le popolazioni ungheresi tra il 1860 e il 1867. Lo studioso riporta i nomi di quattro volontari magiari facenti parte della spedizione dei Mille (il sergente Antonio Goldberg, l’ufficiale Luigi Tüköry, il soldato Vencel Lajoski e il tenente colonnello Stefano Türr) e ricorda che nella battaglia del Volturno combattè una legione composta da 300 ungheresi. Il giuramento di Garibaldi al funerale di Tüköry, riempirà di speranza gli indipendentisti ungarici : « Gli italiani giurano sulla tomba di questo martire eroico che abbracceranno la causa della patria ungherese e scambieranno il loro sangue col sangue dei loro fratelli ». Era il 1860. Garibaldi non andrà mai a combattere in quella terra, ma rappresenterà un mito nazionale – al pari di Kossuth – anche dopo la fine delle illusioni. Il contributo di Kristjan Knez rievoca l’omaggio di Isola d’Istria a Domenico Lovisato, professore e garibaldino della prima ora. Di un patriota come Scipio Slataper (morirà al fronte sul monte Podgora, nel 1915) parla Simone Volpato, che introduce e commenta un inedito dello scrittore giuliano. L’intervento di Alberto Brambilla si concentra sul canone irredentistico proposto da Giuseppe Stefani nella sua proposta di letteratura italiana, focalizzandosi sulla figura di Oberdan e il suo rapporto con Garibaldi. Anna Tylusinska-Kowalska rievoca il mito del Nizzardo in Polonia, verificando « se il mito trae forti spunti dalla realtà o fu semplicemente creato da una nazione ‘avida’ di miti, tanto da appropriarsi addirittura di quelli altrui per colmare le proprie lacune ». Rintraccia le molte lettere che l’eroe dei due mondi scambiò con i democratici polacchi (scritte in perfetto francese) e richiama alla memoria i discorsi del 1863 a favore degli insorti. D’altronde, scrive la studiosa, « la presenza polacca a fianco di Garibaldi è un fatto storico » ; a Varsavia una via è intitolata a suo nome, un gioco di carte si chiama garibaldka. Le esperienze degli ultimi volontari garibaldini da Trieste e dall’Istria tra il 1911 e il 1914 sono al centro del contributo di Ennio Maserati. Fulvio Senardi è l’autore di due interventi : uno sulle nostalgie garibaldine di Giani Stuparich (di cui è specialista) e un altro sulla giornata del 4 luglio 1907, data in cui a Trieste (entre autres) fu celebrata la nascita di Giuseppe Garibaldi. Lo studioso firma un articolo complesso e profondo : non si limita a passare in rassegna la stampa triestina dei giorni immediatamente precedenti la celebrazione e del giorno stesso, in cui avvennero dei disordini e il sequestro del numero celebrativo del Piccolo. Egli parte dall’evento del 1907 e si muove in lungo e in largo, verso il passato risorgimentale e verso il futuro della prima guerra mondiale ; ci fa penetrare nella dicotomia esistenziale che fu della città di Trieste, divisa tra parte italiana, parte austriaca (o anche di sentimento asburgico) e parte slovena. Soprattutto ci ricorda che allora come anche oggi, Garibaldi – alla stregua di un lenzuolo – viene strattonato di qua e di là, da tutti rivendicato e a tutti sbandierato per promuovere le idee di un gruppo. Eroe che ebbe ammiratori dappertutto : Alexandre Dumas ne celebrò le imprese in Montevideo ou une nouvelle Troie (1850), Vive Garibaldi ! Une Odyssée en 1860 (inedito, pubblicato nel 2002) e Fayard pubblicherà Les Mémoires authentiques sur Garibaldi (1861), a cura di Camille Leynadier. Unici denigratori del condottiero restano oggi la Lega Nord e la Chiesa : la prima gli rimprovera l’estensione al Meridione dell’unità d’Italia e la seconda il suo anticlericalismo feroce. E Garibaldi, novello Cincinnato, subì anche l’onta di essere rivendicato come padre ideale da Benito Mussolini (attraverso Giosuè Carducci) ; il duce infatti si appropriò delle camicie rosse tingendole di nero, del suo titolo di dux e del progetto di bonifica dell’Agro Pontino elaborato dal generale. Il garibaldinismo diventò anche negativo, all’indomani del carnaio del Carso, quasi si imputasse a Garibaldi la responsabilità del massiccio spirito interventista nella prima guerra mondiale. Ma se nella lettera-testamento a Giuseppe Ferretti del 1871 Mazzini si dichiara vergognoso per l’unità d’Italia così com’era stata raggiunta, l’unico uomo senza difetto restava Garibaldi, soldato dall’abnegazione generosa. E resta : modesto nella vittoria (chi altro si sarebbe fermato a Teano, come fece lui ?), sollecito verso gli umili, con un senso del dovere che prevarica quello del diritto del singolo. Eroe amato ancora nella Resistenza (da cui le brigate Garibaldi). Eroe amato oggi ; eroe di tutti.

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Pour citer cet article

Référence papier

Jacqueline Spaccini, « Riflessi garibaldini. Il mito di Garibaldi nell’Europa asburgica (atti della Giornata di Studio su Giuseppe Garibaldi nell’Adriatico orientale tenutasi a Trieste il 7 dicembre 2007), Fulvio Senardi (ed.) »Transalpina, 14 | 2011, 209-211.

Référence électronique

Jacqueline Spaccini, « Riflessi garibaldini. Il mito di Garibaldi nell’Europa asburgica (atti della Giornata di Studio su Giuseppe Garibaldi nell’Adriatico orientale tenutasi a Trieste il 7 dicembre 2007), Fulvio Senardi (ed.) »Transalpina [En ligne], 14 | 2011, mis en ligne le 28 avril 2022, consulté le 10 août 2026. URL : http://journals.openedition.org/transalpina/2500 ; DOI : https://doi.org/10.4000/transalpina.2500

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