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Le lettere odeporiche di Giulia Falletti Colbert scritte a Silvio Pellico durante il petit tour italiano (1833-1834)

Patrizia Guida
p. 21-35

Résumés

Les Lettere a Silvio Pellico nel viaggio per l’Italia, dans leur ensemble, ont le rythme d’un journal intime car Giulia Colbert raconte à son ami les émotions que les lieux visités ont suscitées en elle et, en particulier, des considérations sur la nature et le sentiment de Dieu, qui est très présent dans les pages de la très religieuse marquise. Le petit tour italien amène des réflexions morales et sur la beauté de la Création comme témoignage de la puissance divine, que la marquise ne cesse de célébrer. Parmi les raisons du voyage figurait la nécessité de connaître des organisations éducatives et caritatives présentes dans d’autres villes, desquelles s’inspirer pour des initiatives caritatives que le couple Falletti menait à Turin. Les Lettere représentent donc un élément unique dans le panorama de la littérature de voyage du XIXe siècle.

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Texte intégral

  • 1 Di nascita francese, Juliette Françoise Victurnie Colbert de Maulévrier, nipote del celebre ministr (...)
  • 2 Sull’odeporica femminile cf. D. Corsi, Altrove. Viaggi di donne dall’antichità al Novecento, Roma, (...)
  • 3 Come nel caso di Marianna Candidi Dionigi, di Cecilia Stazzone De Gregorio, di Caterina Percoto, di (...)
  • 4 Giovanni Lanza (1821- ?) sacerdote e pedagogista, era direttore della Società degli insegnanti di T (...)

1Il viaggio che Giulia Colbert1 compì lungo la dorsale tirrenica della penisola si inserisce agevolmente nella tradizione odeporica ottocentesca2, che vede una presenza femminile finalmente svincolata dagli obblighi di casata o professionali3, ma si configura come un’esperienza alquanto singolare sia per le finalità che lo interessano, sia per le lettere che lo raccontano. Nel 1886, le quarantacinque missive indirizzate a Silvio Pellico, scritte fra il novembre 1833 e l’aprile 1834, furono tradotte dal francese e pubblicate da Giovanni Lanza, direttore spirituale del Collegio Nazionale Umberto I4, con il preciso intento di celebrare la grande sensibilità umana e religiosa della marchesa attraverso le riflessioni sul rapporto con la Fede e con il divino contenute in queste pagine fino ad allora rimaste inedite.

  • 5 Nelle lettere di Pellico ad amici e famigliari si leggono diversi rimandi alla cagionevole salute d (...)

2Il presente saggio si pone l’obiettivo di contestualizzare l’esperienza di viaggio della marchesa Falletti all’interno di un percorso di vita vissuto all’insegna della fede e condiviso con l’autore delle Prigioni, che rivela il desiderio, mai espresso ma leggibile in filigrana, di conquistare la gloria eterna attraverso le attività benefiche e le mortificazioni spirituali quotidiane5. Dall’analisi della corrispondenza indirizzata a Pellico, si può desumere che il viaggio del 1833 (ma anche i successivi) è funzionale al progetto di vita della marchesa in quanto occasione per rinvigorire il sentimento di Dio attraverso la contemplazione di una Natura che esibisce le tracce del divino e, in una dimensione più realistica, in quanto opportunità per studiare istituti e attività benefiche a cui ispirarsi una volta rientrata a Torino.

Le lettere di Giulia a un destinatario d’eccezione, Silvio Pellico

  • 6 La lettera di risposta di Pellico, che non si riproduce per ragioni di spazio, è pubblicata ne Lett (...)
  • 7 « Dopo una lunga cattività io era di ritorno in patria da due anni, e pubblicai allora le memorie i (...)

3È possibile far risalire l’amicizia di Giulia Colbert Falletti con l’autore delle Prigioni ad una data precisa, il 5 novembre 18326, giorno in cui la marchesa inviò allo scrittore un biglietto in cui esprimeva parole di lode per il travaglio spirituale che lo aveva portato all’accettazione della fede7. Nelle settimane successive, grazie ad una più assidua frequentazione di Pellico a palazzo Barolo, tra la gentildonna e lo scrittore si creò un rapporto che trovava il punto di comunione morale e filosofico nella fede. In procinto di partire per il petit tour, Giulia non esitò a chiedere all’amico di accompagnarla, e al suo rifiuto per motivi familiari (ma anche economici) promise di scrivergli per mantenere vivo il dialogo sui temi prediletti :

  • 8 G. Falletti di Barolo, Lettere a Silvio Pellico nel viaggio per l’Italia dal 2 novembre 1833 al 16  (...)

Voi sapete quanto io abbia desiderato di fare questo mio viaggio per l’Italia in vostra compagnia. Le condizioni di famiglia non vi permisero di appagare il mio desiderio. Quanto mi sarei goduta vedendovi rapito d’ammirazione dinnanzi a quei luoghi e monumenti, a cui tante volte si è ispirato il vostro ingegno ! Quanto sarebbemi stato dolce entrare a parte delle impressioni che n’avrebbe ritratto il vostro spirito così eletto e così colto ! Ma del piacere negatomi io vo’ rifarmi scrivendovi spesso, ed informandovi di ciò che mi sarà dato di provare alla vista di essi luoghi8.

4Nelle Note che serviranno per chi scriverà la vita della Marchesa Giulietta Falletti di Barolo, nata Colbert, pubblicate per iniziativa dell’editore in occasione del trigesimo della scomparsa della donna, Pellico riferisce di aver ricevuto l’offerta di lavorare a palazzo Barolo in qualità di bibliotecario proprio durante questo viaggio, sebbene nelle lettere raccolte da Lanza non ve ne sia traccia :

  • 9 Le Note che serviranno per chi scriverà la vita della Marchesa Giulietta Falletti di Barolo, nata C (...)

Circa due mesi dopo erano ambidue a Napoli, ed allora scrivendo alla Marchesa le partecipai che mi si proponeva d’andare a vivere a Parigi in una posizione, in cui mi dicevano esservi tutte le convenienze, ma che io aveva già risposto di no, essendo determinato a non separarmi più da’ miei cari genitori. Ebbi da Lei pronto riscontro. Ella approvò che io non accettassi alcun impiego fuor di patria, indi coi termini più dilicati soggiunse che avendo conferito di tal cosa col marito, era loro venuto nell’animo un amichevole pensiero al quale mi consigliavano d’acconsentire. Quest’era l’offerta d’un’annua pensione di lire mille duecento9.

5A proposito del viaggio, sempre nelle Note Pellico conferma di aver ricevuto regolarmente le lettere della marchesa e del marito :

  • 10 S. Pellico, La marchesa Giulia Falletti di Barolo nata Colbert…, p. 59.

Indi a qualche tempo, avvicinandosi l’inverno, i due coniugi partirono per paesi meno freddi, e stettero parte in Toscana, parte a Roma e Napoli. Ella mi fece l’onore di scrivermi ogni settimana, ed in questa seguitata corrispondenza ebbi ognor più campo ad ammirare i sentimenti di Lei e di suo marito, la loro gara nel fare uso della vita per piacere a Dio ed operare il bene. Debbo notare di passaggio che alle sode qualità del cuore e ad un’estesa istruzione univano un grande conoscimento delle arti, un finissimo sentire e tutte quelle accessorie amabilità che sono più atte a veicolare soavemente gli animi, tanto scrivendo quanto conversando10.

  • 11 In una lettera del 23 luglio 1837 scritta da Pellico alla marchesa in viaggio con il marito per rag (...)

6In realtà, nelle quarantacinque lettere pubblicate non vi è traccia del « grande conoscimento delle arti » in quanto la marchesa non si sofferma mai a descrivere monumenti e opere d’arte, ma li rende funzionali al suo discorso prendendo solo quegli elementi che danno luogo a suggestioni di ordine concettuale : il peccato contrapposto alla virtù, la salvezza dell’anima, l’eterna mediazione tra l’effimero e l’assoluto11. Giova ricordare, a questo proposito, che l’intento del curatore Lanza era quello di trasmettere ai lettori il ritratto della marchesa in odore di santità e, per questa ragione, può aver escluso dalla sua selezione le lettere meno speculative privilegiando quelle a sostegno della sua tesi, come per esempio, quella scritta da Benevento, in cui la marchesa dichiara di aver colto diversi spunti utili per le sue attività benefiche :

  • 12 G. Falletti di Barolo, Lettere a Silvio Pellico nel viaggio per l’Italia…, p. 55-56.

Non vi ho scritto da quattro giorni, perché sebbene abbia vedute molte cose, poco o punto ho trovato di notevole e nuovo. Tra gli altri luoghi visitai alcuni monasteri di religiose claustrali. M’ero proposta in queste visite di raccorre insegnamenti che mi tornassero utili per una delle case a cui ho rivolto in modo speciale le mie cure in Torino. E parmi che qualche partito trarrò dalle molte cose che mi sono appuntate nelle visite12.

  • 13 Il periodare della marchesa si svolge sempre e soltanto intorno la prima persona singolare, sin dal (...)

7Dal punto di vista della costruzione narrativa, nel complesso le lettere restituiscono l’immagine di una viaggiatrice solitaria, che non menziona mai l’entourage che l’accompagna, neppure l’amato consorte, completamente ripiegata su sé stessa e sulla personalizzazione dell’esperienza del viaggio13, come rileva anche il curatore nella premessa encomiastica in forma di lettera aperta, « Al Lettore », in cui fornisce una condivisibile chiave di lettura :

  • 14 G. Lanza, « Al Lettore », in G. Falletti di Barolo, Lettere a Silvio Pellico nel viaggio per l’Ital (...)

nelle lettere è taciuto affatto di queste cose, e così d’ogni cenno riguardanti i casi comuni della vita. O sia che di questi la nobile scrivente e il marito di lei informassero a parte il loro amico, oppure che essendosi la Marchesa proposto di scrivergli quello soltanto di cui avrebbero più volentieri discorso a voce, non volesse venir meno all’occasione di intrattenersi con lui nei pensieri più nobili e più dolci della filosofia, dell’arte, della patria e della religione. Però in tutto il seguito del volume non una parola ritrovi delle vicende della giornata della Marchesa, non un accenno delle persone che la circondano, degli interessi che s’agitano intorno di lei, non un’informazione, non direi quasi un saluto. Tanto che in vece di una corrispondenza epistolare, pare al lettore di assistere ad una conversazione di amici14.

8Si tratta, difatti, di un carteggio a una voce sola, che ha l’incedere di un lungo monologo, sia perché mancano le risposte di Pellico (così come manca qualsiasi riferimento ad esse), sia perché i piani di lettura e di interesse appaiono monocordi in quanto curvano intorno al rapporto con il sacro e, in particolare, con l’essere in sintonia con il messaggio cristiano. Tale struttura monologica avvicina le lettere ad una sorta di lunga confessione, in cui la marchesa confida all’amico le sue più intime emozioni, i turbamenti e un più generale senso di solitudine, che l’opprime e trova nella fede l’unico conforto.

Il petit tour di Giulia lungo i luoghi della fede

  • 15 Nelle lettere ci sono scarni riferimenti sulle condizioni di viaggio, sulle condizioni metereologic (...)
  • 16 Ibid., p. 18.

9Le lettere odeporiche di Giulia appaiono subito singolari15 poiché, come già anticipato, non offrono descrizioni paesaggistiche o notizie di carattere storico-culturale sui luoghi visitati – Firenze, Roma, Napoli, Pompei, Ravenna, ma anche Terracina, Benevento, Loreto, Rimini e San Marino – ad eccezione dei luoghi di fede e culto, sui quali la marchesa si sofferma lungamente per dare corpo alle emozioni che essi sollecitano. Si legga uno stralcio della lettera scritta da Firenze il 6 dicembre 1833, in cui la marchesa dichiara : « io non vi farò la descrizione di quest’antica chiesa ; nelle Guide trovereste molti particolari ch’io non saprei, né potrei dirvi. Quanto a me, non sono solita scrivervi se non quello che vi direi se discorressimo di persona a bocca »16.

10La predilezione nei confronti di conventi e monasteri trova, dunque, la sua motivazione non nello splendore architettonico-artistico ma nella natura stessa di questi spazi dedicati alla preghiera e alla riflessione sulla salvezza di sé, che si legge anche nella successiva lettera del 15 febbraio 1834 :

  • 17 Ibid., p. 97.

Visitiamo ogni giorno, soddisfacendo nello stesso tempo alla curiosità, all’istruzione, ed al sentimento dell’arte, musei, gallerie, monumenti e chiese, di cui tuttavia non vi farò parola. Mi sono proposta di scrivervi quello soltanto che in un modo o nell’altro parla alla mia mente od al cuore, e di cui più volentieri discorreremmo, se fossimo insieme17.

11Ciò che « parla alla [sua] mente od al cuore », i centri di devozione e la natura, consente di configurare questo viaggio, sin dalla prima lettera, come un lungo esercizio spirituale, rinvigorito ad ogni tappa grazie proprio alle visite ai luoghi della trascendenza, del sublime naturale, della preghiera, in una sorta di circolo virtuoso dove causa ed effetto si confondono. Non si tratta di un viaggio intrapreso per ridefinire la propria identità spirituale in quanto la marchesa Falletti non sembra mai vacillare nella sua fede ; al contrario, si legge, in filigrana, un prepotente desiderio di purezza del cuore che le vieta ogni contatto con le vanità quotidiane. Si veda come nella prima lettera, di fronte ai monumenti dei massimi autori italiani, ella si interroghi sul valore della gloria terrena, che considera effimera se paragonata alla grandezza delle anime virtuose che, al contrario, « non conosce fine » :

  • 18 Ibid., p. 2-3.

Ero presso il monumento di Dante, di Vittorio Alfieri… Oh che fa loro di presente la gloria onde andarono famosi in questo mondo ? Qual giovamento ritraggono dall’essere stati grandi ? Povero conforto senza dubbio sono per essi questi marmi e queste scritte, tutte riboccanti di lode ! Quanto per contrario saria loro giovato di essere stati buoni e virtuosi !… Ed io donnuccia da nulla, ed a tutti sconosciuta, posso recar ad essi qualche aiuto, e può prestarne di maggiori forse altri qui da meno di me nell’estimazione del mondo. […] Ma le anime grandi per virtù, nobile imagine del loro Creatore, saranno immortali ed eternamente splendenti della sua gloria, che sola non conosce fine. A questi pensieri io sentivo una brama immensa di bearmi a quella dolcezza eterna ; brama punto contraria alla religione, anzi da essa raccomandata. Oh quanto l’orgoglio accentrando l’uomo in sè stesso lo impicciolisce ! Se egli per contrario si abbandona nelle mani di Dio, sentesi sublimare fino a Lui. Che è mai la vita nostra quaggiù ? Pochi minuti nella serie sterminata dei secoli ; un granello di sabbia inghiottito dai fiotti lo spazio che egli occupa sulla terra. Consacriamoli a Dio questi pochi momenti di vita, Egli ci farà con Lui felici per tutta l’eternità18.

  • 19 Ibid., p. 25.

12Di città come Firenze, Roma o Napoli, mete privilegiate dei viaggiatori di ogni epoca, la marchesa offre un ritratto lacunoso avendo ridotto lo spazio riservato alla descrizione paesaggistica e sociologica. Nella città eterna, per esempio, persino la basilica di San Pietro, dove « meglio che altrove (sebbene tutte le chiese di Roma siano splendide e maestose), si sente la grandezza di Dio e la meschinità dell’uomo »19, non solo non ispira meraviglia, ma paradossalmente diventa segno terreno dell’inadeguatezza dell’uomo proprio in virtù della maestosità della sua architettura e del patrimonio di opere d’arte che custodisce :

  • 20 Ibid., p. 86.

La Basilica di S. Pietro è l’opera dell’uomo che meno, per avventura, si discosta da quelle di Dio. Nell’insieme del vastissimo tempio, come nei più minuti suoi particolari, c’è una grandezza, un’abbondanza, una finitezza che non s’ammira se non nelle produzioni della natura. A ben osservare tuttavia ci si scorge l’imperfezione della mano dell’uomo. Non pochi dei lavori lasciano qualche cosa da desiderare […]20.

  • 21 Ibid., p. 90.
  • 22 Ibid., p. 91.
  • 23 Ibid., p. 129.

13Visitando le famose gallerie di Palazzo Sciarra Colonna e di Palazzo Doria, pur apprezzando la bellezza delle opere esposte, la marchesa sembra essere affascinata soltanto da soggetti religiosi : il Belisario di Salvator Rosa, « che medita in solitudine a pié d’un monte desolato, dal quale sgorga un limpido ruscello »21 e una madonna del Sassoferrato che, diversamente dall’intrepido lottare di Belisario, esprime la « rassegnazione confidente che tutta s’abbandona in Dio »22. Analoghe reazioni sono descritte in una lettera da Terni del 4 aprile 1834, che contiene l’elenco dei « quadri delle sue [di Roma] gallerie [che] mi sono sembrati più belli, affinché vedendoli, mi diciate poi se concorda il giudizio »23, in cui compaiono esclusivamente dipinti di soggetto sacro : la Sibilla e l’Ecce Homo del Guercino, la Trasfigurazione e l’Assunzione della S. Vergine di Raffaello, La Giuditta, l’Erodiade di Guido Reni.

14Coerente con il proposito di celebrare l’Ente supremo, la marchesa osserva con uno sguardo censore tutto ciò che appartiene alla mondanità, o che vagamente richiama la sessualità, e non è ispirato da Dio : a Tivoli, villa d’Este le ispira queste considerazioni :

  • 24 In realtà i lavori di costruzione della villa voluta da Ippolito d’Este, eletto governator di Tivol (...)
  • 25 G. Falletti di Barolo, Lettere a Silvio Pellico nel viaggio per l’Italia…, p. 118.

Chiudemmo la passeggiata con una visita alla villa d’Este, già dimora dell’Ariosto24. […] All’Ariosto però io non posso perdonare d’avere scritto cose che non mi è permesso di leggere ; la stima che io ho per lui dovetti formarmela sugli altrui giudizi. Lo scrittore che fa di sè arrossire chi legge, la sbaglia, non solo come uomo, ma come artista : e non si concilia l’ammirazione sincera dei lettori. Come si può stimare ed amare quello che offende la coscienza ed il sentimento ? Tali scritti non raggiungono lo scopo più nobile dell’arte ; invece d’accendere, smorzano l’entusiasmo e l’ammirazione25.

  • 26 Ibid., p. 141-142.
  • 27 La ricezione ostile dei primi canti aveva indotto la contessa Teresa Gamba Guiccioli, che all’epoca (...)

15A Ravenna, la visita alla « famosa pineta, dove tanto piacevasi di passeggiare e meditare Lord Byron » è occasione per condannare i versi licenziosi dell’inglese (« Però mi fa maraviglia che Lord Byron abbia scritto tra quelle delizie una parte del suo Don Giovanni, poema, per sentita dire, scurrile ed immorale »26). È ragionevole supporre che il commento sul Don Juan si basi sull’accoglienza ostile dei primi canti pubblicati27 e rimandi al proposito persistente di dare all’amico un’immagine di sé moralmente irreprensibile.

  • 28 G. Falletti di Barolo, Lettere a Silvio Pellico nel viaggio per l’Italia…, p. 27.

16È la stessa viaggiatrice ad ammettere di avere un gusto « strano, se non affatto perverso. Che debbo dire ? Trovo belle le Paludi Pontine, mentre non mi piace la Venere dei Medici »28 :

  • 29 Ibid.

E che dignità può avere una donna senza veste, né velo al pudore ? Potrà parervi un paradosso, ma io lo ripeto, la Venere Medicea non mi piace, mentre non posso dire così delle Paludi Pontine. Gradisco anzi quell’immenso piano di verzura, a cui solo confine è il mare da una parte, dall’altra le montagne. E queste popolate di mandre numerosissime di buoi, di buffali, di cavalli allo stato selvaggio, che vanno, vengono, volteggiano e corrono in libertà, come se fossero in terra non tocca mai dall’uomo29.

  • 30 Ibid., p. 5.
  • 31 Ibid., p. 27.
  • 32 Ibid., p. 25.

17Le riflessioni sulla Venere medicea confermano che il « conoscimento delle arti », che le riconosceva Pellico nelle sue Note, paradossalmente non è applicato alle opere dell’ingegno dell’uomo. Si prendano, a titolo di esempio, le pagine dedicate ai giardini di Boboli in cui dimostra di non sapere che il « troppo studio e artifizio », quei « viali allineati » e « le siepi monotone »30 costruivano un difficile percorso che, secondo i progettisti, doveva condurre alla Sapienza. Nella caparbia intenzione di voler lodare soltanto le opere divine, la marchesa si sofferma su un manto di foglie secche, che « sembrano provare come noi la fugacità del tempo »31. Per le stesse ragioni, le piace la campagna romana « desolata, ma bella »32, popolata da capre, buoi e pastori avvolti in ampi mantelli rossi e verdi, che trovano ristoro davanti ad un fuoco che sprigiona un denso fumo, che qui funge da correlativo oggettivo ante litteram della « vanità » della gloria romana :

  • 33 Ibid., p. 23-24. Lo stesso meccanismo narrativo si incontra nella descrizione di una serata napolet (...)

Questo innalzandosi, per l’aria greve, molto lentamente, formava all’orizzonte uno strato biancastro, il quale, a misura che si venìa staccando dal suolo, disegnavasi a figure gigantesche e bizzarre, attraverso di cui in mille modi scherzavano i raggi del sole. Imagine della sterile gloria romana, la quale non altrimenti si levò in grandezza che in mezzo alla distruzione e allo sterminio. Intenta a meditare la vanità ed il niente di tal grandezza passata33

18Così il Colosseo, universalmente riconosciuto come una delle opere architettonicamente più straordinarie di ogni epoca, non è l’emblema della grandezza dell’Urbe, capace di evocare un’idea di eternità ; al contrario, esso richiama alla mente della viaggiatrice il sacrificio di schiere di schiavi e immagini di sangue e brutalità :

  • 34 Ibid., p. 25.

Un teatro, dove migliaia e migliaia di vittime, strappate dalle diverse provincie, versarono il loro sangue per ammansire la rabbia di bestie feroci. Spettacolo degno del popolo che elevò il teatro e di quello che si piaceva di simili crudeltà, e non si commovea vedendo scorrere a torrenti il sangue umano34.

19La visita al Colosseo induce la marchesa a riflettere, con amarezza, sulla crudeltà dei potenti : nel suo immaginario l’enorme edificio si trasforma in un mostro di « colore funereo » che evoca una sensazione di puro terrore, amplificato dal silenzio della notte :

  • 35 Ibid., p. 99-100.

Ho riveduto ieri sera al chiaror della luna il Colosseo, e sono stata, come anni sono, presa da un sentimento di sacro terrore. La mole dell’immenso edifizio, quando v’entra per le innumerevoli arcate il raggio della luna, sembra lo scheletro di un mostro immane divoratore dell’umana famiglia. E gli accrescono terrore il color funereo della costruzione, ed il profondo silenzio della solitudine all’intorno. […] Ma com’è possibile che le figlie tenere, che le spose delicate de’ Romani reggessero a tanto scempio ? Elle si acconciavano, si profumavano, cercavano di riuscire altrui piacenti, quando scorrea il sangue a rivi sotto dei loro occhi, quando, giovani e belle al par di loro, le donne cristiane spasimavano nei più atroci tormenti, ed erano straziate e divorate dalle belve35 ?

  • 36 Ibid., p. 31.

20L’arrivo a Napoli si rivela traumatico per la marchesa. La città partenopea le appare una sintesi antropica malriuscita dove « quanto, cioè, havvi di più bello e poetico nella natura e di più degradato nella razza che noi diciamo umana e civile » ; la moltitudine di gente che si affanna per i vicoli di via Toledo le fa orrore, mentre la Villa Reale le spiega tutta l’incantevole bellezza del golfo, dove « il rumore imponente e maestoso del mare che scende all’animo e l’innalza fino a Dio, e quello tumultuoso della moltitudine ! Come bene in riva ad esso s’ammira l’onnipotenza di Lui, che ha segnato il confine a’ suoi flutti ! »36. Anche le descrizioni partenopee, molto sommarie o addirittura assenti, si distendono nel caso di luoghi sacri o paesaggi incontaminati e inviolati dalla mano distruttrice dell’uomo per ispirare riflessioni sulla caducità dell’esistenza : Pompei, elevata a simbolo della precarietà dell’esistenza, sarebbe stata annientata attraverso la catastrofe del terremoto per aver cercato gloria e ricchezza. Agli occhi della marchesa, infatti, le opere d’ingegno dell’uomo a nulla valgono contro l’ira divina e la città sepolta diventa monito (« Memento homo ») e invito a riflettere sulla brevità della vita e sulla vanità delle umane ambizioni :

  • 37 Ibid., p. 53.

E ciò che più colpisce è vedere lì nettamente separata, come da una linea, la vita dalla morte. È un popolo, una città intera che fu annientata in un istante ! […] si direbbe che la natura ha voluto vendicarsi di lui, dispiegando la sua potenza, e mostrandogli quanto poca cosa egli sia… L’uomo, i suoi monumenti, la sua industria, le sue arti tutto fu sepolto ; nulla ha potuto resistere… alla polvere. Memento homo37

21Analogamente, la cupa rappresentazione delle catacombe di San Gennaro conferma una maggiore inclinazione verso il penitenzialismo e l’ossessione della morte che, insieme a una insopprimibile solitudine esistenziale, diventa compagna di viaggio :

  • 38 Ibid., p. 35.

Non posso dissimulare tuttavia che essendomi affacciata ad uno degli ossarii, sentii corrermi un brivido per la vita. Esso è così vasto che non s’arriva coll’occhio a misurarne la fine. Intorno al monte delle ossa era disposta una fila di bianchi teschi, che riverberando nel cavo degli occhi la luce dei lumi che portavamo, parevano dirmi minacciosi : − Tu sarai presto quello che noi siamo. Finirà per te pure il giorno di vita che noi abbiamo vissuto −. Solo nella preghiera potei riavermi da quel sacro spavento38.

  • 39 Finanche un suggestivo tramonto suscita pensieri angoscianti e immagini spaventose : « Vi scrivo do (...)

22Le spaventose visioni39 sono il frutto di un senso di angoscia constante, opprimente, che contagia anche i giorni di festa : si legga la lettera del 1° gennaio 1834, giorno di buoni propositi per l’anno che verrà, pervasa da una sensazione di solitudine estrema :

  • 40 Ibid., p. 37. Anche il carnevale, festa gioiosa per eccellenza, non la diverte affatto : « Il chias (...)

Non mi sono trovata mai così sola in questi giorni di convegno e di allegria nelle famiglie, quando parenti ed amici sono in moto a scambiarsi voti ed augurii di felicità. Io gradisco gli augurii, allorché partono da un cuor sincero ed esprimono quel che si sente tutto l’anno : ma posso essere sicura della costoro benevolenza ed amicizia ? Sono dunque stata triste tutta la giornata, che trascorsi pensando alle persone care, e pregando40.

  • 41 La visita alla tomba di Santa Filomena è ricordata da Pellico : « In un suo viaggio a Napoli erasi (...)
  • 42 L’impegno in attività benefiche totalizzanti è certamente favorito dal considerevole patrimonio a d (...)
  • 43 Sulla scrupolosità religiosa si leggano in particolare : W. Van Ornum, A Thousand Frightening Fanta (...)

23Nella lettera del 9 gennaio 1834 la marchesa confessa di essere turbata da « tristi presentimenti » e di aver intrapreso un pellegrinaggio a Mugnano del Cardinale, dove si venera il corpo della Santa Filomena41, per chiedere « di essere liberata dalle tribolazioni ». Le tribolazioni di cui parla sono il sintomo più evidente, insieme ad un più generale fervore religioso, che già nel XVII secolo era noto come « malinconia religiosa ». La definizione è del vescovo John Moore di Norwich, il quale la utilizzò riferendosi ai fedeli che, oppressi dai sensi di colpa e da pensieri contrari alla morale, si costringevano a vivere in uno stato costante di penitenza. Come i fedeli di Moore, anche la marchesa Falletti, da quanto traspare dalle lettere, si privava di ogni gioia terrena nel timore di esporsi al peccato e ogniqualvolta sentiva la sua tensione verso la purezza minacciata da pensieri impuri attivava il meccanismo della censura, della preghiera o della beneficenza42. La scrupolosità religiosa43 della marchesa emerge nelle lettere in quello stato di ansia perenne che le pervade, generato dalla tensione verso standard di perfezione morale, etica e religiosa, che la gentildonna placa con veri e propri rituali (le visite a luoghi di culto in cui pregare e confessarsi), con azioni compulsive da cui ricavare una sensazione di sollievo (le attività benefiche) e con le stesse lettere a Pellico che consentono di risolvere, almeno temporaneamente, i sentimenti di angoscia attraverso la confessione all’amico fidato.

Conclusione

24Il viaggio di Giulia Falletti da Torino a Napoli, e le lettere che lo accompagnano, rientrano in un progetto di costruzione di un’autorappresentazione di sé quale paradigma di etica e virtù. Questa chiave di lettura è confermata anche dalle lettere che la Marchesa scrisse a Pellico da Parigi, caratterizzate dalle stesse dinamiche :

  • 44 S. Pellico, La marchesa Giulia Falletti di Barolo nata Colbert…, p. 67-68.

Di colà la mia benefattrice mi fece di nuovo la grazia di scrivermi spesso, questa seconda corrispondenza mi fornì motivi sempre maggiori d’ammirare il suo animo tutto religione, senno e bontà. Il marito il quale non aveva potuto accompagnarla, mi faceva vedere le lettere che da Lei riceveva, io lo ricambiava di pari comunicazioni […] Ei raccontavami come avesse ognor veduto in Giulietta la più costante aspirazione a perfezionarsi nella virtù […] il suo vero conforto era quello che traeva a’ piè degli altari e visitando sovente pii stabilimenti, scuole, ospedali, rifugii di traviate penitenti. Iddio e la carità erano il suo bisogno e la sua vita44.

25L’epilogo di questo processo di costruzione di un’impalcatura di perfezione intorno alla propria persona è rappresentato dalla scelta, nel 1851, di entrare nel laicato francescano come terziaria. Anche questa decisione fu condivisa con l’amico Pellico, con il quale, come testimoniano le lettere odeporiche, la marchesa aveva una consonanza di ideali che vedeva entrambi impegnati a conservare la purezza dello stato creaturale, che nella teologia cristiana è associata al concetto di innocenza di Adamo ed Eva prima della caduta e rappresenta una condizione di perfezione, integrità e comunione intima con Dio.

  • 45 Con le dovute eccezioni, come nel caso di Marianna Candidi Dionigi, la quale osserva il territorio (...)

26Nel loro complesso, dunque, le lettere di Giulia Falletti sono interamente incentrate su questioni religiose e sul cammino di fede che la donna stava compiendo e, come già ampiamente argomentato, tralasciano quegli aspetti domestici e quotidiani della vita nei luoghi visitati, che caratterizzavano la scrittura odeporica femminile di quegli anni. Viaggiatrici come Cecilia Stazzone De Gregorio, Ottavia Borghese-Masino di Mombello, Amalia Nizzoli, Giulia Carafa, solo per citarne alcune, alla descrizione dettagliata dell’abbigliamento, delle residenze che le ospitavano, dei cibi che assaggiavano e dei monumenti visitati univano osservazioni personali sulle tradizioni e sulle usanze « altre » spesso confrontandole con quelle familiari del luogo d’origine45. Si tratta, in estrema sintesi, di testi che potevano fungere da guide turistiche grazie proprio alla dettagliata descrizione dell’intero viaggio e restano ancora oggi documenti preziosi in quanto offrono una testimonianza del patrimonio culturale e architettonico dell’Italia dell’epoca. In questo contesto, le lettere odeporiche di Giulia Falletti all’amico Pellico durante il petit tour italiano, intrise di un profondo senso di devozione, rappresentano dunque un unicum in quanto l’esperienza del viaggio in sé non è centrale ma serve da sfondo al racconto del proprio vissuto spirituale.

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Notes

1 Di nascita francese, Juliette Françoise Victurnie Colbert de Maulévrier, nipote del celebre ministro delle Finanze di Luigi XIV, aveva sposato il marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo, conosciuto alla corte di Napoleone, il 18 agosto del 1806. La coppia visse per i primi anni di matrimonio tra Parigi e Torino, per trasferirsi nel 1814, con il rientro dei Savoia, a Palazzo Barolo, dove negli anni ospitò diverse iniziative benefiche. Con il marito fondò la Congregazione Generale delle Suore di Sant’Anna, che si occupava prevalentemente di educazione e assistenza ai poveri. Per il suo impegno a favore dei carcerati fu nominata soprintendente del carcere torinese il 30 ottobre 1821. Morì a Torino il 19 gennaio 1864. Sulla figura della marchesa cf. T. Canonico, Sulla vita intima e sopra alcuni scritti inediti della marchesa G. Falletti di Barolo C., Torino, Tip. S. Giuseppe – Collegio degli artigianelli, 1893 ; R.M. Borsarelli, La marchesa Giulia di Barolo e le opere assistenziali in Piemonte nel Risorgimento, Torino, G. Chiantore, 1933 ; G. De Montis, La marchesa di Barolo, Torino, Scuola Grafica Salesiana, 1964 ; C. Siccardi, Giulia dei Poveri e dei Re. La straordinaria vita della Marchesa di Barolo e di suo marito Tancredi : dalla Francia a Torino tra il palazzo e la galera, Cavalmaggiore, Gribaudo, 1992 ; Giulia Colbert di Barolo madre dei poveri. Biografia documentata, A. Tago (a cura di), Città del Vaticano, Libreria editrice Vaticana, 2007 ; A. Montonati, Giulia Colbert di Barolo. Marchesa dei poveri, Milano, Paoline Editoriale Libri, 2011 ; D. Bolognini, Carlo Tancredi e Giulia Marchesi di Barolo. Un unico cuore che batte per la carità, Gorle, Velar, 2019.

2 Sull’odeporica femminile cf. D. Corsi, Altrove. Viaggi di donne dall’antichità al Novecento, Roma, Viella, 1999 ; B. Dolan, Ladies of the Grand Tour, London, Harper Collins Publishers, 2001 ; R. Ricorda, Viaggiatrici italiane tra Settecento e Ottocento. Dall’Adriatico all’altrove, Bari, Palomar, 2011 ; P. Guida, Scrittrici con la valigia. Capitoli e censimento dell’odeporica femminile italiana dall’Antichità al Primo Novecento, Galatina – Lecce, Congedo, 2019.

3 Come nel caso di Marianna Candidi Dionigi, di Cecilia Stazzone De Gregorio, di Caterina Percoto, di Ersilia Caetani e Caterina Pigorini Beri, solo per citare alcuni esempi che consentono di inquadrare il viaggio femminile ottocentesco come « il confronto con un’alterità che trasforma » (D. Corsi, Introduzione, in Altrove…, p. 29).

4 Giovanni Lanza (1821- ?) sacerdote e pedagogista, era direttore della Società degli insegnanti di Torino e cappellano maggior della Real Casa dei Savoia. Autore di diversi testi religiosi, tra i quali si evidenziano quelli più vicini alle attività della marchesa : Storia sacra dell’antico e nuovo Testamento ad uso delle Scuole secondarie e degli Istituti di educazione, La santissima Sindone del Signore (1898), Racconti storici e morali per la gioventù (1887), Libro per le scuole femminili (1894), Maria nelle scuole elementari (1895).

5 Nelle lettere di Pellico ad amici e famigliari si leggono diversi rimandi alla cagionevole salute della Marchesa, spesso costretta a letto da « incomodi » : « La signora Marchesa non soffre oggi tanto come ieri ; pare che quest’operazione di sanguisughe sia stata opportuna : le ha fatto passare una notte migliore ; ma forse questo beneficio è stato in parte prodotto dalla digitale » (S. Pellico, Lettere di Silvio Pellico a Giorgio Briano, Firenze, Le Monnier, 1861, p. 19) ; e alle sue terapie, come l’omeopatia praticata dal dottor Chiodi in sostituzione dei frequenti salassi (S. Pellico, Lettere inedite di Silvio Pellico al P R. pubblicate dal sac. Celestino Durando, Torino, Tipografia e libreria salesiana, 1880, p. 39).

6 La lettera di risposta di Pellico, che non si riproduce per ragioni di spazio, è pubblicata ne Lettere famigliari inedite di Silvio Pellico pubblicate dal Sac. Prof. Celestino Durando, Milano, Casa Editrice Guigoni, 1879, p. 27-28.

7 « Dopo una lunga cattività io era di ritorno in patria da due anni, e pubblicai allora le memorie intitolate Le mie prigioni. In questo libro, che non ha verun pregio letterario, il cuore della generosa donna trovò un carattere di sincerità che l’appagò, e senza esitanza mi scrisse alcune righe piene di bontà. Era il 5 novembre 1832 » (S. Pellico, La marchesa Giulia Falletti di Barolo nata Colbert. Memorie di Silvio Pellico, Torino, Tipografia Pietro di G. Marietti, 1864, p. 56-57).

8 G. Falletti di Barolo, Lettere a Silvio Pellico nel viaggio per l’Italia dal 2 novembre 1833 al 16 aprile 1834 tradotte dal francese e pubblicate per la prima volta da Giovanni Lanza, Torino, Tipografia Giulio Speirani e Figli, 1886, p. 1.

9 Le Note che serviranno per chi scriverà la vita della Marchesa Giulietta Falletti di Barolo, nata Colbert, furono pubblicate dall’editore Marietti con il titolo La Marchesa Giulietta Falletti di Barolo. Memorie di Silvio Pellico, Torino, Tipografia Pietro di G. Marietti, 1864, da cui si cita. A Palazzo Barolo, lo scrittore, oltre ad occuparsi della biblioteca e, in particolare, della collezione di autografi, sin dal rientro dei coniugi nell’aprile del 1834, svolse mansioni di assistente personale del marchese e, dopo la sua morte, di consigliere e confidente della vedova : « quando la signora Marchesa si serve della mia penna per una parte della sua corrispondenza, per copiatura di regolamenti e formolari e cose relative a’ suoi stabilimenti, monasteri, ecc., oppur cose di riservata sollecitudine, per le quali non vuol servirsi dei suoi impiegati di segreteria. Io sono, come tu vedi, malgrado il mio pochissimo valore, una specie di Segretario intimo, e l’allontanarmi senza necessità sarebbe indiscretezza, sarebbe egoismo » (Lettere inedite di Silvio Pellico a Raimondo Feraudi domenicano pubblicate dal sac. Prof. Celestino Durando, Torino, Tipografia e Libreria Salesiana, 1876, p. 23-24).

10 S. Pellico, La marchesa Giulia Falletti di Barolo nata Colbert…, p. 59.

11 In una lettera del 23 luglio 1837 scritta da Pellico alla marchesa in viaggio con il marito per ragioni di salute, lo scrittore fa menzione delle lettere ricevute durante il petit tour : « Mais songez que le petit Cahier que vous eûtes la bonté de faire pour votre serviteur et ami, il y a quatre ans, était le contenu ravissant des impressions que votre belle âme si poétique éprouvait en parcourant les plus délicieuses parties de l’Italie, en voyant des chefs d’œuvres, d’antiques monuments, des ruines admirables », in Lettere famigliari inedite di Silvio Pellico…, p. 91-92.

12 G. Falletti di Barolo, Lettere a Silvio Pellico nel viaggio per l’Italia…, p. 55-56.

13 Il periodare della marchesa si svolge sempre e soltanto intorno la prima persona singolare, sin dalla prima lettera, dove fa riferimento a « questo mio viaggio ».

14 G. Lanza, « Al Lettore », in G. Falletti di Barolo, Lettere a Silvio Pellico nel viaggio per l’Italia…, p. VIII.

15 Nelle lettere ci sono scarni riferimenti sulle condizioni di viaggio, sulle condizioni metereologiche avverse, sulle strade disastrate o inesistenti che rendono gli spostamenti difficili : « Il primo tratto del nostro viaggio è stato penoso. Le vie sono orribili ; e poi si è provato un po’ di tutto nel breve tragitto : pioggia, vento, lampi, tuoni ; anche un nevischio così fitto, che in poco d’ora fece biancheggiare la campagna. Tali contrarietà mi resero sempre più triste » (G. Falletti di Barolo, Lettere a Silvio Pellico nel viaggio per l’Italia…, p. 19) ; « La camminata di cinque miglia necessaria a vedere le cascate ne’ punti loro più belli, si fa su asine ; cavalcatura assai modesta del paese » (ibid., p. 110) ; né mancano gli incidenti come quello accaduto alle porte di Loreto, quando i cavalli, impigliati nelle tirelle, caddero trascinando anche la vettura e ferendo il postiglione.

16 Ibid., p. 18.

17 Ibid., p. 97.

18 Ibid., p. 2-3.

19 Ibid., p. 25.

20 Ibid., p. 86.

21 Ibid., p. 90.

22 Ibid., p. 91.

23 Ibid., p. 129.

24 In realtà i lavori di costruzione della villa voluta da Ippolito d’Este, eletto governator di Tivoli dal 1550, cominciarono nel 1551, ovvero diciotto anni dopo la morte del poeta, che fu ospite di Ippolito Seniore e non Ippolito d’Este.

25 G. Falletti di Barolo, Lettere a Silvio Pellico nel viaggio per l’Italia…, p. 118.

26 Ibid., p. 141-142.

27 La ricezione ostile dei primi canti aveva indotto la contessa Teresa Gamba Guiccioli, che all’epoca aveva una liaison con Byron, a chiedere al poeta di interrompere la scrittura e soprattutto la pubblicazione, che riprese soltanto nel 1822.

28 G. Falletti di Barolo, Lettere a Silvio Pellico nel viaggio per l’Italia…, p. 27.

29 Ibid.

30 Ibid., p. 5.

31 Ibid., p. 27.

32 Ibid., p. 25.

33 Ibid., p. 23-24. Lo stesso meccanismo narrativo si incontra nella descrizione di una serata napoletana, dove una nave nel porto mette in moto considerazioni sulla labilità della memoria : « Ma ecco discendere a poco a poco le ombre della notte, affievolire e poi spegnersi le tinte svariate ed i brillanti colori della nave. Io cominciai a pensare ai luoghi da essa percorsi, alle memorie che doveano averne riportate coloro che vi erano sopra, alle impressioni della prima mia gioventù, già così vive e colorate, ora in parte svanite, come per l’ombre della notte, le tinte di quella nave bellissima. Che dunque ha di proprio e duraturo la vita dell’uomo ? Il presente gli sfugge, l’avvenire è incerto, del passato cancellasi fin la memoria. A questi pensieri io sentiva attristirmi… » (ibid., p. 63-64).

34 Ibid., p. 25.

35 Ibid., p. 99-100.

36 Ibid., p. 31.

37 Ibid., p. 53.

38 Ibid., p. 35.

39 Finanche un suggestivo tramonto suscita pensieri angoscianti e immagini spaventose : « Vi scrivo dopo essere stata questa sera molto tempo alla finestra a guardare il cielo silenzioso e triste come il giorno che volge al tramonto. Il sole si è fatto vedere qualche momento nel mattino ; nel pomeriggio, ed ora va sotto, grosse e nere nubi lo nascondono del tutto sull’orizzonte. Il levante, dal lato opposto, brilla dei più bei colori del cielo d’Italia. Nel contrasto mi venne al pensiero la separazione dei buoni dai reprobi alla fine del mondo. Ma la massa nera era tanta, che mi presero i brividi dallo spavento, ed esclamai : Mio Dio, abbiate pietà di noi ! » (ibid., p. 4) ; oppure un temporale le fa invocare la protezione divina : « Il primo tratto del nostro viaggio è stato penoso. Le vie sono orribili ; epoi si è provato un po’ di tutto nel breve tragitto : pioggia, vento, lampi, tuoni ; anche un nevischio così fitto, che in poco d’ora fece biancheggiare la campagna. Tali contrarietà mi resero sempre più triste. Ma Dio non è dappertutto ? Non ci accompagnano i santi angeli suoi ? Non è scritto che più ci distacchiamo dalle cose che ci sono care, e più esse si fanno a noi vicine in Dio ? » (ibid., p. 19).

40 Ibid., p. 37. Anche il carnevale, festa gioiosa per eccellenza, non la diverte affatto : « Il chiasso e la folla di questo tempo mi hanno sempre dato tristezza, ma in nessun luogo per avventura più che a Roma » (ibid., p. 93).

41 La visita alla tomba di Santa Filomena è ricordata da Pellico : « In un suo viaggio a Napoli erasi recata a Mugnano a visitare la tomba della vergine martire Santa Filomena. L’occupò allora la brama di fondare, tosto che potesse, un ospedale per povere fanciullette, e dimandò a santa Filomena d’ottenerle lumi da Dio per eseguire bene siffatto divisamento. Ritornata fra noi, comperò una casa in Moncalieri per fare ivi l’ospedale, e fabbricò contiguamente una chiesetta che fu dedicata alla Santa di Mugnano. Maturando poi il progetto, riconobbe esservi maggiore convenienza che l’ospedale fosse a Torino, e uno dei motivi era il potervi meglio avere il necessario servizio dei medici » (S. Pellico, La marchesa Giulia Falletti di Barolo nata Colbert…, p. 85-86).

42 L’impegno in attività benefiche totalizzanti è certamente favorito dal considerevole patrimonio a disposizione : « La mia ricchezza è considerevole, ma la miseria che io vedo è tale che io non so misurare gli estremi… […] Io devo dedicarmi a tutti i miserabili. Io devo scontare i secolari privilegi degli avi, devo saldare i debiti che essi hanno contratto coi paria e con gli sfruttati ; devo pareggiare l’implacabile conto che ciascuno di loro ha con la propria coscienza. Sono stata l’amica delle prigioniere. Ho sofferto con loro. Esse lo hanno sentito e mi hanno aperto il loro cuore » (lettera riportata in D., R., e D. Agasso, Il Risorgimento della carità. Vita e opere di uomini e donne di fede, Cantalupa – Torino, Effatà Editrice, 2011, p. 76).

43 Sulla scrupolosità religiosa si leggano in particolare : W. Van Ornum, A Thousand Frightening Fantasies : Understanding and Healing Scrupulosity and Obsessive-Compulsive Disorder, New York, Crossroad, 1995 ; Fr. Thomas M. Santa, CSS. Understanding Scrupulosity, Liguori Missouri, Liguori Publications, 2017.

44 S. Pellico, La marchesa Giulia Falletti di Barolo nata Colbert…, p. 67-68.

45 Con le dovute eccezioni, come nel caso di Marianna Candidi Dionigi, la quale osserva il territorio laziale nel suo Viaggi in alcune città del Lazio che diconsi fondate dal re Saturno (1809) con lo sguardo dell’artista.

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Pour citer cet article

Référence papier

Patrizia Guida, « Le lettere odeporiche di Giulia Falletti Colbert scritte a Silvio Pellico durante il petit tour italiano (1833-1834) »Transalpina, 27 | 2024, 21-35.

Référence électronique

Patrizia Guida, « Le lettere odeporiche di Giulia Falletti Colbert scritte a Silvio Pellico durante il petit tour italiano (1833-1834) »Transalpina [En ligne], 27 | 2024, mis en ligne le 18 octobre 2024, consulté le 09 août 2026. URL : http://journals.openedition.org/transalpina/5432 ; DOI : https://doi.org/10.4000/12koz

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Auteur

Patrizia Guida

Università LUM Giuseppe Degennaro

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Droits d’auteur

CC-BY-4.0

Le texte seul est utilisable sous licence CC BY 4.0. Les autres éléments (illustrations, fichiers annexes importés) sont susceptibles d’être soumis à des autorisations d’usage spécifiques.

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