Dimorare altrove : il viaggio in Italia di Jhumpa Lahiri
Résumés
Le voyage en Italie représente pour Jhumpa Lahiri, issue d’une famille bengali immigrée aux États-Unis, un tournant transculturel qui se manifeste par le choix de l’italien comme langue d’écriture littéraire. Dans les livres qu’elle publie en italien entre 2015 et 2022, la dimension spatiale est centrale : la langue elle-même devient une demeure qui l’accueille, tandis que Rome est le lieu où elle se sent à la fois enracinée et désemparée. On analyse comment l’écrivaine représente la ville, dans ses aspects contradictoires, entre beauté et violence, parvenant à en restituer une image à la fois réaliste et métaphorique, symbolisant une condition de désorientation devenue désormais universelle.
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Introduzione
1Se la scrittura di viaggio ha rappresentato, fin dai suoi inizi, un campo privilegiato di analisi in riferimento sia alla rappresentazione del paese visitato, con le inevitabili ricadute sull’immaginario collettivo, sia al significato e al valore dell’esperienza odeporica per la costruzione identitaria, anche il XXI secolo offre materiali di grande interesse, che attestano da un lato la continuità di esigenze e modalità scrittorie già esperite nel passato, dall’altro nuove frontiere e riposizionamenti.
2In questo quadro, il caso di Jhumpa Lahiri, scrittrice anglo-italofona appartenente a una migrazione colta, « privilegiata », si presta a diversi spunti di riflessione : il viaggio in Italia assume per lei un significato profondo, che travalica i limiti del turismo anche culturale, spingendola ad adottare la lingua italiana per la propria produzione, con una scelta che la colloca nell’area della letteratura italofona della migrazione. La sua è una prospettiva transnazionale, in cui lo sguardo sulla penisola si viene specificando nelle diverse opere, di impostazione differente ma tutte percorse da un’esperienza dello spostamento che significa metamorfosi, rinnovamento, ricerca di diversa identità nel confronto con l’altro.
3Ciascuno dei suoi testi in lingua italiana, dall’« autobiografia linguistica » di In altre parole, al romanzo Dove mi trovo, alla raccolta dei Racconti romani, offre un approccio peculiare alla dimensione spaziale e restituisce un aspetto della sua visione dell’Italia, che diventa per lei accogliente homing soprattutto per la sua lingua e la sua cultura, senza risolvere per altro il senso di straniamento e di spaesamento che non l’abbandona, come avviene sempre a chi lascia il proprio paese.
4La lettura critica dei testi di Lahiri non può che muoversi su più piani : il rapporto con l’odeporica e, in particolare con il modello del viaggio in Italia, deve tenere presente la specificità di opere fortemente caratterizzate dalla prospettiva dello spostamento, ma in forme diverse da quelle tipiche della letteratura di viaggio e con una forte componente metaforica. Inoltre, è da valutare la prospettiva di genere, già approfondita negli studi sulla scrittura delle donne e, nel suo caso, da affrontare alla luce della complessità di identificarne tracce ben riconoscibili : se vi allude, infatti, la sua stessa condizione di « nomade femminile », meno percepibile appare nell’immagine dell’Italia restituita dalle sue pagine.
5Per la centralità che riveste la scelta della lingua italiana, nella sua scrittura « tra le righe », risulta inoltre funzionale il ricorso alla categoria del translinguismo, che consente di approfondirne l’appartenenza alla letteratura transnazionale, in cui i temi della migrazione si intersecano con quelli della moderna mutazione delle identità e del nomadismo. Roma viene a connotarsi come lo spazio in cui la scrittrice sperimenta tale condizione, avvertendo insieme un senso di appartenenza, un’appartenenza multipla e complessa, ma anche di estraneità, di marginalizzazione a cui contribuisce la discriminazione legata al colore della pelle.
Un viaggio reale e metaforico
6Nella densa postfazione all’edizione del 2016 del suo primo libro in italiano, In altre parole, Jhumpa Lahiri affronta il non semplice impegno di definirne lo statuto :
- 1 J. Lahiri, In altre parole, con una postfazione dell’autrice, Milano, Guanda, 2016, p. 155-156.
Come definire questo libro ? È il quinto che scrivo. È anche un esordio. È un punto di arrivo e di partenza. […] È un libro di viaggio, direi più interiore che geografico. Racconta uno sradicamento, uno stato di smarrimento, una scoperta. Racconta un viaggio a volte emozionante, a volte estenuante. […] È un libro di memoria, pieno di metafore. Racconta una ricerca, una conquista, una sconfitta continua1.
- 2 Ibid., p. 15.
7Il nucleo intorno a cui ruotano queste righe è il viaggio, che è al centro di una serie di specificazioni dicotomiche, interiore / geografico, smarrimento / scoperta, emozionante / estenuante, conquista / sconfitta : si tratta di aspetti sempre presenti nei testi in cui la scrittrice parla del suo rapporto con l’Italia, meta che, afferma, ha rappresentato la « prima vera partenza » della sua vita2.
8La sua esperienza esistenziale, all’altezza temporale della sua prima visita nella penisola, appare in realtà già segnata dal mouvement : da Londra, ove è nata nel 1967 da genitori bengalesi, e dunque già spostatisi a loro volta nel quadro dell’imponente diaspora indiana novecentesca, Lahiri passa con la famiglia nel Rhode Island ; si trasferisce poi a New York, dove si laurea in Letteratura inglese alla Columbia University. Consegue un dottorato di ricerca in Studi rinascimentali presso la Boston University, con una tesi sull’influenza dell’architettura italiana sulla scena teatrale inglese del primo Seicento : è nel quadro di questi studi che si colloca il suo primo viaggio in Italia, a Firenze, nel 1994. Seguiranno altre visite, in altre città, Venezia nel 2000, Roma nel 2003 : la passione per la Città Eterna la spingerà a trasferirvisi con la famiglia, marito e due figli, nel 2012 ; vi rimarrà fino al 2015, quando farà ritorno negli Stati Uniti, chiamata a ricoprire la cattedra di scrittura creativa e traduzione letteraria presso la Princeton University, da cui passerà, nel 2022, alla Columbia University.
- 3 Così infatti la scrittrice, nel testo più autobiografico dei Racconti romani, Dante Alighieri : « e (...)
9Il viaggio in Italia è dunque per lei una scelta volontaria e del tutto consapevole, motivata all’inizio da un interesse di ordine culturale : come avveniva nel Grand Tour settecentesco, anche per Lahiri la penisola è inizialmente meta in cui completare la propria formazione, verificando nella concretezza del paesaggio reale quanto si è studiato3 ; ma è la lingua a qualificarsi subito, per lei, come il « contenitore » che accoglie e restituisce la cultura e la vita del paese e lo strumento che le permette di sentirle proprie, come nota arrivando a Firenze, nel suo primo viaggio :
- 4 J. Lahiri, In altre parole, p. 21-22.
Io sono venuta per una settimana, per vedere i palazzi, per ammirare le piazze, le chiese. Ma dall’inizio il mio rapporto con l’Italia è tanto uditivo quanto visuale. L’italiano sembra già dentro di me e, al tempo stesso, del tutto esterno. Non sembra una lingua straniera, benché io sappia che lo è. […] Sembra una lingua con cui devo avere una relazione4.
- 5 Ricca la bibliografia critica su queste opere, tutte tradotte anche in italiano : per un inquadrame (...)
10L’incontro con l’italiano si connota subito come « colpo di fulmine » : non è il bisogno a spingerla a impararlo, ma il desiderio, che assume i caratteri quasi dell’ossessione, con « qualcosa di squilibrato, di non corrisposto ». In altre parole racconta il processo di acquisizione della nuova lingua, illustrandone le successive tappe, dapprima lo studio « in esilio », in America, poi nei successivi viaggi in Italia, fino all’approdo a Roma e all’impegnativa scelta di iniziare a scrivere in italiano : è una svolta transculturale che avviene quando è già affermata autrice in lingua inglese negli Stati Uniti e conosciuta e apprezzata anche all’estero. Il suo esordio si colloca infatti nel 1999, con la raccolta di racconti Interpreter of Maladies, premiato, l’anno seguente, con il prestigioso Premio Pulitzer ; nel 2003 pubblica il romanzo The Namesake, quindi una seconda raccolta di racconti nel 2008, Unaccustomed Earth, e nel 2013 un nuovo romanzo, The Lowland : una produzione rilevante, che ruota intorno al tema della migrazione indiana negli Stati Uniti, con un interesse particolare per i complessi rapporti tra le generazioni e una forte sensibilità per la condizione delle donne5.
Dimorare nella lingua
- 6 J. Lahiri, In altre parole, p. 75.
- 7 D. Reichardt, « “Radicata a Roma” : la svolta transculturale nella scrittura italofona nomade di Jh (...)
11La scelta dell’italiano come lingua per la produzione letteraria si configura per Lahiri come esigenza di trovare un nuovo modo di scrivere, di affrontare una metamorfosi che si prospetta come difficile e dolorosa, ma rigenerativa : la sua conoscenza della lingua italiana non potrà infatti mai essere perfetta e la collocherà in una zona periferica in cui non potrà sentirsi del tutto radicata, ma che, paradossalmente, sarà l’unica a cui sentirà di appartenere6. Le permetterà infatti di risolvere il conflitto tra le sue due precedenti lingue, il bengalese imparato dai genitori, primo e accogliente idioma fino al tempo della scuola, ma guardato con sospetto dagli americani, e l’inglese, appreso dapprima con fatica e difficoltà, poi riconosciuto nella sua importanza, ma estraneo alla sua famiglia ; l’italiano ha significato allora per lei la fuga dallo scontro tra le altre due lingue, madre e matrigna, e dai loro rapporti di forza, costituendosi come un « terzo spazio »7, una zona di intersezione in cui si sente a proprio agio, anche se ancora in una sorta di esilio linguistico, ma in una condizione diversa, che accetta, forse perché il senso di non appartenere del tutto a nessuna lingua ha a che fare pure con il suo essere scrittrice.
- 8 La scrittura translingue è praticata da autori e autrici che scelgono di scrivere in almeno un’altr (...)
12Lo sguardo che Lahiri, autrice « translingue ambilingue » in inglese e in italiano8, rivolge alle città e ai paesaggi italiani è uno sguardo particolare, che connette originalmente il senso del luogo alla lingua ; è la lingua infatti, per lei, il luogo accogliente, la dimora possibile, l’homing in cui riesce a ritrovarsi e ad accettare la condizione di spaesamento che sente come propria, e che, in ultima analisi, sembra appartenere a tutti, nella nostra complessa contemporaneità :
- 9 J. Lahiri, Dove mi trovo, Milano, Guanda, 2018, edizione digitale, p. 90 (corsivi originali). Come (...)
Esiste un posto dove non siamo di passaggio ? Disorientata, persa, sbalestrata, sballata, sbandata, scombussolata, smarrita, spaesata, spiantata, stranita : in questa parentela di termini mi ritrovo. Ecco la dimora, le parole che mi mettono al mondo9.
- 10 Metafora che è la stessa scrittrice a esplicitare : « Voglio attraversare un piccolo lago. […]. Per (...)
13L’immagine della lingua come luogo, sempre centrale laddove la scrittrice si occupa dell’ambito linguistico, si riflette anche nella peculiare ottica con cui rappresenta le città italiane : è emblematico già l’incipit di In altre parole, ove il processo di acquisizione di una lingua straniera è reso attraverso la metafora dell’attraversamento di un piccolo lago, percepito dapprima come pericoloso e poi superato con soddisfazione10, mentre, se si è già visto come le prime impressioni di Firenze fossero segnate per la scrittrice dall’aspetto uditivo, ancora più emblematica è la sua percezione di Venezia, nel medesimo testo ; città « inquietante, quasi onirica », dalla « topografia frammentata, disorientante », ha su di lei un impatto che negli anni si fa sempre più sconcertante :
- 11 J. Lahiri, In altre parole, p. 79.
La bellezza travolgente mi trafigge, sono sopraffatta dalla fragilità della vita. […] Passare ripetutamente sui ponti mi fa pensare a quel passaggio che facciamo tutti noi sulla terra, tra la nascita e la morte. Talvolta, attraversando certi ponti, temo di aver già raggiunto l’aldilà. Quando scrivo in italiano, nonostante il mio amore per la lingua, sento la stessa inquietudine11.
- 12 Ibid., p. 80.
14Ecco allora Venezia, con il dialogo tra ponti e canali che propone alla flâneuse, diventare metafora del suo rapporto con l’italiano, che è, come un ponte, « qualcosa di costruito, di fragile » : ma, sia a Venezia che sulla pagina, i ponti sono per lei l’unico modo per muoversi in una nuova dimensione, « per arrivare altrove », ogni frase, come ogni ponte, la porta infatti « da un luogo a un altro. È un percorso atipico, seducente. Un nuovo ritmo »12 : è l’attivazione di quel processo di metamorfosi che, come si è visto, si sviluppa a partire dalla scelta di scrivere in una nuova lingua.
- 13 La posizione di Lahiri sembra vicina, per questo aspetto, alle esperienze di autori e autrici che a (...)
- 14 J. Lahiri, In altre parole, p. 100.
15Il viaggio in Italia, in questa « autobiografia linguistica » che pure non ha i caratteri della scrittura odeporica, si rivela comunque esperienza determinante : come tutti gli spostamenti dalla terra d’origine, comporta anche uno spaesamento, induce il senso di un esilio ; Lahiri però non è stata costretta a una migrazione dovuta a motivi economici o bellici o legata a un passato coloniale italofono13, per cui anche nella condizione di esilio che non può non avvertire come propria (« Senza una patria e senza una vera lingua madre, io vago per il mondo, anche dalla mia scrivania. Alla fine mi accorgo che non è stato un vero esilio, tutt’altro. Sono esiliata perfino dalla definizione di esilio »14), si sente a suo agio.
Una scrittrice nomade e deterritorializzata
- 15 Lahiri stessa ha sottolineato che il libro condivide i temi per lei centrali, e in particolare la m (...)
16Il tema della migrazione, al centro della produzione precedente di Lahiri in lingua inglese, viene dunque ora riformulato e aggiornato in riferimento alla nuova collocazione in Italia, acquisendo sfumature e prospettive diverse nei testi in italiano successivi a In altre parole ; significativo già il romanzo del 2018, Dove mi trovo, che pure sembrerebbe estraneo sia a tale tema che all’esperienza del viaggio : in realtà la protagonista, una donna di mezza età, anche se non partecipe di una condizione legata alla migrazione, è analogamente figura dello spaesamento, del transito, del vivere in bilico15, mentre la dimensione spaziale, una città cui non è dato un nome, ma che ha i tratti di Roma, è centrale, come suggerisce già il titolo.
17Il testo consente di valutare ulteriormente la peculiarità dello sguardo della scrittrice sul paesaggio urbano e non : si articola infatti in una serie di capitoletti « situazionali », collocati alternativamente in esterni (« Sul marciapiede », « Per strada », « In piazza », « Al mare »…) e interni (« In ufficio », « In trattoria », « In albergo », « A casa mia »…), fino ai due conclusivi, « Da nessuna parte » e « In treno », complementari e ossimorici, per così dire, nella misura in cui il primo nega qualsiasi ipotesi di ubi consistam, il secondo introduce la scelta dello spostamento :
- 16 J. Lahiri, Dove mi trovo, p. 90. Se simili affermazioni della protagonista sembrano « smontare » la (...)
Perché alla fine l’ambientazione non c’entra nulla : lo spazio fisico, la luce, le pareti. Non importa che sia sotto un cielo o sotto la pioggia o nell’acqua limpida in estate. In treno o in macchina, sull’aereo tra le nuvole sconnesse, sparse come un branco di meduse. Altro che ferma, sono sempre e soltanto in movimento, in attesa o di arrivare o di rientrare oppure di andare via16.
- 17 J. Lahiri, Dove mi trovo, p. 10.
- 18 Ibid., rispettivamente p. 88 e p. 39.
18Nella ricerca di un’identità e di una collocazione che stanno alla base dell’incessante movimento sperimentato dalla protagonista, il quartiere e la casa in cui vive si connotano come un « bozzolo urbano », « una pantofola », in cui prova alternativamente il senso dell’estraneità o dell’appartenenza : l’ufficio, spazio che ha cercato inutilmente di riscaldare, si configura sempre come « zona transitoria », « alla periferia di tutto »17 ; i volti che vede da anni nella piazza della sua casa, « elementi fissi, abbarbicati al quartiere », restano alla fine sconosciuti : eppure, nel momento in cui li sta lasciando, si accorge di provare « una simpatia sproporzionata per loro ». La sensazione di solitudine e separatezza infatti è a tratti alleviata da momenti simili : mangiare all’aperto, crogiolandosi al sole, tra la gente, cancella temporaneamente la sua condizione di solitaria18.
- 19 Ibid., rispettivamente p. 35 e p. 56.
19Anche gli spostamenti fuori città inducono nella protagonista in prevalenza un senso di spaesamento ; pure nel paesaggio extraurbano possono però prodursi occasioni di sintonia, rasserenanti : così la sgradevole condizione di fastidio sperimentata in albergo in occasione di un convegno è controbilanciata dall’incontro con un anziano collega straniero, oppure ad attenuare il disagio della narratrice può essere un elemento naturale, il mare, anche se paurosamente agitato, di fronte al quale non può non chiedersi « perché quell’agitazione ci rassereni così tanto »19.
- 20 Così già in Altre parole, p. 161 : « Continuo, da scrittrice, a cercare la verità, ma non do più lo (...)
20Se nelle pagine di Dove mi trovo i riferimenti ai luoghi sono continui, non viene però loro attribuito un nome : sono infatti tanto precisi e spesso dettagliati, quanto indeterminati ; si tratta di una scelta che Lahiri aveva già in parte inaugurato in In altre parole e che ora ribadisce, confermando da un lato che la dimensione urbana rappresentata ha un sottotesto reale, corrisponde cioè a Roma, cui rinviano in effetti alcune riconoscibili topografie, dall’altro che la scelta dell’indeterminatezza è parte del rinnovamento stilistico che ha significato per lei l’approdo alla scrittura in italiano, con l’adozione di una prospettiva astratta, atta a restituire il senso universale di quanto raffigura20. La protagonista del romanzo, creatura che vive sempre in una zona di transizione, sulla soglia, e si sente a casa solo nella lingua, bene si presta a significare una condizione che è esistenziale, ontologica.
Roma, « tra paradiso e inferno »
- 21 « Di lui amo il linguaggio puro, preciso, e anche la scelta della forma breve per comporre un gigan (...)
21Tale processo continua anche nel volume del 2022, Racconti romani, la cui puntuale collocazione ambientale è pur dichiarata già nel titolo, omaggio all’opera omonima di Alberto Moravia : Lahiri, che aveva già manifestato in più occasioni la propria ammirazione per le scelte stilistiche e critiche dello scrittore, aggiunge ora l’apprezzamento per il modo in cui nelle sue pagine avrebbe saputo rendere pienamente il senso della città, la sua atmosfera21.
22Se Moravia, nel libro del 1954, aveva colto la Capitale in un periodo di grandi trasformazioni, quello della ricostruzione post-bellica e dell’avvio del boom economico, anche Lahiri la rappresenta in una fase di forti cambiamenti, con una crescente presenza di stranieri.
23In precedenza, Roma era comparsa già nel testo in inglese del 2008, Unaccustomed Earth : le relazioni tra i due protagonisti della seconda parte, Hema and Kaushik, appartenenti a famiglie della diaspora indiana in America, vengono colte in tre fasi diverse della vita, l’infanzia, l’adolescenza e l’approdo all’età adulta. Roma, ricordata una prima volta come meta della famiglia di Kaushik durante un viaggio di ritorno dall’India agli Stati Uniti, una classica visita turistica di due giorni, è poi lo spazio in cui è ambientato l’ultimo capitolo : Hema si trova nella Capitale per un periodo di vacanza e di studio, a casa di amici incontra Kaushik, che non vedeva da molti anni, e tra i due si sviluppa la storia d’amore attesa da sempre dalla ragazza. La Roma descritta in queste pagine, una città che Hema sente da un lato di conoscere profondamente, e dall’altro per nulla, come Calcutta, è individuata attraverso nomi precisi, Campo dei Fiori, Villa Giulia, un ristorante vicino al Portico d’Ottavia, luogo del cuore di Lahiri, che lo ricorda anche in altri libri, e con il riferimento a cibi, interni di abitazioni, oggetti. L’interesse della giovane risale anche verso un passato più remoto, fino alla civiltà degli Etruschi : sarà proprio nel corso di una gita a Volterra che la sua storia con Kaushik arriverà alla conclusione, con il rifiuto, da parte sua, di seguirlo a Hong Kong, dove dovrebbe attenderlo un lavoro stabile, ma che non raggiungerà, perché incontrerà la morte nella tragedia dello tsunami del 2004.
- 22 Così S. Brioni, L’Italia, l’altrove. Luoghi, spazi e attraversamenti nel cinema e nella letteratura (...)
24La Roma di questo romanzo sembra partecipare di due diverse dimensioni : da un lato, per Hema costituisce una sorta di « terzo spazio » tra l’America in cui è nata e l’India dei genitori, in grado di alleviare almeno in parte le difficoltà di un evidente fallimento intergenerazionale, consentendole di sperimentare uno spazio per sé, di piena autonomia. Dall’altro, per i vagabondaggi che compie in città e anche per la gita a Volterra, il viaggio romano di Hema sembra assumere i connotati di un moderno Grand Tour, in cui l’Italia è presentata come « un luogo di esilio estetico e uno spazio desiderato in una dimensione ideale e immateriale »22.
- 23 Anche nella raccolta di poesie del 2021, in cui il tema del viaggio è pure presente, soprattutto ne (...)
- 24 Contro il « mito dell’Italia » nutrito da molti americani colti, Lahiri si esprime nell’introduzion (...)
- 25 Rispetto alle altre opere di Lahiri in italiano, appare ora più ampio lo spettro delle classi socia (...)
25Più complessa e articolata l’immagine della città che emerge dalle pagine dei Racconti romani, ancorata alla realtà della Roma contemporanea23 : se lo stereotipo è un rischio in agguato per le scritture in cui è centrale la rappresentazione dell’altrove e forse si affaccia in qualche punto del testo, Lahiri appare però consapevole della differente percezione che dell’Italia ha il turista rispetto a chi vi abita e le interessa restituirne un ritratto che non ne sottovaluti gli aspetti critici24. Funzionale a tale esigenza è la scelta dei protagonisti, italiani e stranieri, appartenenti a diverse classi sociali, migranti per necessità, turisti benestanti, espatriati, professionisti e intellettuali25.
- 26 J. Lahiri, Racconti romani, p. 171.
26La struttura del testo è attentamente calibrata : si articola in tre parti, la prima e la terza costituite da quattro racconti ciascuna, la seconda, centrale, da sei testi ; una certa simmetria caratterizza anche la scelta del narratore, nell’alternanza tra prima e terza persona. Il punto di vista è prevalentemente femminile, ma non mancano anche casi in cui chi vede è un uomo, con un interessante esempio « misto », in un racconto, Il ritiro, in cui a una prima e una terza parte con una narratrice in prima persona, sono inframmezzate alcune pagine con un io narrante maschile : la narratrice riferisce un pesante episodio di razzismo di cui è stata fatta oggetto, colpita a una spalla con una pistola ad aria compressa ; a seguire, il punto di vista è quello di uno dei due giovani assalitori, che, dopo il misfatto, vanno a passare una giornata al mare. Forse hanno agito per noia, come i ragazzi che la sera frequentano il bar del cugino e che lei un po’ invidia, per la loro stessa giovinezza, per il loro sentirsi in armonia in « questa città antica » che, dopo mezzanotte, sembra appartenere solo a loro, « un regno felice, temporaneo, del tutto esclusivo », come forse era apparsa anche a lei quando era venuta qui, felice, cercando « altro nella sua vita »26.
- 27 Ibid., p. 162-163.
27La Roma qui rappresentata è una città metamorfica, ostile per la protagonista negli spazi pubblici, l’ufficio postale, l’autobus, piacevole invece nei pressi del fiume, con gli alberi appena mossi da un po’ di vento27 : l’alternanza di aspetti contraddittori e, più in generale, di spaesamento, di distanza, e, magari a breve distanza, invece di armonia, di sintonia, è una delle cifre ricorrenti anche di questa raccolta.
- 28 Cf. R. Malandrino, Orizzonti di transito…, p. 62-63.
- 29 J. Lahiri, Racconti romani, p. 23.
28Il primo racconto, Il confine, mette in relazione la dimensione della città e quella della campagna dal punto di vista di una giovane che osserva una famiglia di turisti, genitori e due figlie, provenienti dalla Capitale, durante una breve vacanza in una proprietà vicino al mare di cui i suoi, di origine straniera, sono i custodi ; il confine indica la separazione tra gli ospiti cittadini e la famiglia migrante dei custodi28, ma può alludere anche al confine tra la città, da cui il padre ha dovuto allontanarsi dopo essere stato aggredito brutalmente nella sua piccola fioreria, e la campagna, che gli ha offerto protezione29. È stata per lui una scelta obbligata, che non piace alla moglie e che non vuole sia il destino definitivo della figlia ; opposta la percezione del luogo da parte dei turisti :
- 30 Ibid., p. 19-20.
Capisco quanto piace agli ospiti questo paesaggio rurale, invariabile. […] Allo stesso tempo mi domando cosa sappiano loro del nostro isolamento. Che cosa sanno dei giorni tutti uguali nella nostra casa scalcinata30 ?
- 31 Ibid., p. 33 e p. 38 rispettivamente.
29In questo caso, la città si è rivelata così inospitale nei confronti degli immigrati, da respingerli al di fuori dei suoi confini ; più sottile, ma certo pure disturbante la forma di razzismo subita in una trattoria romana da una delle protagoniste della Riunione, una professoressa universitaria straniera, che, a causa della sua carnagione e dei suoi capelli scuri, è fatta oggetto di un’odiosa discriminazione da parte della padrona e della sua nipotina : così il suo rapporto con Roma, a cui tornava ritrovandola ogni volta con un piacere nuovo, unico posto in cui si sentiva veramente a casa, si rivela invece « tenue », induce in lei « una tristezza che non sa arginare »31.
- 32 A. Bajani, « Jhumpa Lahiri, la scelta dell’inappartenenza », Il Manifesto, 18 ottobre 2022.
30I luoghi, in queste pagine, iniziano a essere citati con i loro nomi, Ponte Sisto, piazza San Cosimato, ma la dimensione spaziale in cui si svolge il racconto è prevalentemente quella « al chiuso » della trattoria : in tutta la raccolta, sono soprattutto gli interni a essere centrali, a essere fatti oggetto di descrizioni spesso dettagliate, anche se, come ha giustamente notato Andrea Bajani, « Roma si infila dai vetri, gli esterni stanno acquattati ovunque »32.
31Esemplare il caso del bellissimo, drammatico racconto La casa luminosa, in cui la soddisfazione del protagonista per essere finalmente approdato a un home space capace di restituirgli il senso dell’identità smarrita nella migrazione è di brevissima durata, tragicamente interrotta dalle persecuzioni dei vicini, incapaci di accettare la diversità dello straniero. « Una casa luminosa ti cambia la vita » è il fulminante incipit, cui segue la descrizione dell’appartamentino conquistato per sé, la moglie e i cinque figli, in una Roma di periferia che sembra sapere di mare :
- 33 J. Lahiri, Racconti romani, p. 83-84 e p. 86.
Per la prima volta avevamo una nostra piccolissima camera da letto dove batteva il sole mattutino, dove ci svegliava l’urto della luce insieme agli uccellini […]. Dentro sembrava quasi di stare in spiaggia, si sentiva perfino qualche gabbiano, una vera spiaggia, ci dicevamo stupiti, come fossimo in vacanza, al mare. […] Dentro quella casa per la prima volta anch’io mi sentivo protetto dalla città e dal quartiere pieno di abitanti e negozianti che tolleravano la nostra presenza senza esagerare33.
32Ben presto la tolleranza « senza esagerare » dei vicini lascia il posto a una crescente insofferenza, che sembra dare corpo a una serie di simbolici indizi inquietanti ; le offese delle aggressive vicine, « donne-corvo » le cui parole penetrano anche nelle stanze luminose, scurendole, e le cattiverie nei confronti dei bambini costringono la moglie, con i figli, a tornare nel paese d’origine, mentre il protagonista lascia la casa, passando a una sempre più difficile vita da homeless, fino alla morte, dopo un vagabondaggio sotto i ponti e poi nei luoghi di una volta, a rivedere la sua casa, a sbirciare con grande nostalgia la « tenda sbrindellata », con l’orlo staccato dal bordo che aveva formato « una sorta di occhio vuoto che conteneva il cielo ». Alla fine, nella città non c’è più nessuno spazio chiuso in cui possa trovare riparo, ma solo la chioma di un albero sotto cui dormire ; al risveglio, il suo destino si compie :
- 34 Ibid., p. 87 e 103.
le falene mi hanno fatto strada fino alla ferrovia. In attesa del treno che si avvicinava pensavo solo alle cose belle e ai papaveri rossi e gialli che spuntavano attorno ai piedi fra i binari34.
- 35 Così C. Battocletti, « Jhumpa Lahiri : Racconti romani », Doppiozero, 7 novembre 2022, https ://www (...)
- 36 Agnese Macori (« Roma in-between. Su “Racconti romani” di Jhumpa Lahiri », La balena bianca, 8 marz (...)
- 37 J. Lahiri, Racconti romani, p. 177.
33La Roma di questo racconto è la città degli ultimi, rappresentata nella sua dimensione « terragna », quella di una periferia che sente l’aria del mare, circondata da una natura che l’« accarezza e la ammorbidisce con i suoi grandi parchi »35, ma che può anche essere respingente. La Capitale però è luogo di incroci, di convivenze, di visitatori e di abitanti di diversa provenienza e cultura36 : così, un’altra e diversificata dinamica tra interni ed esterno si rileva in La processione ; protagonista è una coppia di stranieri alto-borghesi a Roma per festeggiare i cinquant’anni della moglie ; due gli spazi evocati, la casa in affitto e la piazza in cui deve svolgersi una processione che la donna ricorda da un suo precedente viaggio e che ci tiene molto a vedere, « un pezzo vero della città che non troverai in nessun museo »37.
- 38 J. Lahiri, Dove mi trovo, p. 44.
34L’appartamento, arredato con alcuni oggetti di taglio moderno e altri di aspetto antico, è pieno di cose che portano i segni di chi vi ha vissuto : le case infatti, come diceva la protagonista di Dove mi trovo, portano sempre le « tracce banali, cocciute, dell’esistenza »38 : così una credenza occupata da tante tovaglie, « ben organizzate » e profumate di sapone, induce la donna a un confronto con il proprio passato e il suo carico di dolore, l’incidente mortale toccato anni prima al figlio adolescente, e a chiedersi come sarebbero andate le cose se avessero vissuto invece in un posto come questo ; domanda senza risposta, che la riempie d’inquietudine e la spingerebbe a fuggire da quella casa, se un piccolo inconveniente, la rottura di un vetro, non la riportasse alla realtà.
35La medesima inquietudine aveva impedito alla coppia di fermarsi a vedere la processione : descritta l’attesa del suo passaggio, nella piazza « triangolare leggermente inclinata […], una specie di soggiorno, con strade che salgono qua e là come corridoi », all’arrivo di gruppi di donne di varie generazioni, nonne, figlie, nipoti, il ricordo dell’evento tragico ritorna e rende impossibile la permanenza in quel luogo. Solo l’idea di far riparare il vetro e di concedersi, l’indomani, un giro a Porta Portese, dove c’è « tanta roba », riporta un po’ di serenità e la decisione di non interrompere la vacanza romana.
- 39 J. Lahiri, Racconti romani, p. 182.
36Interessanti, nel racconto, alcune considerazioni sulle donne italiane, la cui immagine spinge la protagonista a un confronto con se stessa : le trova stupende, « con le loro rughe, i trucchi pesanti, i fisici enfatici, i sandali sciupati », che le pongono « al di là della perfezione », invidia la loro capacità di non preoccuparsene, sicché « si vede che sono segnate dalla vita, attaccate alla vita »39 : è uno dei pochi casi in cui Lahiri, in questa raccolta, punta l’attenzione specificamente sulle italiane.
- 40 Per un approfondimento in merito, mi permetto di rinviare al mio Viaggiatrici italiane tra Settecen (...)
- 41 E. Garms-Cornides, « Esiste un Grand Tour al femminile ? », in Altrove. Viaggi di donne dall’antich (...)
37Ritengo che sia opportuno usare cautela nell’identificare nella scrittura, anche quella odeporica, tratti che possano essere riportati con certezza a un’ottica femminile, sia sul piano tematico che su quello stilistico, sebbene l’esperienza del viaggio abbia indubbiamente comportato, soprattutto in epoca pre-novecentesca, caratteri e difficoltà specifici per le donne. Le tracce depositate nella pagina da tali fattori mi sembrano da scoprire volta per volta, evitando le generalizzazioni40 : così, appare problematico attribuire una connotazione di genere al testo di Lahiri che, come si è detto, alterna voci e punti di vista maschili e femminili ; l’originale rapporto tra esterni ed interni cui si è fatto cenno e il particolare sguardo sulle case e sugli oggetti, come nel racconto in esame, possono suggerire un approccio connotato, ma senza sottovalutare il richiamo di Elisabeth Garms-Cornides che, a proposito del Grand Tour, sottolinea come la rappresentazione della « vita quotidiana, il modo di vestirsi e allestire la propria casa » sia parte integrante delle descrizioni anche dei viaggiatori maschili41.
- 42 Lahiri ritorna sull’argomento nell’introduzione a The Penguin Book of Italian Short Stories, p. XII (...)
- 43 La scrittrice ha raccontato suggestivamente la Scalea anche nella trasmissione radiofonica di RAI R (...)
38Nel complesso, se la scrittrice è consapevole della complessità del rapporto tra donne e scrittura in tutti i suoi risvolti, sembra voler evitare in queste pagine prese di posizione esplicite42 : lo si può verificare anche nella parte centrale dei Racconti romani, La scalinata, in cui al punto di vista femminile, certo prevalente, è accostato anche quello maschile ; si tratta di una piccola suite di testi raccolti intorno a un luogo non monumentale della sua Roma, per lei fortemente iconico, la Scalea del Tamburino, la rampa di 126 gradini che collega Monteverde e Trastevere, non nominata, ma ben identificabile, nei pressi della sua casa romana43.
- 44 J. Lahiri, Racconti romani, p. 107-108.
39I sei racconti, intitolato ciascuno a un diverso personaggio di varia estrazione sociale, individuato attraverso il ruolo, « La madre », « La vedova », « L’espatriata », « Lo sceneggiatore », ruotano intorno al luogo che si connota come spazio di incroci di vite e di storie, in cui le due dimensioni della bellezza e del suo godimento da un lato, e della violenza e della minaccia dall’altro, sono icasticamente intrecciate. Così la madre che lavora nella casa di una famiglia benestante, se non può non pensare, nella salita di primo mattino, al figlio lasciato dai nonni in un altro continente, non manca però di fermarsi « un attimo per godersi la prospettiva », il « cielo immenso » che si riesce a scorgere solo da lì, mentre, se abbassa lo sguardo, vede i gradini di travertino anneriti e sudici per via dei ragazzi che vi si radunano la notte, cocci di vetro, bottiglie di plastica abbandonati44.
- 45 Ibid., p. 147 e p. 152 rispettivamente.
40Anche lo sceneggiatore, questa volta italiano, rimasto a Roma a lavorare mentre la famiglia è in vacanza al mare, sperimenta i contrastanti aspetti del luogo : durante una passeggiata serale, sentendosi « una specie di Dracula che circola solo di notte, si nutre dello splendore, pur essendo assediato e sempre più degradato, della sua città », si ferma ad ammirare la scalinata, che gli sembra « una specie di anfiteatro antico con gli adolescenti in gruppi seduti all’aperto per assistere a qualche tragedia » e decide di salirne tutti i gradini, ma viene fermato da alcuni giovani che, minacciandolo proprio con un coccio di vetro, gli rubano orologio e soldi45.
- 46 Cf. in merito V. Frigeni, « L’italiano perturbante di Jhumpa Lahiri », p. 107.
- 47 Il riferimento per Parise è alla prosa « Roma » (in G. Parise, Sillabario n. 2, in Opere, B. Calleg (...)
41Le pagine della Scalinata confermano come la Roma di Lahiri sia insieme una città reale, colta nei suoi aspetti anche contradditori, e uno spazio universale, in cui i personaggi sperimentano un diffuso senso di spaesamento, ma ritrovano anche una loro forma di radicamento : ed è una condizione presentata come generale, non più legata alla dimensione postcoloniale che informava i suoi testi in inglese46. L’immagine della Capitale che emerge da queste pagine richiama allora modelli italiani, oltre al più volte citato Moravia, forse anche il Goffredo Parise dei Sillabari, più che la Roma di Amara Lakhous o di Igiaba Scego47 : a conferma dell’appartenenza di scritture come quella di Lahiri al canone della letteratura italiana contemporanea, che si arricchisce così di una dimensione transnazionale.
- 48 T. de Rogatis, Homing / Ritrovarsi…, p. 172.
42Per parte sua, l’autrice, « anima migrabonda » al pari della protagonista del racconto Dante Alighieri, si prospetta come scrittrice nomade, collocandosi, con le parole di de Rogatis, in « una Letteratura mondiale che fiorisce oscillando tra confini nazionali e contesti globali ; tra un uso sapiente e concentrato delle tecniche espressive, ereditate dalla tradizione occidentale, e un’apertura alla molteplicità dei destini umani dispersi sulla Terra »48.
Notes
1 J. Lahiri, In altre parole, con una postfazione dell’autrice, Milano, Guanda, 2016, p. 155-156.
2 Ibid., p. 15.
3 Così infatti la scrittrice, nel testo più autobiografico dei Racconti romani, Dante Alighieri : « ero andata con un paio di amiche a vedere il paesaggio di Dante che allora conoscevo solo tramite i libri, con l’idea di girovagare per qualche mese prima di procedere con i miei studi medievali », J. Lahiri, Racconti romani, Milano, Guanda, 2022, p. 225. Per il costante confronto di Lahiri con la tradizione letteraria italiana, da lei riproposta in un vitale contesto transnazionale, mi permetto di rimandare al mio « In altre parole. La lingua e la letteratura italiana di Jhumpa Lahiri », NASLEDE, vol. 54, 2023, p. 49-64.
4 J. Lahiri, In altre parole, p. 21-22.
5 Ricca la bibliografia critica su queste opere, tutte tradotte anche in italiano : per un inquadramento generale, anche in rapporto alla successiva produzione in lingua italiana, cf. A. Monaco, Jhumpa Lahiri. Vulnerabilità e Resilienza, Pisa, ETS, 2019 e R. Malandrino, Orizzonti di transito. L’opera di Jhumpa Lahiri tra l’Italia e gli Stati Uniti, Verona, Ombre corte, 2022 ; a entrambi si rinvia anche per ulteriori approfondimenti bibliografici.
6 J. Lahiri, In altre parole, p. 75.
7 D. Reichardt, « “Radicata a Roma” : la svolta transculturale nella scrittura italofona nomade di Jhumpa Lahiri », in Il pensiero letterario come fondamento di una testa ben fatta, M. Geat (a cura di), Roma, Roma TRE Press, 2015, p. 230. L’approdo all’italiano come « terzo spazio » è presente da tempo nella letteratura italofona migrante : è il caso, ad esempio, dell’albanese Ornela Vorpsi con l’italiano e il francese (cf. D. Comberiati, Scrivere nella lingua dell’altro. La letteratura degli immigrati in Italia (1989-2007), Bruxelles, Peter Lang, 2010, p. 234-245).
8 La scrittura translingue è praticata da autori e autrici che scelgono di scrivere in almeno un’altra lingua rispetto alla madrelingua, i translingui ambilingui sono « autori che hanno scritto opere rilevanti in più di una lingua » ; nel caso dell’ambilinguismo di Lahiri, non è coinvolta la madrelingua : cf. T. de Rogatis, Homing / Ritrovarsi. Traumi e translinguismi delle migrazioni in Morante, Hoffman, Kristof, Scego e Lahiri, Siena, Edizioni Università per Stranieri di Siena, 2023, p. 43 e p. 45, che mette in evidenza la stretta relazione del translinguismo con il trauma migratorio. Per la categoria del translinguismo, cf. S.G. Kellman, The Translingual Imagination, Lincoln – London, Nebraska University Press, 2000.
9 J. Lahiri, Dove mi trovo, Milano, Guanda, 2018, edizione digitale, p. 90 (corsivi originali). Come chiarisce ancora de Rogatis (Homing / Ritrovarsi…, p. 3) « nei contesti postcoloniali e migratori il termine homing viene usato per definire il ritrovarsi : il fare casa al di là della casa originaria […]. Laddove infatti il legame immediato e / o intergenerazionale con le origini sia stato modificato oppure interrotto dalla migrazione, e dalla sua più o meno drammatica genesi, l’idea di casa e dunque di appartenenza va ricostruita – e / in parte anche inventata » (corsivi originali). Sul tema dell’homing nella letteratura migrante italofona postcoloniale, cf. C. Giuliani, Home, Memory and Belonging in Italian Postcolonial Literature, Basingstoke, Palgrave Macmillan – Springer International Publishing, 2021.
10 Metafora che è la stessa scrittrice a esplicitare : « Voglio attraversare un piccolo lago. […]. Per vent’anni ho studiato la lingua italiana come se nuotassi lungo i bordi di questo lago. […] Per conoscere una nuova lingua, per immergersi, si deve lasciare la sponda. Senza salvagente », J. Lahiri, In altre parole, p. 13-15. Sottolinea la tendenza di Lahiri a « spazializzare il linguaggio e il proprio rapporto on esso » anche V. Frigeni, « L’italiano perturbante di Jhumpa Lahiri », Italian Studies, vol. 75, n° 1, p. 102-103.
11 J. Lahiri, In altre parole, p. 79.
12 Ibid., p. 80.
13 La posizione di Lahiri sembra vicina, per questo aspetto, alle esperienze di autori e autrici che appartengono a una migrazione colta, sulle cui prospettive cf. D. Comberiati, Scrivere nella lingua dell’altro…, p. 12-14. Per un’aggiornata analisi del dibattito critico, ormai molto ricco, sulla « letteratura della migrazione », cf. Storie condivise nell’Italia contemporanea. Narrazioni e performance transculturali, C. Mengozzi, D. Comberiati (a cura di), Roma, Carocci, 2023 (in particolare, D. Comberiati, C. Mengozzi, « Introduzione. Non solo letteratura migrante. Per un ampliamento dei parametri critici », p. 11-37 e U. Fracassa, « Migrans in fabula. Cronaca di un’approssimazione critica (per eccesso) », p. 39-62). Per il caso peculiare di Lahiri cf. D. Reichardt, « “Radicata a Roma”… », p. 230-231 e A. Groppaldi, G. Sergio, « Scrivere “in altre parole”. Jhumpa Lahiri e la lingua italiana », Lingue Culture Mediazioni – Languages Cultures Mediation, vol. 3, n° 1, 2016, p. 79-97, https://www.ledonline.it/index.php/LCM-Journal/issue/view/77/showToc [data consultazione : 5 / 10 / 2023].
14 J. Lahiri, In altre parole, p. 100.
15 Lahiri stessa ha sottolineato che il libro condivide i temi per lei centrali, e in particolare la migrazione, nonostante il carattere stanziale della protagonista, che, nei suoi continui piccoli movimenti, è vicina alla condizione dei migranti, al loro spaesamento e alla loro solitudine : cf. l’intervista a Elizabeth Day nella trasmissione « BBC Radio 4, Open Book, Jhumpa Lahiri » in data 9 maggio 2021, al link https ://www.bbc.co.uk/sounds/play/m000vy1y (data consultazione 2 / 12 / 2023).
16 J. Lahiri, Dove mi trovo, p. 90. Se simili affermazioni della protagonista sembrano « smontare » la centralità dei luoghi che caratterizza l’intera produzione di Lahiri (come sostiene A. Monaco, Jhumpa Lahiri. Vulnerabilità e Resilienza, p. 148), in realtà anche in questo romanzo la dimensione spaziale è fondamentale.
17 J. Lahiri, Dove mi trovo, p. 10.
18 Ibid., rispettivamente p. 88 e p. 39.
19 Ibid., rispettivamente p. 35 e p. 56.
20 Così già in Altre parole, p. 161 : « Continuo, da scrittrice, a cercare la verità, ma non do più lo stesso peso alla verità fattuale. In italiano mi muovo verso l’astrazione ».
21 « Di lui amo il linguaggio puro, preciso, e anche la scelta della forma breve per comporre un gigantesco affresco della città, della sua vita quotidiana, delle tensioni tra classi sociali », M. Gravino, « Jhumpa Lahiri racconta Roma. In italiano », Il Venerdì di Repubblica, 25 agosto 2022, https ://www.repubblica.it/venerdi/2022/08/25/news/jhumpa_lahiri_metamorfosi_romane-362710296/ (data consultazione 20 / 11 / 2023). Il titolo del paragrafo è una citazione da J. Lahiri, Racconti romani, p. 246 : « Roma oscilla tuttora tra paradiso e inferno. È ormai piena di cose rotte, sbagliate, piagate, buttate, defunte, ma non ce la faccio a recidere i fili ». La contrapposizione tra paradiso e inferno richiama l’immagine, di lunga tradizione, del Paradiso abitato da diavoli, analizzata approfonditamente, nella più ampia prospettiva dell’Italia indicata come sud all’interno dell’Europa, da N. Moe, Un paradiso abitato da diavoli. Identità nazionale e immagini del Mezzogiorno, trad. it. di M.Z. Ciccimarra, [Napoli], L’ancora del mediterraneo, 2004.
22 Così S. Brioni, L’Italia, l’altrove. Luoghi, spazi e attraversamenti nel cinema e nella letteratura sulla migrazione, Venezia, Edizioni Ca’ Foscari, 2022, p. 95 : lo studioso, che dedica a Lahiri un capitolo del suo volume, « Italia » (ibid., p. 93-106), riporta la storia d’amore che avviene tra le rovine tra Roma e Volterra a un cliché del racconto sul Grand Tour ; più in generale, anche l’immagine dell’Italia che emerge in In altre parole gli sembra caratterizzata da una serie di topoi da Grand Tour, configurandosi come tappa della conoscenza di sé, in una dimensione più intimista che realista. Vi si trovano però anche riferimenti che attenuano una simile atmosfera, ad esempio nella descrizione del trasferimento a Roma, in giornate di un « caldo feroce, insopportabile », segnate da tutta una serie di ostacoli e difficoltà : « Nonostante il mio grande entusiasmo per il fatto di vivere a Roma, ogni cosa sembra impossibile, indecifrabile, impenetrabile », J. Lahiri, In altre parole, p. 50.
23 Anche nella raccolta di poesie del 2021, in cui il tema del viaggio è pure presente, soprattutto nella sezione « Peregrinazioni », « l’intera toponomastica » è « in fondo soprattutto romana », J. Lahiri, Il quaderno di Nerina, Milano, Guanda, 2021, p. 195. La lirica « Follia », ibid., p. 72 : « Roma mai vista / così bella / un giorno che soffia / una nuvola lercia / dalla Salaria », nell’ossimoro bella / lercia sembra anticipare le ultime parole dei Racconti romani (p. 249), « “Che città di merda” dice una di noi, spezzando il silenzio. “Ma quant’è bella” ».
24 Contro il « mito dell’Italia » nutrito da molti americani colti, Lahiri si esprime nell’introduzione alla raccolta di racconti di scrittori e scrittrici italiani tradotti in inglese, da lei curata nel 2019, The Penguin Book of Italian Short Stories, introduced, edited and with selected translations by Jhumpa Lahiri, Milton Keynes, Penguin Books, 2019, p. XII. Sullo stereotipo – soprattutto del pittoresco – nella scrittura odeporica, in particolare nella forma del viaggio in Italia, cf. A. Brilli, Il viaggio in Italia. Storia di una grande tradizione culturale, Bologna, il Mulino, 2006 e C. De Seta, L’Italia del Grand Tour da Montaigne a Goethe, Napoli, Electa, 1992.
25 Rispetto alle altre opere di Lahiri in italiano, appare ora più ampio lo spettro delle classi sociali a cui appartengono i personaggi, pur senza l’introduzione di aspetti conflittuali.
26 J. Lahiri, Racconti romani, p. 171.
27 Ibid., p. 162-163.
28 Cf. R. Malandrino, Orizzonti di transito…, p. 62-63.
29 J. Lahiri, Racconti romani, p. 23.
30 Ibid., p. 19-20.
31 Ibid., p. 33 e p. 38 rispettivamente.
32 A. Bajani, « Jhumpa Lahiri, la scelta dell’inappartenenza », Il Manifesto, 18 ottobre 2022.
33 J. Lahiri, Racconti romani, p. 83-84 e p. 86.
34 Ibid., p. 87 e 103.
35 Così C. Battocletti, « Jhumpa Lahiri : Racconti romani », Doppiozero, 7 novembre 2022, https ://www.doppiozero.com/jhumpa-lahiri-racconti-romani [data consultazione : 16 / 11 / 2023].
36 Agnese Macori (« Roma in-between. Su “Racconti romani” di Jhumpa Lahiri », La balena bianca, 8 marzo 2023, https ://www.labalenabianca.com/2023/03/08/roma-in-between-su-racconti-romani-di-jhumpa-lahiri-agnese-macori/, data consultazione 9 / 12 / 2023) definisce la dimensione della Roma di questi racconti, « uno spazio in-between, area ibrida e relazionale, sede di scambi e di scontri, in cui le diverse civiltà entrano in contatto e in contrasto plasmando uno spazio diverso da quello di partenza e in continua evoluzione » ; ritiene il libro scritto magistralmente, ma non le sembra del tutto riuscito, a causa di una contrapposizione che le appare troppo marcata « tra chi è diverso, e dunque buono, e chi non lo è, e dunque è descritto come necessariamente cattivo » : non mancano però, a ben vedere, personaggi con caratteri più sfumati.
37 J. Lahiri, Racconti romani, p. 177.
38 J. Lahiri, Dove mi trovo, p. 44.
39 J. Lahiri, Racconti romani, p. 182.
40 Per un approfondimento in merito, mi permetto di rinviare al mio Viaggiatrici italiane tra Settecento e Ottocento. Dall’Adriatico all’altrove, Bari, Palomar, 2011, a Spazi Segni Parole. Percorsi di viaggiatrici italiane, F. Frediani, R. Ricorda, L. Rossi (a cura di), Milano, Francoangeli, 2012 e alle indicazioni bibliografiche ivi contenute.
41 E. Garms-Cornides, « Esiste un Grand Tour al femminile ? », in Altrove. Viaggi di donne dall’antichità al Novecento, D. Corsi (a cura di), Roma, Viella, 1999, p. 175-191.
42 Lahiri ritorna sull’argomento nell’introduzione a The Penguin Book of Italian Short Stories, p. XIII : se ha dato spazio a numerose autrici, dichiara di non aver voluto escludere testi informati a un’ottica patriarcale o in cui le donne sono trattate come oggetti, per non tradire la rappresentazione che della società e della storia italiane ha fornito la letteratura, concludendo : « As a woman, and a woman writer, these stories help me to better understand the cultural context of Italian feminism, and to admire the great strides that Italian women have made ».
43 La scrittrice ha raccontato suggestivamente la Scalea anche nella trasmissione radiofonica di RAI Radio 3 « Le meraviglie », in data 12 novembre 2022, https://www.raiplaysound.it/audio/2022/11/Le-meraviglie-del-12112022-681c0ef5-2b58-42d8-b935-af4878f51ec1.html.
44 J. Lahiri, Racconti romani, p. 107-108.
45 Ibid., p. 147 e p. 152 rispettivamente.
46 Cf. in merito V. Frigeni, « L’italiano perturbante di Jhumpa Lahiri », p. 107.
47 Il riferimento per Parise è alla prosa « Roma » (in G. Parise, Sillabario n. 2, in Opere, B. Callegher, M. Portello (a cura di), Milano, Mondadori, 1989, vol. II, p. 486-490) ; per Amara Lakhous a Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio (Milano, E / O, 2006), romanzo a sua volta dialogante, com’è noto, con il gaddiano Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, e per Igiaba Scego a La mia casa è dove sono (Milano, Rizzoli, 2010). Analizza le immagini di Roma di questi ultimi due testi, nelle loro diversificate valenze, C. Giuliani, Home, Memory and Belonging in Italian Postcolonial Literature.
48 T. de Rogatis, Homing / Ritrovarsi…, p. 172.
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Référence papier
Ricciarda Ricorda, « Dimorare altrove : il viaggio in Italia di Jhumpa Lahiri », Transalpina, 27 | 2024, 133-148.
Référence électronique
Ricciarda Ricorda, « Dimorare altrove : il viaggio in Italia di Jhumpa Lahiri », Transalpina [En ligne], 27 | 2024, mis en ligne le 18 octobre 2024, consulté le 11 octobre 2026. URL : http://journals.openedition.org/transalpina/5467 ; DOI : https://doi.org/10.4000/12kp6
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