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AccueilNuméros14Recension bibliographiqueComptes rendusAnna Banti, Noi credevamo

Recension bibliographique
Comptes rendus

Anna Banti, Noi credevamo

Jacqueline Spaccini
p. 226
Référence(s) :

Anna Banti, Noi credevamo [1967], Milano, Mondadori, 2010, 348 p. (con uno scritto di Enzo Siciliano)

Texte intégral

1L’avevamo dimenticata, Anna Banti. Di lei, nella storia della letteratura è rimasta Artemisia (1947, per pochi specialisti), forse Un grido lacerante (1981, per biografi e amanti di métafiction). Pressoché scordate le sue traduzioni : Zanna bianca di Jack London, per esempio (ma anche quelle dei romanzi di Colette e Jane Austen) ; trascurato un romanzo che di francese ha solo il titolo (Je vous écris d’un pays lointain, 1971) ; cancellati dalla memoria i racconti con sei pittrici protagoniste (Quando anche le donne si misero a dipingere, 1982) e ignorato completamente questo Noi credevamo, pubblicato nel lontanissimo 1967. Perché parlarne oggi, allora ? Innanzitutto, perché è stato ripubblicato, verso la fine dello scorso anno, dopo quarantatre anni di silenzio. Perché allora solo oggi ? Perché è stato « illustrato » da Mario Martone che dal libro ha ricavato il soggetto del film omonimo girato e presentato all’ultima edizione del festival di Venezia (uscito in Francia con il titolo Frères d’Italie). E poi, anche (soprattutto ?) perché quest’anno ricorre l’anniversario dell’Unità d’Italia e il libro di Anna Banti offre un’aspra e vivace riflessione sullo scontento generale che seguì al Risorgimento italiano (e ancora oggi serpeggia negli animi). È un romanzo, con una voce alla prima persona, in cui chi racconta le gesta del passato è un attempato carbonaro calabrese che ha partecipato all’ultimo evento rivoluzionario di un’Italia esistente di nome ma non ancora di fatto. Può sembrare strano che sia una scrittrice come Anna Banti a prender le fattezze diegetiche di un personaggio maschile. Per quanto costui sia un vecchio, chiuso alla realtà esterna, in un mondo nel quale a stento sopravvive ; un vecchio che dà fiato agli ideali e successivamente alla sua disillusione sul risultato altamente compromissorio che fu l’Unità d’Italia, soprattutto agli occhi degli italiani del Mezzogiorno (d’altronde, non piaceva neppure a Mazzini né a Garibaldi. E Cavour era morto di già). Però tutto si fa più chiaro quando alla fine del libro apprendiamo il nome del narratore nonché protagonista degli eventi narrati, quel don Domenico Lopresti che fu nonno di Lucia Lopresti, in arte Anna Banti.

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Pour citer cet article

Référence papier

Jacqueline Spaccini, « Anna Banti, Noi credevamo »Transalpina, 14 | 2011, 226.

Référence électronique

Jacqueline Spaccini, « Anna Banti, Noi credevamo »Transalpina [En ligne], 14 | 2011, mis en ligne le 28 avril 2022, consulté le 17 août 2026. URL : http://journals.openedition.org/transalpina/2604 ; DOI : https://doi.org/10.4000/transalpina.2604

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