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Recension bibliographique
Comptes rendus

Stefano Lazzarin, Pierluigi Pellini, Il vero inverosimile e il fantastico verosimile. Tradizione aristotelica e modernità nelle poetiche dell’Ottocento, Introduzione di Simona Micali

Federico Masci
p. 201-203
Référence(s) :

Stefano Lazzarin, Pierluigi Pellini, Il vero inverosimile e il fantastico verosimile. Tradizione aristotelica e modernità nelle poetiche dell’Ottocento, Introduzione di Simona Micali, Roma, Artemide (Proteo 141), 2021, 146 p.

Texte intégral

1La storia letteraria è fatta di persistenze e ricorsività e la percezione del suo movimento, come decenni di riflessioni teoriche ci hanno suggerito, rende effettivamente inutilizzabile il richiamo a categorie onnicomprensive capaci solo di ricondurre fenomeni plurimi sotto la loro portata. Il recente volume di Pierluigi Pellini e Stefano Lazzarin edito da Artemide, dedicato al rapporto tra la tradizione aristotelica, le sue conseguenze in termini di riflessione estetica, e le poetiche romanzesche dell’Ottocento, permette anzitutto di ridiscutere questo limite. Una vulgata critica comunque presente tende infatti a valutare il discrimine otto-novecentesco come un momento di rielaborazione radicale delle poetiche classicistiche nella direzione del raggiungimento di una libertà rappresentativa sempre maggiore capace di mettere in discussione i criteri del verosimile classicista : « Per un verso […] la coerenza diegetica, la logica del singolo mondo immaginario ; per un altro la doxa empirica (ciò che un’epoca ritiene conforme alla realtà) » (p. 23). Se da una parte però, come dimostra Pellini, il risultato della rinuncia al verosimile classicista implica l’inedita « rinuncia al valore universale della rappresentazione artistica » (p. 25) e la conseguente valorizzazione della singolarità in forme che giungeranno a maturazione solo in rapporto al modernismo e alle sue rivoluzioni espressive, dall’altra il lento processo di allentamento di questa influenza diventa lo strumento utile a riattraversare una parte della storia delle forme romanzesche europee. Una storia necessitata anzitutto a confrontarsi con le conseguenze prodotte dalla possibilità dell’integrazione « fra il vero eteronomo dell’accadere storico […] e il verosimile universale dell’arte » (p. 29). Già il verosimile moderno per cui propende Balzac, dove la generalità della rappresentazione è raggiunta tramite una specificazione di ordine psicologico-sociologico, lascia intravedere momenti nei quali, come rivela Honorine, « la spiegazione resta implicita, incerta, ambigua, o addirittura misteriosa » (p. 31). Il discorso critico però non si esaurisce solo nell’individuazione di celate persistenze ma coinvolge le influenze culturali che determinano un nuovo statuto di verosimiglianza. Dal momento che in Flaubert, come in Verga e in Maupassant, « la dialettica tra norma e eccezione ha […] implicazioni teoriche molto complesse » (p. 50) che coinvolgono diversi campi del sapere, è nuovamente la contrapposizione tra vero e verosimile, risolta a favore del secondo, a realizzarsi anche grazie all’influenza di un paradigma positivistico. L’effetto di verosimiglianza diventa così l’esito del conflitto tra una determinazione estetica di carattere aristotelico, tesa verso il generale, e gli effetti di un’influenza scientifica che ammette la dignità rappresentativa del particolare. In questo modo la nozione di vero che si oppone all’imperativo di somiglianza classicista impone l’ormai ineludibile « singolarità della vita individuale, l’inspiegabile assurdità delle motivazioni private, eccezionali, addirittura indicibili » (p. 67). Riaffermare la necessità di processi d’indagine critici meno viziati da principi di eccessiva continuità non significa però, nella prospettiva di Pellini, evitare un preciso lavoro di proiezione ermeneutico-storica. Il prodotto dell’indagine sulle poetiche aristoteliche nell’opera di alcuni tra i maggiori romanzieri otto-novecenteschi consente anche di considerare come gli strumenti espressivi collaudati dal naturalismo abbiano potuto suggerire un senso ulteriore di persistenza tra naturalismo e modernismo : « La storia letteraria non fa salti. La poetica del modernismo può nascere paradossalmente (anche) dagli sviluppi e dalle aporie di quello che non ho esitato a chiamare il neo-aristotelismo naturalista » (p. 76).

  • 1 R. Ceserani, Il fantastico, Bologna, Il Mulino, 1996, p. 13.

2Nel caso del contributo di Lazzarin invece, è interessante osservare l’individuazione, compiuta attraverso « alcuni dei più grandi scrittori fantastici dell’Ottocento (Hoffman, Scott, Gautier, Poe, Mérimée, Henry James, Montague Rhodes James) » (p. 87), dei rapporti tra fantastico e verosimile. Il lavoro di Lazzarin interroga, con lo sguardo proiettato verso le poetiche d’autore, una questione pragmatica : « come si fa a narrare cose che escono dal senso comune […] secondo ‘il paradigma di realtà’ più comunemente ammesso in una certa epoca e in un certo contesto storico-sociale? » (p. 85). Anche in questo caso insomma il confronto è tra il verosimile e una modalità dell’immaginario, per riprendere le parole di Remo Ceserani, in grado di « organizzare la struttura fondamentale della rappresentazione […] per trasmettere in maniera forte e originale esperienze inquietanti alla mente del lettore »1. All’interno dunque di un percorso storico così calibrato l’importanza della nozione di verosimiglianza risalta in contesti diversi : non come una serie di norme da cui è possibile svincolarsi, ma come un limite contro il quale si ridefinisce la praticabilità del fantastico. Tra Inghilterra, Francia e Germania il verosimile permette, ad esempio, di indagare la ricezione dell’opera di Hoffmann, e di qualificare la particolare forma di fantastico da lui inaugurata alle soglie della modernità nell’abilità di « amalgamare il fantastico con la realtà » (p. 107). Oppure consente, con Poe e Mérimée, di osservare come possa configurarsi in un pregiudizio estetico che condiziona gusti, valutazioni e scritture : nel caso dell’americano producendo « l’insofferenza per un insieme di convenzioni letterarie − quelle tonitruanti del gotico » (p. 112), nel caso del francese facendo reagire assieme il rifiuto del « trattamento ironico del soprannaturale » (p. 120) e l’accettazione di una prospettiva dove l’effetto di realtà può corrispondere al « carattere bizzarro di cose, personaggi, eventi » (p. 122). Se con James, poi, il rapporto tra realtà e soprannaturale si esaurisce in elaborazioni narrative che affidano il loro effetto perturbante ad una logica in cui « ciò che accade diventa assai meno inquietante di ciò che non accade, o dell’incertezza su ciò che dovremmo intendere sia / non sia accaduto » (p. 136), il percorso critico sembra compiuto. Il paradigma della verosimiglianza insomma, sia in quanto stimolo alla riflessione sulla ricezione di autore e di un genere, sia in quanto limite contro il quale si rafforza la praticabilità del modo fantastico, può garantire ancora, in forme narrative imperniate sull’incertezza sul paradigma di realtà, l’occasione di ridefinire gli automatismi della percezione.

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Notes

1 R. Ceserani, Il fantastico, Bologna, Il Mulino, 1996, p. 13.

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Pour citer cet article

Référence papier

Federico Masci, « Stefano Lazzarin, Pierluigi Pellini, Il vero inverosimile e il fantastico verosimile. Tradizione aristotelica e modernità nelle poetiche dell’Ottocento, Introduzione di Simona Micali »Transalpina, 26 | 2023, 201-203.

Référence électronique

Federico Masci, « Stefano Lazzarin, Pierluigi Pellini, Il vero inverosimile e il fantastico verosimile. Tradizione aristotelica e modernità nelle poetiche dell’Ottocento, Introduzione di Simona Micali »Transalpina [En ligne], 26 | 2023, mis en ligne le 19 septembre 2023, consulté le 17 septembre 2026. URL : http://journals.openedition.org/transalpina/4153 ; DOI : https://doi.org/10.4000/transalpina.4153

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